Maria Olimpia “I precetti e la contraddizione” di Ida Renzicchi
Maria Olimpia “I precetti e la contraddizione” di Ida Renzicchi
Voce narrante: Giuliana Poleggi Quaranta
Disegni: Marcello Castori, 18 anni (studente IISS “F. ORIOLI” Liceo Artistico – Viterbo)
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ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.
Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta
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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta
“Se non riesco a camminare è perché non mi sento sicura, mi manca un appoggio… ho bisogno di un bastone… credo sia un problema psicologico… come se, mancandomi un sostegno nella vita, io non riesca più ad andare avanti… anche fisicamente, materialmente…”
Non avevo saputo cosa rispondere alla mia amica dai modi gentili ed eleganti il cui nome mi rammentava allo stesso tempo le potenti dee greche dell’Olimpo e l’omonima Contessa d’Olanda, dal famoso poema cavalleresco dell’Ariosto, salvata, ben due volte, da Orlando, il prode paladino.
Era tanto che non la sentivo al telefono. Di persona poi… neanche a parlarne… Io, impegni di lavoro… lei?
Lei, che prima mi veniva spesso a trovare con una Fiat Cinquecento bianca scassata, aveva cominciato a farsi vedere di meno quando la sua macchinina aveva avuto guai seri e suo marito si era guardato bene dallo spendervi del denaro o dal concederle l’uso dell’auto di famiglia, considerando l’utilizzo della vettura da parte della moglie, una mera “comodità” della quale la sua signora consorte avrebbe potuto benissimo fare a meno.
Poi, i problemi li aveva avuti lei. Ultimamente, quando mi ero resa conto che aveva difficoltà nel camminare, con garbo, ed usando la massima discrezione, mi ero permessa di dirglielo. Anzi, a dire il vero, le avevo consigliato di rivolgersi ad un neurologo, ed al più presto. Mi aveva risposto che il marito l’aveva fatta vedere da un ortopedico il quale non le aveva riscontrato nessuna patologia… Io resto ancora del parere che non era quello lo specialista da interpellare…

Marcello Castori, “Mazzetto di fiori” studio pennino
Abitavano in una grande villa, che lei aveva ereditato, situata alla prima periferia del paese, circondata da un bellissimo parco/giardino piantumato.
Dopo essersi sposata, spente tutte le sue velleità lavorative, Maria Olimpia, sempre rimasta in casa ad occuparsi della famiglia, si era dedicata con affetto e devozione ai suoi cari. La sentivo parlare spesso di ricette, di lavori di cucito, di maglia, di pulizie… Non che io avessi la domestica in casa, erano tutte cose che pure io facevo regolarmente ma delle quali, personalmente, raramente parlavo poiché, ritenendo tali incombenze semplicemente parte della monotona quotidianità familiare, ho sempre pensato che tra donne si potrebbe, anzi si dovrebbe parlare di altro.
A volte invece mi raccontava della sua vita di prima, quando, da ragazza, viveva con i suoi genitori in un bell’appartamento nel centro di Firenze, delle boutiques esclusive dove si recava a fare acquisti con la madre… delle sue amicizie con ragazze della buona borghesia toscana… di vacanze… delle estati passate nella villa al paese, dopo soggiorni al mare o in montagna… Prima… tutto prima… prima del matrimonio.
Il marito, arrivato da un paese di montagna del nord-est italiano, aveva appeso, come si suol dire, il cappello al chiodo e si era stabilito nella casa dei suoi futuri suoceri, trattato come un figlio.
Quando mi dicono che al nord sono più evoluti, rispondo sempre che questo è un luogo comune da sfatare: le persone si evolvono attraverso l’educazione e che nord, centro o sud non c’entrano proprio nulla.
A parte che bisognerebbe prima capire cosa si intende per evoluzione. Perché se vogliamo abusare di tale parola per parlare di separazioni, divorzi, signore che frequentano discoteche… è un conto, ed anche noi ci siamo “evoluti” a sufficienza, pure troppo, altrimenti, è un altro discorso.
A quel che lei mi raccontava, l’idea che mi ero fatta della famiglia di lui era quella di persone alquanto ottuse, attaccate alla proprietà, bigotte, perfino invidiose della bella ragazza toscana, di ottima famiglia che, tra l’altro, non si era presentata dalla sera alla mattina e nemmeno a mani vuote…
Il loro concetto fondamentale era: “Quello che è tuo, è mio, e quello che è mio, è mio”. “Il padrone sono me” di Alfredo Panzini continuava a venirmi alla mente mentre lei mi parlava del concetto di suo marito riguardo i loro averi. La “sua” casa in montagna e la “nostra” villa al paese, i “suoi” boschi e i “nostri” mobili, il “nostro” oro, i “nostri” quadri… quando per “nostro” si intendeva tutto ciò che lei aveva ereditato o le era stato donato dalla famiglia di origine.
Era stato così che i gioielli regalateli dai suoi genitori, quegli oggetti preziosi che, quando li indossava, la madre e la sorella di lui guardavano, con malcelata invidia e cupidigia, erano finiti al banco dei pegni per pagare le tasse arretrate di lui e, quando passato del tempo, lei aveva chiesto che fossero riscattati lui le aveva risposto: “Te lo sogni!”, spezzandole il cuore non tanto per il loro valore intrinseco, che pure non era trascurabile, quanto per quello affettivo, davvero inestimabile… ogni cosa era il ricordo di una circostanza, di una cerimonia… ognuno di essi era stato un atto tangibile dell’amore della sua famiglia.
Ovviamente questo non sarebbe successo con la “sua” roba, quella era intoccabile al punto che, prima del matrimonio, la suocera aveva addirittura preteso che lei firmasse un documento dove dichiarava di non aver nulla a pretendere in futuro per quanto riguardava le proprietà del marito rinunciando così a tutti i suoi eventuali diritti ereditari.
Eppure i genitori di lei gli avevano aperto le porte senza pregiudizi di sorta, anzi avevano accolto il genero con rispetto e generosità.
Ma non era lei quella ricca? Non era lei quella che avrebbe dovuto prendere delle precauzioni?
Morta la madre, il padre, aveva lasciato l’appartamento nel capoluogo toscano e, con l’altro figlio, si erano trasferiti nella tranquilla villa al paese.
Loro due invece, una volta sposati, avevano affittato un appartamento a Firenze. Tutte le amiche di lei si era comprate la casa. Loro no, lui aveva paura di accendere mutui, di fare debiti. Certo, se la famiglia di lei avesse contribuito… altrimenti… meglio pagare l’affitto che correre rischi… tanto, c’era sempre la villa dove si sarebbero potuti trasferire…
Fu così che, per liberarsi una volta per tutte della spesa, non indifferente, della pigione, dopo qualche anno, erano giunti anche loro in paese.
Lei si distingueva per i begli abiti di sartoria e per l’inconfondibile accento fiorentino, lui per i quattro cani che portava regolarmente a passeggio per le campagne circostanti facendo indignare i proprietari dei terreni dove le bestie lasciavano i loro escrementi che lui si guardava bene dal raccogliere.
Era stato inutile reclamare che quattro cani erano troppi, che il permettere loro di entrare, uscire e di vivere tranquillamente dentro la casa, di salire ed accomodarsi indisturbati su sedie, divani e letti, oltre non essere igienico non era neppure giusto per lei che, in aggiunta alle normali faccende domestiche, doveva pure pulire quello che essi sporcavano. Ai cani era permesso di tutto, salvo poi lamentarsi che la casa non era in ordine, che non era pulita…

Marcello Castori, “Primo chiarore” studio acquerello
Il padre di lei, ancora un bell’uomo nonostante l’età, durante la sua vita lavorativa, aveva occupato un posto di grande prestigio e adesso, in pensione, percepiva un cospicuo vitalizio. La convivenza permise alla famiglia di andare avanti agiatamente e di far laureare i due figli visto che l’anziano genitore metteva generosamente a disposizione il suo denaro.
Il marito invece, che con velleità imprenditoriali, si era licenziato da un impiego sicuro per mettersi in proprio, non aveva saputo gestire i suoi affari e non navigava in buone acque. Era sempre più frequente che i soldi del suocero servissero anche a pagare i debiti e le spese relative al suo lavoro. Con il tempo anche questo divenne normale, ad un certo punto, perfino dovuto.
Quello che sembrava dargli particolarmente fastidio era la presenza del fratello minore di lei che, quando erano arrivati, avevano trovato nella villa, dove abitava insieme a suo padre e ad una badante rumena, assunta per sbrigare i lavori domestici, la quale si era installata in casa più da padrona che da serva. Una donna bassa di statura, di corporatura tozza, brutta e grezza nei modi ma molto sicura di sé che si era data un gran da fare con il giovin signore nella certezza di diventare la proprietaria della stupenda dimora con parco e che ci rimase molto male quando i nuovi arrivati, dopo averle liquidato tutte le spettanze, le avevano detto di non avere più bisogno dei suoi servizi.
Il cognato, un buon diavolo, forse anche ingenuo, pur abitando in quella che era la casa dei suoi genitori, e quindi anche sua, non aveva fatto nessuna obiezione, anzi, cercava di dare meno fastidio possibile. Non si era mai sposato. Era rimasto sempre in famiglia. Molto abile a riparare motori, si occupava di lavori di meccanica e poiché non aveva un’officina di proprietà, si ingegnava a soddisfare le richieste di amici e conoscenti facendo riparazioni a domicilio con pezzi di ricambio recuperati presso gli sfasciacarrozze, da auto incidentate e rottamate.
Quando, dopo qualche anno, il padre si era ammalato di Alzheimer, visite mediche, farmaci, controlli di ogni genere, ma soprattutto dedizione, e accudimento giornaliero, diventarono un compito difficile, pesante e doloroso.
Maria Olimpia non aveva chiesto aiuti esterni, aveva deciso che sarebbe stata lei ad occuparsi del suo babbo e di tutte le ulteriori incombenze che inevitabilmente si andavano a sommare a quelle già esistenti. Lui, il “principe consorte” se ne era completamente disinteressato, ovviamente soldi a parte. A scanso equivoci, si era affrettato a consigliarla di assumersi la tutela del padre, incapace di intendere e di volere, allo scopo di poterne gestire tranquillamente sia la pensione e l’accompagnamento che i beni di famiglia. Lei, lo aveva fatto solo perché necessario e, nonostante le avide pressioni di lui, con l’intenzione di non ledere i legittimi diritti del fratello e di nulla togliere a quello che era l’unico legame rimastole con la sua famiglia.
Ad un certo punto il fratello si era ammalato e, in una quindicina di giorni, era morto. Forse per togliere il disturbo…
Lei usciva sempre meno. La sentivo raramente per telefono. Percepivo la sua difficoltà nel prendersi cura di una persona amata che neppure la riconosceva più, la sua sofferenza nel combattere una battaglia persa in partenza su tutti i fronti.
Quando era venuta ad aiutare sua figlia nella scelta dell’abito da indossare per la discussione della tesi di laurea, l’avevo vista cambiata… molto.

Marcello Castori, “Suggerimenti di Egon Schiele”
Poi anche il padre era morto. Una mancanza in tutti i sensi. L’assenza di quella persona, ormai irriconoscibile, nella stanzetta spoglia di inutili suppellettili per renderne più agevole la pulizia, il non avere più la giornata scandita dai suoi orari, dalle sue esigenze di malato, il non doverlo vegliare più durante notte ed il non trascorrere, distesa sul lettino accanto al suo, pomeriggi interi osservandone ogni minimo movimento… adesso, all’improvviso, le sembrava di non avere nulla da fare, quasi rimpiangeva tutto quell’affannarsi, quel rincorrere la vita di una persona già morta da tempo, da quando un giorno all’improvviso le si era rivolto con aria stupita, domandandole: “Chi è lei? Cosa vuole da me? Voglio andare a casa mia…”.
Era cambiato tutto: la casa che, all’improvviso le sembrava vuota: meno impegni, meno soldi, meno tutto…
Con la morte del padre era infatti svanito anche il non indifferente introito del suo prezioso vitalizio e adesso era davvero difficile tirare avanti con quello che guadagnava suo marito che, da sempre scontroso, si era fatto ancora più scorbutico come se della loro situazione economica fosse lei ad averne chissà quale strana colpa.
Lei, adesso, con molto criterio e senso dell’economia, indossava gli indumenti della madre, capi di ottima qualità e di eccellente fattura ma sicuramente datati che lei, brava nel cucito, riammodernava e riadattava alla sua taglia.
Io, che difettandone, nutro da sempre una grande ammirazione per le capacità manuali delle persone, guardavo stupita il vestiario venduto anni prima alla madre, completamente trasformato dalle sue abili mani.
Li avevo rivisti una sera di festa in piazza. C’era stata una solenne processione. Mi ero accorta di loro perché lui aveva alzato il tono della voce e tutta la gente si era voltata dalla loro parte. Il motivo? Maria Olimpia, che doveva salire in macchina, si era sbagliata e dopo esservi entrata dal lato conducente, stava lì quasi rannicchiata cercando di scendere dalla vettura confusa e impacciata sotto gli occhi delle persone incuriosite dalle parole sgarbate del marito che era andato subito su tutte le furie. Mi ero accostata. Lei, in grande imbarazzo, si stava scusando: “…non mi sono proprio resa conto. Ora passo di là… Scusami…”. Scusarsi? Ma di che? Al vedermi, lui aveva cambiato subito il tono della voce. Io dopo averla accompagnata dalla parte opposta della macchina, l’avevo aiutata a salirvi, poi ci eravamo salutate mentre lui mi diceva: ”Visto che roba, signora? Si è formata la fila…” “Beh?… Non vedo il problema… Penso che delle persone civili possano aspettare e dare il tempo, ad una signora, di salire in macchina…”. In effetti, nessuno stava reclamando. Questa meschina, assurda scenata mi aveva rattristato ed irritato.
L’avevo rivista giorni dopo. Né io né lei accennammo a quella sera, invece, prendendo spunto dal suo nome, e dall’Orlando Furioso scherzai sulla necessità di un paladino che ci proteggesse. Lei, stando alla battuta, mi aveva risposto: “Eh, sì, va beh, a sessant’anni… forse trenta anni fa…”
Un giorno mi disse che suo figlio si era trasferito. Alla fine, il ragazzo, che non sopportava più il dispotismo del padre, forse inconsciamente, aveva preferito accettare un’occupazione all’estero e liberarsi in questo modo di un legame genitoriale che lo opprimeva.
Poco tempo dopo, sua figlia, fidanzata con un bravo giovane, aveva deciso anche lei di andarsene e di convivere con il suo ragazzo.
Suo marito era rimasto molto contrariato da tale decisione. Bigotto quale era, non concepiva l’unione di due persone al di fuori del “sacro vincolo del matrimonio religioso” tranne poi, come da par suo, perpetrare, all’interno dello stesso, ingiustizie e soprusi. Come se Dio Onnipotente, attraverso la santa benedizione delle loro nozze, gli avesse contemporaneamente concesso anche potere di vita e di morte.

Marcello Castori, “Suggerimenti di Giorgio De Chirico”
Lo incontravo quasi tutte le domeniche alla Messa del pomeriggio alla quale veniva regolarmente da solo. Faceva sempre la Comunione. Quando lo vedevo, non potevo fare a meno di riflettere sulla religiosità, fatta molto di apparenza e poco di sostanza, di questo uomo … sulla sua vita coniugale, almeno come me la descriveva sua moglie… sulla contraddizione del suo comportamento sbilanciato tra il suo Credo e la sua condotta esattamente contraria agli insegnamenti di Cristo.
Per poi sentirmi in colpa. Chi ero io per giudicare?
Una volta che le chiesi perché non venisse anche lei alla Messa, Maria Olimpia mi raccontò delle loro discussioni sull’assistere alla Celebrazione Domenicale. Quando erano più giovani ed abitavano in città, lei, impegnata con la famiglia, avrebbe preferito partecipare alla funzione pomeridiana, dopo essersi liberata di tutte le incombenze domestiche. Quella avrebbe potuta essere anche l’occasione per uscire insieme, fare due passi, incontrare qualche amico. Lui, a quel tempo, si era invece arroccato sulla sua decisione granitica di andare alla prima messa del mattino. Salvo poi, una volta giunto in paese cambiare completamente orario per andarci di pomeriggio. Ma lei allora non avrebbe potuto accompagnarlo impegnata come era ad accudire il padre che non si poteva certo lasciare solo in casa.
Lui aveva studiato in un collegio religioso, ma sicuramente non a sufficienza, oppure aveva la memoria corta per aver dimenticato le parole di Gesù Cristo: “Non chiunque mi dice “Signore… Signore”, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli.” Matteo 7:21.
Osservava diligentemente tutti i precetti religiosi, come un obbligo, e certamente era stata proprio la mancanza di coerenza tra la sua vita spirituale e quella familiare a far sì che i suoi figli si disinteressassero completamente della religione. Nella sua reiterata abitudine di imputarle tutto quanto ritenesse sbagliato, di tale avversione alle pratiche di devozione dei figli, incolpava la moglie accusandola di non essere una buona cattolica, di non aver dato loro, attraverso il buon esempio, una corretta educazione cristiana!
Non si era fatto domande, non si era soffermato a cercarne la ragione, aveva semplicemente deciso che lei fosse la responsabile.
Maria Olimpia credeva in Dio, soprattutto nella sua infinita bontà e misericordia. Mi diceva di ascoltare la Messa trasmessa in televisione, visto che non poteva recarvisi di persona, di pregare quando ne aveva tempo e di recitare il Santo Rosario, quando ne aveva il tempo o ne sentiva il bisogno. Le rispondevo che Nostro Signore, che vede nell’intimo del cuore di ognuno di noi, accettava la sua umile semplicità e sicuramente la gradiva molto più di tante ipocrite genuflessioni… “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.” Marco 7:6
Ultimamente erano rimasti solo loro due nella grande villa in decadenza… e i quattro cani del signore: i veri padroni della casa, ai quali si erano aggiunti anche due gatti. Tutti che andavano e venivano tranquillamente e nei confronti dei quali lei non poteva permettersi nessun divieto o rimprovero. Si era resa conto di contare meno di essi…
Tempo fa mi aveva telefonato. Era tanto che non la vedevo. Era stata molto gentile, come sempre. Avevamo parlato di pittura. Lei era un’appassionata e, quando poteva, si dilettava a dipingere. Mi aveva invitato a casa sua anche se sapeva che non sarei andata perché io ho paura dei cani. La sua mi era sembrata quasi una richiesta di aiuto. Mi aveva parlato di lavori urgentissimi da fare in casa che lei, di tasca propria, avrebbe dovuto pagare perché lui, quando c’era da sborsare denaro, le diceva che la villa era sua e che era lei, la proprietaria, che se ne doveva prendere carico…. che suo marito alzava subito la voce ancor prima che lei potesse obiettare e che la zittiva in merito qualsiasi cosa non fosse stata di suo gradimento. Mi confidò di avere quasi finito il denaro lasciatole dai suoi genitori e che avrebbe voluto usufruire dei fondi pubblici a disposizione dei proprietari per i lavori di ristrutturazione. Mi chiese contatti e suggerimenti che io, per il poco che ne sapevo, le diedi volentieri e con molta sincerità. Alla fine, non richiesto, le diedi un ulteriore consiglio: “Maria Olimpia, impara anche tu ad alzare la voce!” Mi rispose che non era facile, che lui aveva sempre ragione. “E’ vero, ha ragione lui!” Silenzio.

Marcello Castori, “Le controversie della sensibilità”
Sapevo di averla disorientata, forse l’avevo offesa.
La sentivo in difficoltà, palesemente lo era, immaginai cosa stesse pensando perciò chiarii: “Ricordati che TU, stai a casa TUA!” e per ribadire meglio il concetto, scandii bene le parole mentre le ripetevo: “LA CASA E’ TUA!… te lo dice pure lui… ma non solo quando devi pagare!…”
Prima che la nostra conversazione fosse finita, al momento di riattaccare il telefono, mi aveva detto: “… ti abbraccio… amichetta mia… ti voglio bene…”.
Maria Olimpia è morta all’improvviso.
Durante quei giorni non mi trovavo in paese e ne fui informata, per caso e, solo ad esequie avvenute.
Una volta tornata a casa, non potei fare altro che esprimere le mie le condoglianze al marito ed ai figli incontrati una domenica pomeriggio davanti al cancello della loro villa.
Erano passati tre mesi dalla scomparsa della mia amica. Lui si appoggiava ad un bastone: “Ho bisogno di un sostegno, non mi sento sicuro… sa… dopo la morte di Maria Olimpia pure io non sono stato tanto bene… questo era il suo bastone… si ricorda?” Risposi solo con un cenno di assenso del capo… Certo che mi ricordavo…
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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta
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