FIRMINA “Piccolo viaggio” (Terza parte)

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

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Maggio 2021 – Quel primo doloroso, inebriante profumo di libertà.  (Terza parte)

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QUEL PRIMO DOLOROSO, INEBRIANTE PROFUMO DI LIBERTÁ (Terza parte)

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Una sera, di mercoledì, Iole ci disse che, a fine settimana i figli sarebbero tornati a casa e che non sapeva come fare con noi. Le risposi di non preoccuparsi, che avrei risolto i miei problemi ma in realtà ero così agitata e non avevo la benché minima idea di dove poter andare.

La prima cosa che mi venne in mente fu di chiedere ospitalità ad Alfio, mi era sembrato di capire che fosse solo e pensai quindi che avrebbe potuto aiutarmi, anche solo per un po’.

La mattina presto mi alzai, presi Silvia e uscii di buon’ora. Volevo sapere se avrei potuto contarci prima di andare al lavoro.

Il portone del palazzo era spalancato e Alfio stava lavando il pavimento dell’androne. Appena ci vide, sospese il suo lavoro e si appoggiò allo stipite della grande porta di legno. In poche parole gli esposi il mio problema. Non ebbi il coraggio di chiedergli direttamente un aiuto ma un consiglio. Gli chiesi se conoscesse qualcuno che avrebbe potuto affittarmi una stanza, gli dissi che stavo lavorando e che avrei potuto contribuire, in minima parte, alle spese.

Milano, Parco della Biblioteca degli Alberi 

“Me lo immaginavo… In effetti la casa è piccola per tutti… Se arrivano i figli, dove vi accomodate tutti quanti? Che ti posso dire Firmina? Non ho la più pallida idea, qui gli affitti sono carissimi… non credo che con la tua paga riusciresti a pagarti un alloggio…”

Avevo sperato che si proponesse lui ma a quel punto azzardai: “Alfio, non è che tu potresti ospitarci… per un po’?” “Mi rincresce davvero ma l’appartamento è molto piccolo e, cosa fondamentale, i condomini sanno che io non ho famiglia perché me lo hanno espressamente chiesto quando sono arrivato. Come potrei giustificare una cosa simile?… mi andrei a mettere in una situazione antipatica e, con la crisi di lavoro che c’è… ce ne sono tanti che ambirebbero ad un lavoro come il mio, casa compresa… Mi dispiace Firmina, non posso correre questo rischio…” “Ti prego, aiutaci, se puoi! Potremmo stare nascoste, la bambina è tranquilla… e poi, lavoriamo fino a tardi la sera… giusto la notte, solo per qualche giorno finché non trovo qualcos’altro… Pensaci, ti pagherei …” Alfio rimase in silenzio. Presi Silvia per mano, salutai e ci dirigemmo al lavoro.

Le ragazze parlavano, ridevano e scherzavano fra di loro, io, presa dai miei pensieri, tagliavo meccanicamente i pezzi di carta vetrata senza aprire bocca.

La sera, mentre tornavamo a casa, Alfio ci stava aspettando ad un angolo di strada. “Firmina, ci ho pensato su. Non posso dirvi di no, mi sentirei in colpa tutta la vita. Una donna sola con una bambina… Però solo per qualche giorno, e, per favore, non fatevi vedere dai condomini. Vorrei evitare di dare spiegazioni che non capirebbero, quelli sono ricchi… che ne sanno dei nostri problemi… Se proprio dovessero accorgersi della vostra presenza, diremo che sei mia cugina, che sei vedova e che ti fermi solo pochi giorni. Per sicurezza, non dire niente a nessuno, neanche a tua sorella… non vorrei che senza volerlo le scappasse detto qualcosa. Di più non posso fare, che ne dici?“ Avevo le lacrime agli occhi. Lo abbracciai di slancio e lo ringraziai. Alla luce dei lampioni mi accorsi che era diventato rosso come un peperone… era proprio un bravo cristiano.

Tornata a casa dissi a Iole che avevo trovato una sistemazione provvisoria da una ragazza che lavorava in fabbrica perciò la mattina seguente oltre a Silvia presi anche quei quattro stracci che mi ero portata, li misi nella valigia e andammo al lavoro.

Milano, Parco della Biblioteca degli Alberi 

L’appartamento di Alfio, al quale si accedeva scendendo due gradini, era effettivamente piccolo: una stanzetta all’ingresso che fungeva da piccolo salotto con un divanetto rivestito di una stoffa a fantasia con sfondo turchese, una vecchia sedia con i braccioli anch’essa rivestita con lo stesso tessuto, un vecchio comodino sul quale era appoggiata un’abat-jour con un paralume giallino e un piccolo tavolo che, un tempo, doveva essere stato un tavolino da gioco. La cucina, senza finestra, era in realtà un piccolo corridoio con un vecchio gas, una tavola a bandella da alzare a mo’ di tavolo, tre sedie di legno pieghevoli infilate tra il frigo e la porta e tre pensili di formica. La camera da letto era composta da un letto matrimoniale, un vecchio armadio a due ante e un comodino come quello che si trovava nella saletta, con un’abat-jour, con lo stesso paralume giallino. Il bagno era anch’esso senza finestra: stretto ed angusto. Sopra il lavandino, scurito dal calcare e dal tempo, c’era un ripiano di vetro con l’occorrente per farsi la barba e uno specchio di quelli che ingrandiscono. In fondo c’era la doccia: solo il rubinetto e lo scarico dell’acqua a terra.

La camera e la saletta avevano ciascuna una finestra tipo bocca di lupo che dava su un cortile interno, una specie di quadrato a cielo aperto sul quale affacciavano le finestre dei piani superiori. In effetti, il palazzo, visto dalla strada era molto bello e signorile ma da quest’altra prospettiva era solamente squallido.

“E’ piccolo, vedi?” Alfio si voleva quasi giustificare. “Grazie, grazie! E’ vero, è piccolo, come ci possiamo sistemare?”

Io e Silvia dormimmo nella camera, sul letto e Alfio si accomodò sul divano che essendo troppo corto cercò di prolungare aggiungendo in fondo la poltroncina su cui appoggiare i piedi in una posizione veramente scomoda.

La mattina ci alzavamo prestissimo e uscivamo che era ancora buio come la sera quando rientravamo. Arrivavamo al lavoro per prime e, ovviamente, uscivamo per ultime per evitare di farci vedere dai condomini di Alfio.

Tutto questo non era sfuggito agli occhi dei proprietari della fabbrichetta anche perché per ingannare il tempo prima dell’apertura, rassettavamo intorno e la sera spazzavamo per bene tutto il laboratorio mentre tutti gli altri facevano a spinte per uscire. Silvia, nel suo piccolo, si dava da fare anche lei con scopa e straccio… povera creatura….

Un pezzo di pizza, un panino con la mortadella, un pacchetto di biscotti o di crackers: mangiavamo così, qualcosa per strada per non dare fastidio.

Andavamo avanti in questo modo quando una sera, mentre spazzavamo, Antonio si avvicinò: “Tu non hai fretta di tornare a casa? Cosa dice tuo marito che arrivi così tardi? Non sarà che se la prende con noi perché pensa che ti tratteniamo a lavorare oltre l’orario? Guarda che non voglio avere niente a che fare con mariti incazzati, sindacati rompicoglioni e via discorrendo… !”

I primi giorni era stato difficile convincerla a rimanere sola in casa: aveva paura, voleva venire con me ed ero stata costretta a tirarmela dietro. Lei, povera innocente, faceva tutto quello che poteva per rendersi utile: piegava la biancheria, spazzava per terra, spolverava, asciugava le pentole… Poi, piano piano avevo adottato un altro sistema: cenavamo alla svelta, la mettevo a letto ed io mi coricavo vicino a lei per rassicurarla finché, stanca, non si addormentava ed io correvo di sopra.

A quel punto gli spiegai la nostra situazione. Ascoltò in silenzio. Il giorno successivo fui chiamata in ufficio. C’erano Antonio e sua moglie. Ero un po’ preoccupata e, dall’ansia e forse anche per la stanchezza, mi tremavano un poco le gambe perciò accettai volentieri di sedermi quando mi fu offerta una sedia.

Il primo a prendere la parola fu Antonio. Mi disse che aveva riferito a sua moglie della mia situazione e che volevano aiutarmi in qualche modo. Mi disse che erano disposti ad offrirmi un piccolo alloggio, dove prima risiedeva il custode, consistente in una camera, cucina e bagno, in cambio di un affitto che mi avrebbero detratto direttamente dallo stipendio. In questo modo avrei potuto vivere tranquillamente con la mia bambina e sarei stata direttamente sul posto di lavoro, guadagnando tempo. Io ero rimasta ammutolita: l’unica cosa che riuscii a dire fu: “Quanto costa l’affitto?” Elena mi disse: “Non ti preoccupare, non è una grande cifra, se accetti, te la toglieremo direttamente dallo stipendio… sono convinta che riusciresti ad andare avanti… altrimenti ci sarebbe un’altra possibilità…” Non riuscivo a connettere, quale altra possibilità mi avrebbero potuto proporre? “Se tu fossi disposta a dare una mano a mia moglie in casa aiutandola nelle pulizie o quando abbiamo ospiti, noi potremmo concederti l’alloggio in cambio di questo tuo aiuto. Pensaci sopra, non devi decidere immediatamente… puoi scegliere quello che vuoi, nulla toglie che in seguito, tu non possa cambiare… E’ un’opportunità che ti stiamo dando perché ci siamo accorti che sei una brava persona e che hai bisogno di una mano, tutto qua.”  Li ringraziai entrambi e decisi che avrei collaborato in casa con la signora per evitare la spesa dell’affitto.

Alfio fu contento della mia nuova sistemazione, anche perché credo proprio che non avrebbe potuto continuare a dormire ulteriormente sul divano con i piedi sulla sedia!

L’alloggio era comunicante con il laboratorio al quale si accedeva da una piccola porta che dava su un corridoio sul quale dava anche il bagno del personale.

L’interno era modesto, aveva bisogno di una bella ripulita e di essere imbiancato dopo di che sarebbe stato perfetto per le nostre esigenze. Elena disse al marito di darmi un piccolo acconto così comprai l’occorrente e, dotata di una scala, mi misi al lavoro per poterci andare il prima possibile. Due ragazze del laboratorio si offersero gentilmente di darmi una mano dopo il lavoro e tre giorni dopo tutto aveva cambiato aspetto, avevamo perfino dato la cera a quei pochi, poveri mobili che facevano parte dell’arredamento.

Quando Elena ed Antonio vennero a vedere rimasero a bocca aperta: sembrava un’altra casa!

La mattina mi alzavo alle cinque, lasciavo Silvia a dormire nel letto matrimoniale e correvo di sopra dove alloggiavano i padroni. Mi avevano dato la chiave per non essere svegliati. Preparavo le colazioni e rigovernavo la cucina poi, alle sette, quando si erano alzati rifacevo le camere ed i bagni il tutto prima delle otto quando iniziavo a lavorare nel laboratorio.

La sera, dopo aver cenato e messo a letto Silvia, salivo di nuovo e facevo quello che la signora mi ordinava: stirare o lavare o rammendare mentre loro guardavano la televisione in salotto, poi io tornavo di sotto e mi coricavo vicino a Silvia facendo attenzione a non svegliarla.

I primi giorni era stato difficile convincerla a rimanere sola in casa: aveva paura, voleva venire con me ed ero stata costretta a tirarmela dietro. Lei, povera innocente, faceva tutto quello che poteva per rendersi utile: piegava la biancheria, spazzava per terra, spolverava, asciugava le pentole…

Poi, piano piano avevo adottato un altro sistema: cenavamo alla svelta, la mettevo a letto ed io mi coricavo vicino a lei per rassicurarla finché, stanca, non si addormentava ed io correvo di sopra.

Antonio ed Elena avevano una bella casa, non una casa lussuosa come quella dove ero andata a cercare lavoro come badante, ma una casa molto dignitosa di gente semplice che si è fatta da sé.

Elena era gentile e tranquilla e si sentiva quasi in imbarazzo a darmi dei comandi, si percepiva chiaramente che non era il tipo di persona abituata ad avere della servitù, tutt’altro. In seguito seppi che era stata molto malata e che era per questo che mi avevano chiesto di aiutarli in casa. Da parte mia cercavo di fare tutto il possibile per soddisfarli e dopo aver saputo della sua salute precaria mi permettevo perfino di  darle semplici ma utili consigli che lei gradiva e di cui mi ringraziava. Mi sorrideva spesso e si era molto affezionata a Silvia che a sua volta la adorava. Lei ed Antonio non avevano avuto figli. Parlavano spesso di nipoti ma, durante la mia permanenza io non vidi mai nessuno far loro visita.

La domenica pomeriggio andavo da Iole, mi fermavo una o due ore a chiacchierare e poi tornavo alla casa del laboratorio.

Qualche volta passai a salutare quel buon diavolo di Alfio che nel frattempo si era “fidanzato” con una ragazza rumena che faceva la badante. In verità, non mi sembrava tanto contento ed ebbi la netta impressione che si fosse trovato coinvolto in questo “fidanzamento” senza esserne affatto convinto. Più di qualche volta mi disse”Eh! Firmina se tu non fossi andata via non mi troverei in questa situazione…”  Ed io: “Alfio mio, era una sofferenza vederti dormire sul divano con i piedi sulla sedia!… Come avrei potuto accettare ulteriormente che tu avessi tutto quell’incomodo per causa mia? Ti ringrazierò sempre per la generosità e di qualsiasi cosa tu dovessi aver bisogno, chiedimela, perché, onestamente, non so proprio come sdebitarmi con te innanzitutto per l’ospitalità e poi per essere stato così discreto e riservato… ” In effetti nessuno sapeva che per una decina di giorni ero stata ospite in casa sua perché lui da gentiluomo non aveva fatto parola in giro onde evitare noie con i condomini ed anche eventuali pettegolezzi.

Milano, Parco della Biblioteca degli Alberi 

Una domenica come tutte le altre Iole mi chiese: “Che pensi di fare Firmì? Non hai idea di tornare al paese? Ci pensi mai a tuo marito, a Stefania, a tutti, a tutto?”  Che rispondere? “Certo che ci penso, ci penso eccome… non so cosa fare. Qua non sto male, lavoro e campo, non faccio la vita da signora. E poi io la signora non l’ho fatta mai e tu lo sai bene… ma almeno campo in pace! Ho lavorato e preso le botte come una somara. Anche adesso lavoro come una bestia ma le botte non me le dà nessuno, sto in pace, te l’ho detto: lavoro e campo… non lo so che devo fare … perché me lo chiedi? C’è qualcosa?” “No, no, era solo una domanda, solo per sapere…” Iole era in imbarazzo: c’era qualcosa e non voleva dirmela. “Se io fossi al posto tuo, io ti direi tutto! Che è successo? Ti giuro che non dico a nessuno che ho parlato con te…” Iole continuava a negare, rimaneva ferma nelle sue asserzioni ed io non insistetti anche se percepivo che stava mentendo.

La settimana successiva non andai a casa sua, ero stanca, Silvietta si era addormentata ed Elena era scesa di sotto a scambiare due chiacchiere con me e io non volevo che se ne andasse.

Qualche sera dopo, alla fine della giornata, una delle ragazze che uscivano dal lavoro era tornata indietro per dirmi: “Firmì, c’è uno che ha chiesto di te… Noi non gli abbiamo risposto… vedi un po’ tu…”

Mi avvicinai all’uscita cercando di sbirciare fuori senza esser vista: era Alfio che guardava verso la saracinesca senza osare avvicinarsi. Pioveva a dirotto e stava lì dritto con l’ombrello come una statua. D’altronde chi poteva essere? O qualcuno della famiglia di Iole o Alfio! “Che fai, Alfio?”

“Ah, niente, passavo così per caso…” “Beh? Entra dentro che ti molli tutto, guarda come piove!” “No, no! Che vengo a fa’?” “ E dai! Ti faccio vedere dove abito, così saluti pure Silvia…” “Giusto per salutare Silvietta, un attimo solo perché non voglio dare fastidio…” “Cammina… fastidio!…” Entrò nel laboratorio. Si guardava intorno, disse che era troppo buio e chiuso e che lui, abituato all’aria aperta non ci avrebbe resistito in un posto così. “Se uno ha un’alternativa Alfio, se uno ha un’alternativa può permettersi di non resistere, altrimenti bisogna lottare ed andare avanti. Ti dirò che io invece ringrazio Dio di essere passata di qui quel pomeriggio… alla fine non sapevo proprio dove sbattere la testa… con una ragazzina al seguito…” “Hai ragione, scusa, hai ragione tu. Sono un cretino, scusa… di nuovo!” “Ma va, va! Mo’ che sono tutte queste scuse, tutti questi salamelecchi? Aho’? A proposito, tu come stai? E la tua fidanzata?” “Macché fidanzata! Ringraziando Dio, se n’è andata… Lasciamo perdere Firmì… Meglio così, l’importante è che sia finita… che se ne sia andata …ringraziando Dio…” In seguito seppi che la ragazza, installatasi in casa sua come fidanzata, aveva in realtà un altro fidanzato rumeno, quello vero, e che non solo si era fatta mantenere da Alfio, ma che prima di andarsene gli aveva rubato tutti i soldi e perfino una catenina d’oro con crocifisso, regalo dei suoi genitori in occasione della sua prima Comunione e un orologio regalatogli dal padrino per la Cresima, in realtà piccoli oggetti di valore relativo ma ai quali era molto attaccato.

“Alfio mio, era una sofferenza vederti dormire sul divano con i piedi sulla sedia!… Come avrei potuto accettare ulteriormente che tu avessi tutto quell’incomodo per causa mia? Ti ringrazierò sempre per la generosità e di qualsiasi cosa tu dovessi aver bisogno, chiedimela, perché, onestamente, non so proprio come sdebitarmi con te innanzitutto per l’ospitalità e poi per essere stato così discreto e riservato… ” In effetti nessuno sapeva che per una decina di giorni ero stata ospite in casa sua perché lui da gentiluomo non aveva fatto parola in giro onde evitare noie con i condomini ed anche eventuali pettegolezzi.

Mostrai ad Alfio il piccolo appartamento dove vivevo. Silvietta fu felice di vederlo e, dato che era sera, lo invitai a cenare con noi. Ringraziò ma rifiutò dicendo che non andava bene presentarsi così a cena all’improvviso che sarebbe venuto un’altra sera, dopo avermi avvertito. Sicuramente, temeva di mettermi in imbarazzo nel caso che in casa non ci fossero state provviste sufficienti. Mi disse che era proprio contento di averci riviste, e soprattutto per il fatto che avessi un lavoro e un tetto sulla testa. Prima di andarsene tirò fuori da sotto la giacca una scatola di cioccolatini e la diede a Silvia. Lo invitai a pranzo per la domenica successiva e lui accettò volentieri.

Arrivò con una bottiglia di vino che teneva sotto la giacca e una bambolina per Silvia. Avevo messo le tendine alle finestre e, nonostante fossero di bassa qualità, le avevo comprate per pochi soldi presso una bancarella, davano al piccolo, angusto appartamento un’aria diversa, più pulita, rifinita, un tocco di femminilità come disse Alfio che le aveva notate subito, appena entrato.

Fu così che Alfio iniziò a venire a pranzo da noi tutte le domeniche. Silvia gli si era molto affezionata e, credo che anche lui volesse bene a quella bambina magra che gli si sedeva sulle ginocchia e gli buttava le braccia al collo. Io guardavo quel delicato quadretto con amarezza: mai che il padre avesse preso in braccio le bambine, mai che loro lo avessero accolto con gioia…

Un paio di volte andammo a fare una passeggiata e altre due o tre volte, quando pioveva, andammo tutti e tre al cinema. Anche al paese c’ero stata, tre o quattro volte in tutto, quando, ma raramente, le mie sorelle tornavano durante il periodo invernale e non potevano andare a passeggio perché pioveva o faceva troppo freddo. Quelle poche volte me le ricordavo troppo bene perché a quel piccolo piacere era sempre seguita una scenata condita da frasi di sarcasmo… “La signora… se ne va al cinematografo… la signora… tanto i soldi mica li suda lei… la signora… eh già, c’è il becco del marito che paga…”  In realtà l’ingresso me lo offrivano sempre i miei cognati forse per sdebitarsi di qualche ciambellone che avevo fatto trovare loro in casa per la colazione, ovviamente tutto ad insaputa di mio marito che era geloso perfino di loro.

Il giorno dopo poi cercava in tutti i modi di farmi scontare quel peccato mortale: in campagna dall’alba al tramonto, lui sempre sul carretto ed io dietro a piedi, andata e ritorno e poi tutti i lavori più faticosi senza rivolgermi mai la parola se non per comandare o per offendere me e tutte le donne del creato a cominciare da Eva per finire con la Madonna Santissima e così via… tutte puttane.

Quel buon cristiano di Alfio si era affezionato a noi, anzi mi ero resa conto che piano piano un sentimento diverso e più profondo aveva fatto breccia nel suo animo. Trattava Silvia come una figlia e mi guardava con occhi amorevoli mentre ero indaffarata in cucina o per casa. Non era qualcosa di passionale: avvertivo in lui una sensazione di tenerezza, di tranquillità, di soddisfazione. Sembravamo quasi una famiglia riunita per il pranzo domenicale che poi si concedeva una piccola passeggiata, un gelato, due chiacchiere… il tutto, anzi il niente, in santa pace.

Da qualche settimana non ero più passata da Iole così decisi che la sarei andata a trovare. Quella domenica subito dopo aver mangiato qualcosa, presi Silvia ed andammo a casa sua. “Ahò, come mai non ti sei fatta più vedere? Pensavo male… invece ti vedo bene, sembri rifiorita!” “Sarà il lavoro… figurati, rifiorita! Lavoro dodici ore al giorno! Voi tutti bene?” “Si, si i figli non ci sono. E’ già un mesetto che stanno fuori… Oh, in effetti è un bel po’ che non ti fai vedere…” “E’ vero, hai ragione ma te lo puoi immaginare… dopo una settimana di lavoro dalla mattina alla sera… veramente dicevo sempre: domenica vado a trovare Iole ma poi quando ti prendono quegli attacchi di pigrizia… anzi di stanchezza arretrata…” “Però per le passeggiatine con l’innamorato non sei stanca… Ah Firmì chi pensi di portare in giro? Guarda che so tutto…” “Tutto che? Ma che dici? Ho invitato qualche volta a pranzo quel disgraziato di Alfio per sdebitarmi di un favore grosso che mi ha fatto. Tutto lì… innamorato… tu forse non hai capito una cosa: io non mi innamoro, di nessuno, mai… purtroppo… a tutto penso tranne che agli uomini… questa è l’unica cosa di cui puoi stare tranquilla… tu e tutti quanti… glielo puoi pure dire a chi ti ha fatto la spia…”  “Ma tu che pensi di fare? Quando torni a casa? Non ci pensi a tuo marito, a Stefania?” “Non lo so, non lo so neppure io… se non fosse per le figlie io mi sarei andata a buttare da qualche parte e da tanto tempo… non lo so, non lo so… se fosse per me andrei all’inferno, tanto peggio di come stavo non credo che si stia…”  “Eh, Madonna mia… dai, si litiga tutti in famiglia, tu che credi che io e mio marito non litighiamo? Tu pensi che io non lo manderei a quel paese un giorno si e uno sempre? Se tu stai a guardare tutte le famiglie sarebbero sfasciate. Bisogna sopportare Firmì, bisogna portare pazienza… pure quello si sarà pentito, mo’ mica lo possiamo ammazzare… tanto chi di culo chi di petto tutti abbiamo il nostro difetto, lo sai no il proverbio? ” “Perché mi dici così? C’è qualcosa? Hai saputo qualcosa?” “No, no, era solo un consiglio, da sorella… una lezione gliela hai data… mo’ basta, pensaci!”.

Milano, Parco della Biblioteca degli Alberi & Dintorni 

AVEVO UN PRESENTIMENTO. SILVIETTA ERA SILENZIOSA, IO NON AVEVO FAME  

Mi ritrovai a casa senza neppure realizzare di aver fatto il tragitto di ritorno. Avevo un presentimento. Silvietta era silenziosa, io non avevo fame, preparai qualcosa ma anche lei non mangiò niente e così dopo essere salita un attimo da Elena per vedere che non avesse avuto bisogno di nulla andammo a letto. Silvia si stringeva a me, sentivo il suo corpicino ossuto contro il mio in cerca di rifugio e protezione ma io non potevo darle altro che un po’ di conforto. “Mamma, che dobbiamo tornare?” “Non lo so, dormi, non lo so.” Il martedì sera, alla fine dell’orario di lavoro, stavamo spazzando il laboratorio. Ritagli di carta vetrata sul pavimento grezzo di cemento e quella polvere fine e scura che si infiltrava dappertutto. La porta era spalancata per far passare un poco d’aria e per evitare, ma inutilmente, di respirare tutta quella sporcizia. Ad un certo punto alzai la testa e lo vidi: era lì, in piedi in mezzo alla luce della porta, tutto cambiato che a prima vista non lo avrebbe riconosciuto neppure sua madre. Anche Silvia aveva alzato la testa e era rimasta con la scopa in mano, come inebetita. “Beh, e che non si saluta? Silvietta, non vieni qua da babbo!”

 “Che sei venuto a fare? Che vuoi? Non vedi che stiamo lavorando?” “Lavorare? A me sembra che vi stiano sfruttando bene bene…” Certo ci voleva una gran faccia tosta da parte sua… parlare di sfruttamento… “Questo non ti riguarda, mica sei tu lo “sfruttato”…” “Fino a prova contraria sono ancora tuo marito…” Quasi come se dovesse difendermi da eventuali sfruttatori, lui il marito paladino… Aveva quello sguardo di rabbia trattenuta, di odio mal represso che conoscevo troppo bene. “Guarda che ci pagano a parte per questo lavoro” “Torna a casa, Firmì, facciamola finita! Torna a casa che è ora, anzi è passata…” “A prendere le botte? Eh no caro mio! E’ passato il tempo… quello sì che è passato… E’ passato il tempo, e… è passato proprio tutto… ” Era rimasto senza parole, non si aspettava la mia reazione, mi fissava come inebetito, là sulla porta senza neppure entrare. Antonio, che forse dall’ufficio aveva sentito parlare, era entrato nel laboratorio per vedere cosa stesse succedendo e mi guardava con aria interrogativa. “E’ mio marito…” “Sono venuto a prenderla. Forza prendi su Silvia e andiamo!” “Ehi, ehi, calma! Che succede Firmina?” “Pretende che vada con lui…” “Ma tu vuoi andare?” “Io resto qua!”  “Questa è pazza, è una pazza! Ha una figlia piccola al paese e lei sta qua a fare la puttana…” “Ehi ehi ehi! moderiamo i termini eh! Veramente la signora sta lavorando, si guadagna da vivere onestamente… mantiene sé stessa e la bambina lavorando dodici ore al giorno… povera cristiana… si vergogni… e se ne vada immediatamente se no chiamo i carabinieri!” Era arrivata anche Elena: “Che modi sono? E’ così che si tratta una donna? Ma da dove viene lei? Se ne vada… prima che facciamo intervenire qualcuno! ” Il tono calmo ma perentorio di Elena ebbe un effetto strano: le fece quasi un inchino chinando goffamente la schiena. “Mi scusi, signora, dicevo al signore che sono il marito di Firmina e che sono venuto a riprenderla perché la figlia più piccola, che ha abbandonato a casa, ha bisogno di lei, della mamma.” “ Il “signore” è mio marito e queste sono questioni che dovete sbrigare fra di voi, ma spero bene per lei in altri termini e con altri modi. Adesso, per cortesia, esca!”  Elena gli si avvicinava calma e tranquilla e quando gli fu davanti chiuse il battente del portone lasciandolo fuori.

Campagna della Tuscia viterbese (Foto Gioacchino Bordo)

Io, sopraffatta dall’agitazione, presi la prima sedia che trovai e quasi collassai sopra. Silvia, mi si stringeva accanto.

“E’ venuto su! Il maledetto! E’ venuto su!” Antonio e Elena mi guardavano, avevano preso la manina di Silvia. “Calmati Firmina, calmati… per la bambina! Calmati e ragioniamo.” Ragionare! Di cosa? Con chi? Il mio cervello era come un vulcano in eruzione, calmarsi, una parola.

Dopo un poco Elena che era salita in casa tornò con una tazza di camomilla e una pasticca: “Bevi e prendi pure questa, ti farà bene… non avere paura… non avere paura… vedrai, tutte le cose si risolvono… ma adesso bevi e stai calma! Vedrai, domani sarà tutto diverso!” Mi accompagnarono fin dentro casa, Elena portò qualcosa da mangiare e rimasero con noi fin quando la medicina non fece il suo effetto ed io sentii i miei occhi chiudersi.

Alle quattro di mattina ero già sveglia. Mi lavai e mi vestii con cura, preparai la colazione per la bambina e aspettai che arrivasse l’ora di salire da Elena. Nel frattempo andai al laboratorio a finire quelle pulizie rimaste sospese la sera prima. E pensavo, pensavo, pensavo e non venivo a capo di nessuna conclusione.

Anche Antonio e Elena erano già in piedi quando salii di sopra. Avevano già fatto colazione perciò rassettai la casa mentre sentivo i loro sguardi che mi seguivano. Sentivo il loro imbarazzo, percepivo che avrebbero voluto dirmi qualcosa che non sapevano neanche loro. Alla fine mi chiesero della bambina, se aveva riposato, se dormiva ancora… Io finii il mio lavoro in casa e poi scesi di sotto. Silvia si era alzata, lavata, vestita, aveva fatto colazione e aveva perfino, a modo suo, rifatto il letto. Povera, cara Silvietta! La presi per mano e ci dirigemmo al laboratorio per la nostra giornata di operaie.

Alle cinque in punto tutte le ragazze si alzarono e uscirono, sembravano una ventata di foglie in autunno. Dal portone rimasto aperto lo vidi: era sulla strada fuori dal cancello e guardava dentro. Io comandai a Silvia di iniziare a spazzare e di non seguirmi. Uscii. Aveva un altro paio di pantaloni, un’altra camicia e un altro pullover: irriconoscibile! Mi venne incontro al cancello, sorrideva leggermente… “Ciao Firmina, scusa per ieri sera, ero tanto agitato…” Scusa? Che succedeva? Mai, e dico mai sentita una parola di scusa da quella bocca! Scusa? Me lo ripetevo mentalmente: scusa. scusa…  “Che significa? Che vuoi? Te l’ho detto che non voglio tornare! Troppo tardi, mi dispiace… le scuse ormai non servono più, troppo tardi, mi dispiace…” Aveva nuovamente quell’aria un po’ inebetita, di certo non si aspettava una mia reazione, credeva che, come sempre, avrei chinato il capo. “Firmì, adesso basta! Lo so che ho sbagliato e ti chiedo scusa di nuovo, ma facciamola finita. Torniamo a casa e facciamo finta che non sia successo niente…” Mi si era accostato e cercava di prendermi la mano. “Non facciamo ridere la gente, chissà quante ne avranno dette… Torna a casa, Stefania non sta tanto bene e tua madre pure…” La gente! Le chiacchiere! Il suo mondo! Adesso aveva gli occhi bassi, non mi guardava più come se gli appartenessi. Aveva quasi sussurrato le ultime parole, le sole che avessero un significato per me.

Avevo pensato di ritornare a prendere Stefania, la mia piccola Stefania che avevo affidato a mia madre. “Che ha Stefania?” Il cuore mi batteva all’impazzata. Gli ripetei la domanda: “Che ha Stefania?” “Ha avuto un forte mal di pancia, pensavamo che non fosse niente di che ma lei continuava a lamentarsi così una sera l’abbiamo portata all’ospedale. L’hanno operata d’urgenza di appendicite ma non sta bene, è dimagrita tanto, era già tanto secca, ma adesso… il  medico dice che può essere qualcosa che dipende dallo stress… insomma, secondo me non ci capiscono niente… io penso che sarebbe meglio se tu tornassi… ” “E perché non mi hai avvertita? Perché? Lo sapevi che stavo qua a Milano… se sei venuto su è perché lo sapevi.” “E’ successo tutto all’improvviso: prima tua madre che non ho capito cosa abbia ma che dice di stare male, poi Stefania…” Avevo il cuore in tumulto. Lui parlava a voce bassa, con gli occhi bassi, anche le braccia erano abbassate. “Per favore, non facciamo commedie, torna a casa, poi si vedrà…”

Era come se uno schiacciasassi mi fosse passato sopra, mi sentivo le gambe molli, la testa vuota, quando aprii bocca mi sembrava che fosse un’altra persona a parlare. “Non lo potevi dire ieri sera? Prendo su i nostri quattro stracci e Silvia…  e basta…” Non mi aspettavo nessuna risposta e neanche nessun commento e infatti non rispose e non commentò. “Ricordati che io non sono più la stessa, non ritorno per te, non ritornerei con te per niente al mondo, torno solo per mia figlia… e per mamma….” Aveva lo sguardo ancora abbassato quando mi disse: “Hai ragione. Domattina partiamo, io sto da Iole, vieni lì.” .

Mi si era accostato e cercava di prendermi la mano. “Non facciamo ridere la gente, chissà quante ne avranno dette… Torna a casa, Stefania non sta tanto bene e tua madre pure…” La gente! Le chiacchiere! Il suo mondo! Adesso aveva gli occhi bassi, non mi guardava più come se gli appartenessi. Aveva quasi sussurrato le ultime parole, le sole che avessero un significato per me.

Tornai dentro, presi Silvia per la mano e insieme entrammo nell’ufficio dove Elena e Antonio stavano sistemando i conti della giornata. Con poche concise parole spiegai loro il motivo per il quale dal giorno dopo sarei tornata a casa. Si alzarono e mi abbracciarono. Antonio mi pagò e mi chiese se avessi bisogno di soldi. Lo ringraziai ma rifiutai cortesemente la sua generosa offerta. Antonio allora mi infilò nella mano qualcosa. “Un piccolo pensiero per la bambina, ti prego, accettalo… sei una brava persona…” Io come inebetita mi avviai per uscire e, sulla porta, con le lacrime agli occhi, io e loro, mi dissero che comunque fosse andata, se un giorno avessi avuto bisogno, sapevo a chi avrei potuto rivolgermi. Li ringraziai di nuovo e li benedissi.

La mattina dopo, di buon’ora, presi su Silvia e la nostra umile valigia e, salutati di nuovo i miei datori di lavoro, andai da Iole.

Lui era già pronto. Iole ed il marito erano in piedi in cucina. Ci offrirono la colazione. Silvia mangiò un poco di latte con due biscotti, io avevo lo stomaco chiuso e rifiutai.

Iole mi prese per un braccio e mi portò in camera sua. A tutti i costi voleva che accettassi cinquantamila lire. Io cercai in tutti i modi di rimettergliele in tasca: poveri cristiani, non è che se la passassero bene neanche loro. “Per favore, salutami Alfio, digli il motivo per cui sono dovuta partire così di fretta senza salutarlo, digli che è stato un grande amico e soprattutto ringrazialo da parte mia… e di Silvia. Aiutalo se ne avesse bisogno, è una brava persona … Per favore, ogni tanto va a trovare Antonio e Elena, se lo meritano davvero… ” “Si, si, non ti preoccupare, ci penso io. Tu riguardati e pensa alle figlie. Facci sapere… di Stefania, di voi, e di mamma… giusto qualche giorno per organizzarci … poi veniamo al paese pure noi… mamma è anziana…”.

Milano- Orte- Vasanello… Viaggio di ritorno 

Fu così che tornai al paese. Il viaggio di ritorno fu silenzioso. Silvia, seduta a cavalcioni sulle mie ginocchia, il viso rivolto verso il mio petto, non aprì bocca e non rivolse mai la faccia dal lato del padre. La sentivo rigida fra le mie braccia, non dormì e non volle mangiare niente quando le offrii uno dei panini che Iole frettolosamente mi aveva infilato nella borsa per il viaggio. La sentivo triste, arrabbiata, tradita: le avevo detto che non saremmo tornate, che saremmo rimaste a Milano.

Io ero come un mare in tempesta. Stavo seduta accanto ad un uomo che non amavo più, peggio, che non stimavo più. Stavo tornando a casa con lui, nella sua casa. Sapevo che me ne sarei pentita amaramente e non ci potevo fare niente: Stefania e mia madre, come potevo fare?

Lui era stranamente loquace, direi quasi allegro. Ogni tanto cercava di parlare con la bambina che neppure si girava, allora si rivolgeva a me che rispondevo a monosillabi. Gli altri occupanti dello scompartimento ci osservavano in silenzio.

Finito il viaggio in treno, durante il tragitto a piedi verso casa, mi disse: “Ho detto a tutti che sei andata da tua sorella perché stava poco bene. Che ti sei portata la bambina per farti compagnia. Che ti ho detto IO di andare. Per evitare le chiacchiere…” Io non proferii parola.

Ripresi così la mia vita. Stefania si ristabilì lentamente. Mia madre, morì poco tempo dopo. Iole, venuta con il marito a farle visita, si fermò fino al funerale. Mi guardava silenziosa mentre sfaccendavo per casa senza avere il coraggio di chiedermi come andasse, lo sapeva.

Lui, mio marito, all’inizio, sembrava quasi intimidito da me. Cercava goffamente di essere gentile ma non gli riusciva. Mi scrutava e mi teneva d’occhio nello stesso tempo. Mi accorsi che controllava tutto. Lui non partiva più da solo per la campagna, io dovevo andare con lui. Non usciva più di casa, né andava in piazza o al bar, era sempre presente, sempre attento a tutto quello che facevo. Non lasciava mai il portafoglio, neppure gli spiccioli. Sicuramente si era domandato dove avessi preso i soldi per partire, me lo chiese un paio di volte, io gli risposi che me li aveva dati mia madre, tanto era morta e non avrebbe potuto smentirmi. Mi resi conto che non era rimasto soddisfatto della risposta, certamente quando me ne ero andata aveva chiesto spiegazioni a mia madre e lei non aveva saputo cosa rispondergli.

Prima di tornare a Milano, Iole mi disse: “A proposito, Alfio mi ha raccomandato di salutarti da parte sua, me ne ero quasi scordata.” Macché scordata, non me lo aveva detto di proposito. Di portarmi i saluti di Antonio e Elena se ne era ricordata, eccome, appena arrivata. Sapeva che Alfio mi voleva bene, che mi avrebbe volentieri tenuta con sé e aveva paura perfino di nominarmelo per il timore che io potessi andarmene di nuovo da casa.

Passò del tempo. Le bambine erano ormai cresciute. Una mattina, mi accorsi che mio marito, venuto in cucina per fare colazione, farfugliava parole che non capivo, non parlava, biascicava. Mi voltai a guardarlo e capii subito che qualcosa non andava: la bocca era storta ed aveva un occhio semichiuso. Provò ad alzarsi dalla sedia ma cadde, una gamba ed un braccio erano come senza vita. Una semiparesi.

Pablo Picasso, Madre e figlia

Cominciò così un calvario tra ospedali e case di cura, tra ricoveri e periodi a casa. Cercava di parlare ma noi non riuscivamo a capirlo e lui, impotente, diventava rosso dalla rabbia. Con il braccio abile, alzava la stampella non appena mi avvicinavo. Lo sentivo rabbioso e rancoroso nei miei confronti, come se desse a me la colpa della sua malattia. Da una parte mi faceva compassione, dall’altra non sopportavo più quest’uomo che, pur nell’assoluta necessità di essere assistito ed accudito, non aveva mai un gesto affettuoso, una parola di riconoscenza per quello che gli veniva fatto quotidianamente, anzi. Adesso gli rispondevo quando mi diceva “puttana”, l’unica parola che riuscivamo a comprendere. Mi guardava torvo nella sua impotenza e io, a volte, alzavo perfino la voce ma lui, nonostante la sua infermità, alzava la stampella non appena mi accostavo. Le bambine, ormai ragazze, lo evitavano proprio. Mi aiutavano in tutto, anche a lavarlo e ad imboccarlo ma mi rendevo conto che non riuscivano a volergli bene e che appena potevano si allontanavano in un’altra stanza. Mi preoccupava il pensiero che in futuro avrebbero potuto rimpiangere il non averlo amato. Cercavo di far capire loro che era il loro padre, che stava male, che la sua cattiveria era colpa della malattia, che bisognava portare pazienza ma purtroppo lo conoscevano, lo avevano conosciuto fin troppo bene prima della sua malattia.

Fu un periodo duro, per tutti. Mi alzavo la mattina prestissimo per andare in campagna, a piedi, tornavo a casa distrutta e cominciavo ad accudire lui per primo, poi la casa, poi tutto il resto.

Dopo circa tre anni morì. Una sera, mentre si sforzava di inveire contro di me, con la stampella alzata, all’improvviso il suo cuore si fermò.

Campagna della Tuscia viterbese (Foto Archivio Geapolis)

Le ragazze, nonostante tutto, come avevo previsto, piansero amaramente questo padre che non avevano amato e che non era stato capace di amarle. Io, no. Io non ci riuscii, anzi, piansi, piansi anche io, ma non per la sua morte. Piansi per me, per tutto quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Piansi per le umiliazioni, le privazioni, le botte e le lacrime che avevo versato. Piansi da sola nella notte mentre lo vegliavo morto, alla fine piansi pure per lui pensando a quello che negandomi, aveva perso. Poi basta. Tutto il paese mormorò alle mie spalle dopo quel funerale: “La moglie, neppure una lacrima!”. Io continuai a vivere indifferente a quello che mi circondava, avevo le mie figlie, la mia casa… talmente tanto da fare e da pensare che tutto mi scivolava addosso. Perlomeno ero serena, adesso in casa si parlava, si rideva, si viveva. Mia sorella Fiorella ci aveva regalato un televisore in bianco e nero che lei avrebbe buttato dato che ne aveva comperato uno nuovo a colori. Non avevamo tanto ma eravamo tranquille. Adesso, se pur poco, potevo contare sul mio denaro: la reversibilità della sua pensione ci bastava a tirare avanti dignitosamente.

Milano, Belvedere E. Jannacci del Palazzo Pirelli

Con grande sforzo, tanto buona volontà, ma soprattutto con l’aiuto delle mie ragazze, imparai a leggere e a scrivere. Ora so chi è Firmina, la protagonista del romanzo di Gabriel Garcia Marquez! Come vedova, riuscii ad ottenere un posto da bidella presso la Scuola Statale ed allora tutto andò meglio. Uomini? Ovviamente, dopo essere rimasta vedova, qualcuno si fece avanti. A volte approcci timidi, altre, esplicite proposte di rapporti sessuali fatte da persone con le quali non avevo mai scambiato neppure una parola e che, senza la presenza di un marito, si sentivano quasi autorizzate a molestarmi. Da parte mia, ero talmente disincantata che rifiutai categoricamente anche le offerte garbate e, credo sincere, di alcuni uomini che si proposero degnamente e con i quali, forse, avrei potuto finalmente vivere una vita meritevole di tale nome. Qualcuno, sicuramente più arrogante e maleducato, conoscendo bene la mia situazione precedente, mi disse chiaramente che lui “non avrebbe mai alzato le mani…” che con lui “avrei fatto la signora, sarei stata la padrona…” che “aveva questo e quello…”. Io ascoltavo distaccata: nessuna parola, nessuna promessa avrebbe scalfito il muro di pietra dietro il quale mi ero barricata dopo essere stata ridotta a brandelli dalle tempeste della vita, restavo silenziosa e fredda, indifferente. Mi ripetevo continuamente: “Firmina, la libertà non ha prezzo… non ha prezzo…”  Cercavo di essere gentile nel rifiuto, gentile ma distante, irraggiungibile. Ringraziavo delle offerte ma chiedevo di essere lasciata in pace, i miei toni erano cortesi ma fermi, non ammettevano replica ed anche i più audaci erano disarmati di fronte a tanta fermezza. Non mi risposai, forse sbagliai… forse avrei potuto incontrare una brava persona… forse avrei potuto rifarmi una vita…? Al mondo esistono brave persone… Alfio, Antonio… e chissà quanti altri. Io, comunque, scelsi di essere libera, scesi la libertà di vivere la mia vita senza doverne rendere conto a nessuno.

Tempo ne è trascorso da allora. Le mie due figlie si sono laureate, hanno entrambe un buon impiego. Stefania si è sposata ed ha due bambini, Silvia no, “preferisce essere indipendente”, così mi ha detto e non sono riuscita ad obiettare la sua scelta. Chissà che il tempo non aiuti anche lei, se non a guarire, almeno a curare le ferite della sua anima tramortita da esperienze che non era giusto facesse una bambina con tutto l’avvenire davanti a sé.

A Milano ci sono tornata, proprio con Silvia. Siamo andate in albergo, ci siamo fermate dieci giorni. Abbiamo visitato la città e rivisto i luoghi dove eravamo state. La fabbrica di Antonio e Elena non c’era più. Qualcuno ci disse che Antonio era morto poco dopo e che Elena, malata, rimasta sola era andata in un Istituto. Chissà se era ancora viva. Alfio non lo trovammo. Nel palazzo dove faceva il portiere, un signore gentile ci disse che aveva sofferto tanto per la partenza di una persona a lui molto cara, che, più tardi, si era sposato, che si era successivamente separato e che, appena pensionato, era tornato al suo paese di origine. Non seppe dirci altro.

Un giorno, sempre con Silvia, decidemmo di andare a Magliano Sabina con la speranza di incontrarlo. Giunte nella piccola piazza, entrammo in un bar e domandammo al gestore se lo conoscesse. Ci disse che usciva sempre nel pomeriggio, verso le cinque e che frequentava proprio il suo bar, fu così che lo rividi dopo tanto tempo. Non era cambiato poi più di tanto, certo era invecchiato ma lo sguardo era lo stesso: conservava ancora quegli occhi buoni e tranquilli di allora. Lui non ci riconobbe subito: devo dire che Silvia era ormai una donna ed io ero molto cambiata da allora. Non ero più la ragazza spaurita, magra da far paura, vestita miseramente che aveva conosciuto. Ci abbracciò piangendo. Leggevo un rimpianto nei suoi occhi. Passammo il pomeriggio seduti tutti e tre a quel tavolo del bar ricordando quel breve periodo e ci lasciammo con la promessa che non si saremmo persi di vista.

Tempo dopo, un venditore ambulante del suo paese, mi disse che era morto.

Ora a Milano ci vivo. Silvia ha ottenuto la cattedra in un Liceo Scientifico, si è sposata con un editore lombardo e hanno tre bambini bellissimi. Io ho chiesto ed ottenuto il trasferimento, vivo in un appartamento, piccolo, ma più che dignitoso, situato al piano inferiore al loro. Mi piace leggere, divoro letteralmente i libri che prendo regolarmente alla Biblioteca Comunale o che mi compro. Vado al cinema, al teatro e ai concerti. Quando posso viaggio, adoro viaggiare, mi fa sentire libera, mi fa ripensare a quel giorno, a quel treno, a quel primo doloroso, inebriante profumo di libertà.

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FIRMINA STORY  2021