di Daniela BABOLIN

Daniela BABOLIN è nata e vive ad Abano Terme.
Ha insegnato per molti anni nella scuola primaria e si è dedicata alla scrittura poetica soprattutto dopo il percorso lavorativo.
Ha partecipato nel 2017 al IX Premio internazionale San Sabino con la poesia “Ancòra, àncora”, terza classificata, e nel 2019 al III Premio letterario in memoria di Giorgio Perlasca con la poesia “L’attesa”, prima classificata. DI BRUME E SOLCHI è la sua prima pubblicazione.
Mario Sante, mio padre `{`…`}` un Ulisse altro nel senso che, come l'eroe omerico, compì un tortuoso viaggio lontano dalla patria natia, ma non per scelta, bensì per costrizione e attraverso vicende ben diverse e più tragiche: come i tanti e troppi altri giovani uomini fu il suo viaggio obbligato di soldato semplice nella Seconda Guerra Mondiale. Dalla sua terra, Tramonte, paesino ai piedi dei Colli Euganei, il pensiero sempre rivolto ai genitori, ai tre fratelli come lui costretti al viaggio bellico, percorse gran parte d'Europa in Campagne di guerra nella Zona Occidentale, in terra Balcanica e in Grecia, da dove, dopo l'8 settembre del 1943, fu deportato nei lager nazisti. Diventò uno fra le centinaia di migliaia di I.M.I., i Militari Italiani Internati che con il loro No! si rifiutarono di continuare a combattere tra le file nazifasciste. La loro storia è ancora oggi poco conosciuta.

da destra, Mario Sante Babolin poco prima della partenza per il servizio di leva
Mario Sante, mio padre. Figlio maggiore di una semplice famiglia di agricoltori mezzadri viveva con gli amati genitori e i tre fratelli a Tramonte, paesino del comune di Teolo in provincia di Padova, ai piedi dei Colli Euganei e nei pressi della rinomata Abbazia benedettina di Praglia.
Nell’aprile del 1939 papà fu chiamato in servizio militare di leva a Roma e dove conobbe molti commilitoni e in particolare il fraterno amico romano Giuseppe. Nel giugno del 1940, quando l’Italia entrò guerra, fu separato dagli amici e iniziò il suo viaggio bellico oltre confine come soldato semplice. In forze al 13^ Reggimento Artiglieria Granatieri di Sardegna, fu inviato in campagne di guerra sul fronte occidentale e in seguito in terre balcaniche fino alla Grecia, dove si trovava quando l’8 settembre 1943 l’Italia firmò l’Armistizio.
Le sorti della Guerra Mondiale si capovolsero, lasciando nella confusione più totale e senza direttive il nostro esercito.

1941- Mario Sante, il primo in piedi a sinistra, con suoi commilitoni lungo il confine tedesco a Lubiana

L’inizio dell’unica lettera concessa a papà durante la prigionia
Rinchiuso nel campo di prigionia di Corinto mio padre si trovò tra quei militari italiani che si rifiutarono di passare a combattere tra le fila tedesche e che, con la promessa di essere ricondotti in patria, furono disarmati e fatti salire sui carri bestiame di lunghi treni, finendo deportati e internati nei lager di Polonia e Germania.
Gli ufficiali vennero separati dai soldati semplici. Molti militari purtroppo, come a Cefalonia, finirono massacrati dai tedeschi.
Il viaggio di mio padre durò circa una ventina di giorni, tra stenti, buio, fame, sete, disagi e si concluse in una zona della Germania occidentale tra l’Alsazia e la Lorena: lo Stammlager XIIF.
Ma si era concluso solamente l’inizio del suo terribile viaggio.
Gli fu assegnato il numero di prigionia 23.179 e fu sottoposto a duro lavoro forzato in miniera: il senso di soffocamento lo attanagliava e dopo poche settimane si rifiutò di scendere nei cunicoli oscuri e polverosi, rassegnato a essere fucilato. All’ennesima richiesta dei tedeschi di passare a combattere tra le loro fila, ben consapevole rispose con il suo deciso NO!
Quel NO! con cui risposero coraggiosamente centinaia di migliaia di I.M.I., i soldati che Hitler definì Italienische Militar Internierte, gli Italiani Militari Internati, che si opposero al nazifascismo in una Resistenza senza armi, per scelta volontaria di coscienza, sfidando la prigionia, la fame, il freddo, le botte e le fatiche immani, il destino incerto e spesso la morte.
Non mi dilungo sulle estreme condizioni di vita, gli appelli quotidiani attraverso un numero pronunciato in tedesco, le baracche e i giacigli, il filo spinato, le condizioni igieniche e sanitarie, le umiliazioni e le punizioni continue.
Mio padre subì una punizione forse ancora più feroce della fucilazione a cui era rassegnato: dalla Germania dell’Ovest fu deportato e internato in un lager nazista della Polonia dell’Est: il terribile enorme Campo di sterminio di Majdanek con le sue SS, le camere a gas, i forni crematori, le migliaia e migliaia di morti.
Non sapendo dove sarebbe stato condotto e che fine avrebbe fatto, prima della partenza chiese al comandante tedesco la possibilità di scrivere una lettera ai genitori, che non vedeva da anni.
Non sapeva nemmeno che anche due dei suoi fratelli in guerra fossero prigionieri in lager di Germania; il terzo fratello, riuscito a fuggire dalla costa Jugoslava, era arrivato a casa come sbandato e si nascondeva nei boschi intorno per timore delle Camicie nere.
La lettera, l’unica che a mio padre fu permesso di scrivere durante i due anni di prigionia, semplice e breve a causa della censura, gli fu concessa con queste parole, come lui esattamente ripeteva: – Scrivi pure, tanto tu a casa non ci tornerai più.
Il suo scritto si concludeva con un tenero e commovente saluto: un bacio, l’ultimo, lasciato sul pennino nella speranza che giungesse fino a casa.

I quattro fratelli Babolin
PER SEMPRE MAIDANEK. Campo di sterminio nella Polonia dell’Est 1943-1944
testo e audiolettura di Daniela Babolin
Majdanek fu per mio padre la discesa nell’abisso.
Di quel periodo, di ciò che fu costretto a vivere e a vedere, raccontò solamente brevi episodi, quasi appena accennati sempre con delicatezza, attenzione e pudore: ricordo la punizione subita per ore, nudo sulla neve con altri prigionieri, per avere osato rubare quattro o cinque patate e che gli causò un principio di congelamento ai piedi; l’internato disperato che vide buttarsi sui reticolati elettrificati per porre fine alle sofferenze; il violento colpo allo sterno ricevuto con il calcio del fucile da un kapò che lo aveva sorpreso a rovistare in un bidone alla ricerca di bucce di patata. E una donna guardiana, brutale, feroce e violenta: da papà sentivo nominare di lei solamente questi aggettivi, ma nel tempo, studiando e approfondendo l’argomento dei campi di sterminio, ho potuto immaginare l’orrore e le scene terribili a cui assistette.
Accenni, senza scendere nei particolari.
Ma tra tanto orrore emergevano le sue invocazioni alla madre tanto amata e l’immensa gratitudine verso Sant’Antonio, a cui è sempre stato molto devoto, per averlo miracolosamente salvato da quell’abisso.
Si stava avvicinando alla Polonia l’esercito sovietico. Tra il 22 e il 23 luglio 1944 l’Armata Rossa entrò in Majdanek: fu il primo campo di sterminio liberato ( Auschwitz sarà liberato il 27 gennaio 1945). I nazisti avevano iniziato la deportazione di una parte degli internati poco prima. Mio padre era già stato trasferito in altre zone a nord, subendo per mesi marce e lavori forzati. L ’Armata Rossa lo raggiunse all’inizio del 1945. Fu registrato a febbraio in una zona della Masuria e nell’aprile del ‘45 fu trasferito dai sovietici in Ucraina, a Karkhiv, per lavoro nei campi di una fattoria: prima prigioniero dei nazisti, poi anche dei russi.
In questa fattoria, tra gli enormi campi dorati e il cielo azzurro, i prigionieri erano sorvegliati da guardie, ma i residenti erano, così ci raccontava, buone persone.
Papà conobbe un ragazzino ucraino, Ivan, che gli dimostrò fin da subito solidarietà e amicizia. Un ragazzino libero e un giovane uomo prigioniero, di lingua, condizioni e nazionalità diverse. Eppure l’umanità di questo incontro aiutò mio padre ormai stanco e sfibrato a non perdersi, a non lasciarsi andare. Ivan gli portava di nascosto qualcosa in più da mangiare, a volte gli diceva di rifugiarsi nel fienile e andava a lavorare nei campi al posto suo. Riuscirono a capirsi, a parlarsi, a stabilire un’amicizia al di là dell’essere “nemici”. E questo dimostra che anche quando l’uomo arriva ad abiezioni immani, inaspettatamente può svelarsi la salvezza, la solidarietà.
La speranza.
Quando, durante il mese di ottobre del 1945, all’improvviso i soldati russi caricarono i prigionieri sui camion per portarli finalmente verso la liberazione, mio padre non ebbe il tempo di salutare e ringraziare quel giovane ragazzo dai capelli biondi. Se ne rammaricò per sempre e spesso ci confidava: – Pagherei oro per potere ritrovare Ivan Stumpf.

Ti chiamavi Ivan Stumpf A Ivan Stumpf, un nome, nel ricordo di un’umanità-speranza per mio padre. Kharkiv – Ukraine, 1945
testo e audiolettura di Daniela Babolin
Papà Mario fu liberato al confine con Tarvisio e solo allora ebbe la certezza che la guerra fosse finita. Giunse a casa circa verso metà dicembre, a piedi e con mezzi di fortuna. Già sentiva un senso di abbandono, fattosi certezza quando, arrivato alla stazione del tram che da Padova lo conduceva verso il suo paese, si sentì chiedere il pagamento del biglietto… E in quel momento, ancora sorrido quando ci penso, con la sua determinazione pronunciò il suo secondo NO!: – No, io il biglietto non lo pago !! Sono un reduce, non vedi ?! Non descrivo nei dettagli il momento in cui si presentò all’imbocco del vialetto di casa, ultimo dei fratelli a essere rimpatriato e ormai dato per disperso. Mi basta accennare a sua madre, la nonna che non ho mai conosciuto, che dalla cucina sentì il cane abbaiare in un modo strano e all’istante comprese: suo figlio, il suo Mario così magro e quasi irriconoscibile, era tornato. Si avviò in una corsa impazzita verso di lui, gli si aggrappò in un abbraccio infinito e un pianto dirotto. Con la delicatezza che lo contraddistingueva, papà le sussurrava: – Mamma, stai attenta che sono pieno di pulci …
Il ritorno alla vita fu segnato, per mio padre come per la stragrande maggioranza degli I.M.I., da quel senso di abbandono e solitudine che aveva provato quando si incamminò a piedi dal confine.
Ma il dolore più forte, quello che più ha spinto anche me dopo tanto tempo a raccontare queste vicende al di fuori della famiglia, fu quello che mio padre provò quando dovette recarsi alla Commissione militare e raccontò di Majdanek: i responsabili sottovalutarono la sua testimonianza! Sostenevano di non avere mai sentito nominare quel campo di sterminio e ritenevano impossibile che in qualità di militare italiano fosse stato lì internato e ne fosse uscito vivo.
L’umiliazione e l’ingiustizia provate non lo lasciarono mai, si trasformarono in un dolore credo ancora più forte di quello verso i suoi carcerieri, le pene sofferte, i sette anni di gioventù rubata lontano dalla famiglia. Ed è soprattutto questo che io vorrei portare avanti in memoria di mio padre, come fosse una sorta di riconoscimento postumo.
Umiliato e lasciato a se stesso proprio da quelle Istituzioni che aveva servito e per cui aveva lottato.
L’ unico riconoscimento ufficiale gli fu simbolicamente concesso, dopo alcuni anni dal suo rimpatrio, da un’Associazione Nazionale di ex deportati.

Stefania Salvato, Oltre il colle (acquerello 2021)
Testo e audiolettura di Daniela Babolin
Famiglia e amici a parte, trovò conforto e aiuto solo da un monaco dell’Abbazia di Praglia, che si fece carico delle sue precarie condizioni di salute e lo mandò in una casa di cura a Milano, dove rimase sei mesi.
Poi, come tantissimi altri I.M.I., seppur faticosamente riprese a vivere, reagì con la consueta dignità e con tenacia, cercò lavoro, finchè agli inizi degli anni ’50 divenne il gestore del primo distributore di benzina della mia cittadina.

Colli Euganei, Abbazia di Praglia (PD)
Come accennato, mio padre non scese mai in molti dettagli nei suoi racconti di guerra e prigionia, ma ripeteva in famiglia più o meno gli stessi ricordi, in particolare certi episodi, perlomeno a me e alle mie sorelle. Si confidò credo per alcune vicende con mia madre e forse con pochissimi stretti amici. Possiamo solo immaginare quale fu il suo vero e profondo dolore, quali terribili esperienze mai dimenticate fu costretto a vivere, ma da sempre siamo consapevoli di quanta forza, resistenza e resilienza caratterizzarono lui e la stragrande maggioranza degli I.M.I.
Molti tra coloro che riuscirono a ritornare in patria rimasero in silenzio, non raccontarono che a pochi intimi o non raccontarono affatto ciò che avevano vissuto. I più tacquero, per vari motivi. Innanzitutto per pudore, per quella sorta di riservatezza dovuta al pensiero di chi non ce l’aveva fatta, al timore di non essere capiti, di creare dolore nei propri cari, per desiderio di rimozione delle proprie e altrui sofferenze, convinti quasi dell’inutilità del sacrificio loro e dei caduti. Al ritorno in patria come reduci essi furono accolti quasi con indifferenza e diffidenza, se non con ostilità, da un popolo che non voleva più sentire parlare di guerra, che doveva riprendersi dalle macerie e dalle difficoltà. La tragica vicenda degli I.M.I. fu presto dimenticata, affossata e per molti anni è calato su di essi il silenzio, soprattutto da parte delle Istituzioni.
L’oblio è durato a lungo. Gli studiosi hanno cominciato ad occuparsi di questa pagina di storia solo nei decenni recenti. Per questo con ancora maggiore forza dobbiamo noi, oggi, diffonderla, farla conoscere anche nei testi scolastici e rendere giusta Memoria ai circa «650 mila» che con il loro sacrificio e la loro dignità contribuirono a portare la libertà e la democrazia nel nostro Paese. Chissà quanti di questi poveri militari, in particolare i soldati semplici che furono da subito sottoposti a lavori forzati o in industrie belliche e lasciarono raramente delle testimonianze scritte, sono ancora nel breve ricordo di un parente, di una consunta foto, un oggetto o un ingiallito documento nascosti nell’angolo di un cassetto o in un vecchio baule. E chissà di quanti non si ha nemmeno questo.
Piccole storie inserite nella grande Storia che noi tutti abbiamo il dovere di scovare, riscoprire e riportare all’onore della Memoria collettiva.
A Padova, precisamente a Terranegra, sorgono il Sacrario Nazionale dedicato all’Internato Ignoto ( dove i famigliari che lo desiderano possono far apporre una marmetta ricordo) e il Museo Nazionale dell’Internamento che raccoglie documenti e fonti di diverso tipo. Dal 2007 la Repubblica Italiana assegna ai parenti che ne fanno richiesta una Medaglia d’Onore in memoria dei cittadini italiani deportati e internati nei lager. Una medaglia simbolica, ma importante tassello per la nostra memoria storica che perlomeno conserva nell’Albo i nomi dei nostri cari I.M.I. Una storia da custodire e tramandare per sempre alle future generazioni.

Stefania Salvato, Serata da amici (acquerello 2021)
ANCÓRA ÁNCORA. Al padre devoto, internato nei campi di concentramento.
testo e audiolettura di Daniela Babolin

Dal 2007 la Repubblica Italiana assegna ai parenti che ne fanno richiesta una Medaglia d’Onore in memoria dei cittadini italiani deportati e internati nei lager

Museo Nazionale dell’ Internamento, gestito da volontari dell’associazione A.N.E.I. (Associazione Nazionale Ex Internati) della Federazione di Padova
PER ANDARE OLTRE…


Teolo (PD), tramonto d’autunno
“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio.” “I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia.” “Pace, se lo dici e lo ripeti, magari poi si avvera.” (Mario Rigoni Stern)