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SULLA SOGLIA. ARTE COME LINGUAGGIO DELLA SPIRITUALITÁ (on line)
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SULLA SOGLIA. ARTE COME LINGUAGGIO DELLA SPIRITUALITÁ (on line)
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Non solo incontri in presenza ma anche la co-progettazione di un percorso culturale virtuale.
L’obiettivo è quello di rendere fruibili on line i contenuti dei Dialoghi 2026, favorendo la condivisione e il confronto tra gli studiosi, i partecipanti e i promotori dell’iniziativa.
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.LA RICERCA INTERIORE TRA FEDE E LAICITÁ
Un confronto tra Davide Maria TUROLDO e Giorgio CAPRONI
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Introduzione a cura di suor Lucia PEDACCHIA
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Questa sera, abbiamo l’opportunità di ascoltare la presentazione di due autori del secondo Novecento, Giorgio Caproni e Davide Maria Turoldo, sacerdote e religioso dei Servi di Maria. Accostando fra loro questi due poeti, entrambi definiti – con sfumature opposte – i “poeti dell’assenza”, potremo instaurare un profondo dialogo tra “fede e assenza di Dio”, temi centrali della letteratura del secondo Novecento.
Infatti Turoldo vive la poesia come una “perenne salmodia”, ovvero come una preghiera che sgorga dal silenzio e dal dolore dell’uomo e del mondo. Per lui Dio è una presenza invocata che “viene di notte” nel cuore dell’uomo.
Giorgio Caproni, invece, rappresenta il rovescio della medaglia: è il poeta dell’apofatismo, che cerca un Dio che è l’assente per eccellenza, un “bersaglio inafferrabile” che si manifesta proprio attraverso la sua mancanza.
Mentre Turoldo cerca di dare voce a un Dio che tace, Caproni cerca di nominare il vuoto lasciato da un Dio che se ne è andato.
Entrambi però rifiutano una spiritualità di facciata, preferendo il rischio della parola nuda di fronte all’Infinito.
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@ BREVI CENNI DELLA VITA DI GIORGIO CAPRONI
Giorgio Caproni, si presenta come una persona gentile, minuta, mite, con una forte interiorità. Nasce a Livorno nel 1922 e a dieci anni si trasferisce a Genova, dove inizia a studiare violino, che purtroppo deve interrompere per motivi economici.
Prima forte esperienza di dolore, che lo segnerà per il resto della vita: la ragazza che ama e che dovrebbe sposare, muore per setticemia. Nel 1939 partecipa alla guerra e alla Resistenza. In seguito si trasferisce a Roma, dove lavora come maestro di scuola elementare e si sposa con Rina, dalla quale ha due figli.
Muore all’età di 78 anni, per problemi cardiaci, il 22 Gennaio 1990.
Per quanto riguarda i suoi scritti, oltre ad importanti traduzioni dal francese di opere di Flaubert, Baudelaire e Proust, abbiamo poesie e liriche che parlano di Genova o che sono indirizzate alla madre. Nel 1959 compone “Il seme del piangere”, libro molto popolare.
Potremmo concludere la descrizione della vita di Caproni citando una delle sue ultime poesie, che chiude idealmente il suo percorso letterario e che esprime la sua ricerca del vuoto, del nulla e di un Dio che si dichiara l’inesistenza. Ne trapela anche la sua umiltà definendosi come “uno dei tanti”.
ANCH’IO
Uno dei tanti, anch’io
Un albero fulminato
Dalla fuga di Dio.
(Giorgio Caproni)
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@ VITA DI DAVIDE MARIA TUROLDO
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La vita di Turoldo è molto più complessa e ricca di avvenimenti, ma in questa sede non possiamo dilungarci troppo. Il testo a cui ho fatto riferimento è quello scritto da Giancarlo Mattana, intitolato: “TUROLDO l’uomo, il frate, il poeta” ed. Paoline 2012.
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Davide Maria Turoldo si presenta come una figura carismatica e “scomoda” del cattolicesimo e della politica del ‘900, capace di unire una profonda spiritualità biblica ad un impegno civile instancabile. Giuseppe Turoldo nasce a Coderno di Sedegliano (Friuli) il 22 Novembre del 1922, in una famiglia poverissima, la più povera del paese. Lui stesso ricorda in un suo scritto che erano talmente poveri da avere un solo paio di zoccoli per l’inverno, le pareti della casa erano scure per la fuliggine del camino che usavano per cucinare e scaldarsi, mentre le finestre non avevano vetri, ma cartoni. Questa sua povertà sarà poi punto fondamentale della sua vocazione. A tredici anni entra nell’ordine dei Servi di Maria, nel 1935 emette la prima professione prendendo il nome di Davide in ricordo del cantore dei salmi, nel 1938 farà i voti solenni e nel 1940 sarà ordinato sacerdote. In questo stesso anno viene trasferito a Milano e, tra il 1943 e il 1953, il cardinal Schuster gli affiderà l’incarico di predicare al Duomo. La sua predicazione sarà molto colta, appassionata per Dio e per l’uomo, senza compromessi e, spesso, con toni piuttosto provocatori. Dal 1943 al 1945 partecipa alla Resistenza, fondando un periodico clandestino intitolato “L’Uomo”; perché questa era l’essenza stessa del programma del gruppo: salvare l’uomo sia nello spirito sia nella carne, riscoprirne i valori, difenderne i diritti. “Se vuoi vedere Dio, devi guardare in faccia un uomo” (citazione da: “Turoldo l’uomo, il frate il poeta” di Giancarlo Mattana, pag. 45. Sempre pronto al confronto dialettico, istituisce il “Comitato di Liberazione Nazionale” per sostenere qualunque persona, a prescindere dalla sua idea politica o religiosa. Nel 1946 si laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano, in seguito fonda il Centro Culturale “Corsia dei servi” con padre Camillo Piaz e promuove la “Messa della Carità”, iniziativa con cui, dopo la celebrazione eucaristica, raccoglie dei fondi da devolvere ai più bisognosi. Il suo interesse per l’essere umano è talmente grande che, dopo la fine della guerra e l’uccisione di Mussolini, interviene per salvare un fascista che sta rischiando un linciaggio.
Nel 1946, tornando da Modena, verso Carpi, vede scritto su un muro “Abbasso tutti i preti, tranne don Zeno” e, incuriosito da ciò, cerca di incontrarlo e diventa suo collaboratore a Nomadelfia. Da questo momento, essendo diventato elemento di disturbo per le autorità politiche e le gerarchie ecclesiastiche, viene mandato in esilio in Austria, Inghilterra, Africa, Bangladesh, Canada, ma sempre per brevi periodi di tempo, perché – si dice – “non coaguli”. Era una persona carismatica, molti si avvicinavano a lui per condividere il suo ideale di stare dalla parte dei poveri, dei sofferenti e degli ultimi. Il suo ideale era quello di “essere fedele alla sua vocazione, seguire le orme di Cristo, del Vangelo, delle beatitudini, che egli ha fatto ricordare ai cristiani della domenica, pagani per il resto della settimana come gli adoratori del vitello d’oro”. (Ivi, pag. 52). Dinanzi alle ingiustizie verso i poveri scrive versi del tipo:
“I poveri non hanno speranza,
non possono avere speranza,
il dio della terra non è con i poveri!
Ma allora perché non interviene il Dio dei cieli?
Tu Cristo non dici niente,
sei muto più del cemento.” (Ivi, pag. 52)
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Nel 1955-1964 rientra in Italia, a Firenze, grazie al sindaco di allora, Giorgio la Pira, viene poi trasferito a Udine dove collabora con Pierpaolo Pasolini al film da lui stesso ideato e intitolato gli “Ultimi”. Ma è grazie a Papa Giovanni XXIII che potrà rientrare definitivamente in Italia.
Nel periodo tra il 1964 e il 1992, l’anno dopo la morte di Papa Giovanni XXIII (3 giugno 1963), decide di ristrutturare l’antica abbazia cluniacense di S. Egidio a Fontanella di Sotto il Monte (BG), paese originario di Giovanni XXIII, dove fonda una piccola comunità chiamata “Casa Emmaus”, in qualità di priore. Inoltre sempre in questa sede istituisce il Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, all’insegna di un ecumenismo di grande respiro e ampie vedute. Per il suo modo di accogliere tutti, un suo collaboratore, segretario, autista e conferenziere, Orjan Ekman, scriverà in Servitium 84: “Penso, caro David, che nella tua mente, nella tua filosofia, nella tua visione del mondo e della Chiesa, la parola frontiera non esistesse”. Possiamo quindi definirlo “uomo sulla soglia”, pronto ad accogliere e dialogare con tutti, come ci conferma una sua affermazione citata nel testo di Giancarlo Mattana, a pagina 114: “Se nella notte non sai dove andare, sappi che alla mia finestra c’è sempre un lume acceso bussa, bussa e io scenderò ad aprirti; né ti chiederò se sei cattolico o no”.
Nel 1989 a Padova gli viene diagnosticato un cancro al pancreas, come racconta in questi bellissimi versi:
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“Ieri infatti all’ora nona mi dissero:
il Drago è certo, insediato nel centro
del ventre come un re sul trono.
E calmo risposi: bene! Mettiamoci
in orbita: prendiamo finalmente
la giusta misura davanti alle cose,
con serenità facciamo l’elenco:
e l’elenco è veramente breve.
Appena udibile, nel silenzio
il fruscio delle nostre passioncelle
del quotidiano, uguale a un crepitare di foglie
sull’erba disseccata.
E nel silenzio ancora il Verbo
cui fa eco un vento
leggero leggero.
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Il suo chirurgo afferma che padre David non se ne dava spiegazione e racconta che toccandosi il ventre indurito diceva: “Professore, toglimi, toglimi…” Era già stato operato tre volte. Sempre padre David continua: “La morte può essere anche un finire di morire, invece quello che fa veramente paura e che non augurerei a nessuno è il dolore”.
Padre David si spegne il 6 febbraio 1992, non senza aver prima ricevuto un giusto riconoscimento nella Chiesa: infatti il 21 Novembre 1991, il cardinal Martini gli consegna il premio Giuseppe Lazzati e gli porge delle scuse pubbliche a nome di tutta la Chiesa, per non aver riconosciuto la sua “profezia”.
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“Sono quindi pieno di gioia questa sera, nel consegnarti il premio in comunione con il nome di Giuseppe Lazzati. Certo, Lazzati non era un poeta, forse nemmeno uno scrittore, pur se nella sua vita ha scritto molto. Credo tuttavia che vi accomunino soprattutto due doti, non frequenti: l’onestà e la convinzione. L’essere onesti e il dire ciò di cui si è convinti. Magari si può dissentire da quanto esprime uno che è convinto, ma lo si ascolta e lo si apprezza per la sua onestà. […] Insieme al premio, quale riconoscimento della Fondazione Ambrosianeum, voglio quindi dirti la mia gratitudine, […] la nostra gratitudine per l’onestà e la convinzione della tua arte. E probabilmente, oltre l’apprezzamento per ciò che sei, vogliamo fare atto di riparazione, vogliamo evitare di edificare soltanto sepolcri ai profeti, e dirti che se in passato non c’è sempre stato riconoscimento per la tua opera è perché abbiamo sbagliato. Ti chiediamo perciò di gradire il nostro umilissimo omaggio, come segno della nostra riconoscenza e del nostro desiderio di ascoltare con più attenzione le voci profetiche nella Chiesa, di valutarle meglio. Anche quando ci capita di dissentire, occorre sempre mostrare rispetto e amore per l’onestà con cui ogni profeta nella Chiesa parla, quando è veramente mosso dallo Spirito, e sa pagare di persona per quanto dice e sente”.
Intervento del card. Martini per la consegna del premio Lazzati a p. Turoldo, 1991
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Ecco, infine, una delle tante sue poesie che preferisco:
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Anima mia, canta e cammina.
E anche tu, o fedele, chissà di quale fede;
oppure tu, uomo di nessuna fede:
cammineremo insieme
e l’arida valle si metterà a fiorire.
Qualcuno – Colui che tutti cerchiamo –
ci camminerà accanto.
David Maria Turoldo
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a cura di Sandro VALDINOCI
Selezione delle poesie condivise con i partecipanti
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Il quarto dialogo sul tema “La ricerca interiore tra fede e laicità”, ha proposto un confronto fra due poeti: Giorgio Caproni e David Maria Turoldo.
Il primo alla caccia disperata di un Dio che sa non esistere, un Dio garante verso il nulla che ci avvolge:
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“Quando non sarò in nessun dove
e in nessun quando
dove sarò, e in che quando?
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L’altro invece, un frate profondamente credente, avverte l’assenza di Dio nelle vicende umane, un Dio che non solo non riesce a redimere i mali della storia, ma li subisce al pari dell’uomo. Il grido di dolore degli innocenti è lo steso grido inascoltato di Cristo sulla croce, quel grido che:
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Era l’urlo degli oceani
l’urlo dell’animale ferito
l’urlo del ventre squarciato
della partoriente
urlo della stessa morte:” Perchè”.
E tu non puoi rispondere
non puoi…
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LA RICERCA INTERIORE TRA FEDE E LAICITÁ
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Giorgio CAPRONI (testi dalla raccolta Giorgio Caproni, Tutte le poesie- ed. Garzanti)
David Maria TUROLDO (testi dalla raccolta David Maria Turoldo, Ultime poesie – ed. Garzanti)
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Testi-delle-poesie-proposte-da-Sandro-VALDINOCI.pdf (22 download )
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