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Opportunities for young adult people to connect together in safe online facilitated dialogue to discuss current issues that matter to them, develop a better understanding of each other, build meaningful relationships across borders and cultures, and practice important employability skills.
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Carissimi lettori, con il caldo mese di luglio Avalon Ship propone un nuovo viaggio. Il capitano, dopo aver lasciato per un po’ il timone a MIRIAM riprende il comando della nave. “L’olfatto è una vista strana”, scriveva Pessoa. Noi navigheremo a vista, guidati dall’olfatto, al quale abbiamo ricollegato una tematica molto attuale: la dipendenza dalle sostanze stupefacenti e alcool, da quei “profumi proibiti”, che portano allo sballo, al viaggio e alla fuga dalla realtà (oltretutto certe sostanze vengono proprio inalate attraverso il naso). Un argomento non facile da affrontare, impalpabile e al tempo stesso dalle conseguenze concrete devastanti. Per questo abbiamo cercato di approfondire, di riflettere, di coinvolgere per saperne di più…

a cura di Mattia Russo clicca qui
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Infatti mi sono accorto spesso che essi [gli odori] mi cambiano, e agiscono sul mio spirito secondo la loro natura. E questo mi fa approvare quel che si dice, che l’invenzione degli incensi e dei profumi, tanto antica e diffusa in tutti i popoli e in tutte le religioni, miri a rallegrarci, risvegliarci e purificarci i sensi per renderci più disposti alla contemplazione. (Montaigne- Libro I, LV)
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La prima cosa da precisare circa l’olfatto è che questo senso ci influenza ben più di quanto immaginiamo. Pensiamo ad esempio all’organo vomero-nasale, un organo di senso olfattorio ausiliario che influenza la scelta del partner. Gli impulsi dati da questo apparato giungono direttamente alla zona del cervello che gestisce le emozioni. Dunque, gli odori e i profumi offrono input interessanti e fortissimi agli esseri umani. Sono collegati alle nostre emozioni, alle nostre sensazioni, ai nostri ricordi. Riguardo questi ultimi, esiste la cosiddetta “memoria dei sensi”: esami condotti sul cervello dimostrano che l’olfatto rievoca il passato ed anzi è il senso che riesce a farlo in maniera migliore. Già lo scrittore Marcel Proust aveva affermato che “l’odore e il sapore delle cose rimangono a lungo depositate, pronte a riemergere”. Proprio la sua “Ricerca del tempo perduto” pone l’olfatto come mezzo principale al fine di percorrere l’impervia strada del ricordo.
“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo.”
“Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.” (Dalla Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust)
I ricordi sono qualcosa di biologico, di chimico e dunque, spesso, completamente fuori dal nostro controllo razionale.

Come abbiamo giù detto, “l’olfatto è una vista strana”, scriveva Pessoa. Noi navigheremo a vista, guidati dall’olfatto, al quale abbiamo ricollegato una tematica molto attuale: la dipendenza dalle sostanze stupefacenti e alcool, da quei “profumi proibiti”, che portano allo sballo, al viaggio e alla fuga dalla realtà (oltretutto certe sostanze vengono proprio inalate attraverso il naso). Un argomento non facile da affrontare, impalpabile e al tempo stesso dalle conseguenze concrete devastanti.
Abbiamo deciso di introdurvi l’argomento parlandovi di un film italiano del 1983: “Amore Tossico”, diretto da Claudio Caligari. La trama, a dire il vero, è molto semplice, semplice perché realistica. Chi è vittima di queste sostanze viene intrappolato in una routine perversa, fatta di istinti ripetitivi. Nella Roma degli anni ottanta, un gruppo di ragazzi tossicodipendenti vive la loro vita tra consumi di sostanze stupefacenti, litigi e furti per potersi pagare l’acquisto di tali sostanze.
Del film colpisce il crudo realismo che lo avvolge, raccontando quella che non é né una favola né una storia a lieto fine, ma la disarmante realtà. Ciò che rende la pellicola molto interessante è che gli stessi attori hanno avuto un passato di tossicodipendenza. É impossibile non intravvedere nei loro sguardi una luce particolare. La droga diventa la loro ossessione. Il pensiero di procurarsela affligge la loro mente costantemente, causando un alienazione dalla realtà che li porta a vivere in un mondo dove essa, la droga, ne è l’ imperatrice, in cui non esiste altro se non lei.
Mi viene in mente l’immagini di Medea che è madre, perché è linfa dei suoi ” figli”, ma, allo stesso tempo, senza che loro se ne accorgono, a poco poco li divora.

Nel film Amore Tossico la dipendenza da droghe viene mostrata senza risparmiare dettagli allo spettatore. Si viene immersi nel mondo caotico dei personaggi e si assiste al loro tracollo. La droga è l’ossessione che domina le loro vite, più importante di ogni altra cosa. Le loro azioni sono mosse dalla dipendenza e i loro pensieri faticano a discostarsi troppo da essa. In questo disegno ho voluto rappresentare quel che, a mio parere, restava del personaggio di Michela prima di morire di overdose. La sua esistenza si era ridotta al vagare come una sonnambula in cerca della sua dose giornaliera, vaneggiando alle volte sul cambiare vita senza davvero volerci provare, sempre meno lucida, sempre più stanca.

Il suo ultimo giorno non restava molto da distruggere, lei stessa si era già annullata un pezzo alla volta.
L’olfatto rappresenta una delle linee guida del film: odore di sangue, droga, sudore, odore di astinenza, odore di pace dopo una dose, odore in ogni scena, così reale da sentirlo nelle narici. L’odore di vomito di uno dei protagonisti, il quale continua a bucarsi nonostante stia sempre male, sempre peggio, nonostante gli avvisi dell’amico, Cesare, “questa ti farà male”. Odori, ricordi, uso di sostanze, tutto si ricollega alla volontà di fuggire, o vivere in maniera differente, il “qui e ora”.

Colpisce molto il viso di una delle protagoniste, Loredana, che dopo essersi bucata il collo, si assopisce. Il suo collo sanguina ma lei non se ne accorge, troppo abbandonata all’eroina in corpo, nell’indifferenza dell’amica che le tiene uno specchio di fronte. Tutti i personaggi profumano malinconicamente di una profonda solitudine esistenziale, una solitudine dettata dall’avere come unico strumento di condivisione la droga, una solitudine che sa di masochismo e di scarso attaccamento alla vita.
“Non sapevo più perché avevo paura di morire. Di morire da sola. I bucomani muoiono da soli. La maggior parte in un cesso puzzolente. Ed io volevo morire. In realtà non aspettavo niente altro che quello. Non sapevo perché ero al mondo. Anche prima non lo avevo mai saputo con esattezza.”
(dal libro “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” di Christiane F.)

Da alcuni mesi Eleonora Braida svolge il suo anno di servizio civile presso il Centro Sociale a Bassa soglia della Cooperativa sociale Borgorete di Perugia, a stretto contatto con il mondo della tossicodipendenza. Dichiara Eleonora: “In questo centro vengono forniti presidi sanitari di prevenzione per evitare il contagio di gravi malattie come HIV, HCV e malattie sessualmente trasmettibili. Dopo alcuni mesi di lavoro, mi capita di provare una triste sensazioni di impotenza. Conoscere una persona e sapere che qualche giorno dopo è stata ritrovata morta da qualche parte, d’overdose, da sola….ti riempie di tristezza e di impotenza. Ti chiedi se davvero stai facendo abbastanza per evitare che accadano cose del genere, se dai abbastanza strumenti. Mi sono sentita dire:-“Beh, che ti frega!? una in meno!”- Come si può dire una cosa del genere?” (A breve sarà disponibile l’intervista ad Elenora Braida … un piccolo diario di viaggio della sua esperienza di servizio civile…)
Insieme agli amici di Geapolis ho visto il film “Amore tossico”. Mi ha scosso particolarmente, non solo per la storia in sé, per i retroscena, ma anche per la crudezza spaventosa di ogni scena. C’è da notare come, durante tutto il film, si parli solo di due argomenti: droga e soldi. La loro unica preoccupazione è arrivare alla giusta somma per comprarsi una dose per consumarla o come dicono loro “svoltare”. Il mettere insieme i soldi di quattro o cinque persone, fare piccoli furti ed arrivare a prostituirsi per raggiungere l’obiettivo finale, le modalità d’uso e il fatto di non vedere una via di fuga alla situazione sono degli aspetti molto veri, che anche personalmente ho riscontrato nel mio lavoro al Centro sociale a Bassa soglia dove svolgo il mio servizio civile. C’è anche da notare un’ altra cosa. Le reti sociali di quei ragazzi, protagonisti del film, sono solo ed esclusivamente collegati all’uso della sostanza. Non hanno rapporti con delle persone che non fanno uso e si percepisce che probabilmente stanno insieme unicamente per quella finalità. Infatti, appena uno ha modo, ” svolta” anche senza gli altri. Molti potrebbero pensare che sia una esagerazione cinematografica. Invece, purtroppo, è una ricostruzione molto realistica della vera vita che fanno certe persone.
Mentre lo guardavo non ho potuto fare a meno di pensare ad alcuni degli utenti che conosco e che ho avuto modo di conoscere. Consiglio di vederlo, cercando di guardare oltre la freddezza con cui sono state fatte certe scene ed al linguaggio che è stato usato. Va visto più che come film, come “documentario”. Come scoprirete guardando il film, la droga vuol dire anche morte.
C’è una frase che dice Cesare, uno dei protagonisti, dopo aver schizzato il proprio sangue su un foglio di carta appeso al muro: “Questo si che è un quadro vero, fatto de vita, fatto de morte, fatto de sangue…”.
La droga, toglie tanto, ed alcune volte toglie pure la cosa più importante che abbiamo, la vita (come succede a Michela).

In June 2017, a documentary named wasted came out on CBC. The documentary follows Mike Pond a psychotherapist now five years sober as he searches for new ways to fight against addiction and reconnect for reality so that others can free themselves from alcohol and drug addiction as he did. The documentary is quite touching especially because it is made by Mikes partner Maureen Palmer. It gives a human and humbling view of what addiction is and how it can destroy your life and harm those around you. Pain still echoes in Mikes eyes when he talks about his darkest moments such as when he became homeless on the streets of east side Vancouver.
During the documentary Mike relapse and this allows us to see how flawed our culture conception of addiction is flawed and how treatment and help can be ineffective. Our understanding is questioned and allow us to think about it. Alcoholics Anonymous (A.A) view of total abstinence concerning alcohol is seen as a crushing view for those battling addiction. The experts interviewed in the documentary push for a new definition of addiction which accepts that it is a chronic illness and deserving of compassion like any other ill person. The documentary gives us evidence of new treatment and understanding of addiction through neurological analysis and how the illness modifies and rewires how your brain think and how challenging it can be to fix that.

It repeats and shows numerous times that AA cannot be the only treatment given to addicts and that therapy should be pushed forward by medical doctors. Our brain reward circuitry is hijacked by alcohol when we become addicted. Resisting your impulses becomes nigh impossible then.
The documentary leaves us thinking about what addiction means, what it does to you and how we could try to change the paradigm and go towards better options in treating addiction. The other main reason I thoroughly enjoyed the documentary was it attempt to humanize the people suffering from addiction. It illustrated how society tries to distance themselves from addicts and offers inadequate support and how families cannot be held responsible as a unit. It is our job as a society to look for better ways to help our addicts, who suffer from a sickness and to stop alienating them.

Se è vero che le emozioni sono spesso
capricciose,
l’indulgenza è autodistruttiva. […]
Non conoscere è come afferrare
la coda per governare la testa di un drago.
Quando oscurità e luce sono mal dosate,
il risultato è sempre torbido.
Lu Ji
L’importazione di oppio. Le guerre dell’oppio furono due conflitti, svoltisi rispettivamente dal 1839 al 1842 e dal 1856 al 18 Le guerre dell’oppio furono due conflitti, svoltisi rispettivamente dal 1839 al 1842 e dal 1856 al 1860, che contrapposero l’Impero cinese sotto la dinastia Qing al Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, i cui interessi militari e commerciali nella regione erano stati posti sotto il controllo della Compagnia britannica delle Indie orientali. Le guerre giunsero al culmine di annose dispute commerciali tra i due Paesi: in risposta alla penetrazione commerciale britannica che aveva aperto il mercato cinese all’ oppio proveniente dall’ India britannica, la Cina inasprì i propri divieti sulla droga e ciò scatenò il conflitto. Sconfitto in entrambe le guerre, l’Impero cinese fu costretto a tollerare il commercio dell’oppio e a firmare con i britannici i trattati di Nanchino e di Tientsin, che prevedevano l’apertura di nuovi porti al commercio e la cessione dell’isola di Hong Kong al Regno Unito. Ebbe così inizio l’era dell’imperialismo europeo in Cina, e numerose altre potenze europee seguirono l’esempio, firmando con Pechino vari trattati commerciali. Gli umilianti accordi con gli occidentali ferirono l’orgoglio cinese e alimentarono un sentimento nazionalista e xenofobo . Per saperne di più clicca qui


Scene di uso quotidiano dell’oppio da parte del popolo cinese durante durante la dinastia Qing
Durante le guerre dell’oppio, le élite cinesi e il popolo, i signori della guerra, i politici, i letterati, in molti sono stati vittime dell’uso delle droghe. La Cina moderna non dimentica questa sua storia tragica che rimane una traccia indelebile nel cuore del popolo cinese. Presso il Monumento agli Eroi del Popolo a Piazza di Tian’anmen a Pechino, in primo piano troviamo scritto in rilievo: “Lin Zexu humen xiaoyan” e rappresentato Lin Zexu, un generale cinese che sta bruciando le droghe, considerate come l’oppressione del popolo cinese.
In Cina pene severissime… In Cina, la produzione, la vendita e il trasporto di droghe superiori a 50 grammi sono puniti con 15 anni di reclusione, l’ergastolo, fino alla pena di morte. La Cina contrasta fortemente la diffusione della droga. Chiunque produce o vende droghe, dovrà affrontare le sanzioni più severe. Nel 2007, un inglese di nome Akma è stato scoperto mentre trasportava circa 4.000 grammi di droghe all’aeroporto di Urumqi. Condannato a morte dal tribunale locale, fece appello alla High People’s Court senza successo. Successivamente, Akma sollevò l’infermità mentale a sua difesa e perfino il Primo Ministro britannico cercò di perorare la sua causa. Ma la sentenza rimase immutata.

Il 16 gennaio 2019, il canadese Sherenberg è stato condannato a morte dal tribunale del popolo intermedio di Dalian per contrabbando di 222 chilogrammi di droghe. Questo dopo che il tribunale del popolo intermedio di Dalian, nel 20 novembre 2018, aveva già condannato Schelenberg a 15 anni di reclusione per traffico di stupefacenti. Schelenberg fece ricorso alla sentenza ma il risultato fu un aggravio della pena. La corte popolare superiore di Laoning infatti dichiarò la condanna in primo grado troppo lieve e ordinò un nuovo processo. Per questo il tribunale di Dalian lo ha condannato a morte.
Mi domando perché le droghe sono così dilaganti in Occidente… Le contraddizioni fondamentali del capitalismo non possono essere risolte. I grandi capitalisti finanziari non possono sbarazzarsi della loro avidità, i ricchi sono più ricchi, i poveri sono più poveri, le classi sociali si cristallizzano ed è impossibile emergere per le classi meno agiate. Sotto “l’inquinamento spirituale” delle droghe, le persone perdono la loro saggezza, la fiducia in se stesse, la forza per fare progressi, affidandosi al nulla.
La felicità… apprendimento, lavoro e progresso continuo. La legalizzazione della marijuana in alcuni Paesi in Europa e in America è un modo per alleviare le contraddizioni di classe: la felicità non deve per forza provenire dal lavoro e dal successo. Si ricerca nelle droghe una felicità effimera.
È possibile vedere anche le migliori élite degli Stati Uniti consumare droghe, ma lo fanno in modo occasionale e intenzionale. Per loro diventa quasi una moda, un gioco ma non ne saranno mai travolti. La droga crea problemi, invece, quando circola negli strati sociali più poveri e meno istruiti, perché toglie loro qualsisia volontà e qualsiasi capacità di autodeterminazione. Queste persone possono anche godere della felicità di breve durata. Possono godere di un piacere illusorio e tempestivo, dimenticare il dolore ma dimenticano anche il sogno e la missione della vita.

Scena tratta dal film IThe Godfather di Francis Ford Coppola-1972
La felicità umana non dovrebbe essere ottenuta con stimolazioni sensoriali illusorie e di breve durata, ma dovrebbe essere ottenuta con l’apprendimento, il lavoro e il progresso continuo.
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