Anche se la sua immagine è indelebile nella mia memoria visiva, pur avendolo cercato con insistente tenacia e caparbietà, mi rincresce tanto di non possedere un ritratto tangibile di nonna. Eppure ricordo l’esistenza di un quadro raffigurante la coppia dei nonni paterni: Elisa e Domenico. Era appeso alla parete della cucina, un tempo appartenuta alla famiglia di nonna; con il passare degli anni, lo stesso era stato affisso al muro sovrastante la scala che conduceva alle camere da letto del primo piano della casa storica soprannominata ” Vaticano dei Gambin”. Ora, ahimè, è introvabile.
Pertanto, se già quello mi manca tanto, non permetterò di smarrire la storia delle mie radici.
Ecco, quindi, l’origine motivazionale di quanto segue.
Il desiderio di conservazione e di trasmissione storica, mi ha indotta a inserire a corredo, in allegato, tutta la documentazione in mio possesso.
A prima vista, il mio lavoro potrebbe essere considerato esclusivo, prettamente personale. In fondo lo è, ma penso a quanti potranno ritrovarsi tra le righe che seguono, tra le tracce di storia di un passato che rischiano di essere soppiantate, se addirittura già in parte non lo sono, dai nuovi mezzi tecnologici.
Credo sia indispensabile mantenere salda la convivenza tra la storia passata e il presente, ciascuna a completamento dell’ altro.
Infine esprimo un appunto sul linguaggio usato nel racconto.
Di primo acchito, istintivamente, mi sarei sentita portata a scrivere utilizzando la mia lingua madre, quella che, fin dalle prime espressioni, ho sempre usato nel mio ambiente: il dialetto padovano.
Poi, riflettendo, sono giunta alla conclusione che per conseguire lo scopo preminente della mia narrazione avrei dovuto utilizzare un linguaggio accessibile ai più, non a un limitato numero di persone in grado di avere facile accesso al dialetto locale.
Per un senso di rispetto alla mia estrazione culturale ho deciso di conservare la forma dialettale, in particolare, per I discorsi dei miei e ove il testo lo richieda.