Sebastiano SCHIAVON. Memoria, linfa di vita 3/

PERSONE E COMUNITÀ. STORIE DI IMPEGNO E PROMOZIONE SOCIALE

    3/ Sebastiano SCHIAVON

  CATTOLICO, SINDACALISTA, POLITICO: LO “STRAPAZZASIORI

a cura del COMITATO SCIENTIFICO del Centro studi Onorevole Sebastiano Schiavon 

Il terzo appuntamento intende favorire “un incontro più ravvicinato” con Sebastiano Schiavon, a partire dal libro di Massimo Toffanin SEBASTIANO SCHIAVON. Lo “strapazzasiori”,  pubblicato nel 2005.

Il volume  presenta la  vicenda  umana di Sebastiano, ricostruita con rigore scientifico dall’autore, dagli studi giovanili all’impegno sindacale e politico, sin dai primi anni, sempre  in difesa dei più deboli,  fino all’attività parlamentare conclusasi con la morte nel 1922.

Il percorso di vita che egli descrive s’intreccia, inevitabilmente, con le principali vicende storiche vissute dal territorio padovano e dall’Italia intera nei primi decenni del XX secolo. Riaffiora così uno spaccato delle dure condizioni di vita delle popolazioni venete che si intrecciano  con le vicende storiche del tempo.

Abbiamo chiesto all’autore di aiutarci a comprendere meglio il contesto in cui è maturato  il suo incontro  personale  con Sebastiano Schiavon, le motivazioni che lo hanno portato a fondare e a presiedere il Centro studi a lui dedicato, oltre che a comprendere perché e come la sua vicenda umana e la sua storia abbiano ancora qualcosa da dirci e da insegnarci…  Ne è nata una “conversazione virtuale” dove Massimo Toffanin, insieme al senatore Paolo Giaretta, al giornalista e scrittore Francesco Jori, e al professore Giovanni Ponchio, ci coinvolgono in un percorso di cultura politica e sindacale riferita ai primi decenni del ‘900. Attraverso la ricerca storica, sulle tracce di un “personaggio”, – cattolico, sindacalista, politico – vissuto un secolo fa e, tuttavia, in grado di renderci  pensosi e, forse, ancora desiderosi di impegnarci per il bene comune.  

“C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenze, si attua con furberia. E anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. Ma la mia esperienza, lunga e penosa, mi fa concepire la politica come statura di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”. (Don Luigi Sturzo)

In quale contesto è maturato l’incontro con Sebastiano Schiavon? Quando e come è nata l’idea di scrivere il libro? La  quarta di copertina del  volume  ci offre forse qualche indizio? Quale il significato dell’immagine della prima di copertina? Perché il titolo? In che modo la pubblicazione si collega alla sua decisione di fondare il Centro studi onorevole Sebastiano Schiavon?

Nel 1996, dopo la morte di Lia Schiavon, figlia di Sebastiano, riordinando le sue carte tra le pagine di un piccolo libro di storia trovo il biglietto da visita, scritto nel 1971 dal senatore Stanislao Ceschi noto esponente della Democrazia Cristiana, che qui trascrivo:

“Cara Schiavon, ho rintracciato il volume di cui ti ho parlato. Credo che nella tua libreria  si troverà al posto più giusto. Lo spirito che animava i cattolici del 1913 trovava in tuo padre l’espressione più viva e concreta, quella certamente più progressista. Le avanguardie cristiane attuali sono pallida cosa in confronto: sono troppo…borghesi! Per non dire altro…

Queste poche parole mi turbano in quanto non corrispondono alle notizie e ai pochi documenti esistenti in casa Schiavon. Dico questo perché mia moglie è la nipote diretta di Sebastiano. Decido allora di approfondire la conoscenza di questo sindacalista-politico che ha avuto la sfortuna di morire giovanissimo e di essere presto dimenticato.  Inizio la ricerca e, seguendo il filo conduttore della sua breve vita, scopro un personaggio appassionante: uomo illuminato oltre che politico lungimirante. Dopo aver raccolto tutte le notizie consultando archivi parrocchiali, di stato, la biblioteca Nazionale di Firenze, la biblioteca della Camera dei Deputati, dell’Archivio Segreto Vaticano, dell’Istituto Don Sturzo e Paolo VI di Roma, pur non essendo uno storico, decido di pubblicarne la biografia. E già dalla copertina metto in evidenza le caratteristiche di Sebastiano: il soprannome di strapazzasiori a lui dato dai giornali dell’epoca per la sua irruente eloquenza a favore dei più deboli, il quadro a olio del pittore padovano Enrico Schiavinato (1925-2003) per indicare che nei primi decenni del ‘900 imperversava la pellagra in quanto, soprattutto i contadini, si nutrivano solo di polenta. In quarta di copertina poi la poesia, qui riprodotta, di Maria Luisa Daniele Toffanin in cui  ripercorre tutta la vita del nonno ritrovato:

quarta di copertina del volume: Sebastiano Schiavon. Lo “strapazzasiori”

La biografia ha avuto un certo successo in quanto è emersa un’affascinante figura di  padovano, veneto e italiano insieme e di grande interesse per i giovani di oggi. Infatti ha studiato con grande difficoltà e ha vissuto una breve vita, ma con intensità, alieno dalla retorica, amante del popolo fino al sacrificio.

Non potevo quindi pensare che il libro occupasse solo un posto in biblioteca, doveva servire a far conoscere a tutti, soprattutto ai giovani, che si può far politica senza arricchirsi. Allora ho proposto a tutti i nipoti e pronipoti di costituire un’ associazione a lui intestata. Nel 2007 ci trovammo solo in 11 dal notaio per la nascita dell’Associazione Centro studi onorevole Sebastiano Schiavon aps che ora, nel 2023, è iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. L’associazione è sorretta da un Comitato scientifico composto da persone di primo piano di Padova, ma soprattutto tutti innamorati di Sebastiano Schiavon.

Partiamo dalla vicenda personale e umana di Sebastiano Schiavon. In quale contesto famigliare,  culturale e sociale ha maturato le sue scelte  e il suo impegno giovanile? Quale il suo percorso di studi?

 

Sebastiano Schiavon nasce nel 1883 da una famiglia contadina che lavora la terra del conte Wollemborg. Terzo di 9 figli è l’unico che mostra interesse per lo studio. Viene perciò consigliato, nel 1895, a continuare gli studi al seminario di Padova, come accadeva allora per i meno abbienti. E qui svolge da esterno il percorso scolastico  del ginnasio e del liceo riportando voti altissimi in tutte le materie. Nel 1903 si iscrive alla facoltà di lettere all’Università di Padova dove nel 1907 si laurea con tesi sulle lettere di Cicerone “De Ciceronis epistularuma sermone”. Durante il periodo universitario coltiva pure interessi politici partecipando a manifestazioni elettorali. Significativa è anche la sua formazione culturale avuta nel seminario di Padova, all’epoca una delle scuole più difficili e prestigiose. Si può pensare quindi che sia stato influenzato dai fatti che segnano il mondo cattolico  di quel periodo con l’enciclica di Leone XIII,  le lotte tra gli intransigenti e i modernisti di Romolo Murri e poi  la soppressione, voluta da Pio X, dell’ Opera dei congressi.

Per comprendere meglio il suo percorso culturale, quale  posto occupa la  tesi di laurea “De Ciceronis epistularum sermone”, da lui redatta  a mano nel 1907 e scritta in lingua latina? Perché  il Centro studi Onorevole Sebastiano Schiavon ha  deciso di riproporla  in  anastatica, in  occasione delle celebrazioni del Centenario della morte svoltesi nel 2022? 

(Interviene il giornalista e scrittore  Francesco Jori componente del Comitato scientifico del Centro studi)

 

E’ impegnativa e rivelatrice, la scelta di una tesi di laurea: indica l’interesse profondo dell’autore per il passaggio finale del suo lungo percorso formativo, in qualche modo fornisce il messaggio di fondo cui vuole ispirare la sua attività futura. Dedicando il proprio impegnativo lavoro a Cicerone, Sebastiano Schiavon prenota in un certo senso quello che sarà il suo percorso di vita, rifacendosi all’esempio di una tra le figure più insigni dell’antica Roma. Come Marco Tullio, Sebastiano mette al centro del suo progetto l’impegno pubblico: la dedizione alla politica nel senso letterale del termine, il servizio alla polis, la comunità. Nel segno di una grande passione civile. Avvocato, scrittore, oratore, dopo un percorso di studi filosofico (molto simile a quello di Schiavon…), Cicerone sceglie di dedicarsi anima e corpo alla politica, perché ritiene questo impegno la più alta espressione della virtù umana, a difesa dell’armonia e della pace. Adempie a questa autentica missione al massimo grado, ricoprendo ruoli pubblici di primissimo piano, in tutti esibendo una straordinaria capacità oratoria. Il suo punto più alto è probabilmente lo scritto “De re publica”, in cui espone un pensiero ispirato alla grande lezione greca di Aristotele e Platone. Duemila anni dopo, Schiavon ne ripercorre i passi a partire dalla tesi sui sermoni: a sua volta, dedicherà la sua purtroppo breve esistenza a un impegno politico assiduo, sorretto da un’eloquenza immediata, tale da consentirgli di venire immediatamente a contatto con chi l’ascolta. Riproporre la sua tesi oggi, nel centenario della morte, ha più che mai senso, in una stagione in cui la politica soffre di una pesante crisi di credibilità. Proponamus laudanda, invenietur imitator, suggeriva duemila anni fa Seneca. Vale anche per Sebastiano Schiavon.

 

Dedicando il proprio impegnativo lavoro a Cicerone, Sebastiano Schiavon prenota in un certo senso quello che sarà il suo percorso di vita, rifacendosi all’esempio di una tra le figure più insigni dell’antica Roma. Come Marco Tullio, Sebastiano mette al centro del suo progetto l’impegno pubblico: la dedizione alla politica nel senso letterale del termine, il servizio alla polis, la comunità. Nel segno di una grande passione civile. (Francesco Jori, giornalista e scrittore. Componente del Comitato scientifico del Centro studi)

Partiamo da alcuni temi  da lui trattati: le battaglie intraprese, come ad esempio il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini, o la tutela finalizzata all’avanzamento economico degli operai.  In quali anni e in che modo l’impegno sindacale e politico di Sebastiano Schiavon ha effettivamente inciso  sulla vita delle persone e delle comunità dove ha operato? Quali le sue iniziative più significative?

Nello stesso anno in cui si laurea Schiavon, 1907,  prende possesso della diocesi di Padova, nominato da Pio X, il vescovo  Luigi  Pellizzo, aitante friulano di 47 anni, a cui viene dato il soprannome di “osso duro”. Pratico e di poche parole trova  a Padova un deserto dal punto di vista delle organizzazioni sociali cattoliche. Incomincia allora con la ristrutturazione il Seminario,  poi fonda nel 1908 il settimanale La difesa del popolo, ancora attivo con distribuzione provinciale e il quotidiano La libertà nel 1909 con distribuzione in città. Ma soprattutto si contorna di un ristretto gruppo di giovani  entusiasti della Rerum novarum, la famosa enciclica promulgata nel 1891 da Leone  XIII  che tratta della questione operaia; don Restituto Cecconelli di anni 28, Giuseppe Dalla Torre  23 anni, Cesare Crescente di 22, Gavino Sabadin diciottenne, Rinaldo Pietrogrande 28 anni e il venticinquenne Sebastiano  Schiavon che, nel 1908, viene nominato segretario del nuovo Ufficio cattolico del lavoro per contrastare lo strapotere dei socialisti  e costituisce anche il primo Ufficio di collocamento.

Si capisce dalla sua azione capillare e senza risparmio che egli mira a formare nei lavoratori la coscienza dei propri diritti, guidandoli all’organizzazione, coinvolgendoli con la sua oratoria trascinante in raduni settimanali con migliaia di partecipanti, con bandiere e labari, alla presenza sempre del vescovo Pellizzo in tutta la diocesi: Cittadella, Camposampiero, Asiago, Arsego, Este, Conselve, Piove di Sacco, Saletto di Montagnana e Padova. Ed è talmente radicale nella sua ricerca  di giustizia per le classi più diseredate, da meritarsi dai giornali dell’epoca , il soprannome di strapazzasiori.

L’ingresso a Padova di mons. Luigi Pellizzo nel 1907 (a cura di G. Rigoni e P. Gios “Mons. Luigi Pellizzo nello studio di don Giuseppe Rocco”). 

Aratura inizi ‘900

Nel 1908 quindi  inizia la sua attività  sindacale, dirigendo i primi scioperi cattolici a Monselice  per le donne che lavorano a ore (orarole),  nella zona della Saccisica a Piove Sacco, Legnaro, Bovolenta  per 3.700 tessitrici che vengono pagate non con denaro ma con altra stoffa da lavorare,  nel 1909 a Calaone per i 100 cavatori di trachite. Qui per alcuni scontri con i carabinieri a cavallo viene incriminato e poi processato,  Sempre nel 1909 a Saonara dirige lo sciopero per i 200 dipendenti della ditta Vivai Sgaravatti e infine, nel 1910 a Lugo Vicentino,  difende per oltre un mese di sciopero,  i 500 lavoratori della cartiera Nodari.

Ma non dimentica la classe contadina. Allora il 15.5.1910, giorno anniversario della Rerum novarum,  fonda a Cittadella con i rappresentanti della provincia di Vicenza  e Treviso il primo sindacato interprovinciale:  Il sindacato veneto dei lavoratori della terra.

 Dopo questa sua attività sindacale inizia il periodo politico.

Infatti sempre nel 1910 viene eletto contemporaneamente consigliere in tre comuni della provincia di Padova: a Legnaro, Ponte san Nicolò e Saonara. Entra poi in contrasto con il vescovo Pellizzo  per l’elezione  anche a consigliere provinciale di Padova contro il famoso filosofo prof. Francesco Bonatelli,  proposto dalla curia.

Uno dei capitoli del  libro è dedicato al biennio 1911 -1012, definito come il “Periodo fiorentino”. In che modo cambia la vita e l’impegno di Sebastiano?

 

Schiavon per questa controversia politica, dimostrandosi coerente con le sue idee, dà le dimissioni dall’Ufficio cattolico del lavoro ed accetta la nomina a segretario dell’Unione popolare di Firenze, l’organizzazione cattolica fondata da Pio X in sostituzione dell’Opera dei congressi.

Si trasferisce quindi nella città toscana con la moglie Elvira Crescente e la neonata Lia: infatti nel 1909 sposa  Elvira  sorella di Cesare, uno dei giovani con cui ha collaborato  a Padova nel gruppo voluto  dal vescovo Pellizzo.

A Firenze rimane due anni, fino all’ inizio del 1913, e ne approfitta per girare tutto il centro e nord Italia per tenere conferenze (anche 3 al giorno), spaziando non solo territorialmente, ma anche sugli argomenti trattati: dalla dottrina sociale della chiesa, alla politica, al sindacato, ai temi religiosi.

Fonda sindacati locali, scuole serali e festive per analfabeti, uffici cattolici del lavoro, casse rurali, cooperative, associazioni e leghe agricole, unioni professionali.

Collabora inoltre con diversi periodici locali come La leva, Il Vaglio e La Settimana sociale.

A proposito dell ultimo periodico citato, non posso non far conoscere  l’articolo  “La prima settimana biancain Italia”  che Schiavon scrive il 16 dicembre 1911 per dimostrare di che tempra fosse il giovane politico padovano:

Non dimentica però i suoi impegni nel Veneto e partecipa ai consigli nei 3 comuni e provinciale intervenendo su problemi di frodi alimentari e di salute pubblica, per cercare di debellare la piaga della pellagra, che imperversava soprattutto  nel territorio di Padova tra la popolazione contadina.

A Firenze nascono altri due figli di Schiavon: Leone e Anna Maria.

All’inizio  dell’autunno del 1912 una notizia determina un certo turbamento in Sebastiano: il 2 ottobre infatti  L’osservatore romano riporta: “Il signor conte Giuseppe Dalla Torre, direttore del giornale La libertà  di Padova e presidente di quella Direzione diocesana, è stato nominato dal Santo Padre presidente dell’Unione popolare di Firenze…”. La stessa organizzazione cioè  dove Schiavon da due anni è dirigente.

C’è subito da considerare che tra Schiavon e Dalla Torre, entrambi di Padova  coetanei e come abbiamo visto compagni di lotte sindacali,  non deve correre buon sangue anche per la diversa estrazione sociale. Il primo, figlio di poveri contadini, ha ottenuto tutto con grandi sacrifici, ma è oratore vivace, propagandista sindacale instancabile, uomo sincero, onesto, ma anche istigatore di atti di violenza pur di difendere i diritti dei più deboli. Il secondo invece appartiene ad una ricca famiglia comitale, probabilmente per questo facilitato all’inizio della sua attività e, a differenza di Schiavon, “…prudente nei suoi atteggiamenti e nelle polemiche, legato alla nuova generazione conciliatorista”.

A tale nomina corrisponde un mutamento nell’attività di Schiavon che ritorna a Padova, mentre Dalla Torre andrà a Firenze.

L’impegno politico di Sebastiano Schiavon nel periodo 1913-1919 viene a trovarsi faccia a faccia con le vicende e le devastanti conseguenze  economiche e  sociali causate dalla prima guerra mondiale. Quale il suo orientamento politico e le sue prese di posizione nei momenti cruciali del conflitto? In che modo riusciva a coinvolgere la popolazione, cercando  di dare loro risposte e soluzione ai problemi?  

 

Ecco allora Sebastiano ancora nella sua Padova. E già nei sondaggi di inizio 1913, non di Pagnoncelli  ma dell’Ufficio di Pubblica sicurezza di Cittadella,  schizza al primo posto quale candidato alle prossime elezioni politiche. Ciò anche grazie alla nuova legge elettorale, voluta da Giolitti. a suffragio universale maschile che porta a far votare masse di contadini e operai, in maggior parte cattolici,  che erano fino a quel momento lasciati fuori dalla porta  Inoltre anche la Chiesa si impegna ad allargare le maglie dei candidati attraverso il Patto Gentiloni per il rilascio del non expedit.

A Schiavon viene assegnata la circoscrizione di Cittadella-Camposampiero fino ad allora feudo dell’anticlericale conte Leone Wollemborg, proprietario della terra lavorata dai suoi genitori e anche fondatore della prima Cassa Rurale italiana. Ma anche in questa occasione Schiavon entra in contrasto con il vescovo Pellizzo che propone un altro candidato  nel conte Cesare Bonacossa, proprietario di filande nella zona e anche finanziatore della curia. Ma Schiavon ha dalla sua parte le masse contadine e operaie. Durante la campagna elettorale nelle decine di comizi tenuti nella sua circoscrizione, Schiavon è sempre accompagnato dalla  claque che canta gli stornelli in dialetto veneto come presa in giro dell’avversario Bonacossa.

Stornelli in campagna elettorale

Fiore de fossa,/ ma sì! Ma sì! No i saveva prima?/ se galo ritirà? Bona…cossa

Fior de frumento/ ma vardè che elevatori de cosciensa!Schede vecie i volea: carte da cento!

Fior de suca/povero vecio!Se nol ‘ndava in tempo/i lo pelava ben barba e paruca!

Fior de minolon/bonacossiani da la facia sporca/ve basta, par lavarvala nel Muson!

Fior campagnolo/massa fiaschi i voleva quei beoni/e lu s.à contentà…de un fiasco solo!

Fior de limon/abasso i paruconi e la camora/eviva sempre el prof. Schiavon!

Ascolta gli stornelli cantati dal tenore Enrico Masiero

 

Tra i pochi documenti conservati  è interessante pure il libretto a stampa con il discorso- programma agli elettori che Schiavon ha pubblicato nel 1913 e che può essere considerato il suo testamento spirituale. E’ sufficiente qui riportare il suo impegno…terrò fede alla parola data e regolerò tutta la mia modesta, ma sincera opera al vero bene religioso  e materiale del mio collegio elettorale, agitando sempre quella bandiera che porta scritto: Dio, Patria, Popolo…

Discorso-Programma-del-Prof.-Dott.-Sebastiano-Schiavon-agli-elettori.-12-ottobre-1913.pdf (8 download)

A ottobre 1913 Sebastiano viene eletto in parlamento: risulta il più giovane  deputato italiano di quella legislatura  e con una percentuale bulgara.

Ma non esiste ancora un partito cattolico, per cui fa parte di un gruppo chiamato di “cattolici-deputati”, cioè responsabili in proprio di tutto quello che dicono o fanno.

Ora, oltre che nei vari consigli comunali di Legnaro, Ponte San Nicolò, Saonara e provinciale di Padova, è attivissimo anche a Roma dove pone continue interrogazioni parlamentari, per cercare soluzione ai problemi delle persone più indifese (contadini, operai, ferrovieri, piccoli impiegati) magari stritolati dalla burocrazia.

Se dal 1908 al 1910 l’allora giovane professore aveva propagandato le sue idee da un capo all’altro della provincia di Padova, se nel 1911 e 1912 con l’Unione Popolare a Firenze aveva allargato la sua attività con centinaia di comizi e conferenze al centro nord dell’Italia, ora che può muoversi come parlamentare in un territorio molto più esteso non si tira indietro, tanto che è difficile seguirlo nei suoi spostamenti. Gira infatti tutta l’Italia sempre con il suo chiodo fisso: il sindacato nazionale dei lavoratori della terra. Eccolo allora, per esempio, a un congresso a Feltre e Belluno e subito dopo è relatore in un convegno  a Jesi e a Gubbio dove i contadini umbri si appellano alla solidarietà dei lavoratori di altre regioni, specialmente di quelli marchigiani,  perché appoggino il boicottaggio alla “Società  Fondi Rustici” contro il licenziamento dei coloni.

Sul finire del 1914 la situazione precipita in Europa con lo scoppio della prima guerra mondiale  e l’Italia, fino alla primavera del 1915, rimane neutrale. Anche Schiavon è ostile alla guerra perché interpreta il sentimento della base contadina, e conseguentemente il 20 maggio 1915 nella storica seduta in Parlamento con altri 26 “cattolici-deputati” vota contro la concessione al Governo Salandra dei pieni poteri in caso di guerra.

Archivio Storico della Camera dei Deputati. Seduta del 20 maggio 1915   Sebastiano Schiavon in  Camera dei deputati Portale Storico (clicca)  

Di fronte però alla realtà, la dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915,  e a dimostrazione della sua onestà intellettuale,  il 1° giugno Schiavon pubblica un proclama in cui annuncia di voler subito operare in difesa di chi è in vario modo vittima della guerra fondando i “comitati di preparazione civile” in ogni paese della provincia per aiuti morali e materiali alle famiglie dei combattenti: in pratica il primo embrione della moderna protezione civile.

 E dal 1915 al 1917, riformato perché ammalato di tisi, effettivamente trasforma la tragica esperienza di odio e violenza in occasione continua di solidarietà, rinnovando ogni giorno la sua attenzione e la sua energia per chi è al fronte, per le famiglie dei soldati, per i 100.000 profughi dell’altipiano di Asiago allontanati, nel 1916, dalle loro case per effetto della Strafexpedition  e i 250.000 profughi del 1917 provocati dalla rotta di Caporetto, con la conseguente invasione del feltrino, traducendo le parole in azione.

Il 1918 è un anno pesante non solo per Sebastiano: infatti nei due anni precedenti muoiono 2 figli in tenera età e Padova dopo la rotta di Caporetto diventa la capitale del fronte subendo parecchi attacchi aerei nemici con numerose vittime. Tutta l’alta padovana assume il volto della vera retrovia del fronte e vengono chiamati alle armi anche i nati nel 1900. Ora Schiavon non partecipa ai vari consigli comunali, ma la sua attività è indirizzata verso i comitati di preparazione civile per sostenere la popolazione formata ormai solo da vecchi, donne e bambini.

In questo periodo come tanti altri abitanti di Padova, Sebastiano per sicurezza trasferisce la sua famiglia a Corbola, piccolo paese polesano in riva al fiume Po. Qui nasce il quarto figlio Antonio.

Lui però rimane a Padova e continua a svolgere la sua attività. Interviene  in parlamento dal mese di febbraio a tutto novembre con numerosissimi interventi sui più disparati argomenti: dalla richiesta di sospensione del pagamento delle imposte per i comuni del padovano, provvedimenti per i profughi, risarcimento per i danni di guerra, provvedimenti a favore dei contadini che hanno avuto i campi allagati per difesa e lotta alla speculazione che ha fatto razzie di generi alimentari. Interessante il suo intervento in cui chiede che si possa surrogare la carne col pesce, molto abbondante non solo nell’Adriatico, ma anche nei fiumi soprattutto nel Po dove si potrebbe fare una pesca abbondante di storioni, cibo prelibato per tutto il territorio nazionale.

Finalmente il 4 novembre 1918 a Villa Giusti di Padova è firmato  l’armistizio.

L’impegno politico, se vissuto con rettitudine di coscienza, richiede scelte complesse, alternative da dirimere, interessi da valutare. Se non c’è un criterio di discernimento capace di orientare le decisioni la politica si schiaccia sul presente, decade facilmente nell’opportunismo, perde credibilità e capacità di suscitare un consenso fondato su stabili valori condivisi. Questa è la lezione che ci lascia in eredità la vita di Sebastiano Schiavon, validissima anche per l’oggi. (Sen. Paolo Giaretta, componente del Comitato scientifico del Centro studi Onorevole Sebastiano Schiavon)

Nel 1919, dall’albergo Santa Chiara di Roma, don Luigi Sturzo  lanciava l’appello famoso “agli uomini liberi e forti”, costituendo il Partito Popolare. Quale il coinvolgimento di Sebastiano Schiavon al progetto di don Sturzo?

 

Sebastiano non demorde e alla Camera dei deputati, subito dopo l’armistizio,  prosegue la sua martellante azione  chiedendo al governo “…tempestive provvidenze perché le terre del Veneto tutto… siano fornite di mezzi alimentari e sanitari indispensabili… per la risurrezione della vita agricola, commerciale e industriale”, ma apre anche  nuove prospettive culturali e politiche.

Così con altri tre deputati presenta, il 24 novembre 1918, alla Camera, un ordine del giorno che recita: “La Camera mentre rileva che, costituita vittoriosamente l’unità nazionale, si chiude con la guerra il predominio dei vecchi partiti nel governo dello stato, poiché la potenza rinnovatrice delle idee, coll’applicazione integrale dei principi di libertà e giustizia, affretta l’avvento delle forze del lavoro e ritiene che questo grande fatto non debba sottrarsi all’influenza regolatrice della dottrina sociale cristiana.

Constata la necessità che ogni partito, superato ormai il periodo di collaborazionismo  e del riformismo, affronti con propria fisionomia i problemi di questa nuova storia, che impone la riforma istituzionale dello stato con la diretta e proporzionale partecipazione delle classi: vuole attuata la libertà più completa in ogni manifestazione della vita educativa e religiosa, amministrativa e sociale e richiede ampia giustizia riparatrice per tutte le sofferenze e disuguaglianze  determinate dalla guerra.

Afferma infine che la pace cui si apprestano i governi non sarà duratura, se alla preparazione e conclusione di essa non concorreranno le forze popolari e i fattori morali unica garanzia dell’auspicata società delle Nazioni”.

Parole e principi ripresi da don Luigi Sturzo quando, il 18 gennaio 1919, lancia  l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti” e presenta il programma del Partito Popolare Italiano. La nascita del PPI e la fine della legislatura  nel novembre del 1919, concludono l’esperienza di Schiavon “cattolico-deputato”, esperienza fondata sulla responsabilità e sulla libertà personale, e aprono quella non facile e indolore di deputato cattolico nelle file del nuovo partito.

Targa in memoria dell’appello di Don Luigi Sturzo per la costituzione del Partito Popolare. La targa in questione si trova in Via di Santa Chiara, nel Rione Sant’Eustachio (Roma), e ricorda l’appello lanciato da Don Luigi Sturzo il 18 Gennaio 1919 dall’Albergo Santa Chiara (su cui la targa è posta) alla costituzione del Partito Popolare, un partito di ispirazione Cattolica che avrebbe segnato il pieno inserimento dei Cattolici alla vita politica Italiana, fatto che era venuto meno il 29 Febbraio 1868 con il decreto Non Expedit di Papa Pio IX, in cui invitava i Cattolici Italiani a non prendere parte alla vita politica del nuovo Stato Italiano.

Quali furono le vicende che caratterizzarono  la seconda legislatura dell’impegno politico di Sebastiano, fino all’epilogo della sua vicenda umana?

 

All’inizio del 1919 Schiavon è impegnatissimo per la costituzione  a Padova e provincia delle sezioni del nuovo partito. Nello stesso periodo viene nominato direttore del nuovo Ufficio  del lavoro a Padova ed entra in Parlamento per la seconda volta, nel novembre del 1919, tra i 100 deputati del nuovo Partito popolare, eletto nella circoscrizione di Padova e Arezzo. Schiavon quindi affianca  l’attività di parlamentare a quella di sindacalista, sua vecchia passione. E’ stato convinto  a questa scelta per le insistenze delle organizzazioni cattoliche e dello stesso vescovo Pellizzo. Così il professore ritorna agli incontri, ai dibattiti anche polemici, alle leghe bianche, agli scioperi, con la forza che gli deriva dall’esperienza maturata e dal suo ruolo politico. Ma quella scelta determina la sua prematura fine politica perché. in quegli anni (1920 – 21). la sua frenetica attività e la sua opera incisiva gli attirano le incomprensioni e gli odi dei ricchi proprietari terrieri e dell’alta borghesia cittadina. La stessa Chiesa di Padova, spinta  dal Vaticano, inizialmente così sollecita nel richiedere il suo impegno, ora comincia ad orientare l’insegnamento e l’attività pratica del clero in altra direzione. Abbandona il sostegno al PPI e alle leghe bianche e punta decisamente l’attenzione sul risanamento dei costumi e sulla cura delle anime. E’ così che la Difesa del popolo smette di pubblicare la rubrica sindacale, sostituendola con una campagna contro la bestemmia ed il ballo.

Le cose precipitano nell’aprile del 1921, mentre la propaganda e lo squadrismo fascista si fanno minacciosamente sentire e tra socialisti e comunisti si produce un’irreparabile frattura. Il capo del governo Giovanni Giolitti pensa di approfittare della situazione,  scioglie le Camere e indice nuove elezioni. Febbrili consultazioni si aprono all’interno del Partito Popolare per definire la lista dei candidati. Ma non un posto si trova per il professor Schiavon, per il deputato uscente in grado di attirare gran parte dei voti del collegio elettorale. Non è più il tempo dello strapazzasiori. Al suo posto è indicato il conte Leopoldo Ferri, noto possidente terriero e vicepresidente del Credito Veneto. Leopoldo Ferri che, una volta eletto, sarà espulso nel 1924 dal partito, perché voterà a favore di Benito Mussolini.

Allora Schiavon esce dal partito popolare e tenta invano di fondarne uno nuovo, ma per mancanza di tempo non riesce a produrre tutti i documenti necessari. Si conclude così, in maniera rapida e dolorosa, la sua tumultuosa storia politica. Come avrà termine la sua vita. a Padova il 30 gennaio 1922, a soli 38 anni.

 

Nel secolo scorso Sebastiano Schiavon riuscì a  coniugare, anzi testimoniare con un vivere basato sul Vangelo, la propria fede e contemporaneamente  impegnarsi con coerenza in politica. Si tratta di una testimonianza inedita  di  impegno sociale e civile da archiviare come storia oppure di  un modello e stile ancora seducente? Oggi in molti ritengono che essere credenti contrasta con l’impegno politico, si tratterebbe di una sfida impossibile… Che cosa risponderebbe loro Sebastiano Schiavon?

(Interviene il  sen. Paolo Giaretta componente del Comitato scientifico del Centro studi)

 

L’impegno politico, se vissuto con rettitudine di coscienza, richiede scelte complesse, alternative da dirimere, interessi da valutare. Se non c’è un criterio di discernimento capace di orientare le decisioni la politica si schiaccia sul presente, decade facilmente nell’opportunismo, perde credibilità e capacità di suscitare un consenso fondato su stabili valori condivisi.

Questa è la lezione che ci lascia in eredità la vita di Sebastiano Schiavon, validissima anche per l’oggi.

Dobbiamo pensare al contesto in cui matura l’impegno politico di Sebastiano Schiavon. I cattolici rientravano nella vita politica nazionale dopo il non expedit in un contesto difficile, con diffusi atteggiamenti anticattolici nei gruppi dirigenti nazionali. Rientravano avendo a cuore soprattutto la questione sociale, infiammati anche dalle parole di Leone XIII nella Rerum Novarum, cose nuove che richiedevano un nuovo protagonismo di un pensiero cattolico.

Scriveva Papa Leone: “avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli ed indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza.  Accrebbe il male una usura divoratrice …a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile”.

A Padova nel 1907 arriva il nuovo Vescovo Luigi Pellizzo, che fa della questione sociale l’emblema del suo episcopato, fonda il nuovo settimanale diocesano che non a caso si chiama “La Difesa del Popolo”, si affida ad un gruppo di giovani che rinnovano profondamente la presenza cattolica nella società padovana: oltre a Sebastiano ne fanno parte tra gli altri Cesare Crescente, che dopo il fascismo sarebbe diventato Sindaco di Padova per 23 anni, Giuseppe Dalla Torre, che poi ricoprì il ruolo di direttore dell’Osservatore Romano dal 1920 al 1960.

Scegliere di stare dalla parte degli ultimi non è facile, fare scelte che vanno contro il senso comune prevalente, toccare interessi costituiti, tutto ciò richiede una tempra forte, un sistema valoriale che alimenti un impegno di questo tipo.

Questa è stata la vita politica e sociale di Schiavon: vivere e conoscere la vita degli umili, andarli a trovare casa per casa, organizzarli in leghe e associazioni per far valere i loro diritti, per questa via essere eletto in Parlamento per rappresentarli.

Se leggiamo gli scritti di Schiavon comprendiamo quanto essenziale sia stato per tenere fermo il suo impegno coraggioso la testimonianza del Vangelo, oltre gli opportunismi e i vantaggi personali che gli sarebbero potuti derivare da scelte diverse e maggiormente compiacenti con gli interessi più forti. Nel presentarsi agli elettori del suo collegio per le elezioni del 1913 così scrive: “la lunga e benefica attività religioso – sociale che abbiamo insieme esplicata in nome della giustizia e della carità cristiana, senza nascondere mai il nostro pensiero e le nostre aspirazioni per il raggiungimento della vera pace sociale, i continui cordiali rapporti intercorsi hanno dato modo a tutti di conoscerci anche nella intimità della vita religiosa, intellettuale e materiale”. Nessuna rivendicazione di tipo clericale, ma la convinzione che il rapporto di fiducia tra eletto ed elettore si basa su una consonanza di ideali e di convinzioni che si costruisce condividendo la vita.

Era quello che gli aveva insegnato Luigi Sturzo nel percorso di ricostruzione della presenza politica dei cattolici italiani e che proprio Sturzo testimoniava alla fine della sua vita: “C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenze, si attua con furberia. E anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. Ma la mia esperienza, lunga e penosa, mi fa concepire la politica come statura di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”.

Nel suo diario il Beato Rosario Livatino, il giovane magistrato assassinato dalla mafia, aveva scritto: “Alla fine non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”. A questa massima si è ispirata la vita politica di Sebastiano Schiavon. Avere smarrito questo fondamento ideale dell’azione politica spiega la scarsa reputazione della politica odierna. Questo ci direbbe Sebastiano Schiavon: stare in mezzo al popolo, conoscerne le ansie, le paure, le sofferenze, gli smarrimenti, prendere per mano il popolo e camminare insieme nel nome di quel bene comune che non è la somma delle aspettative individuali ma un vincolo solidale animato da alti ideali.

Potremmo sintetizzare l’impegno e la visione di Sebastiano Schiavon con la sua aspirazione a collocare l’uomo al centro di tutto, con le sue problematiche di ogni giorno, con i diritti dei meno abbienti sempre da tutelare.  Se oggi lo “strapazzasiori” tornasse tra noi… che cosa potremmo chiedergli? Quale  messaggio  consegnerebbe alle nuove generazioni?

(Interviene il professore Giovanni Ponchio componente del Comitato scientifico del Centro Studi)

 

La visione e l’impegno di Sebastiano Schiavon derivano dalla Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare dall’enciclica di Leone XIII Rerum Novarum. Il cuore di quel documento risiede in un preciso messaggio etico: la persona è più importante del lavoro e il lavoro è più importante del capitale. La persona umana, nella sua pienezza di corpo e spirito, deve essere il principio e il fine di ogni organizzazione economica, azione sociale, istituzione politica. Allora, all’inizio del ‘900 quando Sebastiano visse e morì, questo ideale costituì l’orizzonte del movimento cattolico, contrapposto al liberismo capitalistico e al socialismo ateo.

Ora che cento anni sono passati, viene da chiedersi che cosa direbbe e farebbe lo strapazzasiori. Domanda che si fonda su un’ipotesi dell’irrealtà e che tuttavia non pare peregrina.

Certamente Sebastiano avrebbe oggi un compito più complicato di quello di un secolo fa, perché i diritti dei contadini e degli operai sono tutelati dalle leggi dello stato, ma sempre più spesso sono violati da una prassi economica che si giustifica con la legge di mercato. Così a Sud Italia come a Nord, i dannati della terra vivono al di sotto della soglia della povertà e nei cantieri o nelle fabbriche si continua a morire giorno dopo giorno.

Tra la proclamazione teorica dei diritti e la loro concreta attuazione, la testimonianza che Sebastiano ci lascia non si presta ad equivoci. Esprime un messaggio di verità e di giustizia. La verità che viene cercata, svelando i meccanismi dello sfruttamento a chi per primo li subisce. La giustizia che si ottiene, lottando concretamente sul territorio per un lavoro dignitoso per la persona, per le famiglie, per la comunità civile.

Insomma pane e vangelo.

Ora, come allora.

Tra la proclamazione teorica dei diritti e la loro concreta attuazione, la testimonianza che Sebastiano ci lascia non si presta ad equivoci. Esprime un messaggio di verità e di giustizia. La verità che viene cercata, svelando i meccanismi dello sfruttamento a chi per primo li subisce. La giustizia che si ottiene, lottando concretamente sul territorio per un lavoro dignitoso per la persona, per le famiglie, per la comunità civile. (Professore Giovanni Ponchio, componente del Comitato scientifico del Centro Studi)

PER ANDARE OLTRE…

`{`…`}` Decido allora di approfondire la conoscenza di questo sindacalista-politico che ha avuto la sfortuna di morire giovanissimo e di essere presto dimenticato. Inizio la ricerca e seguendo il filo conduttore della sua breve vita scopro un personaggio appassionante: uomo illuminato oltre che politico lungimirante, `{`…`}` decido di pubblicarne la biografia. E già dalla copertina metto in evidenza le caratteristiche di Sebastiano: il soprannome di “strapazzasiori” a lui dato dai giornali dell’epoca per la sua irruente eloquenza a favore dei più deboli … (Massimo Toffanin, Presidente del Centro Studi Onorevole Onorevole Sebastiano Schiavon)