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Il disagio mentale e la sofferenza, si contrappongono alla gioventù negata dagli egoismi e dai problemi esistenziali degli adulti in un ribaltamento innaturale ed ingiusto dei ruoli.
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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta
La grande quercia, a nord della mia casa, mi sorprende tutti gli anni.
Dall’autunno e per tutto l’inverno, fino alla fine di Marzo, quando tutti gli altri alberi alzano al cielo i loro rami nudi e scheletriti come tanti vecchi in preghiera, essa conserva tutte le sue foglie marroni attaccate, come una vecchia matriarca che non vuole lasciar andare i figli, o sono le sue foglie che, come figli, non se vogliono andare…?
Poi, all’improvviso, una mattina di Aprile, mi affaccio e la vedo più grande, lussureggiante, completamente di un bel verde chiaro… le foglie tenere e brillanti… rimpolpata come una donna giovane dopo una lunga malattia che l’ha smagrita… Ringiovanita…! Si può dire di una pianta?
Quest’anno l’ho tenuta d’occhio. Dalla finestra della cameretta l’ho osservata giorno dopo giorno, ogni mattina puntuale, dalla fine di Marzo.

Magritte, “Voix du sang”, 1961
Le davo il mio silenzioso buongiorno cercando di non farle capire che era sotto osservazione: “Eh no, bella mia… quest’anno non mi freghi! Vediamo cosa mi combini in questi pochi giorni… vediamo quale è il tuo segreto…” In effetti, nel giro di tre, quattro giorni… miracolo! Sparite dalla sera alla mattina tutte le foglie secche, dopo un paio di giorni e di notti piovose… sorpresa!…. Si è ripresentata prepotentemente nella sua sfacciata, rigogliosa bellezza verde. Grande, immobile quercia! Quanto invidio la tua forza, la tua resilienza… il tuo spogliarti del vecchio ed il risorgere a nuova vita… e tutto stando lì salda, ferma sul tuo tronco, aggrappata alle tue profonde radici gelosamente nascoste dall’erba fresca… quanto vorrei assomigliarti… tenere tutti con me, non lasciar cadere nessuno al primo freddo dell’autunno, rinverdire ad ogni primavera!
Ed invece eccomi qui seduta sulla sponda del letto a rimuginare nella melma dei miei ricordi, a rimestare quello che non dovrebbe essere più toccato perché ciò che ne potrebbe scaturire sarebbe solo il fetore della sofferenza. Come fare? Come dimenticare? Se fosse possibile candeggiare la mia anima… E’ a casa. E’ ritornata a casa! Guarita? E che ne so?
Lei non ha mai pensato di essere ammalata e neppure io. Solo perché lei era più intelligente e sensibile di tante persone, quasi di tutti quelli con i quali aveva a che fare? Non credo sia una malattia… Oppure perché alcune volte la tristezza aveva il sopravvento e le incupiva il volto? Depressione? E chi non ne soffre? O ancora perché quando era felice sembrava fosse in grado di spostare il mondo? Lei era esagerata! In tutto! Lo era sempre stata!
La mente. La mente… il cervello è la causa di tutto! Pensare, pensare e ripensare. Analizzare, valutare, sviscerare un problema fin nei minimi particolari… Ma significa essere malati? Avere un disturbo mentale solo perché quelli come lei la mente la fanno lavorare troppo?
Se mi avessero detto che aveva un problema di cuore, quello sì che lo avrei accettato. Ma dicono che ad essere malata è la sua mente. A volte dubito che sia morta… Il suo cuore batte bum bum bum come un automa ma in realtà esso è morto… lei non riesce ad amare. Quello sì!
Mio fratello mi si stringe addosso. Si tiene aggrappato alla mia camicia. Una mano davanti, sotto il mio seno e l’altra dietro, al centro della mia schiena, appena sopra il mio giro vita. La sua testa appoggiata sulla spalla. Mi pesa. Un peso greve, insopportabile. Cerco, a fatica, di allentare le sue dita chiuse intorno al tessuto, gliene apro uno e lui ne chiude immediatamente un altro al quale ho appena sottratto la presa. Alla fine ci riesco e lui, senza sostegno, crolla rannicchiato sulla rete. Sbilanciata dalla sua presa forte sulla mia schiena, faccio fatica a non rovinargli addosso. Lui resta immobile, le ginocchia magre che gli arrivano al petto, il viso nascosto dalle braccia piegate. Sono sicura che non dorma.
Mio padre, seduto su una sedia sembra un fantoccio senza anima. Povero Cristo battuto! Magro, i capelli scomposti, gli occhi allucinati, i pantaloni troppo larghi e la camicia bianca larga anch’essa, sembrano non appartenergli.
“Ba’, che facciamo?” Non mi risponde. Si gira verso il comò nascondendo la faccia nell’incavo del braccio ossuto. Piange. Non riesce a trattenere i singhiozzi che gli scuotono le spalle.
Io non oso fiatare, non so cosa dire. Poi, con pudore si asciuga gli occhi, si calma e finalmente si gira verso di me. “E’ sera. Bisognerà pur mangiare qualcosa…” “Mangiare? E chi ha fame?” “Tuo fratello… dobbiamo mangiare qualcosa…” Si alza, si fruga nelle tasche dei pantaloni, ne tira fuori un portamonete. Sembra che stia contando minuziosamente tutti gli spiccioli, che poi mi porge, ma in effetti non lo sta facendo, il suo è solo un gesto meccanico, la sua mente è assente, la testa svuotata. “Ci pensi tu? Eh?”

René Magritte, La chiave dei campi , 1936
La signora del negozio di alimentari lungo la via, a pochi palazzi da dove abitiamo, mi saluta gentilmente quando mi vede entrare. Non c’è nessuno tranne lei e me. Le metto le monete sul bancone. “Per favore, mi dia qualcosa per cena…” La vedo girarsi ed affaccendarsi all’affettatrice, poi si volta ancora e si rigira, poi un’altra volta ancora. Non vedo neppure cosa sta mettendo nella busta di plastica rigonfia che mi porge. Sono convinta che i pochi soldi non siano stati sufficienti a pagare quello che mi ha preparato. “Devo darle qualcos’altro? Caso mai lo dico al babbo, passa lui…” “No, no cara, vai… salutami tuo padre ed abbracciami tuo fratello… vai, vai… va tutto bene… bene così…”
Bene così? Accidenti va tutto male! Ma chi mai ti direbbe: “Va tutto male… va male così!”. Mio padre guarda le incartate di salumi e formaggi sul tavolo. Chissà se si rende conto che i suoi spiccioli sarebbero bastati solo per il pane e che stasera, per cena, mangeremo la generosità della signora del negozio di alimentari. Eppure lui di fare la spesa è pratico… sa quanto costa il cibo.
Chissà lei cosa starà mangiando?
Se n’è andata così, fregandose di tutti. Si è innamorata… la pazza! Maledetto l’amore! Che sia stramaledetto! E che sia maledetta pure lei! No, no, lei no, lei no! Dio, perdonami, lei no! E’ sempre stata insofferente. Il paese le stava stretto, la famiglia la soffocava, mio padre la spegneva… tutti erano contro di lei, mentre era lei il peggior nemico di sé stessa!
L’ultimo, lo aveva conosciuto una sera di agosto quando era uscita dicendo che andava a ballare in una balera in riva al mare.
Mio padre si era offerto di accompagnarla. Era stanchissimo e sarebbe andato volentieri a letto ma si era fatto un bagno veloce, si era cambiato ed erano usciti insieme. Noi, mio fratello ed io, contenti di vederli andare via, di vederli insieme, soprattutto, avevamo dormito nello stesso letto, quella notte. Abbracciati.
Li avevamo sentiti rientrare a notte fonda, la voce di lei, stridula ed irritata, nel buio silenzioso, che gli rinfacciava di essere geloso, di essere un buono a nulla… di averla accompagnata per rovinarle la serata… che la prossima volta… guai a lui… se si fosse azzardato…
Lui, che sottovoce le ripeteva di farla finita, di abbassare il tono, di non svegliarci… di ricordarsi di essere moglie e madre… di smetterla di farsi mettere su chiacchiere da tutto il paese…

Felice Casorati, Ragazza con scodella (Interno) (Mattino), 1919-1920
Moglie? Boh! Madre, no di sicuro. Chi ci accudiva non era lei… a lei noi davamo fastidio. Mio padre si prendeva e si era sempre preso sulle spalle il carico della famiglia evitandole tutti i fastidi. A scuola ci accompagnava mio padre, dal dottore ci portava mio padre, la spesa la faceva mio padre… Lei? Lei borbottava se le portava la verdura da preparare perché bisognava mondarla, lavarla… condirla… allora lui, con la santa pazienza si metteva là, calmo, a pulire l’insalata, i fagiolini, i broccoli… a seconda della stagione. Lei, le rarissime volte che faceva la spesa, tornava dal supermercato con le buste di insalata già pronta e lavata che buttava direttamente nella insalatiera. Se lui le portava della carne da cucinare si lamentava di fare la serva tutto il giorno ed anche allora mio padre, dopo aver chiesto telefonicamente a qualche collega lumi sul come fare, si metteva tranquillo ai fornelli. Lei poteva, al massimo scaldare nel microonde qualcosa che comprava di già pronto.
Tutto il paese sapeva della sua relazione con un altro uomo. E non era quella la prima volta che la mia famiglia stava sulla bocca di tutti. Lei passava da un uomo all’altro, come ci si cambia d’abito. Mio padre? Sapeva tutto e forse di più. Erano liti continue. Lei che giurava e spergiurava che non era vero niente, che le malelingue sarebbero dovute morire, che erano proprio quelli che lei aveva rifiutato a mettere in giro quelle dicerie… Ma mio padre la amava. La amava di un amore profondo, incondizionato, che andava oltre ogni cosa, che volava alto sopra tutte le bassezze e le cattiverie, lui la amava di un amore nobile. Mio padre, credo si accontentasse di averla vicino. Lei, scaltra, gli si strusciava addosso come una gatta quando voleva qualcosa, quando lo vedeva esasperato e temeva la sua ira… sapeva come rabbonirlo… aveva bisogno di lui, di avere le spalle coperte da un uomo che tutti stimavano. E lui ci cascava sempre, non riusciva a non amarla. Chiunque l’avrebbe cacciata di casa, da svergognata, quale era. Lui no, lui faceva di tutto per evitarle offese o ammiccamenti. Lui tirava dritto, rifuggiva amicizie e compagnie, conosceva troppo bene i pettegolezzi su sua moglie…
Ultimamente lei era diventata ancora più insofferente: passava da giornate euforiche ad altre di cupa, profonda tristezza.
Anche con me e con mio fratello cambiava umore ed atteggiamento senza ragione alcuna: da insoliti, improvvisi baci ed abbracci, a rimproveri a non finire senza motivo, al dirci chiaramente che era stanca di noi… che chissà se eravamo davvero figli suoi… trascinandoci su e giù in un’altalena di emozioni che passavano dalla gioia alla disperazione. Io, temevo per mio fratello… lo sentivo fragile, disperato, solo.

Rene Magritte, Il donatore felice-1966
Con mio padre poi… bisognava vederla salutarlo calorosamente, accoglierlo al rientro del lavoro con mille stupide moine per poi sentirla offenderlo nei modi più disgustosi e volgari.
Quando, ultimamente, durante le sue fasi di umore nero, cominciò a dire di volersi uccidere, all’inizio non ci preoccupammo, lei era solita straparlare. Un giorno, la trovammo in bagno in una scena da film dell’orrore: era sporca di sangue dalla testa ai piedi. Si era fatta dei tagli cercando di recidersi le vene dei polsi ed urlava che era infelice.
Ricordo il suono assordante dell’ambulanza, il tramestio degli infermieri, le signore del palazzo con le mani nei capelli, qualcuno che ci portò via per ricondurci più tardi, dopo che il bagno era stato perfettamente lavato e tirato a lucido come forse non lo era mai stato, una signora che ci aveva portato qualcosa per cena in un contenitore di plastica bianca…E mio padre con la testa bassa come se fosse davvero lui il colpevole delle sue stranezze mentre gli addetti al soccorso lo guardavano quasi schifati. Poi era tornata a casa dall’ospedale. Noi, tutti paggi al suo servizio. “Mamma, non ti alzare, lo prendo io…” “No, no tesoro, non ti preoccupare, ci penso io… “ “Faccio io…” “Vado io…” “Non ti muovere… riposati…”
Tutto inutile. Lei si era mossa. Eccome se si era mossa! Per andarsene definitivamente con un altro uomo. Si era portata via tutto, comprese le nostre vite.
Il conto in banca svuotato, tutte le suppellettili di valore, perfino i regali che io e mio fratello avevamo ricevuto, perfino i pochi soldini delle mance che ci avevano fatto i nonni paterni le rare volte che ormai, e sempre per causa sua, ci venivano a trovare, perfino il portafoglio di mio padre si era presa… gli aveva lasciato solo il portamonete con pochi spiccioli, quelli che erano stati spesi nel negozio di alimentari la sera stessa. Tutti i suoi vestiti. Anche due maglioni che mi appartenevano, visto che ormai ero cresciuta ed indossavamo la stessa taglia. Me li aveva regalati la nonna e lei, invidiosa, aveva precisato subito che stavano meglio a lei che aveva un bel seno, che non a me che ero piatta come la spianatoia della pasta. Non le era importato niente che io potessi soffrire delle sue parole indelicate ed inopportune in quel momento della mia prima giovinezza.
Abbiamo passato ore, giorni, mesi, anni a leccarci le ferite, a nasconderci l’un l’altro la sofferenza, ad inghiottire lacrime… tramortiti… noi, senza nominarla più, e lei invece sempre presente nei nostri pensieri…
E mio padre? Parlava poco. Mangiava poco. Dormiva poco.
Ci siamo rimboccati le maniche. I nonni paterni ci hanno aiutati. Io e mio fratello non siamo stati mai bambini, neppure adolescenti. Pur amandolo sopra ogni cosa al mondo, non ho potuto evitargli il dolore dell’abbandono, quel velo di tristezza che gli ammanta lo sguardo profondo e tutto il suo essere.
Siamo cresciuti in fretta… due giovani vecchi.

René Magritte, La condizione umana II, 1935
Dopo cinque lunghi anni, è tornata.
Si è presentata sulla porta di casa. Mi è sembrata più alta ma non può essere cresciuta, forse mi ha dato questa impressione perché è più magra, molto magra.
E’ arrivata senza valigia, senza niente. Ci ha salutato come se non ci vedesse, che so? Da un’ora? Da un giorno?
Oggi, seduta a tavola con noi, ha mangiato con appetito quello abbiamo preparato. Il babbo, si è precipitato a cercarle perfino le ciliegie delle quali lei andava pazza… e la torta, quella che le piaceva tanto.
Sembra frastornata. Osserva con aria stupita mio padre e mio fratello alzarsi ed aiutarmi a sparecchiare. Eppure è da sempre che lo facciamo, tutti e tre.
Ora è in camera, riposa. La guardo dormire. E’ ancora bella, molto bella! Mi fa tenerezza. Sembra una bambina. La mia bambina.
Mio padre è rimasto in cucina. Seduto su una sedia con i gomiti appoggiati sul tavolo, la testa fra le mani, chissà a cosa pensa… chissà quante domande si sta facendo…
Mio fratello, a testa bassa, è appoggiato con la schiena allo stipite della porta, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni. Dopo un poco si allontana lentamente, in silenzio. Lui è quello che ha sofferto più di tutti: lui la adorava. Riuscirà a perdonare? Riuscirà mai a capire? L’ho visto cupo, non ha aperto bocca, durante il pasto ha tenuto sempre gli occhi bassi sul piatto e non neppure toccato la torta… e le ciliegie che anche a lui piacciono tanto…
Vedo mio padre che delicatamente accosta la porta. Ha paura che qualche rumore la possa disturbare.
Finalmente posso piangere! Piango silenziosamente, seduta sulla sponda del letto. Lacrime che mi rigano il volto, che mi lavano il cuore, l’anima, la mente da mille pensieri intrisi di dolore, di cupa tristezza. Lei si gira, si allunga, distende le gambe magre, sorride nel sonno. Sono felice di averla qui. Protende una mano come a cercare qualcosa, gliela prendo leggera, piano, lei invece afferra immediatamente la mia, non me la lascia più, me la tiene saldamente, anzi se accenno appena a liberarmi, me la stringe ancora più forte, le sue dita lunghe e magre dalle unghie laccate di rosso scuro, sembrano artigli di un rapace che ghermisce la preda. Mi corico accanto a lei.
Mi addormento aspettando che arrivi domani.

Felice Casorati, Ragazza distesa -1962
Solo la quercia bella nella sua insolente, frondosa immodestia, sta ancora lì.