RUDOLPH… la borsa a rete

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

RUDOLPH… la borsa a rete  di Ida Renzicchi

INVITO ALL’ASCOLTO

 

Voce narrante: Giuliana Poleggi Quaranta 

Selezione musicale a cura di Cinzia Maria Adriana Proietti 

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   idarenzicchi@gmail.com

Capitello “La morte del giusto” (dettaglio). Basilica di San Michele Maggiore a Pavia – Italia

Un treno preso all’ultimo minuto ci fa riflettere sulla vita, metafora di un viaggio di sola andata. Chi sono i passeggeri del racconto? Come mai viaggiano tutti senza bagaglio e la signora, l’unica a portare con sé una semplice borsa a rete, finisce per lasciarla negletta sul sedile dello scompartimento? Cosa significano l’abito da cerimonia e le scarpine intatte della bimba?... e la croce che le viene strappata dal collo? Dove sono diretti dei viaggiatori ben vestiti e perché è il conduttore dall’improbabile divisa a dire loro dove e quando devono scendere? Chi è e cosa rappresenta questo strano personaggio? Un dipendente della Compagnia ferroviaria o un inquietante psicopompo?

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

Oggi il treno l’ho preso davvero al volo. Appena sulla provinciale, prima un trattore agricolo che andava a passo d’uomo e la cui velocità massima era ovviamente minima per chi, come me, gli stava dietro e doveva recarsi allo scalo ferroviario e, poco oltre, un veicolo Ape, che procedendo anch’esso come una lumaca, aveva fatto sì che una fila di autovetture gli si accodasse.

Inutile suonare il clacson e sorpassare era praticamente impossibile: troppo grande il rischio di andare a sbattere contro qualche altra macchina proveniente dalla corsia opposta in quella strada provinciale tutta curve sottolineata dalla linea continua di mezzeria.

Percorro giornalmente lo stesso tragitto e ne ho visti di incidenti causati da giovanotti impazienti finiti poi in tutta fretta all’ospedale con le sirene dell’ambulanza spiegate… quando addirittura non all’obitorio…

Io, proprio in previsione di ritardi, mi alzo presto e parto sempre in anticipo. Prendo il treno che è ancora buio pesto per arrivare in città alle prime luci dell’alba e, causa il traffico cittadino, giungere sul mio posto di lavoro appena in orario se non, a volte e malgrado tutto, in ritardo.

Nonostante non ci si conosca personalmente, sono quasi sempre le stesse facce quelle dei viaggiatori mattutini che si incontrano giornalmente sul treno, in generale pendolari che lavorano nella grande città. Ogni carrozza finisce per avere i suoi abituali passeggeri.

Questa mattina non mi sono messo pazientemente in attesa del convoglio ferroviario più o meno all’altezza della vettura dove di consueto salgo, ma sono salito di corsa sulla prima che mi sono trovato alla mia destra uscendo dal sottopassaggio, percorso correndo come un disperato con lo zaino che mi batteva sulle spalle.

Caspita! Ci sono posti liberi a sedere! Pochissimi, ma ce ne sono!

La carrozza che prendo di solito è superaffollata di gente seduta ed in piedi. A questo punto, credo che, da domani, cambierò vettura anche perché, pur se il tragitto è più o meno di solamente un’ora, non è piacevole farlo in condizioni disagiate…

Si è fortunati se capita un posto libero a sedere verso il finestrino, cosa che accade rarissimamente, ma già a lato corridoio si viene continuamente urtati da gente e valige che percorrono lo stretto passaggio, per non parlare poi di quando si è costretti a viaggiare in piedi… in equilibrio precario e continuamente schiacciati contro la parte laterale dei sedili per favorire il transito dei viaggiatori e dei loro bagagli…  non vedo perché non dovrei modificare un’abitudine se ciò significa migliorare una situazione.

Non saprei definire l’età della donna che siede nel sedile di fronte al mio che è opposto al senso di marcia. Cinquanta? Sessanta? Una signora, che non direi bella ma dall’aspetto gradevole e signorile. Indossa un abito di un colore celeste polveroso a piccoli fiori bianchi con le maniche lunghe i cui polsini si intravedono appena da un giacchino di lana di colore panna, con lo scollo a v, che porta sopra il vestito. Noto le scarpe comode, basse, modello Mary Jane, di colore marrone medio. E’ bionda con i capelli lisci dal taglio a caschetto alla francese, molto moderno. I begli occhi chiari, che, al primo sguardo, mi erano sembrati vivaci e curiosi, sono invece liquidi e come velati da una grande tristezza. Indossa dei piccoli orecchini molto aggraziati ed una catenina d’oro con un prezioso pendente. Al dito anulare sinistro noto una fede nuziale di oro bianco con un diamante incastonato al centro. Le mani sono curate, la pelle bianca, le dita affusolate, le unghie senza smalto. Seduta di fianco a lei una bambina: la figlia, la nipote?… o chissà che altra relazione fra loro…

Jheronimus Bosch, San Giovanni a Patmos 

Jheronimus Bosch, Il giardino delle delizie (dettaglio)

Il sedile accanto al mio è libero.

Rilassato mi guardo attorno: dal lato opposto, più avanti, noto un signore molto anziano che tiene il bastone da passeggio tra le gambe e un uomo sulla cinquantina, di corporatura robusta, colorito in viso, direi paonazzo. Parallela alla mia, ma dall’altra parte del corridoio, una signora con un simpatico cappellino color viola con tre fiori di maglia applicati sul lato sinistro, accanto a lei una donna anziana, vestita con un abito chemisier grigio scuro dalla piccola fantasia cachemire, con una borsa della spesa a rete di quelle che non si vedono più in giro appoggiata sulle gambe e, accomodata sui sedili davanti, una coppia con un bambino che passa dalle ginocchia dell’una a quelle dell’altro.

Mi stupisce che, a quest’ora mattutina, quasi tutti i passeggeri siano vestiti con eleganza, come si stiano recando ad un ricevimento o ad una cerimonia importante. Nessun bagaglio, a parte la borsa a rete, unica nota stonata in tale contesto di generale accuratezza.

Desumo sia il conduttore l’uomo che vedo avvicinarsi lungo il corridoio e inizio a cercare il portafoglio e la tessera di abbonamento da esibire alla sua richiesta. La compagnia ferroviaria deve avere cambiato la divisa dei dipendenti perché non indossa la solita uniforme blue e verde, ma un completo viola scuro con uno strano cappello rosso a cilindro. Mi sorprendo ad interrogarmi sulle stravaganze della moda che è arrivata perfino all’abbigliamento dei ferrovieri e sulla totale inutilità di un simile mutamento.

Non sono un esperto ma, per quanto riguarda il mio gusto personale, tali colori non mi sembrano adatti a ciò che la divisa rappresenta… ma… devo ammetterlo… io non sono competente.

Ricordo le sobrie vecchie uniformi di colore avio, dalle camicie celesti e le cravatte bordeaux che indossava mio nonno ferroviere.

Lo guardavo con ammirazione ed orgoglio: sempre elegante, fra gli altri anziani del paese quando, andato in pensione e tolti i fregi della compagnia ferroviaria, usava le sue vecchie divise per uscire in piazza a fare due chiacchiere con gli amici di sempre.

Prima di giungere fino a me, l’uomo in divisa si ferma a metà scompartimento ed invita a seguirlo un signore dall’aspetto giovanile, prestante e molto ben vestito che non dissimula la sua riluttanza. Sarà qualcuno salito senza biglietto… Lo prende per il braccio, lo obbliga a lasciare il posto a sedere e a camminargli davanti. L’uomo sembra impaurito, si guarda attorno come cercando solidarietà ma gli altri passeggeri mi appaiono restii a sollevare lo sguardo. Ad un certo punto, si blocca al centro della carrozza e comincia a salutare i viaggiatori. Qualcuno gli dice “addio”, qualcun altro si alza e lo abbraccia frettolosamente. Mi sembra che abbia gli occhi lucidi…

Jheronimus Bosch, Trittico Le tentazioni di Sant’Antonio (dettaglio)

Mi ritrovo a pensare quanto sia normale il nascere di amicizie tra persone che si incontrano tutti i giorni sullo stesso treno e che l’uomo sia quasi certamente un pendolare.

Il conduttore, interrompendo quella inusuale cerimonia di commiato, lo prende per il braccio e, spintonandolo, lo costringe a proseguire fino ad uscire dalla carrozza.

La signora davanti a me abbozza un leggero sorriso mentre mi dice: “E’ arrivato.” “Arrivato? Dove? Io devo scendere a Termini, alla seconda fermata… ma non mi sembra che siamo già a Tiburtina…”. La donna non mi risponde. Che non abbia capito…? Che sia una straniera? Però ha parlato in italiano… Comunque no… non può essere Tiburtina: a quella fermata il treno si svuota di almeno la metà dei passeggeri.

Nel frattempo il conduttore è rientrato nello scompartimento.

“Salve Capo, siamo a Tiburtina?” Mi guarda, non mi risponde e prosegue lungo il corridoio. Mi alzo in piedi. “Scusi sa… Lei non mi ha risposto… io dovrei scendere a…” Non mi dà il tempo di finire la frase. “Dovrei… si rimetta seduto.” Poi a voce bassa, come tra sé e sé: “Dovrei… e chi lo dice?” Lo guardo stupito.

Questo è un pazzo… penso fra me e me. L’uomo che adesso si è fermato, si volta, mi guarda, mi sorride, più che un sorriso, mi sembra un ghigno…: “Non sono pazzo. Stia tranquillo… si rilassi… non si preoccupi… ci sono io. La avverto io quando è la sua ora. Sono qui per questo.”

Caspita, mi ha letto nella mente! O forse non me ne sono reso conto ed ho pensato a voce alta?

Sono stato poco bene la scorsa settimana e… perbacco quanti cambiamenti ha fatto la società ferroviaria in pochi giorni! La divisa del conduttore… i viaggiatori personalmente avvisati quando devono scendere… Avranno aumentato il personale…

Una bella sfida conoscere e ricordare le destinazioni di tutti i passeggeri di un treno…

Intanto il conduttore è arrivato all’altezza del signore anziano con il bastone tra le gambe il quale, con evidente difficoltà nei movimenti, senza dire niente, si alza e lo segue. Anche la signora dal simpatico cappellino viola si alza al cenno del dipendente ferroviario e pure la donna con la borsa della spesa a rete che lascia però sul sedile.

“Signora, scusi… ha dimenticato la borsa…” L’anziana mi guarda e sorride calma: “Si, si caro, grazie.” Però prosegue senza voltarsi a prenderla.

Jheronimus Bosch, Trittico Le tentazioni di Sant’Antonio (dettaglio)

Faccio il gesto di alzarmi con l’intenzione di consegnargliela ma il conduttore, senza proferire parola, mi poggia una mano sulla spalla costringendomi a sedere di nuovo. E’ una mano forte, pesante, direi perfino eloquente nel farmi capire di pensare ai fatti miei.

“Anche loro sono arrivati.” E’ ancora la donna che mi siede davanti a parlare. Guardo fuori dal finestrino. E’ buio pesto, non una luce, non il minimo chiarore. Accidenti a me! Nella fretta di salire devo aver preso il treno che percorre il vecchio tratto ferroviario, quello della linea lenta che fa tutte le fermate… arriverò tardissimo in ufficio e questa sera dovrò recuperare!

Nel mentre, alcuni nuovi viaggiatori entrano nello scompartimento e si siedono dove trovano posti liberi. Guardandomi attorno mi soffermo ad osservare i volti di coloro che riesco a vedere dal mio posto: alcuni di essi hanno le facce di colore grigio verdastro, altri di un rosso paonazzo, altri ancora sono mortalmente pallidi mentre alcuni hanno un aspetto florido e salutare.

Per esempio, la bambina che siede nel sedile di fronte ha una carnagione bianchissima sulla quale spiccano grandi occhi azzurri in mezzo a due occhiaie bluastre.

E’ magra, i capelli lunghi biondi che le arrivano quasi al punto vita e che lei, nonostante siano trattenuti a sinistra da un delizioso fermaglio di perline bianche, continuamente scosta dal viso con un gesto della manina. Indossa un abito lungo, bianco, di pizzo e tulle, molto bello, più adatto ad una cerimonia importante che ad un viaggio in treno e delle vezzose scarpine chiare trattenute da un sottile cinturino sul quale brilla una fila di strass. La piccola borsa che porta a tracolla è davvero graziosa: è di forma rettangolare di un materiale lurex bianco-argento ed è chiusa da una patella sulla quale spicca un cuoricino il cui rosso brillante è l’unica nota di colore in tutta la sua persona. Mi colpisce la catenina d’oro con una bella croce, anch’essa d’oro, che le arriva più in basso del seno, quasi al punto vita. E’ calma e serena, direi assente, mentre succhia, come fosse un ciucciotto, la punta dell’orecchio di un coniglietto rosa pallido che stringe teneramente tra le braccia.

Jheronimus Bosch,Cristo nel limbo dell’inferno (dettaglio)

Il conduttore viene, si china su di lei, con modi garbati la fa alzare, la prende in braccio e le porge con delicatezza il peluche collocandolo tra il suo petto e quello della piccola, poi, con un gesto deciso, stringendo tra le dita la croce della preziosa collana, gliela strappa via veloce lasciandone penzolare ai lati le due parti spezzate. Sono talmente esterrefatto che non riesco neppure a parlare! La bimba non piange e neppure protesta. La borsettina adesso le si è spostata dietro poco sopra il punto vita. La piccola appoggia docile, la testa sull’incavo della spalla dell’uomo in divisa mentre escono dal vagone. Da seduto noto che le suole delle sue scarpine sono intatte, come indossate appena uscite dal negozio.

Al pari di tutti i presenti nello scompartimento, la signora di fronte a me non ha avuto alcuna reazione, come se la cosa non riguardasse.

“Anche la bimba è arrivata.” “Ma non stava con lei?” “No… non la conosco neppure.”

Una bambina che viaggia da sola? Chissà?… forse genitori molto impegnati che l’hanno affidata al conduttore e qualcuno che starà aspettando alla fermata per accoglierla? E la catenina strappata? Come hanno potuto fidarsi!

Salgono ancora passeggeri e un gruppo di giovani militari. Sono giovani, belli, forti. Sembrano stanchi ed hanno le divise mimetiche imbrattate di fango e… di sangue. Mi alzo in piedi ma, appena vedo la figura del conduttore, mi risiedo immediatamente. Anche se con la bimba tra le braccia mi era sembrato esprimesse tenerezza e commozione, deve essere un tipo polemico ed autoritario… ed anche disonesto… non voglio discuterci ma ho deciso che, una volta sceso, denuncerò sicuramente il suo comportamento attraverso un dettagliato reclamo scritto alla compagnia ferroviaria.

Fuori è ancora buio, ma realizzo che sia perché i finestrini sono oscurati ed impediscono di vedere all’esterno.

“Scusi, come mai i vetri oscurati? Non si vede niente, neppure se è giorno o notte.”

Intanto, i militari, gli ultimi viaggiatori arrivati, si sono alzati tutti e si avviano ordinati all’uscita. Un tragitto davvero breve il loro. Il dipendente ferroviario, che li segue come una scorta, mi fa cenno di voltarmi verso il finestrino dal quale adesso riesco a vedere l’esterno. Solo il mio non è più oscurato. E’ pieno giorno, ma il paesaggio che mi scorre sotto gli occhi non è quello della bella campagna romana prima di arrivare alla grande città.

Jheronimus Bosch, Cristo nel limbo dell’inferno 

Macerie, polvere, fango… e un cielo di piombo… dove siamo? Mentre continua a correre il treno attraversa, a velocità folle, città, boschi, pianure… passa attraverso montagne… si immerge perfino nel mare… per poi riemergerne e penetrare dentro abitazioni… schizza come un bolide dentro ospedali, ristoranti, bar, discoteche, chiese, uffici, locali di ogni genere, viali, strade… fra tavoli, letti, scrivanie, macchine… fila via veloce lungo l’alveo di un fiume dal quale si precipita con violenza giù per una cascata per riaffiorare al centro di un grande lago e continuare a correre all’impazzata… sono senza respiro e talmente sconvolto dal terrore che non riesco neppure ad urlare! Ma che treno è? E dove siamo diretti? E che è mai tutto questo via vai lungo il corridoio? Da dove viene e dove va questa gente?

Spaventato, distolgo lo sguardo dal finestrino proprio mentre il conduttore rientra nello scompartimento.

Jheronimus Bosch, Ascesa all’Empireo

L’uomo si gira verso di me e mi fissa insistentemente, ha un sorriso maligno, poi, come in un segno di intesa, mi fa l’occhiolino: il sangue mi si gela nelle vene… il mio corpo è scosso da brividi di freddo. Che succede?

Non capisco. Avverto un senso di oppressione, mi sento soggiogato come se qualcuno mi stia costringendo ad abbassare lo sguardo a terra.

“Rudolph! E’ ora! Si prepari a scendere!” Faccio un salto sul sedile.

Il conduttore è davanti a me. Come fa a conoscere il mio nome? “E’ che… credo di essermi appisolato…” Mi guardo attorno.

Tutti i passeggeri si sono alzati e si stanno avviando verso l’uscita. Dal finestrino si vedono i palazzi della città illuminati dal sole del mattino. Il convoglio entra in stazione. Il movimento frenetico di chi parte e chi arriva è quello consueto di ogni giorno.

Mentre dopo aver assicurato il mio zaino sulle spalle percorro il corridoio, noto una borsa della spesa a rete su un sedile. Sono l’ultimo della fila dei viaggatori che si preparano a scendere. Ho la percezione di sentirmi osservato.

Mi volto all’indietro. Dal fondo dello scompartimento il conduttore mi sta fissando.

Prima che io, ansioso di lasciare la vettura, mi giri veloce verso l’uscita, l’uomo mi strizza l’occhio…

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Un treno preso all’ultimo minuto ci fa riflettere sulla vita, metafora di un viaggio di sola andata. Chi sono i passeggeri del racconto? Come mai viaggiano tutti senza bagaglio e la signora, l’unica a portare con sé una semplice borsa a rete, finisce per lasciarla negletta sul sedile dello scompartimento? Cosa significano l’abito da cerimonia e le scarpine intatte della bimba?... e la croce che le viene strappata dal collo? Dove sono diretti dei viaggiatori ben vestiti e perché è il conduttore dall’improbabile divisa a dire loro dove e quando devono scendere? Chi è e cosa rappresenta questo strano personaggio? Un dipendente della Compagnia ferroviaria o un inquietante psicopompo?

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