La storia di Roberto é (anche) la mia storia

IN PUNTA DI PENNA… CON MARISA PERUZZO LA STORIA E LE STORIE DI VITA

Possiamo definire Marisa Peruzzo una “pedagogista della memoria”, disponibile all’ascolto e a dare voce alle storie degli altri. I suoi progetti consistono nella scrittura dei vissuti quotidiani delle persone nella loro comunità, in movimento sullo sfondo delle vicende della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Tra i progetti più significativi quello che riguarda la storia di suo marito Roberto Bergamin. Con garbo e leggerezza, Marisa ripercorre dolorosi e devastanti decenni di storia, dove le vicende politiche, economiche e sociali rimangono sullo sfondo ma, prepotentemente, entrano nella vita dei singoli e delle comunità.

…. LA STORIA DI ROBERTO (MIO MARITO) È ANCHE LA MIA STORIA

È sempre stato piacevole e divertente ascoltare Roberto, che con dovizia di particolari accompagnata da notevole capacità mimica e teatrale, rievocava la storia personale, quella della sua famiglia e, in particolar modo, le avventure vissute.

Tantissime volte, nei momenti conviviali, gli chiedevo di raccontare quello e/o quell’altro avvenimento, perché notavo in lui soddisfazione e piacere nel farlo, oltre che motivo di divertente intrattenimento per gli astanti.

Tanta e tale è sempre stata la sua immedesimazione nel rivivere gli accadimenti trascorsi che si aveva la sensazione di essere presenti e partecipi ai fatti.

So che ogni familiare, amico, collega, e persona conosciuta hanno lasciato impresso nel suo animo un ricordo indelebile.

Ne sono prova tutte le fotografie, oggetti, scritti che lui gelosamente conserva.

Emblematica è la riproduzione ingrandita di una foto che ha appeso alla destra della porta che dal garage conduce in casa: sono raffigurati Franco e Bruno, due suoi amici defunti, e lui, Roberto.

Spesso nel passare davanti si sofferma a osservare quell’immagine, dicendo: “Mi state aspettando, vero? Vi manco!”

Consapevole che “scripta manent” è mio profondo desiderio servirmi della scrittura per non disperdere ciò che mio marito custodisce di più caro: i ricordi del passato, della sua gente, del suo ambiente, del suo vissuto.

Mi sono servita di appendici, allegati e inserti, che di primo acchito potrebbero sembrare poco attinenti, ma io so con certezza che sono motivo di soddisfazione per Roberto, non solo, ma aiutano anche a conoscere più a fondo la persona.

In particolare mi sono cari gli inserti, come dire, goliardici, che con la figlia Claudia avevamo prodotto in occasione della festa dei settant’anni di Roberto.

Ora, la pubblicazione del presente libercolo, che mi vede nel ruolo di scrivente e Roberto in quello di narratore, vuole essere l’omaggio per il compimento dei suoi ottanta anni.

ABSTRACT clicca qui 

A ROBERTO

Ho conosciuto Roberto, se ricordo bene, una trentina di anni fa. Mi colpì d’istinto la sua bontà d’animo, la semplicità del tratto e la naturalezza. Il ti­tolo di questa biografia un pò particolare riprende la nota saliente della sua personalità: l’incapacità di simulare. Parlando con lui capii subito che ap­parteneva a quella generazione nata alla fine della guerra che aveva spe­rimentato quel genere di ristrettezze, che invece di generare rassegnazio­ne, funsero da molla per il farsi da sé senza invocazione di assistenziali­smi. L altro aspetto che colsi fu una accentuata attitudine al racconto di vi­cende buffe, che sapeva tradurre in racconti divertenti e comici, in modo vero perché vissuti con immediatezza. C’è in lui una componente popolare molto schietta, mai banale. Sapevo riconoscere bene queste inclinazioni perché mio padre aveva la stessa qualità, che mi affascinava molto. Trovo in Roberto effettivamente le doti dell’affabulatore, che tanto avevo ammira­to in mio padre. Sono doti rarissime oggi, avvilite da quella cultura dell’im­magine che è oramai egemonica, pur nella sua inconsistenza. Appartiene, Roberto, a quelle figure che sanno vedere il lato comico della vita, pur sa­pendo bene che la vita va presa sul serio e che riserva non pochi impre­visti tragici. Ho notato sempre in Roberto una sensibilità fuori del comune verso il dolore e la sofferenza.

In questo libro messo insieme con tanto impegno anche di ricerca archi­vistica dalla moglie Marisa, – docente molto stimata di scuola, a suo tempo compagna di classe di mia moglie Roberta -, la sezione maggiore è costitu­ita da racconti buffi che si succedono e costituiscono la spina dorsale del libro, intervallandosi a fatti e vicende autobiografiche, tipiche di chi ha vis­suto una educazione senza esigenze, come si usava un tempo. A fonda­mento c’erano principi etici solidi. Ne esce un ritratto sincero e trasparente della personalità di Roberto, della sua profonda umanità e del suo modo di fare a volte scanzonato, ben raccontato in punta di penna e con fedeltà in una biografia sui generis. La moglie si è certamente divertita per prima al sentire tante volte quei racconti («dopo averli ascoltati per cento e più vol­te…») e trasformandosi in fedele trascrittrice di quella oralità, ci ha messo a parte ora come lettori.

Anche a me e ai Miei è toccato di godere di alcuni di questi racconti vi­vacissimi e coloriti di Roberto. Hanno avuto immancabilmente un effetto di sollievo e di rilassamento, al punto che ripensando ci capitava di ridere anche in sua assenza. Non sapevamo, tuttavia, che formassero un vero e proprio repertorio ricchissimo di memorie tradizionali, di pronunciato inte­resse popolare e linguistico.

L’animo genuinamente popolare di Roberto gli consente di coltivare il gusto, soprattutto, dei soprannomi e dei nomignoli tipici del gergo e della vita di paese, che molto dicono della fantasia dei loro creatori, molti amici suoi che componevano l’allegra brigata dell’età giovanile.

Tra gli intercalari che rendono colorita la sua parlata uno, ricorrente, “cucaracia “, è diventato per noi emblematico. Per quanto so il termine e di origine spagnola e intitola una notissima canzone popolare messicana La cucaracha, usato per indicare un insetto che non può camminare, eppure nella canzone non «smette di ballare». Durante la rivoluzione messicana, se ricordo bene, il testo è stato interpretato come riferimento al popolo cui il potere cercava di mozzare le gambe senza per questo riuscire a togliergli  quell’anelito a camminare. A parte la coincidenza dell’amore di Roberto per il ballo, l’espressione a me richiama la sua conoscenza delle traversie della vita, del dolore e della natura non sempre benevola dell’uomo in ge­nerale. Anche Roberto non ha mai smesso di elargire ottimismo intorno a sé e armonia. Ho sempre apprezzato in lui il rispetto per le persone, tutte. Non l’ho sentito mai parlar male di qualcuno.

II giardino di Marisa e Roberto: la rigogliosa fioritura autunnale del  Ginko Biloba

Lo sfondo dei racconti raccolti da Marisa è un luogo del paesaggio ve­neto dei pochissimi rimasto immune dai guasti recati dall’industrializzazio­ne: Piazzola sul Brenta. Il posto mi piace molto. Ci sono degli angoli tipici del paesaggio agricolo a misura d’uomo. Mi piace ricordare anche che un mio nonno lavorò alla manutenzione e all’abbellimento della nota Villa. E poi sono anch’io “figlio” del Brenta: un fiume insidiosissimo, dove molto presto imparai a nuotare, creando angosce infinite a mia madre. Soprattutto è il fiume dove mio padre cavava sabbia, Montale avrebbe detto cavatore di “rena”. Sul piano sociale e politico Piazzola sul Brenta aveva legato la vita e le attività di gran parte dei suoi abitanti – molti presero in vari momenti la via dell’emigrazione -, alla figura dominante del Conte Camerini. L’edilizia e lo “stile” del paese porta l’impronta di quella casata che tanta parte eb­be nella agricoltura e nell’equilibrato dosaggio con attività manifatturiere e tessili di primo ordine. I simboli di Piazzola sono tanti. Certo il Mantegna, I’edilizia palladiana di cui restano insigni esempi, la villa Contarini, poi Ca­merini, il colonnato incompiuto ecc. Aggiungerei la ferrovia Camerini, sulla quale corsero ghiaia e sabbia della ricostruzione di Padova: per Roberto e i suoi compagni di giochi teatro delle loro incredibili imprese fanciullesche.

Le esperienze di vita di Roberto, il gusto innato per la burla, per la battuta scherzosa sono inscindibili dalla sua inclinazione a fare del bene, ad amare la giustizia e a coltivare la solidarietà, manifestatasi nel tempo sem­pre più impellente.  È questo aspetto che rende il libro un esempio bello in cui serio  e faceto si armonizzano.

Questa mia breve testimonianza di affetto e di stima verso un amico mi esime da fare una rassegna delle scenette spassose e vivaci, delle situa­zioni comiche che si succedono l’una dopo l’altra fino a costituire una raccolta di aneddoti gradevolissimi da leggere anche nelle rese a volte un pò dirette e realistiche. Mi dilungherei oltremisura. Invito a leggere questi testi che in me hanno suscitato simpatia e ilarità, ma anche belle lezioni di vi­ta. Chi ama certe espressioni tipicamente popolari quali sono l’invenzione dei soprannomi, troverà nel libro un repertorio originalissimo in taluni ca­si da studiare.

Non posso, tuttavia, qui non dare risalto alla risposta arguta e piacevo­lissima di una suora indirizzata a Roberto, che aveva abbozzato una pro­testa circa la minestra che gli era stata servita in un pranzo a poco prezzo.  Per me è uno dei passaggi più fini e garbati delle scritture raccolte, che mi ha portato alla mente certi detti piacevoli della novellistica delle origini del­la nostra letteratura.

Racconta Roberto per il tramite di Marisa: «Dopo aver terminato la fre­quenza delle Scuole di Avviamento a Piazzola iniziai un corso professiona­le di Motorista Meccanico a Padova. Per potermi pagare il pranzo di mez­zogiorno alla mensa dei ferrovieri, considerata la migliore, la mamma mi dava ogni mattina cinquanta lire. Con questi soldi mi recavo a giocare al bigliardo e non me ne rimanevano a sufficienza. Allora con le restanti ven­ti lire potevo usufruire della mensa delle suore. Un giorno mentre stavo lì, mangiando la minestra, mi trovai un pezzetto di stoffa nel cucchiaio. Lo feci notare, con un pò di disappunto, alla suora lì presente la quale mi rispose:

“Ma cosa pensavi di trovare un cappotto con sole venti lire?”…». Trovo la battuta acutissima degna di certe facezie antiche che si raccontavano gli ecclesiastici della Curia romana nell’età d’oro dell’umanesimo.

Concludo con l’augurio a Roberto che questa singolare e intelligente te­stimonianza d’affetto della moglie Marisa, e con lei della figlia Claudia, val­gano da viatico nel cammino, lungo e meritevole di serenità, a venire.

Claudio GRIGGIO

Marisa Peruzzo, Autenticità di ROBERTO (finito di stampare giugno 2024)

Marisa Perzzo, Una lunga storia (finito di stampare dicembre 2023)

torna alla pagina iniziale

MARISA PERUZZO. IN PUNTA DI PENNA