“MARTA” inversione. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 10/
a cura di Ida Renzicchi
“MARTA” inversione. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 10/
a cura di Ida Renzicchi
La figura della signora proprietaria del negozio di alimentari lungo la via, a pochi palazzi di distanza da quello dove abita la famiglia protagonista del nostro racconto, rappresenta tutta una categoria, quella del commerciante, che forse perché è quella a cui si paga materialmente ciò che viene comprato, è sempre stata invisa perché di essa si è, sempre ed erroneamente, percepito solo il mero interesse economico.
E’ uno scambio paritario: merce contro denaro. Tuttavia sembra perfino ovvio il considerare colui che si trova dalla parte opposta del banco alla stregua di un profittatore, quasi con l’assurda pretesa che quanto si sta acquistando, debba venire venduto al prezzo pagato dallo stesso commerciante… come se, dietro il fatto di trovare la merce scelta, pronta e messa a disposizione, non sussista sia un precedente investimento in denaro, che un lavoro vero e proprio alquanto complesso e dispendioso, che un rischio economico reale, non indifferente.
Non possiamo certo accusare di avarizia e cupidigia la commerciante del nostro racconto. La signora non conta neppure i pochi spiccioli che la ragazza le porge, da esperta si rende immediatamente conto che basterebbero a malapena per il pane ma le riempie invece la borsa in modo che quei poveri tre disgraziati possano mangiare qualcosa per cena. Ed alla domanda della giovane se il padre debba ripassare a portarle altro denaro, risponde che va bene così.
Sicuramente la donna è una madre di famiglia, è a conoscenza, come del resto tutto il paese, della situazione incresciosa creata da una donna egoista ed incosciente e, senza farlo minimamente pesare, contribuisce per quel che può. La signora non specifica quello che ha messo nella busta di plastica, la porge semplicemente alla ragazza senza spiegazioni, senza domande inutili senza nulla che possa girare il coltello nella piaga dolorosa dell’abbandono. Certo non sarà il suo cibo che risolverà una situazione così complessa, né riuscirà a lenire in qualche modo il dolore di ferite difficili da curare, ma lei, dignitosamente, con una nobiltà semplice, offre quello che ha.
E’ una donna gentile e sensibile come ce ne sono tante. Il fatto di essere commerciante è un valore aggiunto che le permette di valutare e di poter agire di conseguenza con tatto e discrezione.

Felice Casorati, Ragazza con scodella (Interno) (Mattino), 1919-1920
Da persona che svolge l’attività di commercio, pur se in altro settore, posso dire che, a dispetto di luoghi comuni che, erroneamente, vogliono il commerciante soggetto interessato solo al denaro, ho conosciuto moltissime persone appartenenti a questa categoria di lavoratori che, generosamente ed in silenzio, non si sono tirate indietro quando hanno visto davanti a loro la povertà, il bisogno o la necessità di un aiuto… e tutto ciò, cristianamente, senza che la mano sinistra fosse venuta a conoscenza di quanto fatto dalla destra.
PER SAPERNE DI PIÙ… IL COMMERCIO E LA FELICITÁ
Possiamo asserire che il commercio, inteso come scambio, ebbe inizio con l’attività dell’uomo. All’inizio si trattò di una semplice forma di baratto per poi evolversi nel tempo fino alle sofisticate forme digitali odierne.
Per comprendere tanti luoghi comuni relativi alla figura del commerciante, facciamo una balzo indietro fino al Medioevo per farci un’idea di come tale attività venisse giudicata in quel periodo oscurantista e di come, in seguito, pur se lentamente, se ne comprese la necessità.
Nel primo Medioevo, in Europa, la professione di mercante apparteneva alle categorie di lavoro più disprezzate. Ciò era dovuto alla convinzione che l’uomo dovesse lavorare secondo l’immagine di Dio, ragion per cui le sole forme di lavoro effettivamente approvate dalla religione erano la coltivazione della terra o il lavoro artigianale, anch’esso considerato creativo secondo l’orientamento religioso di quel periodo storico.
A metà del XII secolo il Decretum Gratiani condannava ogni forma di commercio e di prestito senza appello. Questa era la colpa del mercante: se il lavoratore doveva operare su esempio dato da Dio con l’atto della creazione, non poteva essere accettabile alcun mestiere che non producesse beni tangibili.

La bottega di un commerciante
La mercatura era considerato un mestiere traente profitto dal sudore altrui. Il consolidarsi della posizione economica dei mercanti e la comprovata necessità della loro attività, imposero però una graduale revisione teorica: l’attività del commercio e il profitto che se ne traeva furono giustificati e legittimati come compensazione del rischio incombente sull’esercizio della compravendita.
Dal XIII secolo i mercanti iniziarono a rappresentare il ceto emergente della società cittadina riuscendo gradatamente ad affrancarsi da secoli di ingiustificato sospetto nei confronti del loro lavoro.
La filosofia scolastica si occupò dell’attività di mercante, analizzandola e scorporandola in differenti operazioni quale quella di cambiatore, contabile, procuratore che divennero non solo tollerate, ma considerate gradatamente accettabili e perfino oneste. Riguardo al commercio, lo stesso San Tommaso d’Aquino scrisse: “Se ci si dà al commercio in vista della pubblica utilità, se si vuole che le cose necessarie all’esistenza non manchino nel paese, il lucro, invece di essere considerato come fine, è solo rivendicato come remunerazione del lavoro”.
Così scriveva pure Pietro di Giovanni Olivi, Sérignan 1248 – Narbona 14 Marzo 1298, francescano, predicatore, filosofo e teologo francese nel suo Trattato sulle vendite e sulle compere, q. VI.
“Rispondo dicendo che non è necessario pensare che nella mercatura direttamente e di per sé sia incluso il peccato… che essa in sé considerata sia lecita, si prova con tre ragioni e due testimonianze di verità: la prima prova nasce dagli indiscutibili vantaggi e cose necessarie che provengono alla comunità dalle azioni del mercante… Inoltre tali mercanti espongono a molti rischi il proprio danaro, la propria vita e anche la merce comperata con la loro moneta. E non sono neppure certi di riottenere il capitale dalla vendita delle merci acquistate. Non ci riuscirebbero infatti se non fossero industriosi nel valutare accuratamente il valore, i prezzi e gli utili.”
Così come il mercante era sospettato di vendere il tempo, che appartiene solo a Dio, allo stesso modo, anche un’altra categoria che non produceva beni, i “mercanti di sapere”, erano accusati di vendere quella scienza che appartiene anch’essa solo a Dio. Addirittura gli intellettuali, docenti e maestri insegnanti presso le Università che iniziarono a sorgere in tutta Europa a partire dal XIII secolo, dovettero riscattarsi dall’accusa di commercio illecito. La loro remunerazione fu giustificata unicamente non quale prezzo del loro sapere, ma come retribuzione per la loro fatica.

A legittimare la definitiva approvazione della Chiesa nei confronti della mercatura fu, nel 1198, la beatificazione di Omobono, commerciante di Cremona, da parte di papa Innocenzo III. Di umili natali, Omobono, che fece fortuna con la compravendita della lana ed accumulò ingenti ricchezze, caritatevolmente condivise con i poveri della sua città le sue sostanze. Attraverso la sua canonizzazione, la Chiesa sancì l’approvazione dell’attività commerciale definendo un modello comportamentale per un nuovo ceto sociale in rapida ascesa di cui poteva essere sì premiato il successo, ma ne andavano contemporaneamente contrastate avarizia e cupidigia, incluse, e non a caso, tra i sette peccati capitali.
Alla fine, attraverso la visione stessa del Purgatorio Dantesco si fece strada la concezione che, pure la salvezza dell’anima potesse essere conquistata grazie a lavoro, fatica e penitenza, ma anche acquisendo meriti, in una sorta di “commercio sacro”.
Fu così che, lentamente, il mercante divenne un membro valoroso e stimato della società arrivando addirittura in seguito, dopo la scoperta dell’America, ad essere considerato personaggio di spicco della comunità, nonché mecenate e benefattore.