Roberto racconta la guerra e Marisa scrive la vita

In punta di penna… con Marisa Peruzzo la Storia e le storie di vita

Ringraziamo Marisa Peruzzo per aver voluto condividere alcune pagine dei suoi scritti. Essi nascono soprattutto per lasciare alla figlia Claudia e alla comunità locale la memoria storica della  sua famiglia e del territorio. Lasciamo a lei la parola….

I RACCONTI  di ROBERTO BERGAMIN…..

della serie per non dimenticare.

Scritti, dopo averli ascoltati per cento e più volte, dalla moglie MARISA PERUZZO

…. LA STORIA DI ROBERTO (MIO MARITO) È ANCHE LA MIA STORIA. Ho iniziato questo lavoro qualche anno fa e non riesco a concluderlo perché, di tanto in tanto, mio marito racconta qualcosa di nuovo, degno di essere aggiunto. Roberto, il soggetto del libro, è una persona molto estroversa, socievole, estremamente legata al suo ambiente: la famiglia, gli amici, il bar, il paese di origine… Lui dice che la mia trattazione riguarda aspetti  personali, che potrebbero non interessare ai più, ma io sostengo che dalla lettura del libro possono emergere momenti piacevoli e divertenti, aspetti storici, abitudini di vita di un passato, seppur recente ed altro ancora. Mi piacerebbe che il libro fosse letto,  in primo luogo, da coloro che conoscono Roberto; penso, inoltre, che potrebbe essere gradito anche da altri.

PREMESSA 

Il D-Day per la storia, come noto, è il 6 Giugno 1944, per mia mamma , invece, il GIORNO PIÙ LUNGO è stato quello successivo, in quanto mi ha messo al mondo in seguito ad un doloroso e prolungato travaglio, il 7 Giugno 1944.  Da allora la mia vita è  costellata da una serie di eventi, che per la loro originalità sono degni di essere raccontati ,così la loro sorte non sarà di cadere nell’oblio. Quella che seguirà non va intesa come una biografia, ma una raccolta di racconti e di fatti , talvolta, all’apparenza, inverosimili, ma realmente accaduti.

*Roma – Berlino –Tokio è il trinomio storicamente conosciuto come asse di acciaio o patto di acciaio. È forse ironia del destino che per  più di venticinque anni Roberto è stato impegnato nel settore dell’acciaio in qualità di ricercato ed abile agente di vendita, delle società  Cipros, Terninox e Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni.

Roberto, il neonato smarrito
Ormai al sicuro, appena arrivata a destinazione, ebbe la raccapricciante sorpresa di accorgersi che tra i cuscini non c’era più il suo figlioletto! Senza un attimo di esitazione ritornò sui suoi passi ripercorrendo il tragitto.

Come si evince dalla premessa la mia nascita è avvenuta nel corso della seconda guerra mondiale, quando ancora, il Nord d’Italia, Padova  e Piazzola sul Brenta, il Comune che mi ha dato i natali, vivevano appieno gli eventi bellici.

Fin dalla nascita ho abitato in una porzione di  casa Camerini1, situata  in prossimità del ponte delle linee ferroviarie Padova- Carmignano di Brenta2 e Ostiglia3, assieme a papà Pietro, alla mamma Francesca Maria, al nonno materno Oreste e alla sua seconda moglie Adelaide, che ha cresciuto tutti noi come una vera mamma e nonna.

Anna Maria, la nonna materna, infatti, era morta nel 1918 a causa dell’imperversare dell’epidemia di influenza spagnola, lasciando la sua unica figlia alla tenera età di tre anni.

Ebbene, proprio a causa della vicinanza di dette tratte ferroviarie erano frequenti le incursioni aeree e i bombardamenti.

Conservo tuttora  significativi resti di un avvenimento dell’epoca: in seguito allo scoppio di una bomba lanciata per colpire il ponte, due massi4 staccatisi da quest’ultimo si sono abbattuti sul tetto della nostra casa procurandovi uno squarcio, ma per fortuna senza danno ai residenti.

Per la cronaca, invece, l’esplosione  aveva colpito appieno la casa della famiglia Coppo, e, in quel frangente avevano perso la vita quattro dei suoi componenti.

I bombardamenti erano preceduti dal suono delle sirene di allarme, allora bisognava evacuare e rifugiarsi in posti più sicuri.

Noi eravamo soliti scappare e recarsi presso i nonni paterni che abitavano ai boschi , una zona isolata in prossimità  della sponda destra del fiume Brenta.

Accadde, appunto,  quando ero neonato, di circa cinque mesi; infatti credo fosse nel mese di Ottobre, così come mi è stato riferito.

In quell’ occasione,  mia mamma, prima di fuggire, per proteggermi maggiormente,  mi avvolse tra due guanciali e, a piedi, di corsa attraverso campi, siepi e vigneti giunse alla casa dei suoi suoceri.

Ormai al sicuro, appena arrivata a destinazione, ebbe la raccapricciante sorpresa di accorgersi che tra i cuscini non c’era più il suo figlioletto! Senza un attimo di esitazione ritornò sui suoi passi ripercorrendo il tragitto.

Mi ritrovò sano e salvo tra l’erba di un vigneto.

Dopo quell’incidente, ogni volta che assumevo toni stravaganti, la mamma, con scherzosa ironia, era solita giustificarmi asserendo: “ È un po’ matto a causa della botta che ha preso in testa,  perché mi è caduto mentre scappavo dai bombardamenti!”

(nella foto esempio di una casa  Camerini)

1-Il conte Camerini, signore di Piazzola, agli inizi del 1900 aveva provveduto a far edificare caratteristiche case,  tra loro quasi uguali, da destinare ai suoi operai e coloni. Trattasi di case costruite in mattoni e calce (il cemento,  scoperto da poco, quindi ancora abbastanza raro e costoso,  era stato usato unicamente per  la rampa di scale interna che conduceva dal piano terra al primo piano, i fori delle imposte erano ad arco ed il solaio tra i due piani in legno. Ogni unità era provvista di camino, nel nostro caso disposto alla parete Ovest al piano terra e di acquaio nel sottoscala. Nel corso di successivi restauri  si è regolarmente fatto uso del calcestruzzo di cemento per sostituire il solaio di legno tra il piano terra  ed il primo piano e per togliere l’arco alle imposte.

Roberto, il bimbo cavia
Chi fungeva da capo non lo accettò subito di buon grado, anzi pretese che a consumarlo per primo fosse quel bambino piccolo che stava in braccio alla sua mamma. Quello ero proprio io. In breve tempo e con ingordigia bevvi tutto quel latte che mi era stato offerto in un biberon. Solo allora, abbattuta ogni diffidenza anch’essi consumarono la candida bevanda calda.

Il tetto della nostra casa era stato danneggiato in seguito allo scoppio di una bomba e doveva essere riparato. Pertanto, non potendoci abitare fummo costretti a lasciare la nostra dimora per essere ospitati dai nonni paterni che abitavano vicino al fiume Brenta.

Dall’8 settembre 1943 contingenti sbandati di milizie SS tedesche, ostacolati dai partigiani, imboscandosi, cercavano percorsi più idonei per far ritorno ai loro luoghi di origine. Utili linee guida naturali erano i corsi dei fiumi e  in particolare il Brenta che conduceva a Trento, quindi in prossimità dell’Alto Adige e dell’Austria.  Fu così che una mattina di Ottobre del 1944, di buon’ora,   giunse  nella casa dei nonni un drappello composto da undici militi delle SS. Uno di loro con funzione di capo ordinò a tutti quelli che stavano dormendo di alzarsi per cedere loro i giacigli. Dieci di loro si coricarono, uno rimase a far da guardia. Al pomeriggio inoltrato si destarono e si misero a mangiare il cibo che  portavano nei rispettivi zaini.

A un certo punto chiesero  del latte. La zia ‘Missia’, ovvero Clementina Bergamin, andò in stalla a mungerlo,  poi lo fece bollire e quindi lo porse loro.

Chi fungeva da capo non lo accettò subito di buon grado, anzi pretese che a consumarlo per primo fosse quel bambino piccolo che stava in braccio alla sua mamma. Quello ero proprio io. In breve tempo e con ingordigia  bevvi tutto quel latte che mi era stato offerto in un  biberon. Solo allora, abbattuta ogni diffidenza  anch’essi consumarono la candida bevanda calda.

Nel frattempo tra i partigiani della zona circolò la notizia che in quella precisa casa ai ‘boschi, da Bergamin’ c’erano dei tedeschi. Mio padre, ferito e reduce dalla campagna di Albania,  passando per il centro del paese aveva appreso che nottetempo ci sarebbe stata una rappresaglia nella sua casa; allora rivoltosi ai partigiani che la stavano organizzando fece presente che l’abitazione era occupata esclusivamente da donne, anziani e bambini e che se avessero osato tanto lui si sarebbe presto vendicato. Il nonno Giuseppe “Bepi” invitò  i sei tedeschi a riprendere la via del ritorno e li accompagnò per un breve tratto fino al punto in cui,  nel Brenta, c’erano le “rapide”, cioè un tratto dove il livello dell’acqua era relativamente basso, al massimo poteva arrivare al ginocchio.

Lì potevano  guadare il fiume seguendo l’indicazione della casetta rossa, dall’altra sponda.

Sopraggiunti circa alla metà del guado, si udirono degli spari: otto soldati caddero in acqua, gli altri tre furono salvi e,  intimoriti e spaventati  fecero ritorno da noi. Era stata compiuta un’azione da parte dei partigiani appostati proprio nella “casetta rossa” . Allora il nonno si rivolse alla signora Criconia che era a capo dei partigiani di Piazzola, ella  fornì per loro un lascia passare, così, vestiti con abiti borghesi  li condusse fino a Camisano per avviarli per un’altra via da seguire per raggiungere il Trentino: quella verso Vicenza, Verona, il lago di Garda…

2Rovine del ponte della ferrovia Padova- Carmignano di Brenta.

3Il mio papà aveva contribuito con il suo lavoro alla costruzione della linea ferroviaria Vicenza- Treviso-Ostiglia. Lui era stato inviato a combattere nella guerra in Albania e lì era stato ferito. Come tutti i feriti in quel conflitto gli era stato concesso il rientro a casa con la condizione che, a guarigione avvenuta, avrebbe dovuto prestarsi in lavori di pubblica utilità.  Ripresosi in salute, ogni giorno  si recava in treno a lavorare per il completamento della ferrovia.

I due massi del ponte della ferrovia Ostiglia caduti sul tetto della nostra casa in seguito al bombardamento. Ora, in ricordo, li ho recuperati nella costruzione di una panchina situata nel giardino della mia casa natale.

Roberto ricorda nonno Oreste
Da qualche anno a Piazzola sul Brenta i Camerini avevano avviato l’industria tessile secondo il modello industriale inglese; in particolare allo jutificio necessitava personale esperto nell’utilizzare i telai importati dall’Inghilterra. Fu così che furono richieste ed assunte le tre sorelle. Ernesta, Linda e Nerina lasciarono Marzabotto per trasferirsi a Piazzola sul Brenta. Poco tempo dopo si fecero raggiungere da tutta la famiglia poiché nella fabbrica della juta necessitava manodopera. Nonno Oreste e il fratello Armando sono assunti come magazzinieri.

Fin da piccolo mi è sempre piaciuto passare il mio tempo con nonno Oreste perché mi raccontava delle sue esperienze in guerra. La mamma non voleva, mi sgridava perché, nel raccontare, rivivendo le sue sofferenze, vedevamo, ogni volta, il nonno piangere.

Quella che segue, sono convinto, sia stata  l’esperienza che più di ogni altra ha lasciato traccia nella sua memoria. Questo il racconto del nonno:  “In seguito alla ritirata dal Baensizza a Caporetto, gli ufficiali, su ordine del generale Cadorna, iniziarono le esecuzioni di decimazione dei militari giudicati, a torto, colpevoli di disertazione. Ogni 10 soldati uno veniva fucilato. Pensa, nella conta mi fu assegnato il NUMERO 7!”

Oreste Manini di Giuseppe e Stella Tonelli nasce il 7/5/1891 a Praduro Sasso –Bologna – attuale Sasso Marconi, emigra a Lama nel Comune di Marzabotto il 31/08/1897. Ai primi del ‘900 si trasferisce, con la famiglia a Piazzola sul Brenta – Padova.

 Per quale motivo?  Eccolo nei dettagli.

 Le sorelle Ernesta, Linda e Nerina a Marzabotto erano abili tessitrici della juta, esperte nell’uso dei telai di fabbricazione inglese.

Da qualche anno a Piazzola sul Brenta i Camerini avevano avviato l’industria tessile secondo il modello industriale inglese; in particolare allo jutificio necessitava personale esperto nell’utilizzare i telai importati dall’Inghilterra.

Fu così che furono richieste ed assunte le tre sorelle. Ernesta, Linda e Nerina lasciarono Marzabotto per trasferirsi a Piazzola sul Brenta. Poco tempo dopo si fecero raggiungere da tutta la famiglia poiché nella fabbrica della juta necessitava manodopera. Nonno Oreste e il fratello Armando sono assunti come magazzinieri.

Nel 1912 inizia il servizio militare, terminato il quale nel breve periodo che precede l’inizio della prima guerra mondiale sposa Anna Maria Munari. Dalla loro unione il 12 Maggio 1915 nasce la mamma Maria Francesca. Partecipa alla Grande Guerra del 1915/’18 nel CORPO D’ARMATA D’ASSALTO CAVALLERIA – LANCIERI DI NOVARA- I^ DIVISIONE – II^ BRIGATA.

Nell’assalto al Piave , con il fiume in piena, cavalcava la sua cavalla  “QUARTA DECIMA”, che fu abbattuta nel corso della battaglia, ma con il suo corpo fece scudo al nonno. Impigliato nelle staffe, con lei seguì la corrente fino a un guado dove Oreste riuscì a liberarsi e ad aver salva la vita.

In seguito il suo nuovo cavallo è “PALO”. Per entrambi il nonno nutre e coltiva un profondo affetto.  Viene richiamato a fare il soldato nel secondo evento bellico all’età di quarantanove anni.

Si spegne a Campo San Martino – Pd – il 14/5/1973

Un ricordo che mi fa tanto commuovere
Il ricordo di Antonio mi conduce con il pensiero a sua sorella. Nello jutificio di Piazzola sul Brenta lavoravano la juta destinata a fare sacchi di colore blu. Lei era specializzata nella tintura e si occupava a tingere i sacchi. A lungo andare questa sua attività continuativa l’aveva fatta diventare tutta blu. Io mi ricordo di averla vista sempre di quel colore ed era conosciuta come la signora blu.

In una delle mie frequenti visite al cimitero di Piazzola sul Brenta il mio sguardo viene attratto dalla scritta di una lapide: BUSANA EMILIO N.29- 5 – 1883 M.29 -7-1961 FIGLIO ANTONIO MORTO IN GRECIA. Mio papà, in pianto, più volte mi ha narrato l’accaduto.

Assieme ad Antonio Busana erano stati entrambi assoldati per la campagna in Grecia. Nel corso di una sparatoria erano appostati fianco a fianco quando il fuoco di una mitragliatrice colpisce a morte Antonio e papà Pietro viene ferito ad una gamba da una pallottola. Dolorante e sanguinante tenta disperatamente di prestare soccorso all’amico e compagno reggendolo tra le braccia. Ma invano. Antonio senza alcun cenno di risposta esala il suo ultimo respiro stretto dall’abbraccio dell’amico Pietro.

Lo sconforto provato nella tragica circostanza accompagna papà fino al suo rientro a Piazzola. Qui i genitori di Antonio gli chiedono notizie del figlio, ma lui non se la sente, non riesce a trovare la forza e il coraggio di dare loro la mesta e dolorosa notizia. Preferisce lasciarli nella speranza di un ritrovamento del figlio, probabilmente disperso…

Il corpo di Antonio, come quello degli altri caduti, aveva trovato sepoltura in territorio greco. Solo a guerra finita i loro resti poterono far rientro in patria. Nell’occasione i genitori di Antonio appresero la triste notizia e poterono seppellire il loro amato figlio nel cimitero di Piazzola.

Il ricordo di Antonio mi conduce con il pensiero a sua sorella.

Nello jutificio di Piazzola sul Brenta lavoravano la juta destinata a fare sacchi di colore blu. Lei era specializzata  nella tintura e si occupava a tingere i sacchi. A lungo andare questa sua attività continuativa l’aveva fatta diventare tutta blu. Io mi ricordo di averla vista sempre di quel colore ed era conosciuta come la signora blu.

In aggiunta è stata una donna con un destino avverso in tutta la sua vita: divenuta mamma di un unico figlio lo viene a perdere quando costui ed altri tre suoi amici subiscono una  morte prematura a causa di un incidente stradale.

APPENDICE. UN RACCONTO TRA IL VERO E IL VEROSIMILE CHE HA IL SAPORE DEL DRAMMA.
I sentimenti e le emozioni rimangono racchiuse, come in uno scrigno, nell’animo di chi le prova. Non posso pensare né giudicare quello che può essere intervenuto nel più intimo di mia mamma Emma…

Le guerre hanno sempre portato distruzioni, morte, solitudine e abbandono.

Quanto segue ne è la conferma.

 Si tratta del racconto della signora Stella, ormai ultra ottantenne, in prossimità di esalare il suo ultimo respiro.

Lo stesso potrebbe insinuare dubbi, perplessità e incredulità, ma proprio per la tipologia della fonte, nessuna smentita.

Delatrice della rivelazione è la nipote Maria, incaricata di esserne anche la portavoce.

Personalmente la conosco come affidabile.

“Senti Maria, è giunto il momento di svelare un segreto che tengo in serbo fin da giovinetta. Lo stesso che custodiva gelosamente anche tua mamma, mia cugina Adelaide, che in realtà era mia sorella. Ci eravamo accordate e fatto, a vicenda, una promessa: quella di noi due che fosse sopravvissuta all’altra, prima di lasciare questa terra avrebbe dovuto rendere noti i nostri reali legami di sangue. Ora il compito spetta a me, dato che lei, la tua cara mamma Adelaide, ci ha lasciato per prima.

Colui che tutti hanno sempre reputato essere mio padre Giuseppe era stato un soldato degli  “ARDITI”, combattente della prima guerra mondiale. Sai Maria, mi dicevano che gli arditi, al fronte, prima di essere mandati all’attacco venivano costretti a bere una dose di alcool in modo da avere la mente intorpidita e non poter avere piena consapevolezza del grave pericolo al quale andavano incontro. Considerato disperso, tutti i parenti, sua moglie compresa, lo credevano caduto.

I sentimenti e le emozioni rimangono racchiuse, come in uno scrigno, nell’animo di chi le prova. Non posso pensare né giudicare quello che può essere intervenuto nel più intimo di mia mamma Emma…Sta di fatto che, a guerra ormai conclusa, lei deve aver trovato consolazione tra le braccia del cognato Antonio, il fratello di suo marito, colui che mi hanno sempre insegnato a chiamare zio, ma che, invece,  è il mio vero padre, nonché tuo nonno perché il genitore di tua mamma. Come ben sai, nonno Antonio nell’anno millenovecentodiciotto era rimasto vedovo a causa dell’ epidemia detta Spagnola, che aveva colpito a morte sua moglie. All’epoca tua mamma aveva solo tre anni.

Nel corso dei miei primi anni sono stata accudita dalla mia mamma fino all’improvviso e inatteso, quanto sorprendente ritorno di suo marito Giuseppe.

Credo che in seguito alle cruenti vicende belliche vissute e all’esperienza della prigionia, probabilmente il poveretto si trovò, a dir poco,  così inasprito , deluso e incattivito da  non riuscire ad accettare il tradimento della moglie e del fratello Antonio, da tutti chiamato ‘Tonii’. Forse per questo la mia presenza lo disturbava ed era motivo, per lui, di continuo disappunto e disagio affettivo. Cominciò a maltrattarmi e un brutto giorno mi stava spingendo, per farmi cadere giù dalle scale. Per mia fortuna il mio vero papà  Antonio, era presente e riuscì a trattenermi e a salvarmi. Fu così che subito non esitò a portarmi a casa sua, dove, accudita amorevolmente anche dalla sua moglie di seconde nozze, rimasi fino al mio matrimonio. Mi fecero crescere serenamente assieme a tua mamma Adelaide; lei aveva alcuni anni più di me, forse per questo  era completamente consapevole della mia vicenda . A entrambe venivano prestate le medesime attenzioni, io mi sentivo amata come figlia. Tua mamma ed io ci volevamo tanto bene e siamo cresciute proprio come sorelle, anche se talvolta lei si dimostrava un pochino gelosa. Con il passare degli anni, i vissuti e l’affetto che ricevevamo entrambe in uguale misura, consolidavano in noi il sentimento di fratellanza.

A causa dei dissapori tra i due fratelli la famiglia di Giuseppe si trasferì, pur rimanendo nell’ambito del paese.

 Il senso del pudore, la riservatezza e forse anche la vergogna, a quei tempi erano forti deterrenti che non permisero a nostro padre di svelarci mai la verità.

 Ho già reso consapevole mia figlia Carla della mia vicenda e tu potrai parlarne a tuo fratello Luigi. Voi tre siete gli unici consanguinei che mi restano.”

Trascorsi pochi giorni Stella cessò di vivere.

Con il tempo la figlia e i nipoti avendo avuto modo di confrontarsi , di riflettere e di ricordare aneddoti  giunsero alla conclusione e alla convinzione che la rivelazione di Stella era fondata, perché basata su dati certi e non frutto di fantasia o di deviazioni senili.

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