IL CORAGGIO E LE FORME DELL’OMBRA

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CONFIDENZE: A COLLOQUIO CON LA POESIA 

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VERSO UNA MENTALITÁ POETICA

Percorsi virtuali a cura di Paola PAMPALONI 

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Ho vissuto in questi ultimi mesi un’entusiasmante esperienza, nota e nuova ad un tempo. Nota perché, si sa, la curiosità porta, chi ama rispondere al richiamo del divenire, a nuovi approdi, nuova perché scaturita da stimoli interessanti giuntimi da più parti.

É sorprendente scoprire come le esperienze, gli eventi, le occasioni che ci vengono offerte, gli incontri in cui ci imbattiamo, al di là dell’apparente eterogeneità e frammentarietà siano in realtà mirabilmente collegati.

Il fatto è che l’universo è unitario: ciò che ci appare separato è in realtà interconnesso e noi, quanto più siamo accorti e consapevoli della natura degli elementi che lo costituiscono, tanto più riusciamo a riconoscere e godere dell’armonia che lo governa. Non so a voi, ma a me quest’idea infonde un incredibile senso di curiosa attesa, mi invita a prestare attenzione a ciò che mi accade intorno e contemporaneamente mi rasserena, perché mi induce a pensare che non tutto quel che ritengo fuori posto lo sia né che dipenda da me rimettere ordine. Spesso, anzi, sono proprio i nostri interventi maldestri a complicare situazioni che, se abbiamo un po’ di pazienza, si accomodano da sé, come i biscotti messi alla rinfusa nella biscottiera.

Questo non significa, naturalmente, assumere il quietismo come metodo dell’esistere. Vero è che, nonostante la vita sia colma di contrattempi, per usare un eufemismo, molte volte abbiamo la piacevole sensazione che tutto quadri, che davanti a noi si aprano e si chiudano percorsi che volgono al coronamento. Alla luce di queste considerazioni, vi racconterò l’itinerario di svelamento cui mi riferivo poc’anzi.

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Fabiola CENCI, Il labirinto dello spirito. Pigmenti naturali e foglia oro (2025), composizione in quattro tele, mis. tot. 150×100

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@ IL RISCHIO DELLA MENZOGNA NEL FAR POESIA 

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Il 6 giugno scorrevo la chat del nostro gruppo. L’ho sempre fatto prima di ogni incontro con lo scopo di cogliere, negli interventi o nelle intuizioni di ciascuno, delle occasioni per rispondere ai desideri da essi sottesi. Quel giorno mi parve di percepire, tra i tanti segnali di affettuosa partecipazione, la fatica del quotidiano, fatto, per tutti, di grandi passioni ma anche di tanta dedizione e impegno. Forse mi ingannai, forse si trattò semplicemente di una mia proiezione, giacché ero io ad essere stanca quel giorno. Fatto sta che postai un messaggio in cui mettevo in evidenza il rischio della menzogna nel far poesia giacché, anche in buona fede, può accadere di dissimulare o idealizzare ciò che siamo e viviamo, per meglio affrontarlo o non caricare dei nostri crucci chi ci sta vicino.

Manifestarsi con sincera apertura non è certo semplice, non solo perché spesso non se ne ha il coraggio ma perché si può essere scarsamente consapevoli di quanto giace all’OMBRA della nostra vita interiore.

Da qui la mia decisione di riflettere su quest’ombra, perché è nelle sue profondità, nella capacità di affrontarla, di parlarne, anche di farne la protagonista della produzione d’arte, nel nostro caso della poesia, che risiede la nostra umanità in tutto il suo composito spessore. È a partire da queste riflessioni che è affiorato il ricordo di quell’ombra di cui si legge in Il Libro Rosso di Carl Gustav Jung.

Si tratta di 450 pagine, pubblicate postume, in cui egli descrive il suo percorso di autoanalisi alla ricerca della propria ombra: l’insieme cioè di quegli impulsi, desideri, tabù, tratti caratteriali, vissuti che la coscienza non riconosce in quanto ritenuti inaccettabili, dolorosi o pericolosi per il proprio equilibrio. Ma l’ombra è anche il pulsante ricettacolo di elementi positivi: potenzialità inespresse, creatività e forze vitali relegate nell’oscurità durante la crescita. Ne consegue che la sua conoscenza e la sua accettazione sono indispensabili al processo di individuazione, l’espressione con cui Jung definisce l’autentica ed integrale realizzazione di sé. Come privarci, dunque, di un tale tesoro?

Ma, ci chiediamo altresì: non abbiamo affermato più volte che la psicologia non è il nostro ambito di indagine?

A parte il fatto che, personalmente, in virtù degli studi compiuti e per disposizione non riesco a prescinderne completamente, questo testo, Il Libro Rosso intendo, popolato di immagini interiori, sogni, simboli, rivelazioni, contiene brani di grande spessore poetico.

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Ne voglio perciò condividere uno, estratto dalle prime pagine. Esprime il dialogo intrattenuto da Jung con la propria anima nel momento in cui, dopo molto tempo, riesce ad entrare in contatto con essa.

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ANIMA MIA 

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Anima mia, dove sei?

Mi senti? Io parlo, ti chiamo, ci sei?

Sono tornato, sono di nuovo qui.

Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te.

Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me?

Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo?

Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, che questa vita va vissuta.

Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino.

Non c’è altra via.

Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora?

Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato.

E come ti ho trovata? Com’è stato bizzarro il mio viaggio!

Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te?

Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata.

Che immensa gioia rivederti, oh anima per tanto tempo disconosciuta!

La vita mi ha riportato a te.

Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine.

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l’aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all’anima umana… Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia… Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima… ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima non era affatto la mia anima bensì un’inerte costruzione dottrinale…

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Non commento quest’intuizione visionaria se non chiarendo che lo spirito del profondo per Jung vige in una dimensione atemporale. È pura voce dell’anima e degli archetipi, modelli universali e innati di funzionamento dell’inconscio collettivo, quello che spiegherebbe anche il motivo per cui in differenti culture appaiano miti molto simili. Lo Spirito del profondo sarebbe insomma una sorta di saggezza interiore non contaminata dallo spirito del tempo, contraddistinto, al contrario, da materialismo, conformismo e razionalismo scientista.

Mi pare che, al di là dell’indimostrabilità di tale teoria, se ne possano accettare alcuni assunti a partire dal risalto dato a quegli archetipi che spiegherebbero anche l’empatia, cioè quella forma di comunicazione che consegue dal riconoscersi nell’altro portando a legittimarne e condividerne i vissuti.

Ma non agisce in tal modo anche la poesia? Dunque, anche se a causa delle intuizioni francamente mistiche, una simile impostazione fu osteggiata da più parti, finanche da Freud, di fatto Ombra, Spirito del tempo e Archetipi ce la dicono lunga sul nostro essere umani e noi, che non siamo accademici e tantomeno psichiatri, ci faremo conto con le riserve che il nostro senso critico ci impone.

Ma proseguiamo con il riferimento agli stimoli che mi sono giunti dal nostro vivace gruppo. Desidero anzitutto ringraziare Marta Bresciani che ha dato un forte impulso alle mie meditazioni ed al loro compimento. Come ricorderete, il 12 giugno Marta suggerì, a chi avesse potuto farlo, di visitare l’esposizione, curata da Marina Sonzini e allestita a Padova, presso Palazzo Santo Stefano, di un’artista romana, Fabiola Cenci. La mostra, dal titolo LE STANZE DELL’IO/corpi abitati e spazi interiori, mi ha dato un vero scossone.

L’emozionante esposizione è intrisa di riferimenti introspettivi, psicologici, biblici, antropologici, mitologici, fiabeschi, filtrati e vissuti attraverso la dimensione umana nella sua interazione con il pianeta che abitiamo e l’intero universo. Mediate dalla profondità spirituale ed artistica dell’autrice e avvalorate dall’utilizzo di diversi materiali, doni della Terra madre, generosa soprattutto con chi ne ascolta la voce e ne tocca ossequiosamente il corpo, le opere esposte sono entrate immediatamente in sintonia con l’idea che stavo sviluppando in vista del nostro incontro.

Aleggia, nelle sue incisioni, una teoria antica che risale a Il Libro di Dzyan (il termine deriva dal sanscrito e significa meditazione che conduce alla sapienza), un testo tibetano proibito, dalla non comprovata esistenza, che secondo la tradizione esoterica conterrebbe la storia segreta della formazione dell’universo e dell’evoluzione umana. La teoria sosterrebbe che la vita di ogni individuo si dipani attraverso dodici stanze, corrispondenti ad altrettante fasi emotive e livelli di consapevolezza.

Analogamente Le stanze dell’io ci conduce, a partire dal corpo, prima casa in cui stazioniamo, a percorrere le vie dell’interiorità, un itinerario di formazione e trasformazione che tocca i luoghi della memoria e dell’esperienza umana condivisa, quelli archetipici della nascita, della maternità, dell’infanzia e del fiabesco, della vita di coppia, ma altresì della fede, del riscatto, della gioia e del dolore. E le esperienze vissute in queste stanze intridono e marchiano a fuoco il nostro corpo così come incidono l’anima, con la quale costituisce un’unità inscindibile, fino a dar vita alla nostra, seppur mai compiuta, identità.

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Fabiola Cenci è nata a Roma nel 1978. Dopo aver frequentato il VI Liceo Artistico di Roma, nel 2004 si è laureata presso l’accademia di Belle Arti, con una tesi dal titolo “L’incisione nella fiaba… volo verso l’immaginario”. Attualmente vive a Sant’Oreste, paese laziale che fa da sfondo a profonde ricerche antropologiche, introspettive, creative, tecniche che hanno già fatto approdare le sue opere nelle gallerie di Parigi, Londra, Buenos Aires. Artista versatile, si eprime tramite la pittura, l’incisione, le installazioni e l’utilizzo di materiali naturali che testimoniano il suo profondo senso di filiale gratitudine verso il creato. Con raffinata sensibilità, Fabiola Cenci scandaglia gli ancestrali luoghi fisici e metafisici della memoria personale e collettiva suscitando, in chi contempla le sue opere, il risveglio della coscienza ed il desiderio di recuperare gli attributi di una dimensione umana oggi non più così presente a se stessa.

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@ LA PIACEVOLE SENSAZIONE CHE TUTTO QUADRI…

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Da questa mistica della vita, scaturisce un’esposizione che per tematiche, tecniche compositive, materiali, soggetti, simbolismi e riferimenti metafisici si fa per il visitatore esperienza viva, travolgendolo fino al turbamento.

Il mio cerchio, iniziato con l’invito del giorno 6 e approdato alla lettura dell’opera di Jung si rimpolpava, dunque, dando forma all’incontro di cui al presente abstract. Ma un altro elemento era prossimo ad aggiungersi.

Tramite Daniela Babolin ebbi modo di leggere alcuni versi, tratti dal IV canto del poema Childe Harold’s Pilgrimage di George Byron, dedicati all’oceano, che la nostra amica accompagnò con una sorta di invito: E anche oggi un oceano… di interiorità. Ciò mi ispirò alla composizione e dalla mia penna uscì un testo, anzi due, divenuti successivamente un’unica composizione. La riporto non perché la ritenga un capolavoro ma perché rappresenta l’incipit di un vasto movimento interiore.

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OCEANO 

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Sguazzo tra i miei pensieri

acque che chiare scorrono

senza lasciare traccia

vita pulsante in pure trasparenze

 

Infiniti mutevoli orizzonti

creature tra cui l’anima

feto novello fluttua

rasentando il pericolo e il sogno

 

Contendo trasparenze di medusa

danzanti in frotta verso squarci di luce

 

Affondo tra tormenti oscuri e densi

che inducono la vista a farsi aguzza

per scorgerne i fulminei subdoli agguati

gelide incognite ombre insidiose e fitte

 

Eppure sempre io sono

a fior dell’acqua come nel fosco abisso

 

La mente stanca

che ancora regge l’apnea.

 

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L’oceano mi è insomma parso divenire la rappresentazione dell’inesauribilità di quel mondo interiore in parte manifesto, in parte oscuro, animato da forze spesso indomate, se non rovinose, la cui conoscenza, se mai possibile, costa tante risorse quante un’immersione negli abissi.

Ecco, la poesia è anche il luogo di questo lato oscuro, fatto di ricordi rimossi, reazioni emotive sproporzionate, tratti del carattere giudicati negativamente, sogni apparentemente inspiegabili, proiezioni, istinti oscuri che possono emergere quando l’individuo si annulla nel gruppo ma anche, come si diceva, potenzialità mai riconosciute.

La poesia, come ci suggerisce infatti Karl Jung (Psicologia e poesia, 1916) ha, infatti, come oggetto proprio quest’ombra, il lato oscuro di ciascuno che attinge all’inconscio, anche a quello collettivo, quel patrimonio innato e ancestrale fatto di modelli universali di pensiero, percezioni, comportamenti che hanno origine nella struttura stessa del cervello umano e accomunano culture lontanissime nel tempo e nello spazio. È perciò che la poesia e l’arte in generale ci toccano, perché ci fanno accedere ad archetipi condivisi.

 

Mi vien da dire che oggi, grazie a queste riflessioni, tocchiamo con mano un aspetto sostanziale del fenomeno poetico. Ma vediamo cosa ci suggerisce ancora Jung:

Sana le ferite che mi provoca il dubbio, o anima mia. (…) La mia mente è un tormento, distrugge il mio sguardo interiore, vorrebbe sezionare e disfare ogni cosa. Sono ancora vittima del mio pensare. Quando potrò quietare i miei pensieri per farli strisciare ai miei piedi, questi cani riottosi? Come potrò mai sperare di sentire meglio la tua voce, di scorgere più limpide le tue visioni se i miei pensieri mi ululano intorno? (…).

Allontana da me la spiegazione intelligente, la scienza, quel malvagio carceriere che tiene le anime in catene e le rinchiude in celle senza luce (…). Fammi rimanere nello stupore divino, affinché io sia pronto a scorgere i tuoi miracoli.

Fammi deporre la testa su una pietra, davanti alla tua porta, perché io sia

Pronto a ricevere la tua luce…

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@ LA POESIA… MOTO DELL’OMBRA CHE PREME PER FARSI ALLA LUCE

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Dunque quanti inganni passano attraverso il pensiero cosiddetto intelligente, il senso critico, il pensiero logico? Pensiamo pure ai miti o alla filosofia dei primordi che, a torto o a ragione, tentarono di spiegare la vita tramite costruzioni a dir poco fantasiose.

Non posso inoltre non pensare a una testa sulla pietra come ad un riferimento Francescano giacché proprio il Santo d’Assisi sul precipizio roccioso della Verna, noto oggi come il luogo della tentazione, spinta torbida dell’ombra, compì il passaggio definitivo alla certezza della fede e al dono delle stimmate.

Gli stessi tormenti dello spirito non furono estranei a Dino Campana (Marradi, 20 agosto 1885 – Scandicci, 1º marzo 1932). Leggiamo di lui un estratto dai Canti Orfici.

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Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente. Volava senza fine sull’ali distese, leggera come una barca sul mare. Addio colomba, addio! Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grigie nel crepuscolo, tutt’intorno rinchiuse dalla foresta cupa.

Incantevolmente cristiana fu l’ospitalità dei contadini là presso. Sudato mi offersero acqua… In un’ora arriverete alla Verna, se Dio vole.» Una ragazzina mi guardava cogli occhi neri un po’ tristi, attonita sotto l’ampio cappello di paglia. In tutti un raccoglimento inconscio, una serenità conventuale addolciva a tutti i tratti del volto. Ricorderò per molto tempo ancora la ragazzina e i suoi occhi consci e tranquilli sotto il cappellone monacale.

Sulle stoppie interminabili sempre più alte si alzavano le torri naturali di roccia che reggevano la casetta conventuale rilucente di dardi di luce nei vetri occidui.

Si levava la fortezza dello spirito, le enormi rocce gettate in cataste da una legge violenta verso il cielo, pacificate dalla natura prima che le aveva coperte di verdi selve, purificate poi da uno spirito d’amore infinito: la meta che aveva pacificato gli urti dell’ideale che avevano fatto strazio, a cui erano sacre pure supreme commozioni della mia vita.

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Dunque l’ombra di Francesco, quella di Dino Campana e chissà di quanti altri, noi compresi, possono essere ricondotte a quella di cui parla Jung anche se poi nel poetare ciascuno di noi potrebbe fare dell’ombra qualcosa di molto diverso.

Dice Jasemina Zequiraia a pag. 23 del suo recente romanzo Nei miei silenzi: La poesia tremava tra le sue dita, come se avesse un respiro proprio; certo, possiamo aggiungere, il respiro dell’ombra, ciò che non è detto emerga dai pensieri e che la parola poetica incarna e rende partecipabile.

Annarita Bini, per parte sua, rievoca, in un toccante testo, una stanza, la cucina, quale covo ombroso di un dolore bambino ancora vivo.

Antonio Bindi condivide con noi la foto del nipotino, seme della vita venuto a maturazione, quello che abita la prima stanza di cui secondo la teoria delle 12 stanze non abbiamo ricordo.

Anche Paola Sanna ci parla di una stanza segreta alla porta della quale sentiamo talvolta bussare (lafune.eu).

Infine Antonella Cesari ci invita, in un suo sentito componimento, ad accendere il silenzio (bellissima figura poetica) per metterci in ascolto, il che richiama ad una dimensione altra dal chiasso, per dirla con Jung, dello Spirito del tempo.

Insomma, i conti tornano; il cerchio di stimoli si avvia alla sua chiusura e, giacché ce n’è abbastanza, non senza ringraziare gli amici che hanno sollecitato queste riflessioni, lasciamo la parola alla poesia. Non che fino ad ora non ci siamo stati immersi. La poesia è, prima che un fiorir di parole, un moto dell’anima, di quell’ombra che preme per farsi alla luce e al dialogo. E che altri potrebbero essere i nostri interlocutori se non i grandi della poesia? Vediamo dunque di che ombra ci parla Ungaretti di cui non insistiamo sulle generalità per rispetto della sua indiscussa fama.

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GIORNO PER GIORNO

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“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”

E il volto già scomparso

ma gli occhi ancora vivi

dal guanciale volgeva alla finestra,

 

e riempivano passeri la stanza

verso le briciole dal babbo sparse

per distrarre il suo bimbo…

Ora potrò baciare solo in sogno

le fiduciose mani…

E discorro, lavoro,

sono appena mutato, temo, fumo…

Come si può ch’io regga a tanta notte?

Mi porteranno gli anni

chissà quali altri orrori,

ma ti sentivo accanto,

m’avresti consolato…

Mai, non saprete mai come m’illumina

l’ombra che mi si pone a lato, timida,

quando non spero più…

Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce

che in corsa risuonando per le stanze,

sollevava dai crucci un uomo stanco?

La terra l’ha disfatta, la protegge

un passato di favola…

Ogni altra voce è un’eco che si spegne

ora che una mi chiama

dalle vette immortali…

In cielo cerco il tuo felice volto,

ed i miei occhi in me null’altro vedano

quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!

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Da Il dolore, 1947

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Fabiola CENCI, Il giorno e la notte. Incisione, cm 70×5

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Abbiamo ben capito che si tratta del dolore lacerante dovuto alla perdita d’un bimbo, il figlioletto di nove anni, perito in Brasile a causa di una peritonite: un dolore tale da aver impedito, per molto tempo, la coniazione di un termine che rappresenti questa privazione. Oggi, la nostra smania di definire tutto suggerisce di chiamare atèfano chi ha perso un figlio, come se ciò cambiasse la natura di questo lutto atroce. Non cadiamo nel tranello delle parole che codificano, ci suggerisce Montale:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato/. Ah l’uomo che se ne va sicuro/ agli altri ed a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola/ stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. (Ossi di seppia 1925). Indecifrabile pertanto indefinibile, dunque, l’essere umano.

E Sentiamo che cosa ancora ci comunica. Benché alla luce del male di vivere e di una visione disincantata della vita, il poeta ci invita a non sprecare il nostro tempo, ad uscire dall’ombra che cela e mistifica per cercare la luce della consapevolezza.

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NON RIFUGIARTI NELL’OMBRA 

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Non rifugiarti nell’ombra

di quel folto di verzura

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.

E’ ora di lasciare il canneto

stento che pare s’addorma

e di guardare le forme

della vita che si sgretola.

Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.

Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde

che impigra in quest’ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randagie.

Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilaccicarsi

in ragnatele di nubi;

tali i nostri animi arsi

in cui l’illusione brucia

un fuoco pieno di cenere

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.

 

Eugenio Montale 

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Altra ancora è l’ombra per Jorge Luis Borgès poeta, saggista e traduttore, argentino che nell’Elogio dell’ombra, (1969) esalta la vecchiaia da lui affrontata nella cecità.

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ELOGIO DELL’OMBRA 

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La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)

può essere il tempo della nostra felicità.

L’animale è morto o è quasi morto.

Rimangono l’uomo e la sua anima.

Vivo tra forme luminose e vaghe

che non sono ancora le tenebre.

Buenos Aires,

che prima si lacerava in suburbi

verso la pianura incessante,

è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,

le sfocate case dell’Once

e le precarie e vecchie case

Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;

Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;

il tempo è stato il mio Democrito.

Questa penombra è lenta e non fa male;

scorre per un mite pendio

e assomiglia all’eternità.

I miei amici non hanno volto,

le donne sono quel che erano molti anni fa,

gli incroci delle strade potrebbero essere altri,

non ci sono lettere sulle pagine dei libri.

Tutto questo dovrebbe intimorirmi,

ma è una dolcezza, un ritorno.

Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra

ne avrò letti solo alcuni,

quelli che continuo a leggere nella memoria,

a leggere e a trasformare.

Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,

convergono i cammini che mi hanno portato

nel mio segreto centro.

Quei cammini furono echi e passi,

donne, uomini, agonie, resurrezioni,

giorni e notti,

dormiveglia e sogni,

ogni infimo istante dello ieri

e di tutti gli ieri del mondo,

la ferma spada del danese e la luna del persiano,

gli atti dei morti,

il condiviso amore, le parole,

Emerson e la neve e tante cose.

Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,

alla mia algebra, alla mia chiave,

al mio specchio.

Presto saprò chi sono.

 

(Traduzione di Livio Bacchi Wilcock)

da “Jorge Luis Borges, Poesie”, BUR, Milano, 2004

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Fabiola CENCI, Zone d’ombra. Incisione e foglia oro (2025), cm 70×50

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Come vediamo anche in questa lirica di Borges vengono numerate quelle che in definitiva potremmo chiamare le stanze, sfogliando le quali egli arriva al proprio centro. È il trionfo della memoria che immortala il percorso mediante il quale diventiamo quel che siamo. Anche le cose di Borges hanno un sapore junghiano. Esse, infatti, lasciano il posto privilegiato da sempre occupato, detto in altri termini lo spirito del tempo, per lasciar posto allo spirito del profondo.

Per tanto tempo ho parlato dello spirito di questo tempo come quei signori che parlano dello spirito del tempo che è in realtà il loro, affermava infatti Jung.

Beh, l’augurio che faccio a me stessa, leggendo il testo Di Borges, è che nella mia vita ci siano sempre meno cose e che ciò mi consenta di arrivare al mio centro per goderne anche prima della soluzione finale.

Quella dei ragazzi che si amano è, invece, l’ombra di Jacques Prévert nel testo seguente. Essa è la traccia della loro presenza, il loro involucro, unica testimonianza visibile ai passanti che, non scorgendo la luce di un amore che hanno dimenticato, vedono di quel gesto unicamente la sconvenienza.

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I RAGAZZI CHE SI AMANO

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I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano

Non ci sono per nessuno

Ed è soltanto la loro ombra

Che trema nel buio

Suscitando la rabbia dei passanti

La loro rabbia il loro disprezzo

le loro risa

la loro invidia

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Loro sono altrove ben più lontano della notte

Ben più in alto del sole

Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prévert

Traduzione diffusa nel Web

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Fabiola CENCI, L’albero del corpo comune. Incisione (2025), cm 70×50

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Ci asteniamo dalle presentazioni anche riguardo a Wisława Szymborska, già incontrata nel corso della nostra scorribanda tra i colori. Per la poetessa l’ombra è il doppio di ciascuno, un doppio che appare francamente grottesco giacché la sua regina, la razionalità, lo relega al ruolo di buffone. Quest’ombra, che è costretta a compiere le nostre stesse mosse, talvolta si esibisce in gesti teatrali destinati ad esiti che le si ritorcono contro. Lei è la parte più autentica che si è presa le passioni e l’audacia di quell’arte per cui Wislawa non ha la forza di combattere. Il testo esprime lo scarto tra l’apparire e l’essere. Più audace della sua regina l’ombra, cui viene negata la libertà a causa delle convenzioni sociali, paga i suoi tentativi di affrancamento tanto che alla tentazione di un gesto estremo da parte della regina chi si stenderà sui binari sarà il buffone… indice della rinuncia ad integrare le due dimensioni in nome dell’adeguamento allo spirito del tempo.

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L’OMBRA 

. La mia ombra è come un buffone

La mia ombra è come un buffone

dietro la regina. Quando lei si alza,

il buffone sulla parete balza

e sbatte nel soffitto col testone.

 

Il che forse a suo modo duole

nel mondo bidimensionale.

Forse al buffone non va la mia corte

e preferirebbe un diverso ruolo.

 

La regina si sporge dal balcone

e dal balcone lui si butta giù.

Così hanno diviso ogni azione,

però a uno ne tocca assai di più.

 

Si è preso il merlo i gesti liberali,

il pathos con la sua impudenza

e tutto ciò per cui non ho la forza

– corona, scettro, mantello regale.

 

Lieve sarò, ah, nell’agitare il braccio,

ah, lieve nel voltare indietro il capo,

sire, nell’ora del nostro commiato,

sire, alla stazione ferroviaria.

Sire, in quel momento sarà il buffone

a sdraiarsi sui binari alla stazione.

 

Wisława Szymborska, Racconto antico e altre poesie disperse, Adelphi

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Altra è l’ombra che popola il seguente testo dell’inglese John DONNE, (Londra, 1572 – 1631), poeta, religioso, avvocato e saggista. L’ombra che egli ci propone è quella che oscura l’autenticità dell’amore. E qui non posso esimermi da una riflessione: in definitiva quest’ombra ha come antecedente la dialettica che ciascuno intrattiene o non intrattiene con la propria di ombra. Soprattutto nella relazione con l’altro agiscono, se non originano, le nostre ombre.

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LEZIONI SULL’OMBRA 

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Ferma, ti voglio fare, amore,

una lezione di filosofia d’amore.

Tre ore abbiamo passeggiato

e per l’intero tratto due ombre,

che da noi stessi si fanno,

ci hanno accompagnato.

Ma ora che il sole è a perpendicolo sul capo

su quelle ombre teniamo i nostri passi,

e le cose risultano in strenua chiarità.

…………………………………………………….. 

John Donne, Poesie sacre e profane, Feltrinelli

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E, per concludere, ecco l’ombra di Milo De Angelis, poeta, scrittore, critico letterario, e traduttore contemporaneo (1951), vivente.

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TORNA ANTICA LA PAROLA 

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Torna antica la parola

e quella stanza era un suono

di fogli e neon, lesione

nella castità delle dita

eternità perduta per un soffio

a precipizio tra due pareti,

scendo in un giorno remoto,

il polpaccio s’indurisce,

tutto finisce a mezzogiorno, di ombra

in ombra si abbrevia una vita,

l’erba cresce nei corridoi

bisogna consegnare,

tra qualche minuto, bisogna

consegnare anche la brutta.

 

Milo De Angelis, Millimetri, Einaudi, 1983

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Qui la stanza è l’ambiente scolastico del compito in classe dove il banco, il foglio e l’attesa del voto simboleggiano la sorte umana, il giudizio, lo stringere ineluttabile del tempo. E le ombre? Beh, a ciascuno le proprie finché di ombra in ombra si consegnerà il proprio componimento… sì, anche la brutta copia… ma sarà essa un’ombra scura e minacciosa o il nostro trampolino di lancio per diventare davvero? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Fabiola CENCI, Ascolta la mia attesa. Pigmenti naturali e foglia oro su tela (2025), cm 170x 50

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L’équipe di progetto esprime un particolare ringraziamento all’artista Fabiola CENCI  per aver messo a disposizione le immagini delle sue straordinarie opere. Esse ci offrono l’opportunità di condividerne  la bellezza, la tecnica e l’emozione che vibrano nelle sue creazioni.

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