Prisca “l’incolpevole capro espiatorio”

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   idarenzicchi@gmail.com

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

E’ più importante l’essere un uomo e una donna ed agire secondo l’impulso delle passioni, oppure bisognerebbe fare scelte razionali tenendo sempre presente le conseguenze delle nostre azioni?

“Questa estate posso mettere il bikini… secondo me, non si vede niente…”

La ragazza che ci sta parlando è bellissima, di una bellezza particolare: alta, snella, lunghi capelli mossi castani, un viso molto interessante.

Siamo in inverno. A Roma la temperatura è di almeno tre, quattro gradi superiore a quella del posto da cui provengo ma siamo pur sempre verso la fine di Dicembre… pensare al mare in una giornata così…

“Vi fa schifo, se vi faccio vedere?” Io rispondo istintivamente di no anche se non so neppure di cosa stia parlando. Mia figlia resta in silenzio.

Si abbassa il pantalone del pigiama e le mutandine mostrandoci la pancia. Un brivido di freddo mi percorre tutta la schiena lungo la spina dorsale.

“Mi hanno fatto una colostomia… però sistemando bene la mutandina dello slip, il sacchetto non si dovrebbe notare.” “No, no, tranquilla, hai ragione, non si nota assolutamente… credimi, se tu non me lo avessi detto, giuro che non ci avrei fatto caso… tranquilla, va’ al mare e divertiti!” Le parole mi escono di bocca ma è come se a pronunciarle fosse un’altra persona. Sono rimasta talmente colpita che, per un attimo, faccio fatica perfino a ragionare. Una ragazza così giovane… una malattia così severa!

“Però i medici mi hanno detto che, tra un po’ di tempo, mi ricanalizzeranno l’intestino… ”

La ragazza parla velocemente, a voce alta. Ho chiara la percezione del  nervosismo che vuole celare dietro una spavalda sicurezza, che non c’è.

Edvard Munch, Modella accanto alla sedia di vimini  (1919-1921)

Parliamo d’altro. Mia figlia le corregge, i congiuntivi ed i condizionali che lei sbaglia regolarmente. Alquanto meravigliata da questo suo inusuale, bizzarro atteggiamento, la riprendo e mi scuso con la ragazza che, di rimando, mi risponde di essere stata lei stessa a farle tale richiesta, anzi le si rivolge chiedendole di continuare a farlo perché, dice, vuole assolutamente migliorare il suo italiano. Di più, prega anche me di farle “la cortesia” di correggere i suoi eventuali errori di ortografia.

Rimango perplessa quando vengo a conoscenza che ha fatto le Scuole Magistrali e che dall’anno scolastico seguente farà l’insegnante in una Scuola Elementare del suo paese.

Sono contenta di sentirla fare progetti, soprattutto parlare di vacanze, dopo averla vista malata, stesa immobile e sofferente su di un letto di ospedale.

La cosa che mi ha maggiormente colpita in questo reparto è l’età media dei pazienti. Uno si aspetta di trovare anziani malandati, persone alla fine di un percorso di vita che lottano, nonostante tutto restando aggrappati a quel sottile filo di lana, che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. E invece giovani, tanti giovani, sia maschi che femmine… sono impressionata.

Oltre la giovane età della ragazza, aveva attirato la mia attenzione una signora d’altri tempi e d’altri luoghi, in piedi, accanto al suo letto, ed un uomo che indossava un abito nero ed una camicia bianca inginocchiato dalla parte opposta… Mi sembrava il fotogramma della scena, in bianco e nero, di un film drammatico degli anni cinquanta…

La donna, della quale non avrei saputo definire l’età, ma che presumo tra i quaranta ed i cinquanta anni, anch’essa completamente vestita di nero, indossava un abito lungo fino ai piedi, una specie di mantellina bordata di piccole frange di un nero più lucido, che le copriva completamente la testa ricadendole morbida sulle spalle e un paio di scarpe di foggia maschile. Alta, un bel viso, gli occhi ed i capelli, perlomeno quelli che si vedevano sotto quella specie di velo, di un nero intenso. Sembrava la statua della Madonna Addolorata che tutti gli anni, al mio paese, si porta in processione, dietro la bara del Cristo Morto, la sera del Venerdì Santo.

Edvard Munch, Il bacio alla finestra (1892)

All’inizio non avevo notato un altro uomo, magro, di altezza media, che se ne stava più fuori la porta, lungo il corridoio, che dentro la stanza. Una giacca marrone, ma non di tonalità scura, un pantalone nero ed, anche lui, una camicia di cotone bianca.

Non lo so perché lo associai istintivamente ad un pastore. Chissà quale  è stato il motivo per il quale non ho pensato alla cosa più ovvia per me che provengo da un paese agricolo, cioè che fosse un contadino o un muratore. Credo sia stata la foggia della giacca a ricordarmi “I pastori d’Abruzzo” del grande  D’Annunzio e le illustrazioni a corredo della sua stupenda poesia nei libri scolastici. Non era anziano, aveva sì il viso segnato da una vita all’aperto sotto il sole o in balia delle intemperie ma avrà avuto  anch’egli più o meno la stessa età della donna vestita di nero. A guardarlo bene, non era brutto, tutt’altro, sicuramente doveva essere stato un bel giovanotto.

Quando l’uomo in ginocchio si era alzato, avevo notato che era piuttosto basso di statura, tozzo di corporatura, massiccio ma non grasso, sulla sessantina, i capelli neri liscissimi, unti… o forse, più verosimilmente lucidi di brillantina. Rimasi colpita dal grosso anello d’oro che portava al dito anulare della mano destra. Da noi, gli uomini, a parte la fede nuziale, non portano anelli.

Lui, lei, l’altro… e una ragazza malata… molto malata, per curare la quale era stato necessario conoscerne la paternità: l’uomo in ginocchio, con la testa affondata tra le lenzuola, era suo padre, non il marito di sua madre che restava invece sempre in disparte, tutt’al più sulla porta della stanza, appoggiato allo stipite.

A parte le voci che circolavano nel reparto, pettegolezzi ai quali noi non avevamo dato alcun credito, fu proprio lei, la ragazza a raccontarci la sua storia. Una vicenda della quale, lei, vittima innocente, aveva pagato tutte le conseguenze.

Edvard Munch, La pubertà  (1895)

Confermando la mia intuizione, la sua era effettivamente una famiglia di pastori di un paesino sperduto sulle montagne abruzzesi.

La madre, come spesso succede, aveva conosciuto l’altro uomo, quello che sarebbe diventato suo padre, un ambulante di una cittadina sulla costa adriatica, che faceva la vendita porta a porta nei vari paesini dell’interno ai piedi o arroccati lungo le falde delle montagne e ne era nata una relazione extraconiugale e questa figlia che, per molti, ma non per tutti, era ovviamente, la figlia del pastore.

Quando la tresca amorosa era venuta allo scoperto, era successo uno scandalo vero e proprio ed il marito della signora, al quale era giunta certamente la voce di qualche chiacchiera, aveva cominciato a dubitare seriamente della paternità della bambina che, non considerando più figlia sua, non aveva certo intenzione di mantenere ulteriormente. A seguito della situazione incresciosa che si era creata, il vero padre era stato costretto ad ammettere la sua responsabilità e per la piccola era cominciato un calvario.

Nella casa dove era vissuta fino ad allora, il marito della madre non la trattava più da figlia, tanto che il vero padre aveva deciso di portarla via.

Tutto risolto? Sì, se non fosse stato che il signore era sposato ed aveva altri due figli maschi e che né la moglie né i due figli avevano di certo gradito la presenza della bambina imposta loro, di punto in bianco, arbitrariamente dall’uomo.

Forse questo di Calvario era anche più pesante del primo…

La ragazza, alla quale, senza tanti complimenti, era stato spiegato chiaro e tondo il motivo del suo trasferimento, era arrivata quindi in casa del padre. Se prima il pastore, usciva la mattina per rientrare la sera e lei rimaneva tutto il giorno con la madre, addirittura durante il periodo della transumanza restavano da sole, insieme giorni e giorni,  adesso…  anche il venditore usciva la mattina per rincasare all’imbrunire, ma quella con cui lei era costretta a stare, non era sua madre, e quelli, non erano, anzi, in parte lo erano, ma non si sentivano suoi fratelli.

I soprusi nei suoi confronti erano continui, violenti, impuniti e di ogni genere.

Le ingiustizie e le angherie subite e lo stress che ne era derivato avevano fatto ammalare seriamente la giovane che era stata in pericolo di vita.

All’ospedale la storia si era risaputa perché i medici, dato il tipo e la gravità della malattia, avevano dovuto effettuare delle analisi anche sui genitori e qualche infermiera, poco discreta, non aveva resistito alla tentazione di divulgare quella vicenda da lei raccontata come una novella  boccaccesca ma che noi giudicammo solo squallida e molto triste.

 

Nonostante tutto, il padre aveva preteso che la ragazza avesse studiato.  Lei si era diplomata e si era fidanzata con un bravissimo giovane, benestante, proprietario di un peschereccio che ora aspettava solo che si rimettesse dall’intervento per sposarla.

Edvard Munch, Ragazze sul ponte (1901)

Avrebbe voluto fare la modella ed in effetti ne aveva tutti i requisiti, ma un ambiente così competitivo, dove addirittura una volta si era ritrovata a dover sfilare in passerella senza scarpe perché, all’ultimo minuto, qualche collega invidiosa, per metterla a disagio, gliele aveva sottratte, non era quello che ci voleva per il suo fisico che aveva bisogno solo di tranquilla serenità.

Adesso pensa ad andare al mare, a sposarsi, ad iniziare la carriera di insegnante. Ringraziamo Dio!

Si è molto affezionata a noi, dice a mia figlia che è fortunata, che anche a lei sarebbe piaciuto avere una madre come la sua… Mia figlia, scherzando, le risponde: “Perché adesso è in fase remissiva… dovresti conoscerla quando si arrabbia…”

La ragazza mi si avvicina, prima me lo chiede, poi mi abbraccia affettuosamente, mi bacia. Io mi schernisco e le rispondo: “Perché non mi conosci… ha ragione mia figlia… tu non immagini quanto sono severa…” Lei ride e mi guarda mentre mi dice: “Magari…”. Un groppo mi chiude la gola. Riesco solo a sussurrarle: “Buona fortuna!”

E’ uscita senza che avessimo avuto l’opportunità di salutarci. Purtroppo le dinamiche ospedaliere non tengono conto delle relazioni umane.

Per qualche tempo, siamo rimaste in contatto. E’ tornata nella casa di suo padre da dove spera di potersene andare al più presto per formare una famiglia con il suo innamoratissimo fidanzato. Ha fatto l’intervento di ricanalizzazione che, pur con tante difficoltà, alla fine è stato risolutivo.

Poi, la lontananza ha fatto sì che non ci si sentisse più. Beati cellulari… allora, purtroppo, non erano così alla portata di tutti ed i costi di tale comodità non erano indifferenti. In quel periodo, noi eravamo le uniche persone in tutto il reparto ad averne uno che ci era stato dato gentilmente in prestito.

Anche se fisicamente lontana, mi piace pensarla serena, moglie e madre realizzata. Merita di essere felice.

Innocente, ha già pagato un prezzo troppo alto per una “colpa?” che due persone adulte, “in nome dell’amore?”, pur nella piena consapevolezza di ciò stavano facendo, non hanno avuto nessuno scrupolo a consumare, salvo poi essere stata lei a pagare le terribili conseguenze della loro egoistica incoscienza, lei, una bambina, l’incolpevole capro espiatorio.

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Torna alla pagina iniziale

EDUCARE È NARRARE… Invito alla lettura