LAVINIA “In compagnia del silenzio”

RACCONTI IN RETE … INVITO ALLA LETTURA

LAVINIA “In compagnia del silenzio” di Ida RENZICCHI

Racconto illustrato con le opere del Maestro Riccardo SANNA 

 

Audiolettura  Giuliana POLEGGI QUARANTA 

 

Accompagnamento musicale: brani eseguiti  dal Maestro Giuseppe TRONCARELLI alla tromba

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   oppure  idarenzicchi@gmail.com

Il silenzio come scelta: porta attraverso la quale accedere ad una dimensione dell’anima dove è possibile ascoltarsi e scoprire se stessi e gli altri, rivelazione dell’interiorità, esercizio di autodisciplina… ma anche indifferenza, distacco, rifiuto, aggressione psicologica, disprezzo. Il silenzio come imposizione: castigo, sopraffazione… timore.

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

“Adesso tu vai nella stanza del silenzio! E ci resti tutto il pomeriggio… così impari!”

Camminava a testa bassa. L’assistente le aveva preso la mano e gliela teneva stretta mentre la strattonava fuori dal refettorio trascinandola verso una porta chiusa che si trovava alla fine di un lungo corridoio fortemente illuminato da grandi plafoniere regolarmente allineate sul soffitto.

La stanza era buia. Il trovarsi repentinamente davanti all’oscurità della cameretta con le persiane chiuse, la fece bloccare all’ingresso del locale. Con una spinta, la donna la costrinse ad entrare all’interno ed uscì richiudendo immediatamente la porta alle sue spalle con due mandate di chiave.

Considerato che il pranzo iniziava alle dodici e trenta e che lei non aveva ancora terminato di mangiare, sarà stata, più o meno, l’una. Restare tutto il pomeriggio in punizione avrebbe significato che, probabilmente, sarebbe uscita da lì alle sette di sera, l’ora del rientro a casa.

Era una bambina obbediente e rispettosa e questa era la prima volta che subiva il castigo del silenzio.

Nel frattempo, i suoi occhi si erano abituati al buio della stanza. Il chiarore che filtrava attraverso le stecche inclinate della persiana di legno le permise di valutarne le dimensioni e l’arredo.

Forse, a causa della quasi assenza di mobilio, l’ambiente non le sembrò spazioso: di forma quasi quadrata con una risega ad angolo retto sulla parete a sinistra della porta di ingresso, le pareti intonacate di bianco, al centro un tavolo anch’esso rettangolare ed una sola sedia impagliata, con lo schienale alto, posizionata in modo che chi vi si fosse seduto avrebbe dato le spalle all’entrata.

Localizzato l’interruttore della corrente a destra della porta, provò ad accendere la luce ma il pulsante doveva essere rotto perché non percepì alcun piccolo scatto e infatti non successe niente.

La prima cosa che fece fu percorrere tutto il perimetro del locale. Giunta sotto la finestra, la osservò attentamente. Era una finestra a doppia anta, molto alta. I vetri trasparenti permettevano, attraverso le stecche, di vedere strisce di cielo azzurro, velato appena da qualche leggerissima nuvola bianca. Prese la sedia, la posizionò sotto, e vi salì sopra. Tentò di aprirla. A fatica riuscì ad azionare la maniglia rigida e a spalancare le ante vetrate ma la stessa cosa non le fu possibile con la persiana. Niente da fare. In punta di piedi, sopra la sedia, in equilibrio precario, aveva rischiato di cadere sbilanciandosi nel tentativo di forzare quelle imposte che opponevano resistenza ai suoi colpi di pressione verso l’esterno. Alla fine, desistette nel timore di precipitare a terra o di finire addirittura fuori dalla finestra, nel caso, a forza di spingere fosse riuscita ad aprirla e si fosse spalancata all’improvviso.

Riccardo Sanna, L’alba all’imbrunire. 

Olio su tela – dim. 80 x100 – anno 2022

Una porta, verniciata di bianco, come le pareti della stanza, si apriva sul lato corto della rientranza. Abbassò lentamente la maniglia: era una toilette dalla forma rettangolare, lunga, ricavata dallo spazio creato dalla risega. Un lavandino, il bidet, la tazza del water ed una mezza vasca, tutto allineato sulla lunghezza di quello che era il muro maestro della stanza da bagno, alquanto angusta. In fondo, la finestra a vasistas consisteva in una sola anta di vetro opaco, fissata da cerniere nella parte inferiore, con la chiusura in quella superiore. Qui almeno c’era luce e, dallo spicchio aperto, entrava aria che faceva corrente con la finestra aperta della stanza.

Che avrebbe fatto durante tutto il pomeriggio? Decise che avrebbe ripassato “La pioggia nel pineto”, poesia che era stata assegnata, a tutta la classe, da imparare a memoria per il giorno successivo. Era molto diligente a scuola e, previdente, era solita avvantaggiarsi con lo svolgimento dei compiti.

Cominciò a declamare i versi ad alta voce. Una, due, tre volte, sempre più sicura, sempre con più enfasi, come un’attrice davanti al suo pubblico. Poi provò a recitarla cantando. Aveva scoperto di ricordare meglio le poesie, cantandole.

Chissà se qualche professore aveva mai pensato di far usare questo metodo ai suoi allievi per mandare le cose a memoria.

Lei ci aveva provato, la prima volta, con “San Martino” del Carducci. Cantilenandoli, i versi le entravano nella mente con più facilità. Poi aveva continuato con Leopardi, Pascoli e Manzoni.

Il “5 Maggio” lo aveva studiato proprio così. Però D’Annunzio no. De “La pioggia nel pineto”, in rime libere, che il suo insegnante aveva definito “musicale”, di questa lirica, non riusciva assolutamente a canticchiare i versi, così, per la quarta volta, la recitò. Una interpretazione passionale, esagerata dal tono della voce e dai gesti teatrali. Al termine di ogni strofa, pronunciava Ermione come l’avrebbe fatto un uomo folle d’amore. Alla fine, sostituì Ermione con Lavinia, il suo nome. Che scema! Rise di gusto.

Per fortuna nessuno avrebbe mai assistito a tale assurda rappresentazione…! Il pensiero di un innamorato appassionato che le dedicasse poesie si confaceva alla sua anima romantica di adolescente.

Si soffermò un momento a sognare: nonostante la difficoltà incontrata nell’impararla a memoria, le piaceva. Amava l’idea che il poeta l’avesse scritta dedicandola alla sua amante. Avesse dovuto dipingerla, avrebbe usato tutte le sfumature del verde e avesse dovuto darle un aggettivo, ne avrebbe usati ben due: “rinfrescante e leggera”, come la pioggia… che lei adorava.

Quanto tempo era trascorso? Un’ora? Chissà? Altre cinque da riempire in qualche modo. Avrebbe ripetuto così tutte le lezioni per il giorno seguente. Iniziò con geografia. La appassionavano di più la geografia fisica e umana di quella politica ed economica, che però si dovevano studiare ugualmente.

Decise che avrebbe fatto la parte dell’insegnante e che avrebbe spiegato a degli ipotetici allievi i vari continenti. Iniziò dall’America visto che questo era l’argomento da studiare a casa. Le piacevano molto le Americhe, così lontane, così diverse… Sicuramente avrebbe fatto sera solo a parlarne… Si mise seduta. Non si trovava a suo agio dando le spalle all’ingresso della stanza, così cambiò la posizione della sedia sistemandola dall’altra parte del tavolo in modo che, avendo le spalle contro il muro, avrebbe potuto controllare la porta. Accostò il tavolo alla parete tirandolo verso di sé e cominciò a descrivere, il più minuziosamente possibile, la geografia fisica dell’America del Nord.

Attraverso la porta del bagno, che aveva lasciato aperta per illuminare meglio la stanza, scorse, nell’angolo di fondo, quello della parete dove si trovava la finestra, una bacchetta metallica: sicuramente il supporto di una tendina poi eliminata. Prese l’astina e, in piedi, simulando di avere una carta geografica alle sue spalle, con sussiego, pretendendo di assomigliare ad una insegnante, cominciò ad indicare mari, fiumi laghi e monti su quella fantomatica mappa ai suoi inesistenti alunni. Ogni tanto, scimmiottando il suo professore, si fermava e rimproverava, con tono severo, qualcuno poco attento puntandogli contro la bacchetta come un’arma.

Accidenti, si era stancata. Soprattutto di sentire e risentire solo la sua voce.

Si sedette sulla sedia e, incrociate le braccia sul tavolo vi appoggiò la testa rivolta verso la finestra.

La risvegliò uno spiraglio di sole che adesso, filtrando con prepotenza attraverso le persiane, illuminava bene tutta la stanza disegnando righe chiare sul pavimento, sul tavolo e sulle sue braccia. Rimase con la testa appoggiata.

Un ragno nero camminava lungo la parete bianca. Senza perderlo d’occhio, si tolse una scarpa e lo osservò attentamente aspettando che arrivasse a tiro per ammazzarlo, (aveva sempre avuto paura degli insetti… veramente… di tutti gli animali). Si rese conto però che la bestiolina, quasi percepisse il suo controllo, appena fissava lo sguardo su di essa, si bloccava immediatamente per percorrere invece velocemente alcuni tratti di muro non appena ne distoglieva lo sguardo. Ad un certo momento, il ragno aveva perfino cambiato direzione, tornando rapido fino al soffitto, dove non lo avrebbe certo raggiunto. Era sicurissima che avesse capito le sue intenzioni…

In effetti, nella stanza rischiarata dai raggi del sole, adesso, in controluce, si vedevano distintamente enormi ragnatele grigie che, come drappeggi, pendevano dagli angoli del soffitto e lungo tutto il bordo superiore della parete. A questo punto, nel timore che qualche ragno le finisse sulla testa, si sbrigò a rimettere il tavolo al centro del locale.

Riccardo Sanna, Pensieri in libertà.

Olio su tela – dim. 60 x 100 – anno 2022

La stanza del silenzio… la stanza della noia… L’assistente si era dimenticata di farle prendere i libri, altrimenti avrebbe studiato o letto qualcosa per ingannare il tempo.

Si alzò per andare in bagno. Nel ritornare alla sedia, notò il cassetto del tavolo. Nessuna maniglia o un pomello per aprirlo, solo una fessura dove infilare la chiave… che non c’era. Si chinò e lo spinse da sotto. Uno o due centimetri, quel tanto sufficiente ad afferrarne i bordi con la punta delle dita e tirare.

Un apribottiglie arrugginito, una matita, un pezzo di gomma per cancellare… e… in fondo un quaderno dalla copertina nera, uguale a quello delle ricette che la nonna custodiva gelosamente in cucina e che le aveva promesso in eredità.

Lo mise sul tavolo e iniziò a sfogliare quelle pagine a righe, ingiallite dal tempo.

Un diario. La data e sotto, in bella calligrafia, una narrazione semplice e concisa di fatti e considerazioni personali:

Il compito di inglese è andato malissimo: 4 e 1/2. Eleonora è una maligna… come se lei nn fosse mai stata castigata… ci siamo picchiate xké ha detto tutto a mia madre… farsi gli affari suoi, no eh? Così stasera le prendo pure da lei…

Il giorno dopo: Interrogazione di Storia: 8. Sono troppo brava! Sapevo ke avrei preso un bel voto! Pericolo scampato…mamma ieri sera nn mi ha detto niente. Mi sembrava assente. Forse le è sfuggito qualcosa…

In seguito: Credevo di essere l’amica del cuore di Priscilla…anke lei… falsa e bugiarda… come quelle che frequenta. Cmq, avranno rosicato a vedere le mie sneakers nuove… fatto è ke me le hanno guardate tutte e nn ha aperto bocca nessuna. Segno ke sono piaciute… alle perfide invidiose…

E poi: Ke c…o capita a casa mia? Sono tutti nervosi. Io li odio.  E’ arrivata la nonna. Con lei almeno ci vado d’accordo, è l’unica con la quale puoi parlare…

Poi: I miei? Due stronzi! Mio padre nn si vede mai… sempre occupato. La mamma? Da un po’ di tempo si dedica solo a sé stessa: tante cure ed  attenzioni. Si è fatta + bella… direi radiosa… Si compra vestiti, accessori, profumi… ogni settimana, appuntamento dal parrucchiere e dall’estetista. Ma lei è bella di suo… ke bisogno ha di tutte queste cose? E’ così sofisticata ke nn mi sembra + lei… nn mi bacia e nn mi abbraccia… teme ke io le possa rovinare il trucco e il lavoro del parrucchiere… A me, piaceva di + prima. Il bello è che, secondo me, mio padre neanke fa caso a tutti questi cambiamenti!

La incuriosiva il linguaggio moderno e quel modo di scrivere, caratteristico ed essenziale dei giovani, in netto contrasto con il vecchio quaderno dalla copertina nera.

Andò avanti a leggere: La nonna mi ha portato a casa sua. Dice ke le piace avermi con lei… ke le faccio compagnia. Io, ci sto bene xké faccio quasi tutto quello ke mi pare. La nonna nn mi sgrida… nn rompe continuamente. Mi ha kiesto però di mantenere basso il volume della musica xké potrebbe dare fastidio. Boh… A ki? Siamo io e lei nella villa.  Matematica mi ha messo 7. Nn sono soddisfatta: ad altri, con gli stessi errori, ha messo 8. Nn capisco il xké, anzi da mo’ ke l’ho capito… ‘sta brutta zitella inacidita… le sto sulle  scatole… ma la cosa è reciproca…

A quel punto sentì dei passi avvicinarsi. Rimise immediatamente il quaderno nel cassetto che richiuse appena in tempo prima che l’assistente aprisse la porta. “Ho dimenticato di farti portare i libri ed i quaderni. Esci e va’ in aula a studiare… mancano ancora due ore per l’uscita… non vorrei che domani tu accampassi la scusa di non esserti preparata a causa mia!”.

Impiegò il tempo che mancava all’arrivo di sua madre, per ripassare e fare i compiti. Era la prima della classe e ci teneva a non cedere la sua posizione.

Quando suonò la campanella che interrompeva gli studi pomeridiani, le ragazze, come foglie ammucchiate dal vento, le si raccolsero tutte attorno. “Allora? Come è andata? Hai avuto paura? Che hai fatto tutto il pomeriggio?” Sicura di farle contente al solo pensiero che qualcosa la avesse spaventata: “Certo che ho avuto paura… certi ragni… enormi… Non ho fatto niente… ho guardato tutto il tempo il soffitto per tenerli sotto controllo. C’era pure qualche topo nascosto… anzi più di qualcuno… si sentiva squittire…”. Non aveva sentito alcuno squittio e non aveva visto alcun topo… e certamente non ce n’erano… ma vuoi mettere la soddisfazione di vederle rabbrividire di disgusto?

“Beh, che ti succede? E’ la seconda volta che rompi la regola. Che facciamo? Non è stato sufficiente il castigo della settimana scorsa? Vuoi tornare nella stanza del silenzio?”

A dir la verità non le sarebbe dispiaciuto affatto. Lei da sola stava bene. A lei il silenzio piaceva. E allora perché lo aveva rotto contravvenendo alla regola?

La prima volta aveva disobbedito rispondendo a tono ad una compagna che, credendo di non essere sentita, aveva fatto delle osservazioni spiacevoli spettegolando sulla sua famiglia. Era stata punita solo lei perché tutti l’avevano sentita gridarle in faccia che era una falsa, pettegola e bugiarda.

Adesso era stata la curiosità di conoscere cosa era scritto nel quaderno dalla foderina nera proseguendone la lettura. Aveva deliberatamente cercato il castigo parlando proprio quando l’assistente stava passando tra i banchi. Ora, ci mancava solo che le usasse clemenza!

Con lo zaino sulle spalle entrò, questa volta volontariamente, nella stanza.

Era una giornata di pioggia e l’ambiente era ancora più buio, ma l’assistente, che non era la stessa della settimana precedente, spalancò, con un certo sforzo, le persiane richiudendo poi le ante vetrate lungo le quali la pioggia battente scendeva a rivoli, ed accese la luce, una semplice lampadina resa opaca dalla polvere che, dal soffitto, pendeva appesa al filo giallastro della corrente.

“Finalmente qualcuno si è deciso a sistemare l’interruttore! Accidenti! E quanto tempo è che queste persiane non vengono aperte? Vedi di fare i compiti e di studiare. Ho dovuto registrare che sei stata castigata… domani aspettati l’interrogazione… conosci le regole… io mica ti capisco… fortuna che eri quella buona e brava…” Se ne andò richiudendo la porta a chiave.

Riccardo Sanna, La via della giustizia. Dedicato a Ebru Timtik.

Olio su tela – 50 x 100 – anno 2021

La prima cosa da fare era aprire il cassetto e continuare a leggere. Almeno un altro po’. Poi avrebbe fatto i compiti e studiato.

La nonna mi ha sgridato. Le ho detto ke volevo andare a casa, dalla mamma. Mi ha risposto contrariata ke il fatto di avermi accolta in casa era una cortesia ke faceva lei a me… e nn viceversa… Ke la mamma nn stava bene… Ke nn potevo tornare a casa… per adesso… Alle mie rimostranze ha risposto ke ne avrebbe parlato con il babbo… ke, per lei, potevo andarmene quando volevo, anke subito.

Ke ha la mamma? Nn lo so. Nessuno mi dice niente. La nonna si è chiusa in un silenzio offeso. Ma ke le ho fatto? Io volevo solo tornare a casa… Madonna! A scuola sto facendo un casino. Nn riesco a concentrarmi sullo studio e sui compiti. Da domani mi metto d’impegno…

C’è un’atmosfera strana intorno a me. Nn capisco ke succede ma ho come la sensazione ke tutti siano troppo gentili… ke mi guardino con occhi diversi… eppure io sono sempre la stessa.

E’ venuto a prendermi mio padre. Sono tornata a casa ma tutti i miei vestiti stanno ancora dalla nonna.

Ieri la mamma nn c’era. Mio padre mi ha spiegato ke si trova in ospedale: nn sta bene ed ha bisogno di cure. Quando gli ho kiesto quando sarebbe tornata a casa, ha allargato le braccia ed ha alzato il mento facendo un’espressione del viso come x dire che nn lo sa neppure lui. Ke ha la mamma? Ancora nessuno ha risposto alla mia domanda. Mi dicono ke nn sta bene… e questo l’ho capito… ma ke ha?

La zia, la sorella di mio padre, mi ha riportato dalla nonna. Durante il tragitto in macchina, alla mia domanda, ha risposto ke mia madre soffre di depressione, di esaurimento, ke è stata ricoverata in una casa di cura. Alla fine, qualcuno ha parlato! La zia mi sta alquanto antipatica ma, vivaddio, almeno nn ti nasconde le cose! Ho notato un certo sadismo nel suo modo di mettermi al corrente del problema… ma, in generale, lei nn fa niente per accattivarsi la benevolenza degli altri… dice sempre ke nn gliene frega proprio niente di compiacere le persone… (quando io uso il termine “fregare” vengo rimproverata… alla zia, invece, è concesso impiegare questo vocabolo impunemente… poi i grandi sarebbero quelli giusti?… e quando mai?).

Questa mattina nn sono andata a scuola. La nonna mi ha detto di vestirmi e di restare a casa. Questa notte mi è parso di sentire del trambusto e di udire la voce di mio padre… forse sognavo… Sono rimasta in camera mia tutta la mattina. Forse la nonna si è dimenticata di me… E’ entrata nella stanza e mi ha abbracciata forte stringendomi al seno. Sentivo il suo inconfondibile profumo. “La mamma se n’è andata…” Andata? E dove? Dove è andata la mamma?

In macchina, io, la nonna e la zia… ho capito tutto: la mamma è morta. La zia, senza nessun riguardo, ha iniziato a parlare con la nonna. “Sai ke ti dico? E’ andata così! Inutile stare qui a farsi colpe… una sua scelta… ke potevamo fare noi? Voleva morire? Eeeeh… è morta!”  la nonna le ha dato un colpo sul fianco: ”Sssssh! La bambina… la bambina… dietro…” “E allora? Ke nn glielo vogliamo dire ke sua madre è morta? Ke aspettiamo? Tanto quello è… inutile girarci attorno… E poi… non capisco xké ti ostini a chiamarla ancora bambina…” La zia, ke guidava, si è girata e mi ha guardato. Poi ha di nuovo rivolto lo sguardo alla strada ke stavamo percorrendo. La nonna, seduta davanti accanto al conducente, ha allungato la mano all’indietro cercando la mia, ma io nn gliela ho presa. Lei nn può girarsi a causa della cervicale, meglio così.

Riccardo Sanna, Il mio vicinato.

Olio su tela – dim. 60 x 80 – anno 2014

La mamma è morta. Se n’è andata… senza neppure salutarmi… Da quando era venuta a prendermi la nonna, per portarmi a casa sua, io nn l’avevo + vista. Adesso sono tutti molto gentili con me ma io nn sono abituata a queste insolite manifestazioni di affetto. Solo la mamma, solo lei fino a poco fa mi stringeva forte a sé, mi baciava, mi accarezzava, mi abbracciava. Poi, da qualche tempo, neanke + lei. Gli altri? La nonna sì, ma quando ero + piccola e mio padre… molto raramente e a modo suo: sembra quasi a disagio quando esterna amore e tenerezza nei miei confronti. Nn credo sia freddo o indifferente ma, di solito, ha, verso di me e verso la mamma, un atteggiamento severo. Ma adesso la mamma nn c’è +.

Sono tornata a scuola. La zia e la nonna si sono trasferite da noi, a prendersi cura di me e della casa, tanto la zia è zitella e la nonna vive da sola. Hanno detto ke sarà per poki giorni… Oggi pomeriggio mi hanno portata a fare una passeggiata. La zia nn mi ha comprato un paio di jeans ke avevo visto in vetrina. Ha detto ke ho troppo… di tutto… E’ vero, però la mamma me li avrebbe presi…

Mancano poki giorni alla fine dell’anno scolastico. Da una parte nn vedo l’ora, dall’altra mi kiedo cosa farò questa estate.

Lulù si è comprata i jeans ke piacevano a me. Ieri ho descritto talmente bene la vetrina ed i pantaloni che nn poteva sbagliare. Questa mattina, è arrivata tutta soddisfatta. Nn ho capito il suo sguardo. Sembrava quasi sfidarmi mentre raccontava a tutti che la sua mamma glieli aveva comprati. Anke la mia… me li avrebbe comprati… se ci fosse stata. Cmq nn le stanno bene affatto… si può mettere quello ke le pare… culona è e culona rimane!

La nonna e la zia sono tornate nelle loro rispettive abitazioni. Meglio così. A casa siamo rimasti io e mio padre. Kissà se supererò questo anno scolastico o se mi rimanderanno in qualke materia. Ultimamente nn sono stata + interrogata. Ho saltato anke diversi compiti in classe. Ormai neppure farei + in tempo a recuperare.

Riccardo Sanna, Il labirinto della mente.

Olio su tela – dim. 100 x100 – anno 2014

Finito. La ragazza sfogliò veloce le pagine ingiallite, vuote. Sentì dei passi avvicinarsi perciò richiuse in fretta il quaderno, lo infilò rapidamente nel suo zaino e ne estrasse il libro ed il quaderno di inglese. Iniziò a svolgere i compiti assegnati per il giorno seguente. Le erano rimasti solo gli esercizi di grammatica di lingua straniera. Le altre materie, come era solita fare, se le era portate avanti durante la settimana. Sarebbe bastato un semplice ripasso veloce. Sapeva che sarebbe stata promossa. Mai avuto problemi con la scuola. I passi si allontanarono e lei continuò assorta a cimentarsi con le regole di quella lingua che, unica tra tutte le materie scolastiche, faticava ad entrarle nella testa.

Quando sul tardo pomeriggio arrivò sua madre per portarla a casa, le buttò le braccia al collo in un impeto d’amore irrefrenabile. “Ehi, che ti prende? Che stai combinando? Non credevo alle mie orecchie quando l’assistente mi ha detto di averti dovuto punire un’altra volta. Tu!  Tu, che non rispetti la regola del silenzio! In castigo! Che ti succede? Alla fine dell’anno poi… Su, su, andiamo a casa… e che non accada più eh!”

Aveva abbassato lo sguardo colpevole.

L’anno scolastico era terminato. Era stato durante l’estate che, nelle lunghe giornate al mare, in compagnia della mamma, aveva cominciato col domandarle se sapesse qualcosa di una studentessa alla quale era morta la madre. Superata una certa iniziale reticenza, alla fine, lei le aveva risposto: “Si, si. Ho capito. Un fatto clamoroso. La giovane figlia del Prefetto. Gente per bene. Una tragedia nella tragedia… madre e figlia… una disgrazia infinita… Ma tu che ne sai? Chi te ne ha parlato?”

Non disse alla mamma del quaderno dalla copertina nera.

Madre e figlia… che era successo? Alcuni giorni dopo, tornò sull’argomento. Voleva sapere: dopo qualche anno, anche la figlia si era suicidata, come la madre. Un muro protettivo era stato eretto attorno alla famiglia. Persone talmente riservate che nulla di nulla era trapelato. In città se ne parlò come di una terribile disgrazia: una ragazza giovane e bella che non era riuscita a farsi una ragione della morte della madre. Si era chiusa in uno strano silenzio, quasi un mutismo fino al terribile gesto che aveva lasciato tutti attoniti.

Tutta l’estate il quaderno nero rimase nello zaino insieme ai libri ed ai quaderni dell’anno ormai superato. Il prossimo sarebbe stato l’ultimo nel convitto. Solo all’inizio di settembre, tutto il contenuto della cartella venne tirato fuori per fare posto al nuovo corredo scolastico.

Il quaderno nero non lo aveva più sfogliato. Adesso lo trattava come una reliquia. Lo avrebbe portato sempre con sé a scuola, in fondo allo zaino, nella parte piatta della sacca, dove avrebbe sopportato il peso di tutto il resto. Fu quando lo prese per sistemarlo, sotto tutti i libri, nel posto che gli aveva assegnato che, tra le pagine giallastre rimaste vuote, ne vide una scritta. Era tutta in maiuscolo con una calligrafia talmente marcata che sarebbe stato possibile leggere lo stesso nella pagina seguente, tanto vi era stata pesantemente impressa la scrittura. A prima vista le sembrò un’apologia del silenzio. La parte finale la lasciò sconvolta: “IO AMO IL SILENZIO, LO CONOSCO E CI VIVO. HO FATTO DEL SILENZIO IL MIO UNICO COMPAGNO. NEL SILENZIO HO RITROVATO MIA MADRE E ME STESSA. IO E LEI, PER SEMPRE, IN COMPAGNIA DEL SILENZIO.”

La ragazza, a bocca aperta, cercava di capire. Si rifiutava di comprendere quell’ultima, solitaria pagina fra altre vuote. Quando era stata scritta? Perché il quaderno si trovava nel cassetto della stanza del silenzio?

L’inizio dell’anno scolastico distrasse la sua attenzione dal quaderno nero che, in fondo allo zaino dello stesso colore e sotto tutto il resto, passò inosservato per qualche mese.

Quell’anno avrebbe dovuto sostenere gli esami di stato ed era intenzionata a fare bella figura.

Quando la madre fu mandata in trasferta momentanea in un’altra città, non se la sentì di portarla con sé e di farle cambiare Istituto perciò chiese alla Direttrice il permesso di usufruire del tempo pieno, ossia di far rimanere sua figlia nel collegio giorno e notte, ovviamente pagando la retta richiesta.

Erano cambiate molte cose dall’anno precedente: c’era una nuova Dirigente ed anche le Assistenti erano state cambiate, tutte, tranne una, quella che lei, gli altri anni, aveva ritenuto essere la più gentile.

Riccardo Sanna, Ricordi del passato.

Olio su tavola – dim. 50 x 60 – anno 2005

Fu durante un’influenza che Lavinia, a letto, da sola nella stanza a causa della febbre, provò a domandare se conoscesse l’autrice del quaderno proprio a quella collaboratrice venuta a portarle il pranzo. Le sembrava un’anziana signora, ma in realtà aveva solo quindici anni più di lei.

“La figlia del Prefetto? Certo che l’ho conosciuta! Una bellissima ragazza, di ottima famiglia. Sfortunata… poverina… ma non so proprio niente di quella storia… una brutta depressione… come spiegare la cosa altrimenti?”

Poi, senza esserne ulteriormente sollecitata aveva raccontato dei sospetti che avevano aleggiato attorno al padre della giovane… in realtà, alla fine, non ne era uscito fuori niente… ma restava il fatto che madre e figlia si fossero suicidate… e che lui, non sopportando più il clima che gli si era creato attorno, si era dimesso dalla carica che ricopriva e si era trasferito in un’altra città con la madre anziana e la sorella zitella.

“Mi ricordo che la ragazza aveva chiesto di essere accolta per un periodo nel convitto anche se aveva terminato gli studi. La Direttrice l’aveva ospitata alcuni giorni. fino a quando il padre era tornato a prenderla per riportarla a casa. Tutti dicevano che fosse una ragazza presuntuosa, ma con me è stata sempre gentile e rispettosa. Era taciturna e solitaria… questo sì…  Aveva chiesto che le fosse consentito di dormire nella stanza del silenzio e la Direttrice l’aveva accontentata sistemandovi un letto ed un comodino che in seguito furono riportati nel dormitorio Era cambiata moltissimo… prima, quando frequentava la scuola, era una ragazza serena, tranquilla. Che le posso dire di più signorina?”

Lavinia aveva ascoltato con attenzione. Due donne fragili, sicuramente affette dalla stessa debolezza psicologica. Ma cosa le aveva portate entrambe al gesto estremo di togliersi la vita? E perché i sospetti sul padre della ragazza? Cercò di scoprire qualcosa ma la sua piccola inchiesta non sortì alcun effetto.

A metà dell’anno scolastico arrivò al convitto Ernestine. I genitori della nuova studentessa, il padre francese e la madre danese, avevano la residenza in un paese vicino, ma, per impegni di lavoro, si erano dovuti trasferire momentaneamente in una cittadina del sud della Francia. Ernestine avrebbe voluto andare con loro: parlava perfettamente il francese, e non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad inserirsi nel nuovo ambiente e superare l’anno scolastico, ma i genitori che, a causa degli impegni di lavoro non avrebbero potuto occuparsi di lei, avevano deciso di lasciarla in Italia dove avrebbe risieduto a tempo pieno nel collegio durante i pochi mesi che mancavano alla fine del suo percorso di studi.

Ernestine, spavalda e irruenta, e Lavinia, riservata e silenziosa, erano diventate subito amiche. Entrambe bravissime a scuola. A dir la verità la nuova arrivata, più per la sicurezza che ostentava che per meriti superiori ai suoi, almeno così riteneva Lavinia, aveva subito scalzato la sua prima posizione nella classifica dei più bravi.

Ad Ernestine, perlomeno secondo quanto essa riferiva, pur giovanissima, i genitori non avevano vietato di frequentare ragazzi della sua età accompagnandola regolarmente in discoteca durante i fine settimana. Possedeva un telefono cellulare ed un computer di cui i genitori, al di fuori di tutte le regole del convitto, avevano chiesto le fosse permesso l’uso, ma che la Direttrice, imparziale e ligia alle norme dell’Istituto, aveva preteso le fossero consegnati in custodia.

In quel periodo, nel collegio erano solo loro due ad usufruire del tempo pieno e dormivano nella stessa cameretta. Ernestine, che nonostante l’età si sentiva adulta, era molto libera nel parlare e nei modi, e si divertiva a scandalizzare Lavinia che aveva vissuto, fino ad allora, sotto le ali protettrici della mamma e del collegio. Era chiaro che avesse frequentato ragazze più grandi e che conoscesse molto più di lei, soprattutto della vita dei loro coetanei.

Riccardo Sanna, L’ultima scena. Partiamo nudi e senza maschera.

Olio su tela – dim. 80 x 100 – anno 2023

Tra le altre cose, le parlò di una domestica che aveva lavorato per un breve periodo presso la sua famiglia dalla quale era stata poi licenziata perché scoperta ad intrattenersi, in casa, con il fidanzato di turno. Durante la sua permanenza, la giovane, assunta per occuparsi delle faccende di casa, le aveva rivelato cose sulla vita intima e sui rapporti uomo-donna di cui i genitori di Ernestine, seppur moderni ed aperti, non avevano mai accennato. La domestica le aveva aperto un mondo nuovo di cui, in quel periodo della vita in cui una ragazza sente le prime pulsioni fisiche, era curiosa di sapere. Una volta, le aveva addirittura parlato di una famiglia, presso la quale era stata a servizio solo pochi mesi, dove secondo lei, dietro la facciata di perbenismo, si celava una brutta situazione incestuosa. Le confidò di essere stata licenziata perché si era accorta di qualcosa che non andava: che in quella casa, anni prima, la madre si era suicidata, distrutta dopo essere venuta a conoscenza di una relazione extraconiugale del marito il quale, secondo il racconto della domestica, abusava o aveva cercato di abusare della figlia psicologicamente fragile.

“Però io a questo non ci ho mai creduto! Quella, e te lo dico con certezza, non era niente di buono, una brutta persona. Figurati che la famiglia di cui diceva quelle cose disgustose era una tra le più in vista della città… Quando, dopo che era stata licenziata anche da noi, riferii il fatto a mio padre, udita la sconvolgente confidenza, il babbo mi rispose seccamente di non nominare mai più quelle persone colpite da una tragedia immane e la denunciò immediatamente per calunnia. La nostra ex domestica, già incriminata per lo stesso reato, fu condannata. Visto il suo comportamento, a casa ci siamo spesso domandati chissà cosa fosse andata a raccontare in giro di noi, prima di andarsene definitivamente dalla città…”

A Lavinia fu subito chiaro che la famiglia in oggetto era quella della ragazza del quaderno nero. “Sai, credo che la figlia del Prefetto abbia studiato in questo collegio, anzi ne sono sicura. Cosa credi le sia successo?”

“Ti rispondo con quello che, a tal riguardo, mi ha detto una volta mio padre: “Tra le quattro mura di una casa e nell’animo di una persona avvengono cose e nascono pensieri che nessuno è in grado di conoscere e giudicare… quindi, ricordati: mai parlare di persone e situazioni senza esserne correttamente informati… nel migliore dei casi, si rischia di dire cose inesatte e di ferire qualcuno…” Le tare ereditarie esistono e la malattia mentale ne fa parte. Mio padre è medico psichiatra e, poco tempo prima che succedesse la tragedia, era stato chiamato per un consulto dal professionista che aveva in cura proprio la figlia del Prefetto. La ragazza era molto malata e non aveva un buon rapporto con il padre. Dopo il suo suicidio, la cattiveria di quella persona cacciata di casa, che non si è fatta scrupolo di gettare fango su un uomo colpito duramente dalla vita, ha finito con l’annientare una famiglia già distrutta e l’esistenza di un uomo perbene che a causa dei tanti sospetti che ne derivarono vide rovinata anche la sua carriera. Sai, in seguito, ho sentito dire che la domestica avrebbe rivelato a qualcuno di essersi voluta vendicare perché rifiutata dal Prefetto dopo esserglisi palesemente proposta poco tempo dopo la morte della moglie. In quel periodo, in città, circolarono anche voci su una presunta relazione del Prefetto con una signora… voci… che si dissolsero quasi subito come neve al sole…  niente di più… anche perché, nel frattempo, lui, amareggiato, si era trasferito in un’altra località… Si può fare più male con le parole che con le armi…” Lavinia rimase stupefatta dalle parole sagge e misurate di quella sua nuova amica. Fino a quel momento, l’aveva considerata semplicemente una ragazza allegra e spigliata, una buona compagnia, niente di più.  

Riccardo Sanna, Il Mondo delle donne.

Olio su tela – 80 x 100. Anno 2020

A fine febbraio, al ritorno dalla trasferta della mamma, Lavinia tornò alla situazione precedente di convitto diurno. Una sera, aspettando che la cena fosse in tavola, mentre si scaldava davanti al grande camino acceso nel salone, tirò fuori il quaderno nero dalla cartella. “Che è?” Le aveva chiesto sua madre che stava entrando con la zuppiera fumante. Lavinia glielo porse.

Finito di leggere, sua madre, che le sembrò particolarmente turbata, la guardò e, mentre teneva il braccio con la mano che reggeva il quaderno, teso verso il camino, senza parlare, dopo averle fatto un cenno interrogativo al quale lei aveva risposto con un altro di assenso, lo gettò tra le fiamme. Tra le lingue di fuoco gialle, rosse, azzurrine, arancio, si alzavano, sollevati dal calore, pezzi neri di carta bruciata: alcuni sarebbero usciti dal camino, dispersi nel cielo sereno di quella fredda sera invernale, altri, ricaduti tra le braci, sarebbero finiti nel secchio della cenere come la storia dolorosa che vi era stata scritta.

Intanto la minestra si era raffreddata e così tutto il resto della cena. Lavinia seguì la madre che riportava la zuppiera in cucina. “Che ne dici se ce la scaldiamo domani e stasera ci facciamo due panini? Ce li mangiamo vicine, vicine davanti al camino… Poi, se ti va, ripassiamo la poesia. Mi piace quando reciti i versi! Potresti pure fare l’attrice tu… di teatro…” Nonostante il tentativo di celarla dietro il tono volutamente leggero, la ragazza percepì chiaramente una grande tristezza nella voce di sua madre.

Nel breve periodo che mancava ormai alla fine dell’anno scolastico avrebbe prestato attenzione a non finire più nella stanza del silenzio.

Trascorsero alcuni mesi. Finita la scuola e pure le vacanze, Lavinia che, uscita dal convitto, aveva fatto nuove amicizie trascorreva molto tempo con la nuova compagnia: passeggiate al parco pubblico, lunghe chiacchierate, giochi, scherzi. Un tardo pomeriggio d’estate, pochi giorni prima dell’inizio dei corsi universitari, seduti allineati su un muretto, si ritrovarono più o meno tutti i ragazzi del gruppo ad osservare i passanti. “Ma allora è vero che stanno insieme! E’ tornato in città…” Lavinia si voltò di scatto incuriosita. Non le sfuggì che quella che sedeva accanto alla ragazza che aveva parlato, le stava dando vistosamente di gomito. Troppo tardi. Non capì subito l’improvviso silenzio che era sceso fra i suoi compagni: il traffico caotico della piccola cittadina le impediva di vedere le persone oggetto della breve osservazione. Alla fine, riuscì a scorgere, tra una macchina e l’altra, sua madre a braccetto con un uomo. Solo allora realizzò che la pettegola, una che si era unita recentemente alla compagnia, si riferiva alla coppia all’altro lato della strada e comprese l’imbarazzo generale.

Forse la ragazza non sapeva che la figlia della donna oggetto della maldicenza era a due metri da lei… o forse aveva aperto bocca prima di riflettere… il suo disagio era palese… dapprima finse di non capire, come se non avesse detto niente, poi quando fu evidente che si esigeva da lei una spiegazione, si affrettò a balbettare delle scuse rivolgendosi non a Lavinia che, indignata, se ne era andata immediatamente, ma agli altri componenti della compagnia: un chiarimento, inutile, che si basava, come unica scusa, sull’aver, a suo dire, solo riferito chiacchiere di pubblico dominio sentite in giro. I ragazzi seduti sul muretto ascoltarono più con morbosa curiosità che solidarietà verso l’amica offesa. Il risultato fu che anche quei pochi che non ne erano a conoscenza seppero della vicenda e che, vista l’assenza della persona interessata, finirono quasi tutti, chi più chi meno, con l’aggiungere commenti e indiscrezioni.

Per Lavinia fu abbastanza semplice comporre il mosaico: le tornarono alla mente le poche maligne parole della ragazza nel convitto che l’avevano fatta tanto arrabbiare e alle quali aveva risposto infuriata per finire poi in castigo nella stanza del silenzio… il sottrarsi delle persone alle sue domande… la reticenza della mamma ed il suo turbamento dopo aver letto il diario… quelle due ultime frasi udite per caso sul muretto…

Non fu facile affrontare l’argomento con sua madre. Era vero: lei e il Prefetto si erano conosciuti molti anni prima e avevano scoperto reciprocamente di avere tali e tante affinità da rimanerne essi stessi sbalorditi. Una profonda amicizia troncata immediatamente, di comune accordo e senza esitazioni, al primo accenno di pettegolezzo. Poi, la grave malattia e la morte della moglie di lui. Dopo la disgrazia della figlia era seguito un periodo di grande prostrazione che aveva portato l’uomo a lasciare il lavoro ed a cambiare residenza.

Riccardo Sanna, Il labirinto dei pensieri.

Olio su tela – dim. 80 x 80 – anno 2014

Erano trascorsi degli anni e, dopo che il tempo aveva non guarito, quello sarebbe stato impossibile, ma lenito, le dolorose ferite, si erano cercati reciprocamente: come due naufraghi. L’uomo si era aggrappato a lei sforzandosi disperatamente di non sprofondare nell’inferno dei suoi ricordi e lei non aveva potuto fare altro che accogliere la sua accorata richiesta di aiuto. Avrebbero potuto tenere nascosta la loro relazione, ma non era altro che una sincera amicizia… non c’era niente di male… e allora? Perché comportarsi da colpevoli? Lavinia ne era stata tenuta all’oscuro solo perché la madre non aveva ritenuto opportuno metterla al corrente di una situazione di fatto inesistente.

Purtroppo, la loro era una piccola città di provincia che si nutriva di pettegolezzi come tutti gli altri luoghi dove ci si conosce a vicenda. Chi aveva insinuato nella moglie del Prefetto il sospetto di una relazione amorosa del marito con un’altra donna e messo addirittura in giro la  terribile chiacchiera di un incesto solo per vendicarsi, poteva darsi non avesse realizzato la gravità di quello che stava facendo, della pericolosità di parole, avvelenate al punto da risultare mortali… ma in ogni caso, con inaudita malvagità, si era resa colpevole, per la legge, solamente di calunnia… ma, in effetti, si sarebbe dovuta sentire responsabile di un duplice omicidio.

A volte bisognerebbe autoimporsi il silenzio… a vita.

Lavinia e la madre trascorsero giornate taciturne, l’una impegnata nello studio e l’altra nel lavoro. Una strana imbarazzante incomunicabilità era scesa fra di loro. La ragazza non le perdonava il non averla resa partecipe di un aspetto della sua vita di cui era venuta a conoscenza per caso, attraverso le parole maldicenti di una ragazza superficiale e la madre, che riteneva di non aver fatto nulla di sconveniente o di sbagliato, si sentiva, a sua volta, offesa dall’atteggiamento della figlia. “Mi stai giudicando!” Le aveva detto un giorno con amarezza. “Non sta a te condannare e, oltretutto, mi sembra che tu lo stia facendo, non valutando i fatti come sono realmente accaduti ma sulla base di pettegolezzi maligni… e questo mi dispiace… mi ferisce profondamente!” Prima di lasciare la stanza si era voltata ed aveva aggiunto: “Comunque non è tuo padre. Qualcuno potrebbe averti detto o dirti pure questo… ma non è lui…” Il discorso su suo padre non era stato più affrontato da quando, molti anni prima, sua madre le aveva detto che era morto: una morte duplice, quella biologica, avvenuta qualche anno dopo l’altra, quando lo aveva cancellato per sempre dalla sua vita e dai suoi pensieri dopo essere stata abbandonata incinta di tre mesi.

Poi una sera un leggero bussare alla porta. Sua madre era in cucina con il televisore acceso e non aveva neppure sentito. Andò lei ad aprire. L’uomo che le stava di fronte aveva gli occhi tristi, ma buoni. Impacciata, con il cuore che le batteva all’impazzata, prima di invitarlo ad entrare, chiamò la mamma. “Buona sera! Scusatemi, passavo di qui. Volevo giusto fare un saluto prima di rientrare a casa.” Si ritrovarono tutti e tre davanti al camino acceso dopo aver consumato insieme una cena frugale. Poi la mamma aveva rotto il silenzio: “Che ne dici di recitarci qualcosa? Dai, ti prego! Sei così brava! Un brano che stai studiando, una poesia, quello che ti pare…” Non aveva recitato proprio niente quella sera. Ma come si permetteva! Davanti ad uno sconosciuto! Perché tale era per lei quell’uomo dal quale era, al contempo, incuriosita e intimidita.

Poi, giorno dopo giorno, lentamente, vinta l’iniziale diffidenza, aveva cominciato a sentire nella presenza di quella persona riservata e tranquilla una specie di familiarità al punto da arrivare a sentirne la mancanza quelle volte che, per qualche ragione, non si era fatto vedere. Una sera che la madre era occupata in cucina, lui, con molta discrezione, le chiese dei suoi studi, dei suoi progetti, incoraggiandola a non avere timore della vita: “Veramente, non ho ancora deciso niente. Innanzitutto, voglio finire l’Università, poi, ma questo è solo un sogno, mi piacerebbe fare l’attrice… di teatro. Comunque, credo che finirò per fare l’insegnante…” “Fai bene a prenderti una laurea. Ma non aver paura di realizzare i tuoi sogni… di rischiare… impara ad analizzare le situazioni e a saper valutare le persone che hai di fronte… poi mettici un po’ di coraggio e vivi la tua vita… sei giovane… ne hai tutto il diritto…” Il suo tono era pacato. Stava quasi per dire figlia mia, ma si era trattenuto in tempo e il suo sguardo era diventato triste.

Una sera, ancora la richiesta della madre: dapprima reticente, poi sempre più sicura di sé, calma, Lavinia iniziò, all’inizio a cantilenare, poi a declamare i versi di un famoso poema. “La pioggia nel pineto”… per favore Lavinia… facci ascoltare anche la lirica di D’annunzio…” Sua madre e quell’uomo, illuminati e leggermente arrossati dai bagliori e dal calore del fuoco acceso nel camino, la guardavano con ammirazione mista a dolcezza. Lavinia all’improvviso di sentì leggera. Era come se una pioggerellina in una giornata afosa di estate le rinfrescasse delicatamente la fronte e l’anima mentre lavava l’aria tutto intorno. Il passato non esisteva più, come se quel fuoco nel camino avesse purificato tutto. Sentì di essere preziosa ai loro occhi, percepì chiaramente una sensazione generale di benessere e di distensione. Era tranquilla, come il mare placido, passata la tempesta. D’un tratto, si rese conto che sua madre e quell’uomo provavano un sentimento reciproco al quale sarebbero stati disposti a rinunciare pur di non turbare la sua serenità… sentì che… da lei…  che dipendeva da lei… Quando ebbe finito, si alzarono tutti e due, il suo pubblico, per applaudirla con entusiasmo.

Riccardo Sanna, La melodia del mare.

Olio su tela – dim. 70 x 80 – anno 2023

Quella sera, sulla porta di casa ancora chiusa alle sue spalle, in procinto di accomiatarsi, mentre le prendeva la mano che lei, come faceva sempre, gli aveva formalmente porto per salutarlo, vide spuntare sul volto dell’uomo un leggero sorriso ed un impercettibile cenno di assenso. Né l’uomo, né Lavinia si dissero una parola, neppure il consueto “buonasera”.

D’un tratto fu lei a liberare quel sentimento filiale, nuovo ed inaspettato che da un po’ le andava riempiendo l’anima e che adesso sentiva traboccare. All’improvviso, d’istinto, aveva allargato le braccia affondando il viso in quella camicia che sapeva di caldo buono… mentre, da sopra la sua testa, la madre, alle sue spalle, e l’uomo, che tremante per l’emozione, l’aveva avvolta in un abbraccio paterno, si guardavano in silenzio.

Il silenzio come scelta: porta attraverso la quale accedere ad una dimensione dell’anima dove è possibile ascoltarsi e scoprire se stessi e gli altri, rivelazione dell’interiorità, esercizio di autodisciplina… ma anche indifferenza, distacco, rifiuto, aggressione psicologica, disprezzo. Il silenzio come imposizione: castigo, sopraffazione… timore.

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta