LUCREZIA BORGIA (It)

.

RACCONTI IN RETE. INVITO ALLA LETTURA 

.

.

.

.

.

.

LUCREZIA BORGIA  

di  Ida RENZICCHI 

.

.

.

.

.

.

.

.

BASSANELLO E LUCREZIA. Introduzione di Ida RENZICCHI

.

.

..

.

..

.

Chi arriva a Vasanello, (già Bassanello), da qualunque strada provenga, non può non notare lo splendido castello la cui mole imponente domina e sovrasta in tutti i sensi la piazza principale del paese poiché questo è il monumento più importante che lo rappresenta.

Fin da piccola, questo maniero, ricco di storia, mi ha affascinato evocando in me non tanto le immagini della vita bella e spensierata vissuta certamente in quelle stanze da nobili e cortigiani, quanto cupe visioni di fatti misteriosi che dovevano essere accaduti tra quelle tetre mura. A tutto questo contribuivano in maniera non indifferente le chiacchiere di paese in merito alla presenza di una misteriosa botola nella quale, si raccontava, Lucrezia Borgia facesse precipitare i suoi amanti all’indomani di notti d’amore. Più verosimilmente, un simile trabocchetto poteva forse essere stato usato contro i nemici in tempi di guerra, oppure come montacarichi per il trasporto dai piani bassi a quello dove i nobili vivevano e consumavano i loro pasti.

Nasce quindi da una curiosità infantile l’idea di scrivere un breve studio su questa controversa protagonista della storia coperta da una infamante leggenda di assassinii, amanti e orribili incesti.

Naturalmente, non sono la prima persona interessata alla vita di Lucrezia Borgia, scrittori qualificati hanno parlato di questa nobile vissuta nel 1500 che non è passata inosservata alla storia e alla letteratura.

Il mio piccolo saggio si propone di raccontarne la vita nel modo più semplice e veritiero possibile esulando da tutte quelle forme romanzate che non rispondono in pieno alla verità documentata del personaggio e che ne hanno  falsato l’immagine nel corso dei secoli.

Di fondamentale importanza è il contesto storico che fa da contorno alla vita di Lucrezia influenzandola in maniera determinante e quindi assolutamente da non trascurare. Il mio breve testo, con il preciso scopo di una lettura facile e fruibile, espone quindi anche la situazione storico/politica del periodo, ma in modo conciso e solo per quanto necessario a comprenderla.

La presenza della protagonista nel nostro paese non è chiaramente documentata, tuttavia la si deduce dalla grande amicizia che legava Lucrezia Borgia a Giulia Farnese detta “La Bella”, amante del papa Borgia e moglie di Orsino Orsini proprietario del castello di Bassanello. Esiste una lettera nella quale Alessandro VI richiama a sé la bella amante recatasi a Bassanello dal marito e la invita, pena la scomunica, a non recarvisi più. Pur mancando notizie certe, possiamo immaginare che Lucrezia, abbia, qualche volta, accompagnato l’amica del cuore nel paese del marito di questa e si può facilmente supporre che, data la grande gelosia di Alessandro VI, Lucrezia possa essere stata spedita a Bassanello dal padre per far sentire sempre e comunque la sua presenza alla bella Giulia controllandone così, se pure a distanza le amicizie e le frequentazioni.

Lucrezia è una figura complessa… bella, raffinata, elegante e di grande cultura, cosa riservata alle nobili appartenenti all’alta aristocrazia italiana del XVI secolo – le sole appartenenti al sesso femminile a ricevere un’istruzione in tutta Europa – ma soprattutto è una donna sensibile ed innamorata che, più che carnefice, è vittima delle ambizioni e dei giochi di potere della sua famiglia e della storia.

Ella è innanzitutto figlia di un papa, Alessandro VI Borgia e sorella di Cesare Borgia il “Valentino”, il famoso “Principe” del Machiavelli, personaggi questi che hanno gettato oscure ombre sullo scenario italiano politico e religioso del tempo, rimanendo nella storia tristi figure di un potere terribile e corrotto e che saranno determinanti nella vita di questa giovane donna condizionandone in modo assoluto le scelte.

La vita di Lucrezia è un susseguirsi di colpi di scena, di cambiamenti radicali… da una fanciullezza esemplare ad una giovinezza tumultuosa, fino ad una maturità saggia… da lussi e sfarzi inimmaginabili ad un misticismo ed una semplicità quasi monacale che le faranno scegliere di essere sepolta con gli abiti di terziaria francescana… da “gonfaloniera delle cortigiane” a Roma a “madre del popolo” a Ferrara.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

PRIMA PARTE 

.

.

.

.

…Io sono la prostituta e la santa
Io sono la sposa e la vergine…

 

Il Tuono, mente perfetta – INNO A ISIDE –

(Codici di Nag i Hammâdi, NHC VI,2:13,1-21,32; Egitto; II, III secolo d.C.).

.

.

.

.

.

.

.

Lucrezia Borgia nasce a Roma nell’aprile del 1480, anche se alcuni storici affermano che sia nata a Subiaco. Notizie della sua nascita in questa cittadina provengono infatti dalla “Storia Sublacense”, redatta da don Alessandro Tummolini, studioso attendibile, il quale, nella stessa, riferisce anche della nascita di Cesare, fratello di Lucrezia, avvenuta anch’essa a Subiaco, quasi scusandosi con i suoi concittadini per aver divulgato tale notizia che avrebbe portato disonore alla città.

Prima di occuparci direttamente di questa controversa figura femminile, è però indispensabile dare uno sguardo veloce al contesto storico della sua nascita.

Lucrezia è figlia di un Cardinale, che diverrà poi Papa, ma questo non stupisce nessuno. L’Italia del quindicesimo secolo, ha infatti, una concezione molto liberale della moralità degli uomini di Chiesa e del loro ruolo. Essi mantengono apertamente delle concubine nel lusso delle loro residenze, vi allevano i loro figli e provvedono al loro avvenire. Le cariche religiose vengono vendute e l’onorabilità comperata. Osserverà il grande Machiavelli: “L’Italia è più corrotta degli altri paesi, noi Italiani siamo profondamente irreligiosi e cattivi perché la Chiesa dà l’esempio più funesto nelle persone stesse dei suoi ministri”.

Alle soglie del sedicesimo secolo, la società italiana è un incredibile miscuglio di barbarie, empietà e licenziosità cui fa da corollario uno straordinario sviluppo delle arti.

In questa Italia in fermento crescono il Beato Angelico e Raffaello, i Medici ed il Petrarca, l’Ariosto ed il Boccaccio. E’ un’epoca sanguinosa e carnale e il fenomeno rinascimentale non rimane indifferente ed estraneo alla vita del secolo: Michelangelo stesso dipinge il suo “Giudizio Universale”, ma contemporaneamente i sonetti libertini dell’Aretino.

E’ in questo scenario che fanno la loro comparsa i Borgia. Ma chi sono i Borgia?

.

.

La Famiglia Borgia; Dante Gabriele Rossetti, 1863.

.

.

I Borja (questo è il loro antico nome) sono spagnoli di origine ed esattamente di Yativa (o Xativa) della provincia di Valencia, dove nel dodicesimo secolo i loro antenati si erano particolarmente distinti nella lotta contro i Mori. Essi si stabiliscono a Roma verso la metà del Millequattrocento.

Il primo Borja, la cui reputazione oltrepassi i confini della Spagna, è Alonso, uomo dedito più agli studi che alla cavalleria, il quale, in seguito, con un colpo magistrale, riuscirà addirittura a diventare Papa.

Consigliere del Re d’Aragona e vescovo di Valencia, quando il Re si stabilisce a Napoli, Alonso lo segue ed il suo nome si italianizza in Alfonso Borgia.

Comincia da qui l’inarrestabile scalata di questa nuova dinastia, che resterà tristemente famosa nella storia e che vedrà coinvolto nelle sue vicende anche il nostro territorio della Tuscia.

Nel 1433 l’allora Pontefice Eugenio IV, investe il signore di Bassanello Gentile Migliorati con passaggio di feudo, alla sua morte, alla moglie Elena Orsini ed ai figli della stessa.

Nel 1444, sempre lo stesso Eugenio IV nomina cardinale, Alfonso Borgia, lodandone il talento e l’abilità diplomatica quando, come consigliere del Re d’Aragona, riesce a riconciliare questi con la Santa Sede.

Ben presto il Cardinale Borgia è noto a tutta Roma: il suo viso emaciato, i grandi e profondi occhi scuri… il suo prestigioso savoir faire sono sulla bocca di tutta la città.

In quel periodo, fra le potenze che si spartiscono l’Italia (Alfonso I a Napoli, i Medici a Firenze, gli Sforza a Milano e la Repubblica Serenissima a Venezia), regna la pace di una tregua iniziata sotto Papa Eugenio IV che prosegue con il suo successore Niccolò V.

Alla morte di quest’ultimo, per non turbare il fragile equilibrio fra gli Orsini ed i Colonna, due grandi famiglie romane rivali da secoli che ora si contendono il Papato, si rende necessaria la nomina di uno straniero al Soglio Pontificio.

L’8 aprile 1455, ad età molto avanzata, ben 77 anni, viene così eletto, come candidato di compromesso, Alfonso Borgia che prenderà il nome di Callisto III.

Il nuovo Pontefice, nonostante austero e riservato, non si sottrae all’uso del nepotismo, tranquillamente praticato ed accettato all’epoca.

Egli si trova in una città straniera che, pur se da sempre tollerante e cosmopolita, manifesta però un autentico disprezzo per gli Spagnoli.

E’ evidente il contrasto tra la nuova cultura rinascimentale italiana che esalta il gusto del bello e del raffinato nelle arti, ma perfino nel vestire ed addirittura nel camminare e nel mangiare e questi rozzi Spagnoli, al punto che a Roma si ironizza pesantemente su una presunta scarsa confidenza di quel popolo con il sapone dicendo che “se il vento spirava

bene, si sentiva l’avanzare di una compagnia di Spagnoli ad un miglio di distanza “.

Dal momento in cui le campane delle chiese di Valencia annunciano che un figlio di Aragona è diventato Papa, tutti i Borgia, sorelle, cugini, nipoti e parenti di ogni ordine e grado, si gettano su Roma, avidi dei benefici e delle ricchezze che possono trarre da tanto illustre parentela.

Non è sicuro che Papa Callisto III abbia avuto un figlio: forse Francesco, canonico di San Pietro a Roma e più tardi Vescovo di Cosenza, ritratto dal Pinturicchio. Ma, se fosse vero, il Papa non se ne occupa più di tanto, mentre invece sostiene e protegge senza limiti i suoi due nipoti preferiti: Pier Luigi (Pedro) e Rodrigo, figli di sua sorella Isabella, passata alla storia come l’unica donna che abbia avuto un Papa come fratello e per figlio un altro Papa.

Pier Luigi sarà ricchissimo e potente: Capitano della Chiesa, Governatore di Sant’Angelo (titolo strappato agli Orsini che non dimenticheranno tale torto), Duca di Spoleto, Governatore di Terni, Narni, Todi, Rieti, Orvieto, Amministratore dei beni della Santa Sede, Prefetto di Roma e Gonfaloniere della Chiesa.

La Vergine raccomanda Siena a Callisto III; Sano di Pietro, 1455. Pinacoteca Nazionale di Siena, Italia. 

Rodrigo, che studia diritto canonico a Bologna, impiegherà solo sedici mesi, anziché i cinque anni previsti, per diventare dottore in questa materia.

Lo zio Pontefice, Callisto III, lo nomina Principe della Chiesa (Cardinale) ancora prima di essere ordinato prete.

A soli ventisei anni, il Cardinale Rodrigo Borgia, diventa titolare del posto di Vice-Cancelliere, ossia “occhio destro del Pontefice”, come veniva chiamata tale importantissima carica di enorme prestigio e potere che, se da una parte gli permette di costruire la sua fortuna, contemporaneamente gli crea numerose inimicizie poiché questa invasione di Spagnoli, dall’ambizione senza limiti e maestri nello sfruttare il prossimo, suscita non pochi malumori nella ricca società romana.

A onor del vero, lo zio Pontefice non esercita alcuna autorità né controllo sui nipoti. Preso dalle incombenze della sua carica e dal pensiero di organizzare una Crociata, Callisto III, dopo aver concesso loro un potere rilevante, si disinteressa completamente del loro operato. Di salute piuttosto cagionevole, il Pontefice dirige gli affari della Chiesa più dalla sua camera da letto che dalla sontuosa sala delle udienze e liquida le frequenti lamentele sulla condotta di Pedro come semplici espressioni di ostilità verso gli Spagnoli.

Pier Luigi, arrogante e convinto di esercitare sui Romani un’autorità indiscutibile, è considerato un usurpatore con il solo merito di essere nipote del Papa e suscita intorno a sé un odio profondo.

Al contrario, Rodrigo, di indole brillante ed affabile, sa farsi benvolere. Ecco come lo descrive in uno scritto inviato al duca Ercole, l’ambasciatore di Ferrara, in seguito ad una visita del 1493: “…E’ persona di ingegno grande et eccellente e di indole squisita; i modi sono di figlio di un gran principe; particolarmente l’umore ha sereno e gaio e tutta festa….Il suo contegno è di molto maggiore e preferibile effetto che non quello del fratello, il duca di Gandia…”.

Quando Callisto III, ormai vecchio, inizia a mostrare segni di debolezza, si manifestano anche i primi sintomi di ostilità verso i Borgia e, a Roma, le vecchie signore della famiglia, consapevoli della nuova situazione, fanno di tutto per passare inosservate nascondendosi sotto i loro veli neri…

Pier Luigi sarà costretto a fuggire e morirà in esilio in una fortezza che si apprestava a difendere.

Rodrigo, grande stratega e di gran lunga il più abile della famiglia, non si preoccupa eccessivamente che il suo fastoso palazzo venga saccheggiato dalla plebaglia… egli ne possiede molti altri… ma, con enorme saggezza e prudenza, si prepara invece all’imminente successione allo zio Papa. Data la palese ostilità degli Orsini, che non avendo infatti mai perdonato a Pier Luigi di avere preso loro il Governatorato di Sant’Angelo sono al momento i più agguerriti contro i Catalani, egli si appoggia alla famiglia Colonna.

Il 6 agosto 1458 Callisto III muore. Al suo capezzale c’è solo l’amato nipote Rodrigo.

La storia è molto severa con il primo dei Papa Borgia: all’indomani della sua morte il “Liber Pontificalis” scrive: “Incapace nel Pontificato, si preoccupò solo di accumulare denaro e di allevare i nipoti…”.

Rodrigo però riconosce allo zio il merito di aver fondato la dinastia Borgia d’Italia e con gratitudine e coraggio si occupa delle esequie di questo Pontefice, di cui i suoi pari vogliono dimenticare l’esistenza.

Per il giovane Cardinale sono momenti avversi: lo zio, Callisto III, il primo papa Borgia, è morto, anche Pier Luigi Borgia, suo fratello, è morto e c’è una ostilità palpabile dei Romani verso questi parvenus Spagnoli i quali, considerati fino ad allora straccioni e gente di bassa cultura, hanno fatto man bassa di onori e ricchezze insediandosi nei posti di maggior potere.

Callisto III nomina cardinale Enea Silvio Piccolomini; Pinturicchio. Duomo di Siena.

Rodrigo affronta con coraggio e supera con insolenza le difficoltà di questo periodo sfavorevole. Dà addirittura l’impressione di voler aiutare nella scelta dell’uomo migliore ad essere eletto Papa.

Due opposte fazioni si disputavano il titolo: una parte dei Porporati appoggiava il ricchissimo Cardinale francese d’Estouteville, mentre un’altra sosteneva che il Papa doveva essere un italiano e che si dovesse scegliere fra il Cardinale di Siena, il Piccolomini, o quello di Bologna. Ed ecco che il genio diplomatico dei Borgia riesce, con un colpo magistrale, a volgere nuovamente le cose a proprio favore.

Dopo quattro giorni di intrighi, il conclave decide di eleggere il Papa per acclamazione anziché con scrutinio segreto.

In virtù del titolo di Vice-Cancelliere che gli aveva conferito Callisto III, il primo a prendere la parola è proprio Rodrigo Borgia e con la sua frase “Mi pongo dalla parte del Cardinale di Siena”, induce tutti gli Italiani a votare per Enea Silvio Piccolomini. Quest’ultimo, subito eletto Papa con il nome di Pio II, non dimenticherà l’appoggio decisivo del Borgia al quale, come tacita ricompensa, permetterà di conservare intatte tutte le sue cariche ed i privilegi per quattro pontificati.

Tra il nuovo Pontefice ed il giovane Cardinale si stabilisce subito una collaborazione intensa. Pio II considera Rodrigo un uomo “eccezionalmente abile“ e lo vuole sempre al suo fianco.

Da parte sua, Rodrigo, lo ripaga con una lealtà ed una obbedienza assolute e segue le regole monastiche e puritane di questo nuovo Capo della Chiesa, uomo di cultura, frugale nel mangiare e indifferente alla mondanità ma, in compenso, molto sensibile allo sfarzo delle cerimonie religiose di cui Rodrigo è un vero maestro. Rimane famosa nella storia una processione del Corpus Domini organizzata dal fedele Cardinale.

Rodrigo può quindi stare tranquillo: egli è ancora, e forse di più, ricco, potente e corrotto.

Una sola volta Pio II è costretto ad una pesante reprimenda nei confronti del giovane ed esuberante Cardinale spagnolo a causa di una piccola orgia alla quale si diceva avesse partecipato in occasione di un suo viaggio a Siena. Ad ulteriore dimostrazione dell’amoralità e della doppiezza che permeava il mondo ecclesiastico di quell’epoca, il rimprovero papale sarà non tanto per il peccato carnale, quanto per il pettegolezzo che ne era scaturito.

Nel 1474, il notaio Camillo Beneimbene celebra a Palazzo Borgia le nozze tra messer Domenico d’Arignano e Vannozza Cattanei, matrimonio che intende dare copertura legale alla relazione amorosa, nota a tutta Roma, tra il giovane Cardinale e questa borghese, di origine lombarda, figlia di mercanti che, nel 1474, partorisce Juan (Giovanni) e nel 1476 Cesare.

Quando nel 1480 nasce Lucrezia, le rendite annue di Rodrigo Borgia, dei suoi arcivescovadi di Valencia, Porto e Cartagine e delle abbazie spagnole e italiane di sua

proprietà, sono stimate del valore di diciottomila fiorini d’oro, cifra esorbitante, degna di un piccolo monarca.

Due anni dopo Lucrezia, nasce Goffredo. Per dovere di cronaca, dobbiamo dire che prima di conoscere Vannozza (diminutivo di Giovanna), Rodrigo ha già avuto altri tre figli: due femmine ed un maschio di cui noi non ci occuperemo.

La sua amante, Vannozza, gode di una certa onorabilità, vive in un palazzo vicino al suo a Piazza di Pizzo di Merlo e, rimasta vedova, le viene procurato perfino un nuovo marito, Giorgio della Croce, milanese, il quale riceverà addirittura un salario per permettere ai piccoli Borgia di essere considerati, a tutti gli effetti, bambini “legittimi”.

Vannozza è una compagna discreta e sottomessa, sicuramente intelligente e molto bella ma, soprattutto, capace di tenersi accanto, per una quindicina d’anni, il più affascinante tra i Cardinali in una relazione nota a tutta Roma che finisce con l’assumere l’aspetto di un matrimonio morganatico.

E’ una donna prudente che ha l’intelligenza di accontentarsi della fortuna dei suoi figli, vivendo al di fuori delle cose pubbliche, tanto che il suo nome non verrà mai legato, neppure dai più accaniti nemici, alle nefandezze della famiglia.

Vannozza è anche molto avveduta e sa amministrare bene le ricchezze avute in dono dal Borgia, che è generosissimo. Ella si distingue dalle altre cortigiane che quasi sempre, dopo una vita di lussi sfrenati, finivano la vita in solitudine e miseria.

Ritratto di donna (presunto ritratto di Vannozza Cattanei); Innocenzo da Imola. Galleria Borghese, Roma.

Lucrezia, nata nel 1480 nel palazzo romano di sua madre, unica figlia femmina, fin dalla nascita è molto amata da Rodrigo Borgia. La piccola ha gli occhi di un indefinibile color grigio-azzurrino e lo stesso mento sfuggente del padre. I suoi capelli saranno biondi e la figura sottile, in contrasto con i capelli scuri e la corporatura robusta di Rodrigo. La fanciulla ha sangue spagnolo nelle vene, un carattere passionale ed una grande fiducia in sé stessa che in più di un’occasione le sarà preziosa.

Trascorre la sua infanzia felice nella casa di Piazza di Pizzo di Merlo dove vive con i suoi fratelli e con la madre Vannozza che si è risposata quando Lucrezia aveva pochi mesi.

Sette anni dopo, nuovamente senza marito, ma sempre sotto la potente protezione del Borgia, la madre sposa un certo Carlo Canale di Mantova.

Dopo la nascita del quarto figlio, Rodrigo comincia a diradare le visite alla sua concubina e quando questa con il terzo marito si trasferisce in una nuova casa, decide di affidare i suoi figli ad una nipote che gode della sua fiducia e che egli giudica più colta e raffinata della Vannozza.

Costei è Adriana de Mila, sposa e vedova di Lodovico Orsini, erede del Castello di Bassanello, raffinata donna di mondo che eserciterà un’influenza decisiva nella formazione della piccola Lucrezia.

Adriana de Mila, nata a Roma, è di origine spagnola. Suo padre era venuto infatti in Italia con la prima ondata di Catalani dopo l’elezione di Papa Callisto III.

La donna assume professori di francese, di latino, di spagnolo e di musica e affida l’educazione religiosa della bambina alle suore di San Sisto.

A dieci anni Lucrezia, nei suoi primi vestiti di broccato, è la gioia di suo padre e Cesare, il secondo figlio, il suo orgoglio.

Nel 1489, Adriana de Mila, donna molto ambiziosa, combina il matrimonio di suo figlio Orsino Orsini, allora sedicenne, con Giulia Farnese una giovinetta quindicenne che i romani chiamano “Giulia La Bella“, figlia di Pier Luigi dei duchi di Parma e Piacenza e di Giovannella Caetani, nonché sorella di Alessandro Farnese che salirà al trono pontificio con il nome di Paolo III.

La giovane sposa, oltre alla bellezza porterà con sé anche una dote rilevante e, per il castello di Bassanello, sarà questo il periodo di massimo splendore.

Giulia Farnese non passa certo inosservata, la sua avvenenza che ispira già i pittori più famosi non sfugge neanche all’attenzione del Cardinale Borgia che se ne invaghisce e, a ben cinquantotto anni, forte del suo potere e delle sue ricchezze, ritrova una seconda giovinezza e sottrae la splendida fanciulla al marito.

Tutta Roma è a conoscenza della relazione amorosa tra Giulia “la Bella” – titolata anche “Sposa di Cristo” – e il Cardinale, quando questi ascenderà al soglio pontificio.

E’ pur vero che Orso Orsini è del tutto insignificante, sgradevole nell’aspetto, affetto da una deturpante foruncolosi e orbo di un occhio, e che Adriana de Mila, prevedendo tutti i vantaggi che le potrebbero derivare dalla complicità con il Borgia, acconsente a che il figlio rimanga nel castello di Bassanello mentre la nuora, amante del Borgia resta a Roma e diventa la dama d’onore della dodicenne Lucrezia la quale, figlia del vice Cancelliere della Chiesa e con papa Callisto III tra i suoi ascendenti, è al vertice della gerarchia sociale romana.

Rodrigo, di circa quarant’anni più vecchio di Giulia, è gelosissimo della bella e giovane amante.

Egli non si cura di rendersi ridicolo di fronte a tutta Roma, non si preoccupa del fiume di maldicenze che inonda la famiglia Borgia, le scrive lettere di fuoco e la rimprovera addirittura quando la giovane sposa si reca a Bassanello da suo marito Orsino Orsini:

“…Abbiamo udito che avete nuovamente rifiutato di tornare da  noi senza il consenso di Orsino. Conosciamo la malvagità della vostra anima e dell’uomo che vi guida, ma non avevamo pensato per un sol momento che sareste data capace di venir meno al vostro solenne giuramento di non avvicinare Orsino. Ma voi l’avete fatto mettendo a repentaglio la vostra vita stessa per recarvi a Bassanello e cedere ancora una volta ai desideri di quello stallone. Pertanto vi ordiniamo con questa, sotto pena di scomunica e di eterna dannazione, che non vi rechiate mai più a Bassanello”.

Orsino Orsini morirà tragicamente a Bassanello, il 31 Luglio del 1500, sorpreso nel sonno dal crollo del solaio.

La dama e l’unicorno (presunto ritratto di Giulia Farnese); Luca Longhi.

.

Siamo nel 1492. Il 25 luglio muore Innocenzo VIII e, all’età di 62 anni, Rodrigo Borgia, che ha portato sul trono tanti Pontefici, s’impadronisce finalmente delle Chiavi di San Pietro.

Anche questo conclave vedrà due potenti famiglie contendersi il papato: da una parte Ascanio Sforza, dall’altra Giuliano della Rovere forte dell’appoggio di Carlo VIII di Francia, del re Ferrante di Napoli e della Repubblica di Genova.

Ma Rodrigo Borgia, che ha atteso pazientemente il suo momento, li sbaraglia entrambi comprando spudoratamente i voti dei cardinali sia con ingenti somme di denaro che con elargizioni di castelli, chiese e abbazie, come riferisce Stefano Infessura, lettore all’Università di Roma, nella sua cronaca del tempo.

A suffragare questa tesi sull’acquisto dei voti in conclave da parte del Borgia, abbiamo gli scritti dello storico fiorentino Francesco Guicciardini, pur se, a onor del vero, bisogna dire che il Guicciardini nutriva una palese animosità verso gli Spagnoli e che l’allora maestro di cerimonie Johannes Burchard, funzionario arido ma scrupolosissimo, vigilò impeccabilmente affinché venisse rispettata alla lettera la ferrea regola della segretezza violata solo, tanti anni prima, dal Piccolomini.

Esiste però una testimonianza ulteriore a conferma della teoria del Guicciardini, ed è quella dello storico milanese Corio, studioso moderato, il quale affermava che il Cardinale milanese Ascanio Sforza si era ritirato dalla competizione dopo una generosa elargizione di monete d’oro.

Alessandro VI, è questo adesso il suo nome, quella mattina del 1492 esclamerà: “Eccomi diventato Papa, sovrano Pontefice, Vicario di Cristo”.

La “possessio”, ossia la processione che va da S. Pietro al Laterano, e l’incoronazione di Alessandro VI, saranno le cerimonie più brillanti che Roma abbia mai visto.

Il 26 agosto, lo splendore dello spettacolo è incontestabile. Michele Fermo, scrittore dell’epoca, descrive accuratamente lo sfarzo della cerimonia. Le strade percorse dal corteo sono decorate a profusione con paramenti, altari, statue, cartelli dalle scritte pagane: “Roma era grande sotto Cesare, ora è più grande! Ora regna Alessandro VI! Cesare era un uomo, questi è un Dio!”.

Il toro dello stemma dei Borgia è rappresentato ovunque, davanti al palazzo di San Marco ne viene eretto uno di cartapesta che versa ininterrottamente acqua dalla bocca e vino dalla fronte.

Quando il Papa, in sella ad un cavallo bianco, dopo lunghe ore di corteo raggiunge il Laterano, ha un leggero svenimento da cui subito si riprende. Sarà questa la prima di una serie di sincopi che rallegreranno l’animo dei suoi nemici.

Ora, se già lo zio Callisto III si era circondato di amici e parenti, ancora di più lo sarà Alessandro VI, al punto tale che il suo nome sarà sinonimo di nepotismo.

Ecco quindi nuovamente una vera e propria invasione di Catalani, anche questa volta malvista dai Romani e dagli Italiani, ma il nuovo Papa non si cura affatto delle critiche e delle ostilità… egli, rispettando abilmente le forme, elargisce cariche e favori e si circonda di persone che gli devono tutto.

L’ascesa al soglio pontificio, i festeggiamenti che ne sono seguiti nonché le ricompense varie hanno però prosciugato le casse papali e reso quindi necessario ed urgente reperire nuove entrate, visto che i proventi derivati dal quasi monopolio sulla produzione dell’allume di rocca proveniente dalle miniere della Tolfa ed indispensabile per la tintura dei tessuti, non riescono più a coprire le spese sostenute.

Ritratto di Papa Alessandro VI; Cristofano dell’Altissimo, olio su tela cm.59×44. Corridoio Vasariano, Firenze.

.

E’ così quindi che la vendita delle indulgenze e degli uffici ha una sviluppo talmente notevole da suscitare scandalo perfino in quella società già tanto corrotta da sembrare capace di accettare qualsiasi nefandezza.

A tale proposito viene istituito addirittura un apposito ufficio, la “Dataria”, ai cui fondi il Papa può accedere direttamente evitando così una imbarazzante burocrazia.

In questo periodo, Lucrezia e Giulia Farnese sua dama d’onore, nonché amante del padre, vivono insieme. Giulia benché già sposata ha solo quattro anni più di Lucrezia  e le due giovanette sono praticamente come sorelle.

Lucrezia è una fanciulla e si comincia a pensare seriamente al suo matrimonio che dovrà essere un investimento e portare quindi ricchezze ed onori alla famiglia Borgia stringendo, se necessario, alleanze e rafforzando legami.

Precedentemente alla sua elezione a Papa, Alessandro VI aveva promesso la figlia prima ad un giovane catalano, Don Juan Cherubino de Centelles, poi a Don Gasparo da Procida, figlio del conte d’Alversa.

Ma poco tempo dopo l’ascesa al trono pontificio, la “ragion di Stato” cancella i nomi dei promessi e viene deciso che a sposare Lucrezia sarà Giovanni Sforza, giovane vedovo di 26 anni, nipote di Ludovico, bastardo, ma erede di Costanzo di Pesaro.

Il padre intanto è occupato ad allontanare i due promessi sposi precedenti.

Gasparo da Procida, arrivato a Roma accompagnato dal padre, minaccia una strage, ma alla fine, per tremila ducati, se ne starà buono e calmo.

Quanto a Centelles che sta in Spagna e non ha mai visto Lucrezia, è lontano, dall’altra parte del Mediterraneo e non può nuocere.   

E’ così che la tredicenne Lucrezia Borgia il 12 giugno del 1493, di mercoledì, sposa Giovanni Sforza, conte di Cotignola, signore di Pesaro e Gradara.

Ci vorrebbe davvero molto per descrivere lo sfarzo della cerimonia nuziale ed i sontuosi festeggiamenti che ne seguirono.

Il Burchard e l’Infessura ne parlano ampiamente nelle loro cronache dell’epoca, mentre nessuna relazione precisa ci è pervenuta su ciò che avvenne la sera di quel 12 giugno. Alcuni storici dell’epoca sostengono che la giovane Lucrezia non dà prova di maturità sufficiente e che il matrimonio sarà consumato solamente dopo sei mesi di paziente attesa da parte del consorte Giovanni Sforza.

.

.

.

SECONDA PARTE 

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

Ritratto di donna (presunto ritratto di Lucrezia Borgia); Bartolomeo Veneto, 1500-1510. National Gallery, Londra, Regno Unito.

.

Lucrezia, ormai sposa, impara lentamente a diventare contessa.

Imita le dame del suo ambiente e, consapevole del grande affetto del padre, comincia a servirsi della sua influenza su di lui. Un cronista dell’epoca riferisce al riguardo: “…la maggior parte di coloro che vogliono ottenere una grazia dal Papa devono passare dalla sua porta”.

Tutta Roma sa che chiunque voglia ottenere qualcosa da Alessandro VI deve rivolgersi alle tre donne: Adriana la complice, Giulia l’amante indiscussa e Lucrezia la figlia amatissima.

Mentre il marito, nel bel mezzo dell’estate, se ne torna a Pesaro da dove rientrerà solo agli inizi di Novembre per adempiere ai doveri coniugali e per incassare la favolosa dote della sposa di ben trentacinquemila ducati, Lucrezia è felice a Roma, a Santa Maria in Portico dove occupa il suo tempo in cure di bellezza. Ella si lava i capelli tutti i giorni e forse li schiarisce, inventa creme e ciprie e si tinge le sopracciglia di nero per mettere ancora più in evidenza la sua carnagione chiarissima.

Il suo guardaroba poi è degno di una principessa. Le cronache del tempo si soffermano ampiamente sulla ricchezza dei suoi abiti, uno sfarzo ammirato ed invidiato da tutta la nobiltà romana e che non ha pari in tutte le corti d’Europa.

Nel frattempo Giulia ha dato alla luce una bimba, Laura, che nel 1505 sposerà Nicola della Rovere, nipote di Giulio II. All’epoca, molti ritennero, erroneamente, che la bambina fosse figlia del Papa al quale, comunque, assomigliava molto.

Troviamo inciso il nome di Laura Orsini sopra l’architrave della porta del secondo piano del castello di Bassanello, mentre in Comune è conservato lo “Statuto di Bassanello” firmato da Nicola, Laura e Giulio della Rovere.

Ma torniamo al nostro personaggio.

Lucrezia, presa dalla cura di sé, dalla vita mondana e dalla nascita della piccola Laura Orsini che adora, non ha sentito poi più di tanto la mancanza del marito ma è felice quando questi ritorna ed il loro accordo è adesso perfetto.

Nel frattempo, però, i giochi di potere sono cambiati: gli Sforza a Milano parteggiano per la venuta di Carlo VIII e, Alessandro VI, sotto la minaccia di una invasione dei francesi intenzionati a dare l’assalto a Napoli, si allontana ipso facto dai Milanesi e si riavvicina ai Napoletani.

Tutto questo non gioca a favore del marito di Lucrezia: gli Sforza sono i suoi parenti ed i Borgia quelli di sua moglie. Ecco cosa scrive Giovanni, sicuramente in grande ansia nell’incertezza della sua situazione, allo zio, Ludovico il Moro: “Ieri sera il Papa mi ha interpellato: «Giovanni, che cos’hai da dirmi?». «Santo Padre, a Roma tutti pensano che abbiate stretto un accordo con il re di Napoli, nemico del duca di Milano. E’ vero? Io mi verrei a trovare in una posizione difficile: al servizio di Vostra Santità sarei costretto a servire il napoletano contro il milanese. Grande sarebbe la mia angoscia! Napoli o Milano? Supplico la Santità Vostra di non costringermi a farmi avversario del mio stesso sangue e a infrangere i doveri ai quali sono tenuto verso Vostra Santità e verso lo stato milanese. » ….”

Giovanni Sforza, conte di Cotignola e Signore di Pesaro e Gradara.

Giovanni decide quindi di allontanarsi da Roma prima che la situazione si aggravi e coglie il pretesto di presentare la moglie ai suoi sudditi di Pesaro.

Alessandro VI accetta di buon grado la partenza della figlia, soprattutto perché a Roma imperversa la malaria ed il Pontefice teme per la sua salute. Consiglia anzi di portare anche Giulia ed Adriana. Le segue anche Vannozza, madre di Lucrezia.

Il corteo avanza lentamente lungo la penisola, seguito da armigeri e servitori. Ad ogni tappa, in ogni borgata o paese, i signori del luogo si offrono per ospitare le dame ed i cavalieri in modo adeguato al loro rango ed il popolo acclama al loro passaggio.

Solo un improvviso temporale disperderà la folla e costringerà il corteo ad affrettarsi verso il castello di Pesaro dove trovare rifugio.

Nella sua nuova abitazione Lucrezia quattordicenne trascorre giorni felici, potrebbe continuare gli studi ma preferisce la musica e la pittura ed imparerà a dipingere su ceramica: d’altronde Faenza non è lontana ed i Pesaresi sono maestri nell’arte della maiolica.

Il dominio di Pesaro è piccolo, ma a Lucrezia sembra immenso ed anche Giulia nei primi giorni del suo soggiorno apprezza questa vita tranquilla ma piena di piccole soddisfazioni.

Così scrive al Papa: “Qui si continua a fare festa, a danzare, a cantare, si recitano egloghe in latino ed in volgare come meglio a Roma non si potrebbe. La signora Lucrezia ed io andammo a ballare alla festa ed era bellissimo vedere tanta gente in un luogo simile. Eravamo tutte e tre vestite magnificamente e si sarebbe detto che avevamo spogliato Firenze dei suoi broccati…..”.

Giulia però, dopo l’entusiasmo della novità e di tutti i festeggiamenti dati in loro onore, comincia ad annoiarsi, a sentire la mancanza dei fasti di Roma dove il suo potere è grande e, dove grazie ad esso, può fare le fortune proprie e degli altri.

Continua così la sua lettera ad Alessandro VI: “Forse Vostra Santità crederà che siamo tutta gioia ed allegria. Ma è falso, perché sono lontana da Vostra Santità da cui dipendono tutto il mio benessere e la mia felicità e non posso quindi gustare con piacere a mio agio tutte queste gioie e, anche se fossero più grandi, le gusterei con dispiacere, perché là dove è il mio tesoro si trova il mio cuore. State certo che conto i giorni che ci restano da passare qui, perché infine se non si è ai piedi di Vostra Santità, tutto non è che apparenza.”

Giulia vuole quindi partire da Pesaro e quando suo fratello Alessandro Farnese richiede la sua presenza a Capodimonte, culla della famiglia, ella parte accompagnata da Adriana de Mila, anche lei annoiata dalla quiete della provincia.

Il viaggio, purtroppo, si conclude tragicamente. Al suo arrivo Giulia trova che il fratello minore Angiolo è morto. Nessuno ha potuto infatti salvarlo da una improvvisa malattia e Giulia, arrivata troppo tardi al castello di famiglia, ne resta così profondamente sconvolta da averne la febbre.

Il Papa scrive alla figlia Lucrezia rimproverando aspramente lei ed il marito per non averlo consultato sulla partenza di Giulia: “….In avvenire cerca di esser più attenta e diligente. Madonna Adriana e Madonna Giulia sono arrivate a Capodimonte dove hanno trovato il fratello di Giulia morto. In verità il Signore Giovanni e te stessa avete avuto molto poco riguardo per Noi ……”.

Certamente Giovanni Sforza ha dimostrato mancanza di intuizione e di diplomazia, cosa che il Papa non dimenticherà e che avrà conseguenze spiacevoli sia per lui che per la bella Farnese.

L’estate del 1494, con l’arrivo dei Francesi guidati da Carlo VIII, vede una serie di sconvolgimenti.

Milano apre le porte agli invasori e riceve sontuosamente il piccolo re gracile, brutto e, si dice, così sproporzionato da sembrare un mostro al comando di un’orda “spaventosa da vedere, piena di avanzi di galera, di cattivi soggetti sfuggiti alla giustizia e soprattutto di gente col marchio del giglio di Francia impresso sulla spalla… Compagnia gagliarda ma poco disciplinata”. E’ così che Pierre de Bourdelles, abbé e Seigneur de Brantome, abile novellatore francese, descrive le truppe del re di Francia.

I barbari, eredi dei Galli, arrivano intanto a Firenze, dove il Savonarola tuona contro la licenziosità e l’empietà del clero e vengono accolti alla luce delle torce brandite dai Toscani che hanno cacciato Piero dei Medici che voleva invece combattere i Francesi.

Alessandro VI è preoccupato, manda a dire a Carlo VIII che a Roma c’è la peste e la carestia, che lo affiancherà in una futura crociata…

Ma il re di Francia non teme nulla ed il Papa, soprattutto in seguito ad un episodio in cui è coinvolta la bella Giulia, è costretto ad accogliere gli invasori senza opporre alcuna resistenza ed a munirli addirittura di una bolla papale che permetterà loro di passare, con il suo permesso, sulle terre della Chiesa.

Cosa è successo infatti alla bella Giulia Farnese?

Di ritorno da Capodimonte, dove ha seppellito il fratello Angiolo, Giulia passa per Viterbo dove il piccolo corteo cade nelle mani di una pattuglia francese al comando di Yves de Tourzel d’Alègre. Resosi conto di aver catturato l’amante del Papa, il D’Alègre chiede tremila ducati per il suo riscatto.

Il Papa, sconvolto, accetta e manda immediatamente la somma richiesta. A Roma si assicura che egli ne avrebbe pagati anche di più pur di riavere la sua amante, che  torna quindi a Roma accompagnata da ben quattrocento soldati francesi: “La scorta di Giulia”, si dirà.

Il Papa andrà ad accogliere il corteo alle porte di Roma e dovrà passare attraverso un lungo seguito di umiliazioni da parte degli invasori.

Carlo VIII arriva a Napoli senza difficoltà, offre ai napoletani un nuovo re e porta loro il “mal francese”, la sifilide, da cui si libereranno più difficilmente che dall’invasore stesso.

La venuta dei Francesi che, con poche ma cruente battaglie hanno percorso la penisola ed invaso il Regno di Napoli, ha sgretolato quel mosaico italiano di piccoli stati. Tuttavia saranno proprio il malcontento e le umiliazioni causate da tale situazione a riunire l’ex Re di Napoli, il Doge di Venezia,  Massimiliano di Germania il Genovese, e, dopo essersi tanto combattuti, Ludovico Sforza ed il Santo Padre.

Alessandro VI in adorazione della Madonna con Bambino (il volto della Madonna potrebbe essere quello di Giulia Farnese); copia dell’affresco del Pinturicchio realizzata da Pietro Facchetti.

.

I romani, con sottile e sprezzante ironia, coniarono il termine “ludovicheggiare”, che significa imbrogliare, proprio per definire questi giochi politici, traendo spunto dal nome del signore milanese che con grande disinvoltura passava dall’una all’altra parte secondo il proprio tornaconto. Ludovico Sforza che prima aveva chiamato in Italia i Francesi, resosi conto dell’errore commesso, compie un voltafaccia radicale che inizia con una orrenda, macabra processione: i cadaveri dei soldati dell’armata di Francia, conservati nel sale, vengono trasportati a dorso di mulo per le strade di Milano. Anziché orazioni funebri, il Moro beffardamente pronuncia: “Sono arrivati freschi, ripartono in salamoia”.

Commines, l’osservatore di Carlo VIII, preoccupato da questa coalizione, consiglia al Re di tornare in Francia, essendo il Savonarola l’unico loro alleato rimasto.

Carlo VIII si decide quindi a lasciare l’Italia. Sarà lui adesso ad essere umiliato.

Al Nord, per poco, il Re non è fatto prigioniero.

Sarà costretto ad abbandonare i suoi bagagli: arazzi, sigilli d’oro, reliquie religiose del suo altare mobile contenente un pezzo della Croce di Cristo, un lembo del mantello della Vergine, un album di ritratti femminili…

Finalmente, partiti i Francesi, il Papa, che aveva trascorso l’inverno ad Orvieto, torna in Vaticano e riprende in mano le sorti di Roma e della sua famiglia.

Lucrezia, sola, lontana da Roma e dai parenti, si è ammalata ed il padre ne è molto preoccupato.

Quando finalmente si ristabilisce, accompagnata dal marito e da ottanta cavalieri, rientra nella Città Eterna dove riprende il suo posto e dove le si offrono tutti i piaceri della vita mondana: balli, mascherate, tornei…

Roma conosce il periodo più brillante della sua storia.

Tutti i sovrani d’Europa impallidiscono d’invidia davanti alle ricchezze, allo sfarzo ed alle feste della Corte papale di cui la giovane fa parte. La sua condotta è comunque esemplare: non un solo scandalo nella sua vita, segue anzi fedelmente il marito negli affari di famiglia.

Ma Alessandro VI ed i suoi figli decidono che Giovanni non è più uno sposo degno di Lucrezia e che è tempo di pensare ad un marito migliore.

Senza consultarla, il fratello Cesare fa un primo passo affinché Giovanni acconsenta all’annullamento del matrimonio. Costui, mediocre capitano e cattivo diplomatico, non sa decidersi. In un’atmosfera che gli è sempre più sfavorevole, parte per Pesaro e ne ritorna ancora incerto sul da farsi.

E’ nervoso, di cattivo umore, e Lucrezia, ignara di tutto, lo accusa di “non farle buona compagnia”, frase questa che verrà ben presto interpretata dai Borgia.

La famiglia decide di sopprimere Giovanni.

Lucrezia, Cesare e Alessandro VI alla corte papale; illustrazione di Georges Antoine Rochegrosse.

.

E’ un cronista di Pesaro a riferire: «Una sera, Giacomino, cameriere del signor Giovanni – allora a Roma – era nella camera di donna Lucrezia, Cesare entrò. Per ordine della giovane signora, Giacomino si era accovacciato dietro ad una poltrona. Cesare, credendosi solo con la sorella, parlò liberamente. Era stato dato l’ordine di uccidere suo marito, Giovanni Sforza. Lucrezia pianse e supplicò. Cesare uscì alzando le spalle. Quando si fu allontanato, la giovane disse a Giacomino: “Hai sentito, va’ ed avvertilo …”. Il cameriere obbedì subito. Senza neppure congedarsi da sua moglie, Giovanni si gettò su un cavallo e, ventre a terra, in 24 ore arrivò a Pesaro dove il nobile animale, sfinito, cadde morto».

Giovanni Sforza chiede inutilmente aiuto a Ludovico il Moro, patriarca della famiglia, al Cardinale Ascanio Sforza, a lungo suo protettore, ma nessuno fa niente per lui e, dopo la venuta di Carlo VIII, nessuno osa mettersi contro i potentissimi Borgia.

Bisogna dire però, che se anche Alessandro VI abbia mai pensato di far uccidere suo genero, il Conte di Pesaro, in realtà esita a farlo.

Gli invia invece un emissario, frate Mariano di Genazzano, acerrimo nemico del Savonarola e padre generale degli Agostiniani, famoso per la sua eloquenza e per la sua grande abilità di persuasione.

Non conosciamo gli argomenti con i quali l’abile messaggero convinse Giovanni, sappiamo solo che ottenne da costui ciò che voleva, una dichiarazione di non aver consumato il matrimonio.

I Borgia potranno così cominciare la procedura di annullamento e proporre una “virgo intacta” ai bei partiti che si presenteranno. In realtà Giovanni, la cui precedente moglie è morta di parto, dichiara a Ludovico che il matrimonio è stato consumato “più di mille volte”, ma questi ride della sua disavventura ed arriva a proporgli di provare pubblicamente la sua virilità, cosa che Giovanni rifiuta senza indugi.

Lucrezia stessa, quando il fratello Cesare le comunica il motivo che verrà addotto per ottenere l’annullamento, scoppia a ridere nervosamente.

Il divorzio di Lucrezia e di Giovanni da Pesaro è l’inizio della leggenda di Lucrezia Borgia, la più grande cortigiana che Roma abbia mai avuto, definita dai Romani stessi “gonfaloniera delle cortigiane di Roma”.

Giovanni, pieno di odio e di rancore, non potendo nuocere in altro modo alla potentissima famiglia della moglie, non si fa alcuno scrupolo di diffondere calunnie talmente infamanti da riecheggiare per secoli e secoli: “…Anzi haver conosciuta infinite volte, ma che ‘l Papa non se l’ha tolta per altro se non per usare con lei….”. Una frase che pur non affermando nulla, sottintende cose mostruose. Ed è sempre da Pesaro, città dell’ex marito, che partono anche tutte le insinuazioni riguardanti le relazioni amorose di Lucrezia con i fratelli: “…Qui si proferiscono in pubblico ingiurie contro il Sommo Pontefice di una tale gravità che a Ferrara nessuno oserebbe scagliare neppure contro un Torta (un famoso traditore)” così scrive Beltrando Costabili, ambasciatore della famiglia d’Este presso la corte di Ludovico il Moro.

In seguito, forse preso da rimorsi, Giovanni Sforza ritratterà le gravi calunnie ma, ormai, esse hanno varcato i confini della sua terra e faranno tristemente parte della storia dei Borgia.

In questo periodo, Lucrezia, stanca dei litigi ed insofferente alle gravi decisioni della famiglia, vuole mostrare al padre che può sventare i suoi piani ritirandosi dalla vita pubblica. Si rifugia quindi nel convento di San Sisto dove, adolescente, aveva studiato religione.

Otto giorni dopo una notizia terribile: suo fratello Giovanni è stato assassinato.

Il corpo, sgozzato e trapassato da nove pugnalate, viene ritrovato nel Tevere con le mani legate dietro la schiena e la borsa intatta.

Un guardiano notturno, un certo Schiavone, dirà di aver visto quattro uomini gettare nel Tevere un corpo umano, presente un quinto al quale gli altri si rivolgevano dandogli del “messere”. Dirà anche di non aver detto nulla perché ha visto gettare più di cento cadaveri nel fiume senza che nessuno se ne fosse preoccupato minimamente.

Alessandro VI è folle di dolore, il figlio amatissimo, colui che aveva preso nel suo cuore il posto del fino ad allora favorito Cesare, è stato assassinato, gettato “come immondizia” nel fiume. E’ inoltre furibondo perché ritiene che ci sia chi si fa beffe del suo dolore per insozzare il nome dei Borgia.

Il napoletano Sannazzaro gli scrive: “Per mostrarci che sei un pescatore di uomini, ecco che hai pescato con le reti tuo figlio stesso”.

Il Bracci, cronista dell’epoca, commenta così: “L’uomo che ha fatto il colpo è fornito di intelligenza e di audacia. Questa è l’opera di una mano maestra”.

Il Papa sa chi è il colpevole, ma non lo dice.

Ritratto di Lucrezia Borgia; Dosso e Battista Dossi, 1518 circa.

Il corpo di Giovanni viene recuperato dal fiume da un certo Battistino del Taglia, ripulito dal fango, appare sfigurato da nove ferite di cui una alla gola profondissima, non è stato derubato perché ha ancora con sé una borsa con trenta ducati. E’ chiaro che è stato colpito a tradimento perché porta ancora pugnale e guanti infilati nella cintura.

E’ di Cesare la mano assassina? E’ lui che trae vantaggio dalla morte del fratello. Parecchi cronisti lo accusano senza che li si faccia tacere.

A Roma si dice che abbia fatto uccidere il fratello per gelosia…

In questo periodo, Lucrezia, ancora ospite delle Suore di San Sisto, conosce e si innamora di un suo coetaneo, un giovane messaggero spagnolo, Pedro Caldes o Calderon, con il quale intreccia una relazione amorosa pur sapendo benissimo che questa unione con un servitore sarà destinata a finire.

Pedro, infatti, viene ripescato nel Tevere il 14 febbraio del 1498.

Accanto al disgraziato cameriere viene recuperato anche il corpo di Pentesilea, giovane damigella d’onore di Lucrezia Borgia.

Si accusa Cesare di essere l’istigatore del duplice omicidio: la relazione di Pedro Caldes con Lucrezia avrebbe potuto ostacolare i progetti di risposare la sorella e Pentesilea, la damigella d’onore, avrebbe potuto rivelare la gravidanza di Lucrezia. Il 18 marzo del 1498 i cronisti scrivono: “…da Roma si assicura che la figlia del Papa ha partorito…”. Non si parlerà mai più di questo bimbo, tolto alla madre fin dalla nascita, e conosciuto come “l’infante romano”.

Alfonso d’Aragona;  Pinturicchio, 1488.

Solamente tre anni dopo, con ben due bolle papali, in una delle quali si rivendica la paternità di Cesare e di una donna sposata, ed una successiva che sarebbe dovuta rimanere segreta nella quale Alessandro VI, in persona, rivendica la paternità del bambino e ne attribuisce la maternità ad una donna separata (soluta mulier), il bimbo ottiene lo statuto di figlio legittimo e viene provveduto di un reddito: la podestà su dieci castelli, trentasei luoghi, ed il titolo di duca di Nepi. Giovanni Borgia, è questo il suo nome, morirà ventisette anni dopo la madre.

Intanto, il Savonarola, scomunicato, processato e condannato al rogo, sale sul patibolo accusando la chiesa di scandalo e corruzione.

Questo clima carico di nefandezze, non impedisce però ai pretendenti di Lucrezia di farsi avanti anche se fra la nobiltà c’è qualcuno che non vuole per nuora “quella che notoriamente ha dormito coi propri fratelli” e qualche altro scansa l’occasione affrettandosi a far sposare il figlio prima che il Borgia possa proporgli in moglie Lucrezia. Alla fine il potere indiscusso di questa famiglia e la bellezza della loro graziosa rappresentante fanno sì che Alfonso d’Aragona, duca di Biscaglia, sposi Lucrezia: un matrimonio politico e d’amore nello stesso tempo.

Alfonso, diciassettenne, un anno meno di Lucrezia, è un vero principe azzurro. E’ “il più bell’adolescente che si sia mai visto a Roma” dice di lui un contemporaneo ed una altro afferma: “ha tanto fascino e tanta intelligenza da non sembrare consapevole della propria bellezza”. Alfonso, prima di conoscerla è alquanto preoccupato… si dice che la sua futura sposa sia tanto bella quanto corrotta ed egli dubita di essere stato sacrificato alla ragion di Stato.

Ma incontrare Lucrezia ed innamorarsene è un tutt’uno: Alfonso la trova splendida, affascinante, circondata da una corte di belle Romane, e ne è conquistato immediatamente. I suoi dubbi non esistono più perché l’amore ha dissipato tutte le ombre.

Il matrimonio si celebra il 21 luglio 1498 in un clima festoso ma di relativa intimità.

Gli sposi vivono a Roma, Lucrezia, è felice accanto ad un marito che la adora e con il quale condivide gli stessi gusti per l’arte: la musica, la pittura, il canto.

Presso i saloni di Santa Maria in Portico si succedono intanto gli artisti più famosi, il fior fiore della cultura dell’epoca, personaggi i cui nomi e le cui opere rimarranno nella storia dei secoli.

Il Pinturicchio prende Lucrezia come modella, non solo per il celebre affresco dove il volto della bella giovane sarà quello di Santa Caterina, ma di molti altri dipinti degli appartamenti pontifici. In uno di questi quadri, nella Chiesa di Santa Lucia, dipinge il Papa in attitudine ascetica, circondato dai suoi figli. Il Bramante, da poco arrivato a Roma per iniziare la costruzione di San Pietro e per progettare il cortile del Vaticano, frequenta assiduamente i salotti di Lucrezia. Michelangelo la avrà come spettatrice quando ella va a contemplare la Pietà a cui l’artista lavora da due anni.

Nel frattempo, Cesare Borgia, prosciolto dai voti di Cardinale, il 12 ed il 13 maggio 1499, sposando Carlotta d’Albret di Navarra, a Blois, Francia, diventa cugino di Luigi XII, re di Francia che lo nomina duca di Valentinois.

Da questa unione nascerà una figlia legittima, Luisa, moglie di Louis de la Trémouille e, alla morte di questi, di Filippo di Borbone, visconte di Busset.

Poco dopo, Cesare, a fianco del re francese, invade l’Italia mantenendo fede al suo impegno con il monarca di appoggiarlo nella riconquista del regno di Napoli in cambio di aiuti militari ed economici per la conquista da parte sua della Romagna.

Al principio di agosto, il giovane Alfonso, temendo per la sua vita, lascia il Vaticano e cerca protezione a Genazzano presso i Colonna: il Papa è alleato dei Francesi, i D’Aragona no, meglio allontanarsi.

Lucrezia, che all’inizio dell’anno, incinta di due mesi, aveva perso il bambino in seguito ad uno svenimento, resta sola a Roma.

Ella è nuovamente incinta di sei mesi.

Il marito le scrive lettere pressanti chiedendole di raggiungerlo, ma il Papa, che vuole tenerla presso di sé, intercetta i messaggeri e, per lusingarla, la nomina Governatore di Spoleto e Foligno, carica fino ad allora riservata ai prelati, quasi sempre cardinali.

Alessandro VI, vuole così proteggere sua figlia e Goffredo che l’accompagnerà nel viaggio verso i nuovi governatorati: sei paggi veglieranno su di loro affinché seguano la strada indicata dal Papa.

Dopo una sosta a Terni, il 14 agosto, lo splendido corteo formato da quarantatré carri, di cui uno porta una lettiga cremisi per Lucrezia, arriva alla rocca di Spoleto, già restaurata dal Cardinale Alvarez Carrillo de Albornoz, un altro spagnolo.

Eccola diventata a diciannove anni Governatore di Spoleto. La popolazione la acclama. Al suo arrivo stendardi, fiori, discorsi dei notabili, omaggi dei servitori, gioia dei buffoni e degli istrioni mandati dal Papa a rallegrare i suoi figli; ma mentre Goffredo trascorre il suo tempo a caccia, Lucrezia attraversa un difficile periodo della sua vita… fra due mesi avrà un figlio, suo marito che ama è lontano e teme di non rivederlo mai più.

Si riavvicina quindi alla fede in Dio e prega: nella sua stanza c’è una Vergine con tutti i Santi di Spagna. Legge gli “Amori Mistici” di San Francesco, la sua lettura preferita.

Intanto il Papa, con amore paterno, chiede ed ottiene dal Re di Napoli che Alfonso possa raggiungere la moglie e ne garantisce l’immunità.

Alfonso giunge quindi a Spoleto. Lucrezia è raggiante. Il Papa con un editto dà loro la città di Nepi e, dopo aver trascorso lì un breve periodo, fanno ritorno a Roma. Il parto è vicino.

Il 1 novembre nasce un maschio ed il battesimo viene celebrato immediatamente.

Il nipote del Papa ne porterà anche il nome: Rodrigo.

.

Disputa di Santa Caterina d’Alessandria; Pinturicchio, 1492-1494. Musei Vaticani, Appartamenti Borgia.

.

Il millecinquecento, anno giubilare, vede il rientro di Cesare Borgia a Roma. Il re di Francia, stupito ed ammirato dal valore guerriero di questo ex Cardinale che ha riportato numerose vittorie, gli conferisce l’ordine di San Michele, il più rispettato in tutta la cristianità, decorazione che Cesare porta al collo quando il 26 febbraio 1500 fa ritorno nella Città Eterna.

Oltre che nei modi, Cesare è sobrio e raffinato anche nel vestire. Il suo stendardo, toro dei Borgia e giglio di Francia, sventola sul ponte di Castel Sant’Angelo e segna la potenza e lo splendore del figlio del Papa.

A Roma si dice: “O Cesare o niente”. E’ lui il famoso “Principe” del Machiavelli.

Rapidamente, Cesare, celebre, ricco, spietato e temuto, diventa padrone del Vaticano.

Inizia così nel millecinquecento un periodo di terrore. Cesare sa quello che vuole e niente e nessuno può ostacolarlo.

Il Papa, che ha settant’anni, è soggetto a crisi depressive, scoppia a piangere per futili motivi ed è colto sempre più spesso da svenimenti. I medici diagnosticano una larvata epilessia, ma potrebbe essere un’alterazione cerebrale di origine sifilitica.

L’ansia, di sicuro, non gli giova e l’arrivo di Cesare lo agita… il glorioso figlio del Papa ha realizzato i sogni del padre, ma questi pur amandolo, lo teme, lo aspetta con apprensione, ha paura di lui… troppi morti, troppi scomparsi, troppi cadaveri ripescati nel Tevere…  A Roma si pubblica una satira dal titolo eloquente: “Dialogo del Papa con la morte”. Alessandro VI è sempre più inquieto, ma se un Borgia deve morire non è lui ma suo genero: Alfonso, il marito di Lucrezia.

Cesare odia la concorrenza, ha eliminato senza scrupoli suo fratello Giovanni e non esita a decidere la soppressione di Alfonso, colpevole solo, secondo lui, di godere della benevolenza del Papa, grazie all’amore di questi per sua figlia Lucrezia.

L’occasione si presenta quando una tempesta causa il crollo di un soffitto del palazzo papale in cui tre persone rimangono uccise. Il Papa, che sedeva sul trono, quasi miracolosamente rimane illeso nonostante una trave abbia colpito il baldacchino e mandato in pezzi la cattedra. E’ solo leggermente ferito alla fronte e viene portato a letto, lavato ed assistito. La convalescenza si prolunga, Lucrezia gli è sempre vicina, dorme in Vaticano per assisterlo costantemente, Alfonso, invece, resta nel loro palazzo e, una sera, dopo aver fatto visita al papa e a sua moglie, mentre fa rientro a casa accompagnato da uno scudiero e da un cameriere, viene assalito da un gruppo di finti mendicanti. Si salva solo grazie al suo coraggio, alla sua spada, ed all’aiuto dei due servitori che lo portano, ferito, al palazzo pontificio dove Lucrezia, non appena lo vede, credendolo morto, sviene.

Il Papa è sconvolto dall’orrore. Egli sospetta di Cesare. Un testimone riferisce che appena ritornato in sé Alfonso “disse che era stato ferito e da chi”. In effetti tutta la  corte pontificia sospetta di Cesare Borgia e senza fare perifrasi il Catanei dice che questo attentato “il Valentino (Cesare) lo ha fatto per gelosia”.

A Roma non è infatti raro sentir dire che Cesare è l’amante della sorella.

Intanto, vuoi perché Cesare è maestro nell’arte della persuasione, vuoi perché il Papa lo teme, fatto sta che riesce a convincere Alessandro VI che Alfonso, come tutti gli Aragona, è contro i Borgia e che nel palazzo pontificio ospita quindi un nemico.

Dopo un mese di cure, Alfonso si alza, fa qualche passo nella sua camera, la sala delle Sibille che il Pinturicchio ha appena finito di decorare.

Il 15 agosto del 1500 il dramma ha il suo epilogo: Alfonso viene ucciso. Lo scudiero di Cesare, Michelotto Corella, pugnala Alfonso nella sua stanza, sotto gli occhi del suo padrone. Cesare aveva comandato alla sorella di uscire e questa, succube, aveva obbedito. Per la verità era corsa dal Papa per chiedergli di intervenire ma al suo ritorno lo scudiero Corella, con calma, annuncia: “Il Duca è rimasto vittima di una emorragia”. Lucrezia non vedrà nemmeno il corpo del giovane marito, innocente, ucciso a 19 anni dal cognato.

In fretta e furia si celebra il funerale, la sera stessa e con molta discrezione venti monaci accompagnano il feretro del Duca di Biscaglia nella Chiesa di Santa Maria delle Febbri dove il giovane sarà sepolto in una tomba senza iscrizioni.

Lucrezia resta sola con il suo dolore. Suo padre non capisce come possa una donna di venti anni piangere così a lungo un marito che non era neppure un così buon partito.

Cesare poi, due giorni dopo il funerale, irrompe nel palazzo di Santa Maria con un centinaio di alabardieri: il pretesto è quello di farle visita in realtà è un modo poco elegante di ostentare la sua potenza e di dire che bisogna sottomettersi alla volontà della famiglia. Per tutta risposta Lucrezia gli getta in faccia una frase di Orazio con la quale lo indica chiaramente come l’assassino del suo giovane, amato marito: “Da te niente mi meraviglia”.

Michelotto Corella uccide Alfonso d’Aragona; illustrazione della tipografia editrice Edoardo Perino, Roma 1880. 

.

.

.

.

TERZA PARTE 

.

.

.

.

.

..

.

.

In seguito a quanto accaduto e per ritrovare un po’ di serenità, Lucrezia si rifugia a Nepi con il piccolo Rodrigo. Il tempo, buon medico, la aiuta lentamente a guarire dal dolore e nell’autunno dello stesso anno, siamo sempre nel millecinquecento, fa rientro a Roma. Cesare, impegnato in battaglia contro i D’Aragona, non c’è.

Il Papa intanto pensa ad un nuovo matrimonio per sua figlia, d’altronde adesso è libera, non c’è nessuna difficoltà legale, nessun impedimento ad eventuali nozze.

Ma Lucrezia, turbata dalla maniera così violenta e così funesta di renderla vedova, risentita con l’intera corte, rifiuta i partiti che le vengono proposti e, alla domanda del padre esasperato: “Perché questi rifiuti?” risponde seccamente “Perché i miei mariti non hanno fortuna”.

Il Papa, in realtà, gradisce questo nuovo atteggiamento della figlia, anzi si fida di lei e, pur se solo per questioni riguardanti la Chiesa, è a lei che nel 1501, in occasione di un suo viaggio, affida l’amministrazione pontificia nominandola Vicariessa, come riferito dallo stupito Burckardt, cronista. E’ questo un modo per conferire alla amatissima figlia la statura di personaggio politico, in grado di rendere importanti servigi alla città. Lucrezia è una donna colta e raffinata, parla spagnolo, greco, italiano, francese ed un ottimo latino ed è in grado di scrivere in tutte queste lingue come riferisce il Baiardo.

Con la consulenza di Giorgio Costa, Cardinale di Lisbona, che le rimarrà sempre amico, riesce egregiamente nel prestigioso compito affidatole.

Il periodo di terrore, iniziato nel 1500, prosegue nel 1501 con morti e sparizioni misteriose. L’Italia del Rinascimento è la patria del veleno. A Roma si muore facilmente e le ragioni possono essere diverse: ragioni politiche, rivalità amorose, motivi finanziari… Il ritorno a Roma di Cesare Borgia ha notevolmente incrementato il lavoro dei becchini. “Aver bevuto” significa essere stati avvelenati dai Borgia.

Si dice che Lucrezia stessa porti sempre con sé una spilla o un anello cavo che racchiude un potente veleno e che può quindi, con una sola carezza o immergendone il castone in qualsiasi bevanda, liberarsi di qualsiasi eventuale nemico.

Lucrezia Borgia regna in Vaticano in assenza di Papa Alessandro VI; Frank Cadogan Cowper, 1910.

.

Molte persone vivono dell’arte di preparare pozioni misteriose e velenose. Sono famose le “acque di vedovanza” e le “polveri di eternità” il cui elemento principale era la cantarella un veleno a base di arsenico, una polvere biancastra molto simile allo zucchero che, mescolata agli alimenti, non ne alterava il sapore ma causava una morte sicura. Proveniva invece dall’Asia il “venenum atterminatum” a base di uova secche, ceneri ed altre polveri esotiche da quel continente. La cantarella è comunque il metodo preferito dai Borgia per mandare “al diavolo” le persone non gradite.

Nel frattempo, Alessandro VI, settantenne, stancatosi di Giulia Farnese, fa visita ad altre signore della corte, ma la sua preferita è una bruna andalusa procuratagli dal figlio Giovanni prima della sua morte. Tutto ciò non fa che contribuire alle critiche contro i Borgia la cui corruzione ha superato ogni limite.

Da Napoli, in una lettera al signor Silvio Savelli, si scrivono parole di fuoco contro i Borgia: “la peste nata in seno a questo Stato (il Vaticano) per la sua rovina”.

Ritratto di un gentiluomo (tradizionalmente ritenuto essere Cesare Borgia); Altobello Melone, cm.58,1x 48,2, olio su tavola, 1513. Accademia di Belle Arti “Giacomo Carrara”, Bergamo.

.

Alessandro VI pensa comunque a future alleanze grazie alle nuove nozze della figlia. Dopo aver ben valutato tutti gli eventuali candidati al matrimonio, decide che Lucrezia sposerà Alfonso d’Este, figlio del duca Ercole I di Ferrara, figlioccio del Papa, cugino del defunto duca di Biscaglia da parte della madre Eleonora d’Aragona, appartenente alla potente famiglia d’Este le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Alfonso a venticinque anni è già vedovo di Anna Sforza, morta due anni prima senza lasciargli figli.

La posizione geografica dei suoi possedimenti interessa i Borgia molto più della personalità del giovane che, oltre a Ferrara, possiede infatti Ancona, Reggio e Modena. Il suo dominio, situato fra la Repubblica Serenissima di Venezia e la Romagna dove governa Cesare Borgia, fa sì che il Papa punti su di lui come genero.

In realtà Alfonso d’Este non vorrebbe affatto sposare Lucrezia, oltretutto è già impegnato con la bella Luisa d’Angoulême, ma i soliti giochi di potere, la “ragion di Stato”, ed il denaro, fanno in modo che il contratto di nozze venga stipulato.

Dopo mesi di trattative, di concessioni, di riduzioni di tributi, il 4 settembre a Roma iniziano i primi festeggiamenti, mentre a Ferrara non c’è alcun entusiasmo per questo

matrimonio male assortito al quale si è dovuto acconsentire sotto la pressione degli intrighi.

Il 15 novembre, la scorta, comandata dal fratello di Alfonso, il Cardinale Ippolito d’Este, parte per Roma. Si parla di non meno di cinquecento persone che, in una cavalcata volontariamente lenta, arrivano a Roma il 23 dicembre.

A Roma, diciannove cardinali, il governatore, i senatori e duemila nobili, vanno ad accogliere il corteo. Successivamente, Cesare Borgia, vestito in modo superbo, giubba di velluto nero, cappello nero con una piuma bianca, in netto contrasto con il lusso eccentrico e un po’ orientale dei fratelli, porta il benvenuto del Papa. I cannoni di Castel Sant’Angelo sparano fragorosamente e Lucrezia stessa riceve gli ospiti con tutti gli onori scendendo dallo scalone d’onore al braccio di Pedro de Guillèn Lançol, marito di Juana Borgia, vestito di nero, ornato solo dell’onorificenza borgognona del collare del Toson d’oro.

Il contrasto con Lucrezia è d’incredibile effetto: ella indossa un abito di broccato bianco intessuto con fili d’oro con maniche di seta ricamate a intagli, sulle spalle ha un bolero di raso laminato bruno violaceo foderato di zibellino ed ha i biondi capelli coperti da un leggerissimo velo verde ricamato di pietre preziose, al collo porta una collana di perle e rubini.

E’ così raffinata e modesta e riceve gli ospiti con tale eleganza ed affabilità che i rapporti inviati a Ferrara la sera stessa ne tessono gli elogi.

I ricevimenti continuano più sfarzosi che mai ed i ferraresi restano senza parole davanti a tale sfoggio di ricchezza ed eleganza.

Da un rapporto degli inviati del duca d’Este leggiamo: “Soltanto un vestito di donna Lucrezia vale quasi 20.000 ducati, uno solo dei suoi cappelli 10.000. In sei mesi le gioiellerie di Roma e di Napoli hanno lavorato più oro di quanto non facciano in due anni in tempi normali.”

Il 30 dicembre, di pomeriggio, in Vaticano si svolge, per procura, la cerimonia nuziale.

Il 6 gennaio del 1502, mentre la neve scende su San Pietro, Lucrezia vestita di broccato e coperta da un prezioso mantello d’oro, dopo aver salutato il padre per un’ora, lascia Roma a cavallo della sua mula bardata anch’essa d’oro e d’argento e, come convenuto negli accordi matrimoniali, lascia anche il piccolo Rodrigo affidandolo al Papa.

Lucrezia e suo padre, Alessandro VI, non si rivedranno mai più.   

L’itinerario del corteo per arrivare a Ferrara attraversa molte località che sette anni prima Lucrezia aveva percorso per recarsi a Pesaro in occasione del suo primo matrimonio: Civita Castellana, Narni, Spoleto, Foligno, Pesaro, Urbino, Rimini, Bologna. Tutte le città ed i villaggi che si trovano sul loro cammino sono tenute a ricevere, ospitare e nutrire le numerose persone al seguito della figlia del Papa.

Nonostante sia pieno inverno, a dispetto delle rigide temperature, i notabili di ogni luogo accolgono Lucrezia e la sua scorta con il massimo rispetto erigendo in suo onore archi di trionfo e omaggiando con ricevimenti meravigliosi lei e il nobile corteo che l’accompagna.

A Spoleto viene ricevuta con grandi feste. A Foligno, che era stata un suo possedimento, si ferma un po’ di più. A Pesaro, fa ancora un’altra sosta. Ora la città appartiene a suo fratello Cesare che ne ha scacciato, con la forza, il suo primo marito Giovanni Sforza.

Un bicchiere di vino con Cesare Borgia (Cesare offre del vino a un ospite. Accanto a lui vi sono Lucrezia e Alessandro VI);  John Collier.  

Qui viene accolta con tutti gli onori e, mentre le dame del suo seguito si divertono fra ricevimenti e balli, Lucrezia si isola, è malinconica, pensa al suo futuro lontana da Roma e dalla sua potente famiglia. E’ triste, e, con la scusa del lungo viaggio a cavallo, faticoso sia per lei che per le dame della sua corte, insiste affinché non si arrivi troppo presto a Ferrara.

La casata d’Este appartiene ad una dinastia di alto lignaggio, è una famiglia forte, aristocratica e rigorosa dove tutto sarà diverso dai piaceri libertini della Roma papale.

Alla fine di gennaio, il lungo corteo arriva alla frontiera fra Bologna e Ferrara.

Lucrezia si prepara all’ingresso presso la sua nuova dimora, sistema le sue cose e si lava i capelli asciugandoli davanti ad un gran fuoco di legna, è senza trucco, i capelli sciolti sulle spalle. Ad un certo punto ode delle grida nei corridoi e resta in ascolto preoccupata: il suo primo marito Giovanni Sforza ha minacciato un’aggressione….

La porta si apre lentamente, appare un uomo di corporatura robusta, una fitta barba nera ed un naso inconfondibile: è Alfonso d’Este che avanza verso la sposa, la guarda, anzi la squadra attentamente, si toglie il cappello e si inchina. Suo padre, di fronte alla cifra esorbitante offerta in dote dal Papa, ha dovuto costringerlo a questo matrimonio con la minaccia che, se non avesse sposato Lucrezia, l’avrebbe fatto lui stesso lasciandola erede di tutti i beni degli Estensi.

Ella, che non lo ha mai visto prima, lo riconosce immediatamente ancor prima che egli parli. Il colloquio dura due ore. Nessuno vi assiste.

E’ stata la curiosità? O una visita galante? Oppure è stato solo un gesto di cortesia a spingere il giovane sposo ad incontrarla?

Fatto sta che Alfonso d’Este scopre una donna diversa da quella che temeva di incontrare, piena di grazia e di fascino, dolce e sottomessa. Lucrezia oltre che bella è intelligente, non dimentica che suo padre ha pagato, e molto, per questo marito.

Il giorno dopo avviene l’incontro con il suocero, Ercole I.

Il Duca, imponente e solenne, quando Lucrezia si inchina, la rialza, la prende per mano e la bacia paternamente.

Il solenne ricevimento che seguirà sarà degno degli Estensi e dei Borgia.

Lucrezia sfoggia tutta la sua bellezza e la sua grazia e lascia tutti a bocca aperta. Il giorno successivo i cronisti dell’epoca, descrivendo la festa, non parleranno che di lei: “occhi adorabili, pieni di vita e di allegria”, “com’è dolce e graziosa!”, “a giudizio di tutti ella riporta la palma della bellezza”.

Il giorno seguente il Duca scriverà al Pontefice: “Don Alfonso, nostro figlio, e donna Lucrezia hanno passato la notte insieme e crediamo che siano stati tutti e due soddisfatti”.

I festeggiamenti durano otto giorni durante i quali la giovane sposa conquista molte persone ma suscita anche invidie ed inimicizie: Isabella d’Este, moglie del marchese di Mantova, e fino ad allora prima donna di Ferrara, non perdona alla nuova arrivata di aver preso il suo posto, le sarà quindi nemica e solo l’intelligenza e il savoir faire di Lucrezia riusciranno in seguito a far sì che le due nobildonne diventino come sorelle.

Finite le feste si pensa ai conti.

Il matrimonio deve essere un affare vantaggioso per gli Estensi e la sposa si deve adeguare. Lucrezia sarà quindi obbligata a ridurre le sue spese… addirittura a rispedire a Roma la maggior parte delle dame del suo seguito. La giovane si vedrà perfino costretta a mercanteggiare il suo appannaggio e, solo grazie al potente intervento di suo padre, otterrà una cifra congrua, se pur inferiore a quella richiesta.

Nel maniero di Castelvecchio, una massiccia ed imponente fortezza quadrangolare, dalle torri rossastre, circondate di acqua, al centro di Ferrara, la servitù, da molto tempo, non fa più le faccende domestiche, le lenzuola sono bucate e non c’è nessuno che le rammendi, mancano mobili ed arazzi…

Lucrezia si impegna molto nel sistemare i suoi appartamenti in questa costruzione polverosa, dalle grandi stanze fredde e poco accoglienti che ella, con gusto squisito, renderà consone alla sua persona e al lignaggio della sua nuova famiglia.

Alfonso, occupato fra le fonderie di cannoni, i giochi, l’arte delle armi e preso dalle amanti che ha conservato dal tempo della sua vedovanza, arriva solo di sera.

Alla moglie, che sta cercando di organizzare una vita di corte e di riunire intorno a sé pittori, scultori e letterati, poco importa.

Il 1500, secolo di geni come Michelangelo, Leonardo da Vinci, Raffaello… vede le donne italiane, uniche in Europa, a ricevere un’istruzione: è nei loro salotti che si riuniscono principi, prelati, letterati, artisti addirittura uomini d’armi ed è intorno ad esse che fioriscono le arti che renderanno grande in tutto il mondo il Rinascimento Italiano.

Ritratto di Alfonso col suo cannone; attribuito a Sebastiano Filippi, XVI secolo.

.

.

Niccolò da Correggio è l’arbitro dell’eleganza e difensore del Teatro, il ventiquattrenne Tito Strozzi, compone versi in onore della giovane nobildonna romana e, a dispetto di Isabella d’Este e per mostrarle la sua potenza, Lucrezia le porta via il segretario Tebaldo, uomo coltissimo e grande esperto di medicina.

Altro personaggio alla corte di Lucrezia è Ercole Strozzi, zoppo dalla nascita, famoso per le sue raffinate opere letterarie, uomo di cui la duchessa si fida ciecamente e che ha libero accesso alle stanze della signora ad ogni ora del giorno. Di Ercole la Duchessa apprezza l’intelligenza e la profonda cultura e ne condivide particolarmente il gusto quasi femminile che egli esprime sia nel vestire che nella scelta di oggetti pregevoli ed è senza dubbio il più intimo confidente della nobildonna.

Durante la Settimana Santa del 1502, Lucrezia, che è incinta, si ritira nel convento delle Clarisse. Cesare, suo fratello, al colmo della potenza, trovandosi di passaggio a Ferrara, va a farle visita.

Il giorno dopo, Lucrezia sta molto male. Si parla di veleno e la voce giunge fino a Roma. Il Papa, preoccupato, manda subito uno dei suoi medici personali. Gli Estensi si impegnano veramente nella cura della loro Signora: la sua vita è preziosa e la sua presenza evita che Ferrara venga conquistata da Cesare come questi ha già fatto con Urbino.

In questo periodo Alfonso dimostra di amare veramente la moglie, la assiste costantemente e veglia su di lei. Lucrezia è entrata nel cuore di tutti i ferraresi che trepidano per la sua salute e le offrono numerose prove della loro simpatia a cominciare dai nobili ai magistrati, dai borghesi di città ai contadini tutti si augurano che la loro Duchessa riacquisti al più presto la salute.

Alla fine di settembre Lucrezia partorisce una bimba morta e, ancora malata, riceve nuovamente la visita di Cesare che resta due giorni al suo capezzale prendendosi cura della sorella. Alla fine del mese, come per miracolo, guarisce e in ringraziamento a Dio si ritira di nuovo presso il convento delle Clarisse.

Ritratto di giovane (presunto ritratto di Pietro Bembo); Raffaello Sanzio, 1504. Museo di Belle Arti, Budapest, Ungheria.

.

Dopo qualche settimana, a metà ottobre, in una carrozza d’oro, rientra a Ferrara. Il popolo, che l’ha adottata, la accoglie festosamente. Inizia così un nuovo periodo della vita di Lucrezia fra le gioie delle arti e dell’amore.

Conosce Pietro Bembo, figlio spirituale del Patriarca di Venezia; il suocero di Lucrezia l’ha invitato a Ferrara nella speranza di rallegrare la nuora, non prevedendo che costui ne sarebbe presto diventato l’amante.

Lucrezia è affezionata ad Alfonso che le ha mostrato dedizione e tenerezza durante la sua malattia ma suo marito impallidisce di fronte alla cultura, alle maniere gentili ed all’autorità di questo raffinato veneziano che le dedica “Gli Asolani”.

Con la complicità di Tito Strozzi, di suo figlio e di qualche romana del suo seguito che faranno da messaggeri ai due amanti, inizia così una relazione tra i due.

Lucrezia firma i suoi messaggi amorosi “FF” che certamente significa “Ferrarese Fedele”.

Quando Bembo è costretto a partire per Venezia dove suo fratello sta morendo, il Duca d’Este, che ha avuto qualche sospetto degli amori colpevoli della nuora, farà in modo che Bembo si trasferisca a Roma come segretario del Papa.

Nel frattempo, Alessandro VI Borgia vecchio, solo e succube del figlio Cesare, è arrivato alla fine della sua vita. Sentendo la morte avvicinarsi, ritrova la fede, prega la Vergine, mentre i suoi nemici continuano a divulgare le peggiori notizie sul suo conto.

Il giorno 11 agosto 1503, di sabato, alle ore venti, il Papa accusa un improvviso malessere. Il giorno successivo anche Cesare ha il vomito. Entrambi hanno preso parte ad un banchetto a Monte Mario, nella vigna del Cardinale Adriano di Corneto. Anche la maggior parte degli altri invitati ha la febbre.

I cronisti dell’epoca scrivono che nulla trapela sulla vicenda ma che tutta Roma è convinta che il papa sia stato avvelenato, forse involontariamente, da suo figlio o dal Cardinale Corneto.

Cesare, infatti, volendosi impossessare delle proprietà del Cardinale, aveva deciso di sopprimerlo con il metodo più veloce e più sicuro usato all’epoca. Aveva così inviato in dono un vino avvelenato che un servitore prezzolato avrebbe dovuto servire solamente al Cardinale Corneto.

Era agosto e, vuoi che il Papa, arrivato in anticipo ed assetato, abbia chiesto di assaggiare il vino, vuoi che il Cardinale Corneto, sospettando qualcosa, gli abbia fatto

servire proprio il vino di suo figlio, fatto sta che Alessandro VI Borgia, il 18 agosto 1503, muore avvelenato. E che di avvelenamento si tratti è confermato dai racconti di Burchard e di Antonio Giustinian.

Cesare si salva perché ai primi sintomi fa uso di un antidoto, gli altri invitati perché sanno che quando si mangia con i Borgia bisogna essere prudenti e mangiare con molta moderazione…

I funerali del Papa sono officiati nella semplicità e nella discrezione.

Il corpo di Alessandro VI si è gonfiato orribilmente, il viso diventato “nero e brutto”, “la lingua così gonfia, il naso fetido, la bocca totalmente allargata che era orribile e spaventoso”. I becchini saranno costretti a pigiare la salma del Papa per farla entrare nella bara.

Per qualche ora il cadavere di Alessandro Borgia sarà esposto, poi il viso sarà coperto perché inguardabile.

“…il cadavere più mostruoso e più orribile che si sia mai visto”.

I Romani non piangono la morte di questo Pontefice che ha condotto la Chiesa al punto più basso della sua storia e che, tranne una devozione, tra l’altro solo apparente e di maniera per la Vergine, non ha mai mostrato altro interesse se non per il potere, per le sue amanti e per i suoi figli.

Il Burchard scrive nel “Libro delle Cerimonie”: “Io, Alessandro VI, giaccio qui, rallegrati Roma liberata, poiché la mia morte significa la tua vita”. E’ questo l’epigramma finale di Alessandro Borgia.

Intanto gli uomini di Cesare, con in testa Michelotto, fanno man bassa del tesoro del Pontefice minacciando di morte i prelati che si oppongono. Le casseforti sono svuotate, non si trovano più neanche le scarpe del Papa con una croce d’oro né il suo anello.

Lucrezia, appresa la notizia della morte del padre, ne è profondamente addolorata, piange e si lamenta per parecchi giorni. Quelli che le sono vicini non capiscono il suo dolore: essere così prostrata per la morte di un uomo come quello. Ercole I, suo suocero, è addirittura soddisfatto della scomparsa del Papa e spera nell’elezione di un vero pastore e nella scomparsa di ogni scandalo dalla Chiesa come chiaramente scrive in una lettera a Gian Giorgio Seregni.

.

Cesare Borgia lascia la Santa Sede alla morte del padre; Giuseppe Lorenzo Gatteri, 1877.

.

E’ l’inizio della fine dei Borgia.

Per fortuna Lucrezia è entrata nel cuore dei Ferraresi: la morte del padre e l’imminente caduta del fratello non scalfiscono l’affetto che i suoi sudditi nutrono per lei.

Nel frattempo, Cesare, ancora potente, barricatosi dopo la morte del padre a Castel Sant’Angelo, riesce a far eleggere Papa il Cardinale Piccolomini che prenderà il nome di Pio III. Il nuovo Papa, con una bolla conferma il potere di Cesare sugli Stati, lo nomina Gonfaloniere della Chiesa, ma, già vecchio e malato, muore dopo soli ventisei giorni di pontificato.

E’ tutto da ricominciare! Questa volta Cesare trova sulla sua strada un nemico di sempre: il Cardinale Giuliano della Rovere che, con le stesse armi usate quindici anni prima da Alessandro VI, riesce a salire sul trono pontificio con il nome di Giulio II.

Senza tanti scrupoli, compra infatti sia i voti di quelli che lo seguono, sia quelli dei seguaci del Borgia, una trattativa doppiamente redditizia che gli permette di essere eletto e di far sì che i voti dei suoi nemici vengano neutralizzati.

Giulio II non è migliore del suo predecessore, anzi, ha un difetto in più: beve ed i Romani che non hanno peli sulla lingua affermano caustici: “Abbiamo il Papa soltanto fino a mezzogiorno. Passata quest’ora Sua Santità è nelle vigne del Signore”.

Cesare viene riconfermato Gonfaloniere della Chiesa ma non sospetta certo che Giulio II intende togliergli tutti i suoi Stati.

L’occasione si presenta quando è costretto a recarsi in Romagna, minacciata dai Francesi e nelle mire di conquista degli Spagnoli e dei Veneziani.

Dietro il rifiuto dei Fiorentini a lasciarlo transitare in Toscana, ottiene da Giulio II il permesso di passare per la costa mediterranea (Ostia, Civitavecchia, Livorno) ma ad Ostia il Papa gli chiede di abbandonare i suoi presidi e le sue ultime piazzeforti in Romagna. Cesare Borgia, capisce allora la tattica di Giulio II, si rende conto della sua doppiezza e va su tutte le furie, ma è troppo tardi. Arrestato e riportato a Roma, viene imprigionato in Vaticano nella torre Borgia, dove era stato assassinato Alfonso di Biscaglia, il secondo marito di Lucrezia.

E’ questo l’inizio della caduta di Cesare che il Machiavelli definisce “scivolamento verso la tomba”.

Un giorno del 1504, il Papa gli offre una chance: riavrà la sua libertà se riuscirà a convincere lo Spagnolo di Napoli, Gonzalve da Cordoba, ad allearsi con il Pontefice.

Ma è un altro tranello. Dopo essere stato accolto con tutti gli onori, il 27 maggio, invocando la ragion di stato, il bene della Spagna e dell’Italia e l’interesse del papato, Gonzalve fa imprigionare Cesare a Ischia da dove verrà trasferito a Valenza.

Il deus ex machina è ovviamente Giulio II che mostra così al figlio del suo antico antagonista di essere potente, dominatore, violento e despota e soprattutto di non temerlo, anzi…

Da Valenza, Cesare viene trasferito al castello di Chinchillà vicino ad Albacete, quindi nell’imponente fortezza di Medina del Campo da dove amici fedeli lo aiutano ad evadere, si frattura parecchie costole a causa della corda troppo corta ma alla fine è nuovamente libero al fianco del cognato Giovanni d’Albert, re di Navarra.

Ridotto al rango di condottiero, combatte valorosamente ma i suoi nemici, per mano di due ex servitori infedeli, gli tendono un’imboscata presso Lorono. Cesare si batte con coraggio, ma, alla fine, viene ucciso e tagliato in nove pezzi.

Le membra sparse, la gola tagliata, gettato in un burrone, Cesare Borgia, Duca di Romagna e di Valenza, Gonfaloniere della Chiesa, finisce così la sua vita a soli trent’anni. Sulla sua tomba, nella chiesa di Santa Maria de Viana, lo spagnolo Soria scrive, nella sua lingua, questo epitaffio: “Qui giace in poca terra colui che tutti temevano colui che nella mano recava pace e guerra. O tu, che vai cercando cose degne di lode! Ferma qui il tuo cammino; non curarti di proseguire.”

 Lucrezia apprende con grande dolore della morte del fratello, pur se liberata dalla presenza oscura ed opprimente di Cesare, dimentica tutte le tragedie di cui è stato l’artefice, lo piange sinceramente, senza rancore, ricordando solo il bene da lui ricevuto e suscitando l’ammirazione di Ercole Strozzi che partecipa al suo lutto componendo un inno a lei dedicato.

Veramente, ella era andata fino in Spagna per perorarne la causa presso il re Ferdinando, ma arrivata in Catalogna aveva saputo della sua clamorosa evasione e nel novembre del 1506 una lettera con lo stemma di Cesare annunciava il suo arrivo a Pamplona e chiedeva se c’erano speranze per un suo ritorno sul trono di Romagna. Ma solo qualche giorno dopo giunge la notizia della sua morte…

Tomba di Cesare Borgia; Sagrato della chiesa di Santa Maria a Viana, Spagna.

Sotto la guida di Frate Raffaello, Lucrezia, ritrova la fede: veste con sobrietà, si trucca appena, bandisce dalla corte i vestiti scollati e fa punire i bestemmiatori.

Ma a trentasei anni, ancora bellissima e piena di charme, si annoia ben presto dell’atmosfera moralizzatrice del monaco e riprende quindi la vita di corte.

Intanto conquista sempre più il favore dei suoi sudditi: è graziosa e colta, le sue avventure galanti restano segrete e la sua reputazione di sposa fedele è salda più che mai. Un artista incide sotto il suo profilo: “per la virtù e la bellezza il bene più prezioso è il pudore…”.

Uscito di scena Pietro Bembo, fa la sua apparizione il marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, marito di Isabella. Tutto ha inizio nell’aprile del 1504. Il marchese in realtà è titubante, ma alla fine, con la complicità di Strozzi, fedele messaggero, inizia tra i due una relazione amorosa. I due si scambiano della corrispondenza che Lucrezia firma con lo pseudonimo di “Zilio”.

Una mattina, il corpo di Strozzi, trapassato da ventidue pugnalate, i capelli strappati e sparpagliati intorno al corpo martoriato, viene trovato all’angolo del palazzo.

Nessuno ne parla ma è un avvertimento per gli amanti. Anche la relazione più segreta finisce per essere conosciuta nelle piccole capitali italiane e a Ferrara si parla e si spettegola come dappertutto.

Alfonso d’Este, succeduto ad Ercole I nel Gennaio del 1505, è famoso per la sua crudeltà. Il giovane Duca dà sfoggio della sua ferocia in diverse occasioni: strappa addirittura un occhio con le sue mani ad un tale sospettato di complottare contro di lui, un altro viene fatto a pezzi sulla pubblica piazza e la sua testa viene conficcata su di un palo sopra la torre del Palazzo di Giustizia, un altro ancora viene sospeso per sette giorni in una gabbia esposta al sole, poi viene strangolato ed il corpo gettato nel fiume Po.

Nel 1507, Lucrezia trascorre l’estate con il figlio Rodrigo. Il bimbo che ha sette anni è arrivato a Ferrara con l’altro fanciullo che chiamano “l’infante romano”. Ma non appena trascorsa l’estate, Alfonso pretende che i bambini, che lui non sopporta, tornino a Roma.

Nel 1508, Lucrezia dà alla luce un bimbo molto brutto, che regnerà con il nome di Ercole II. Alfonso, padre felice, va a fare visita al re di Francia e Lucrezia intensifica l’ardore delle lettere a Francesco Gonzaga che in effetti incontra raramente.

Nel 1509 nasce un altro bimbo: Ippolito.

Nel 1510, le cose tra i due amanti si complicano: Mantova e Ferrara sono avversari schierati pro e contro il Papa.

Giulio II infatti vuole le terre degli Estensi: “Ferrara, Ferrara! Corpo di Dio t’avrò!” diventa la sua esclamazione favorita. Egli vuole che Alfonso faccia atto di sottomissione e gli consegni i suoi possedimenti. Alfonso rifiuta, viene addirittura scomunicato e, con gli alleati francesi, difende Ferrara.

Il giorno di Pasqua del 1512 il duca Alfonso d’Este e Luigi XII, a Ravenna, battono le truppe pontificie e l’armata Spagnola durante la battaglia “più sanguinosa e terribile” dell’epoca.

Lucrezia durante tutto il periodo della guerra continua la sua relazione con il duca di Mantova che ad un certo punto aveva preso in considerazione l’idea di farla prigioniera, cosa che avrebbe senz’altro semplificato i loro problemi amorosi.

Ella però è abile nel saper conquistare la fiducia del marito che le affida l’amministrazione del ducato e la nomina reggente di Ferrara.

Durante la guerra, impegna la sua argenteria ed i favolosi gioielli per ottenere un prestito così da alleviare le ristrettezze dei suoi sudditi. Questo gesto della loro Signora suscita ancora di più la loro venerazione nei suoi confronti. Perfino Paolo Giovio, nemico giurato dei Borgia, esprime la sua ammirazione per la Duchessa di Ferrara che tutti ormai chiamano “madre del popolo”.

Un anno dopo la sconfitta di Ravenna, Giulio II muore. Gli succede Leone X dei Medici, amante della pace.

Machiavelli ritrae così l’Europa dell’epoca: “Abbiamo un Papa prudente serio e rispettato; un imperatore leggero e mutevole; un re di Francia irritabile e timoroso; un re di Spagna confusionario e avaro…Abbiamo degli Svizzeri brutali, vittoriosi e insolenti e quanto a noialtri Italiani siamo poveri, ambiziosi e avviliti.”.

Ritratto di papa Leone X tra i cardinali Luigi De Rossi e Giulio de Medici; Raffaello Sanzio, 1518. Galleria degli Uffizi, Firenze.

.

Finalmente a Ferrara regna la pace e la tranquillità. 

Lucrezia conosce l’Ariosto, per il quale prova gratitudine per aver appoggiato il marito all’epoca della scomunica di Giulio II ed il grande poeta la celebra nel suo “Orlando furioso” collocandola al primo posto in un pantheon eretto per celebrare le otto dame più degne della sua epoca. Ospita, con la sua squisita cortesia, Tiziano Vecellio giunto a Ferrara per decorare il Palazzo ducale e per altre opere. L’artista dà a Santa Dorotea il volto dell’amabile Duchessa di Ferrara  nella “Madonna col Bambino e i santi Dorotea e Antonio” e la raffigura nel “Banchetto degli dei” che, rimasto incompiuto dopo la morte di Tiziano, sarà poi portato a termine da Bellini.

Lucrezia alterna periodi di gioia ad altri di profonda depressione. Feste, balli, allegria a cui seguono sempre più spesso ritiri presso il convento di San Bernardino.

Bisogna pur dire però che i suoi rosari sono di madreperla, di giada o di altre pietre preziose, il suo libro delle preghiere è rilegato in velluto e riccamente adornato di fregi d’oro.

La vita non le risparmia certo i dispiaceri: tutti quelli che ama e le sono fedeli la lasciano e gravidanze dolorose la costringono a letto quasi tutti gli anni.

Muore Sancia, sua cognata, e, nel 1517, muore suo fratello minore Goffredo.

A soli tredici anni, lontano, senza che ella possa assisterlo, muore suo figlio Rodrigo.

Muore anche sua madre, Vannozza Cattanei, da lei amata teneramente.

Lucrezia è l’ultima dei Borgia.

Solo più tardi Francesco, nipote del Papa Alessandro, riscatterà il nome della famiglia e sarà canonizzato.

Nella primavera del 1519, a marzo, muore anche Francesco Gonzaga, malato di sifilide.

Pietro Bembo, suo amante di un tempo, ora segretario del papa, diventa nuovamente “l’amant de la plume” di Lucrezia.

Forse, inconsciamente consapevole della sua fine imminente, a trentanove anni, ella sembra aver perso ogni spensieratezza, ogni allegria. Sotto la guida di frate Ludovico della Torre, pronuncia i voti di terziaria francescana e dà incarico di redigere l’inventario dettagliato dei suoi gioielli che saranno scrupolosamente elencati uno per uno da Ercole Fideli da Sesso e da suo figlio. In tutto verranno descritti tremila settecento settanta pezzi di immenso valore artistico.

E’ incinta ancora una volta e vuole una benedizione del Papa perché teme che il parto possa finire male. Invia quindi a Roma un cavaliere con una supplica al Sommo Pontefice.

Leone X, che preferirebbe non sentire più il nome dei Borgia, pur se alla leggera, concede la sua benedizione. Lucrezia è malata, si rende conto di essere grave e firma il suo testamento, fa lasciti a chiese e monasteri e riceve l’estrema unzione.

Non chiede di vedere i figli perché, forse, non vuole che la vedano morente, chiede invece di essere sepolta con l’abito di terziaria francescana e che venga curata per sempre l’aiuola di amaranti, simbolo di immortalità, dedicata alla memoria di Alfonso di Bisceglie e del figlio Rodrigo.

Il marito, che le è sempre vicino, ordina una processione per le vie di Ferrara.

Tutta la città prega affinché la Duchessa guarisca ma, la sera del 24 Giugno 1519, Lucrezia Borgia muore pronunciando le sue ultime parole: “Sono di Dio per sempre”.

Giovanni Gonzaga, inviato a Ferrara per rappresentare i marchesi di Mantova ai funerali della Duchessa di Ferrara, così scrive al nipote Federico: “La morte della Duchessa ha provocato grande lutto, e Sua Grandezza Ducale ha soprattutto manifestato estremo dolore. Qui tutti cantano le sue lodi.”.

Il marito al suo fianco scrive: “E’ piaciuto a Nostro Signore di richiamare a sé l’anima della Molto Illustre Dama la Duchessa, mia amatissima sposa. Non posso scrivere senza piangere, tanto è per me una disgrazia crudele perdere una compagna così cara, poiché tale ella fu per me con la sua condotta irreprensibile e col tenero amore che regnava fra noi… E mi sarebbe molto più prezioso di sapere che c’è qualcuno che vuole mescolare le sue lagrime alle mie, piuttosto che tentare di consolarmi.

Ferrara, 24 Giugno 1519, quinta ora della notte”.

.

.

Tomba di Lucrezia Borgia; Tombe estensi. Monastero del Corpus Domini, Sala del Coro o Sala delle Clarisse, Ferrara.

.

Bibliografia:

Il Tuono, mente perfetta – Inno a Iside – Codici di Nag Hammadi (NHC VI,2:13,1-21,32) – Egitto, II, III sec. d.C.

Lucrèce et les Borgia – Geneviève Chastenet, prix Monseigneur-Marcel 1993

Wanderjahre in Italien   (Pellegrinaggi in Italia, in cinque volumi) – Ferdinand Gregorovius, 1856/1877

Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter (Storia della città di Roma nel Medioevo) – Ferdinand Gregorovius, 1859–1872

Lucrezia Borgia – Ferdinand Gregorovius, 1874

Lucrezia, vittima dei Borgia? – Frank Chenecchi, – Edizioni di Cremille – Ginevra 1971

César Borgia ­- Paul Rival – Editions Grasset 1931

Lucrezia Borgia. La sua vita e i suoi tempi – Maria Bellonci – A. Mondadori, 1939. Premio Viareggio ex aequo

Immagini:   Wikipedia

.

.

.

.

..

.

.

.

.

.

.