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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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Padre David è nato in Friuli, a Coderno di Sedegliano in provincia di Udine, nono figlio di una povera famiglia di contadini, il 22 novembre 1916. Frate e sacerdote nell’Ordine dei Servi di Maria, visse presso il Convento di San Carlo al Corso in Milano gli anni della Resistenza e della ricostruzione civile. Conosce anche l’allontanamento da Milano a causa delle sue posizioni di apertura, e l’esilio. Rientrato in Italia fu di comunità in vari conventi tra cui Firenze e Udine, presso la Madonna delle Grazie, dove scrisse sceneggiò e produsse il film “Gli ultimi” con la regia di Vito Pandolfi. Dal 1963 si trasferì a Fontanella, frazione di Sotto il Monte, ridando vita all’antica Abbazia di Sant’Egidio e al centro culturale ed ecumenico Casa di Emmaus. Nel piccolo cimitero locale egli riposa sotto una semplice croce lignea, dopo la morte avvenuta a Milano il 6 Febbraio 1992.
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“Costante è stata l’attenzione dei critici alla formazione poetica di David Maria Turoldo: biblica, classica, moderna, ermetica-esistenziale con riferimenti ungarettiani. E comune la consapevolezza della sacralità della parola, sacra di per sé dell’ermetismo e innervata da un forte spirito religioso, quindi più impegnata su una linea psicologico-esistenziale e nell’impatto con la realtà, in un continuo lavorio interiore, sociale e altro.
Una parola che si accampa autentica per coerenza dell’autore fra il dire e il fare, per la sua vicinanza all’altro, una parola morale che insegna per urgenza etica nativa e, nel conflitto del suo Io con la storia, assume un tono quasi profetico o profetistico”.
(Maria Luisa Daniele Toffanin, QUADERNO N. 39°/ L’UMILTÁ nel linguaggio di David Maria Turoldo – Incontro 18.12.2013)
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@ QUADERNO N. 39°/ L’UMILTÁ in DAVID MARIA TUROLDO
Incontro – 18 dicembre 2013
con contributo di Andrea Zanzotto
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E qui piace allora soffermarsi sulla sua prima formazione, ritornare alla sua terra-origine, beatificata dall’infanzia (come dice Zanzotto) microcosmo in cui ti senti difeso, quasi immortale in uno stretto e sempre uguale rapporto affettivo con tutti sia nella gioia che nel dolore. Ritornare cioè alla sua terra friulana, terra di fatica, di sudore, avara di pane e ricca di miseria, ma sempre mitico luogo dell’anima amato dal poeta. Come ognuno di noi, canta il proprio nido in cui si sente se stesso senza maschere, sovrastrutture. Luogo, per Turoldo della verità, dell’innocenza, della madre-terra, della stessa sua Madre. Ecco perché ho scelto Natale, poesia che, nel suo pudore, serba note di questa antica musica che mi apre sempre nuove chiavi di lettura.
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NATALE
Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti al gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.
Da Liturgia Maggiore in SE TU NON RIAPPARI (Mondadori, 1963)
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In primis la figura del pastore, già citata nelle pagine dedicate ad Anna VENTURA, indipendentemente dal vissuto del poeta, già si allarga in me in mille richiami: la figura umile e misericordiosa del Buon Pastore che cerca e trova la pecora smarrita e racchiude la storia di Gesù, messaggio infinito d’amore. Mi rimanda pure al pastore del mio presepe che raccoglie in sé le trame di affetti di casa mia, le liturgie domestiche trasmesse da una generazione all’altra. Mi rimanda a tutti i pastori del primo regale presepio, personaggi emarginati dalla società del tempo per la vita nomade, quasi animalesca, ma in ascolto del silenzio, attenti ai bagliori notturni, reinseriti nel grande fiume della storia dalla natività: sono i primi accorsi con fiducia, semplicità, ad adorare il Bambino senza nulla chiedere, quasi emblematici segni di un comportamento evangelico. Riemergono anche i mille pastori, espressione di stupore e rivelazione della Natività, nobilitati dall’arte e dalla poesia (vedi Leopardi… Rilke…D’Annunzio …). E altri tanti incontrati nelle mie passeggiate in montagna, magari dei pastori francesi laureati in filosofia, che andavano con le greggi parlando di letteratura e indagando……Queste divagazioni per dire la valenza di tale figura primordiale.
E Turoldo afferma che solo quando era pastore era sicuro del Natale. Forse in questa affermazione è sotteso un rifiuto per il falso Natale consumistico vissuto nel macrocosmo delle città in cui trafelati, distratti, disumanati perdiamo la veste di pastori per un calo di innocenza ? Ma qui siamo nel microcosmo del Friuli dove tutto è verità e il paesaggio si apre incontaminato, purificato dalla brina, aspro, crudo nella realtà vissuta sotto la montagna avara, nel gracidio dei corvi… giusto spazio alla calata delle genti favolose. E la storia si inserisce in ogni caso sia che le genti da favola siano i Re Magi e altri scesi per il presepe, sia che rappresentino popoli ormai da leggenda scesi portando la loro civiltà per nuove formazioni umane-politiche-sociali. È sempre la storia il grande fiume in cui scorre la vicenda umana in questa terra da favola o terra di passo, terra di memorie avvolte nel sacro o mitizzate nella leggenda, è sempre storia che incide e gli alberi umanizzati sono creature piene di ferite: immagine del dolore che eterno attraversa la micro e la macro vicenda umana. E in questo scenario storico-paesaggistico la sacra rappresentazione si anima: la madre del poeta, presenza costante nella sua vita-poesia, è santificata: diviene parente della Vergine, tutta in faccende finalmente serena, colta nella sua interiorità. E conclude l’ azione il ritorno di Turoldo-pastore al tempo innocente con le pecore sul sagrato della chiesa (dove appunto si svolgevano le prime sacre rappresentazioni) che si sente come uomo vero nel suo Friuli, nel presepio del Bambino, re dei cieli, fratello di noi creature del divino Creato. Anche qui forse si avverte velata l’ammissione del poeta di non essere sempre vero, in altri luoghi e situazioni, riflessione che coinvolge poi tutti noi se vogliamo riconoscere la verità del nostro ego. Ed ecco il suo continuo interrogarsi, il suo dubbio, le sue contraddizioni che lo tormentano e lo macerano nel rapporto con l’Eterno per la sua presenza-assenza, nel processo alla storia spinto da una continua, umile e insieme urlata ricerca di verità, nell’urgenza di modificare se stesso e il mondo con la forza di una parola autentica. Contraddizioni e dubbi, comuni a molti di noi, che non rappresentano negazione, distruzione, ma sono la ricchezza dell’uomo rabdomante dell’acqua sorgiva che eterna disseta. Mi è sempre piaciuta questa poesia perché in essa ritrovo, riepilogando, Turoldo nell’innocenza dell’infanzia, nell’amore per la sua terra, per sua madre, nella sua coscienza del male nel presente e nella storia, ma anche nella sua rudezza e celata tenerezza e soprattutto nella sua umiltà di pastore, umiltà che segna tutto il suo percorso umano-poetico insieme all’ardore delle sue invettive e pure agli slanci, alla devozione-dedizione a Dio nei meravigliosi giardini della mistica. E a questo proposito riporto, per vicinanza di sentire, l’ultima parte della nota introduttiva alla raccolta O sensi miei (Bur, 1993-96) di Andrea Zanzotto, amico di David Maria Turoldo e qui testimone della pluralità della sua voce:
“Ma dai giardini più sfavillanti della mistica il poeta quasi accetta di sentirsi escluso, pur non rinunciando al suo itinerario: «Signore // ma da me avrai appena / rudi versi: stanze di versi degni della mia / miseria d’origine. // Ad altri […] celebrare il favoloso corteo: // […] Ma la madre mia contadina / del mio Friuli, la più povera / del mio paese usava dirmi: Figlio // sono cose troppo grandi per noi!». Questa mirabile figura di umiltà, radicata anche nel fatto sociale, e così altamente individuata, apre su un ultimo paradosso, su un enigma doloroso ed esaltante. Si diceva sopra che una rotta di collisione può esistere tra il linguaggio della poesia e quello della mistica, nonostante le loro grandiose mescolanze, spesso verificatesi nell’area di tutte le religioni. Ma in questa ultimissima umiltà, che ben conosce i suoi limiti, la parola della madre diventa parola stessa della poesia […] nella sua purezza. Ed è, ancora, la voce della Terra natale, del primo nido in cui la vocazione alla religiosità mistica, e insieme, alla poesia, ed all’impegno quotidiano verso gli uomini, poterono formarsi per David Maria Turoldo: nel nome della madre.”
Il tutto in un linguaggio aperto a una ricerca stilistico-linguistica, in modi sempre rinnovati con cui riesce a saldare le idee di poesia, di profezia, di storia di un’anima in espressioni intrise, pur nella mutevolezza dei toni, sempre del suo vissuto con echi antichi di Jacopone, Villon, Savonarola… e di altri più moderni.
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@ QUADERNO N. 41° / L’UMILE FRIULI NEL LINGUAGGIO DI DAVID MARIA TUROLDO
SALMODIA DELLA POVERA GENTE
Incontro – 27 febbraio 2014
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E ripercorrendo, con vari rischi, i passi del mio umile Pastore, ritorno all’humus-Friuli- terra di Turoldo, primo nido…della sua vocazione… alla poesia, al dire di Andrea Zanzotto. Entro nella stanza degli affetti in “Salmodia della povera gente” e “Io faccio amara anche la tua morte”, due liriche che inverano l’intuizione zanzottiana sull’origine della sua poesia, nata cioè nel nome della madre. Entro nel cuore sanguinante della casa assediata dalla Desolazione della fame, dagli aghi del freddo che gonfiavano le mani dei genitori, del fratello, sensazioni, secondo l’autore, mai provate dalle molte Eccellenze appartenenti ad ogni macrocosmo, anche della stessa chiesa più opulente. Ascolto il poeta che rievoca il padre, la madre e Lino in un’ atmosfera realistica, aspra ma anche magica: e la pioggia batteva sul tetto/batteva con migliaia di mani/batteva con dita di vetro/e con occhi di vetro/spiava dalle crepe del vecchio solaio…E colma l’aria di indimenticabili sapori, odori della sua infanzia: dell’acqua, del pane, del latte, profumi caratteristici anche della nostra stessa casa e per questo amati come segni di appartenenza.
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Paesaggi friulani
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Rivelando nostalgia e rimpianto per un tempo povero, ma felice ormai perduto, ricorda le attese delle piccole cose: il vestito rimesso a nuovo dalla mamma, le prime scarpe, un dono mai posseduto e l’incantesimo di un solo giocattolo/rapito coi nostri occhi alle vetrine…Qui il vissuto, nutrimento all’anima di Turoldo, diviene parola-poesia, canto sofferto di un mondo umile che accetta con dignità, espressione altra di umiltà, la fatica, il dolore e insieme manifesta una carica di umanità che possiedono solo gli umili, i provati dalla vita, quelli che ne conoscono la vera dimensione, quelli che sentono l’humus scorrere nel loro sangue e sanno sublimarsi fino al cielo nel loro impegno quotidiano.
Non certo Nessuno de’ cristiani degli alti palazzi / nessuno dei molti benefattori… Tutto nella cornice di un umano paesaggio friulano: ho lasciato i nostri campi, mamma,/quella pianura vasta e taciturna/dal colore dei tuoi capelli/biondi come le vigne dell’autunno …offerto nella seconda lirica, quella del ritorno desolato alla casa abbandonata dove solo il vento fischia e cavalca su tutta la pianura. Arpeggi della sua voce lirica ricorrenti in tutte le raccolte: il fiume povero d’acqua, i pioppi, il melograno, i colori dell’autunno e le splendide fioriture di vitalbe, narcisi, rosmarino e di un ramo di bosso tutto candore (Offertorio).
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SALMODIA DELLA POVERA GENTE
a mio fratello Lino
Più non conosco la fame
più non conosco la tavola vuota
il piatto vuoto di orzo e cacio
il focolare senza fuoco.
Nessuno dei grandi Ciambellani
nessuno dei molti Vessilliferi
centurioni d’honore intorno all’Episcopo
nella dolce sagra del Corpusdomini
ha mai sofferto la fame
o ha dormito sul letto di strame,
umido tronco coperto di sacco.
E la pioggia batteva sul tetto
batteva con migliaia di mani
batteva con dita di vetro
e con occhi di vetro
spiava dalle crepe del vecchio solaio.
Nelle lunghe notti d’inverno
il vento lacerava i vetri di cartone
alle finestre come un bandito.
E il freddo ti gonfiava le mani
uguali a rose rosse di sangue.
Ma quelle di babbo e mamma
ormai erano pianure
solcate da fiumi neri di fango,
da carriaggi impraticabili
alle nostre dita di fanciulli:
ancora le vedo aperte e vuote
sulle ginocchia, la sera
e noi ci perdevamo in esse
fiori in cortili deserti.
Nessuno dei figli di grandi Capitani
nessuna delle molte Eccellenze
in schiera a celebrare perenni olimpiadi
o in affanno per avventurose crociere
ha mai sentito gli aghi aguzzi del freddo
sulla carne eburnea sotto i dilicati pastrani
o ha visto per lunghi inverni
la Desolazione assediare la casa.
Più non sento il valore di quanto mi manca
il piacere di quanto possiedo
l’amore di tutto che m’è stato donato.
Allora l’acqua era così buona
la poca polenta riempiva la casa di profumo
il latte, il latte succhiavamo a gocce
quasi fosse miele…
Ora la mamma mia non ha sorprese
nemmeno il pane ha più un sapore;
o fratello, non ho la gioia ancora
di un vestito vostro, da mamma
rimesso a nuovo per me nella notte
avanti la sagra di S. Giuseppe;
più l’allegria non ho delle prime
scarpe comprate a centesimi.
Nessuno de’ cristiani dagli alti palazzi
nessuno dei molti benefattori
ha vissuto le attese di un dono
che ci è stato negato per tutta l’infanzia,
l’incantesimo di un solo giocattolo
rapito coi nostri occhi alle vetrine.
Ma nessuno mi cancelli dalla memoria
le mie intramontabili vigilie a Natale
i miei lunghi studi senza aiuti e compensi.
Vi ho lasciati soli a soffrire, fratello.
Dammi i sensi che avevo allora
e perdona l’abitudine del cuore
ai troppi avvenimenti,
perdona questi occhi ciechi…
Signore, aiutaci a guarire dai nostri possessi.
Da “Cronache di Storia Sacra”, in O Sensi Miei…, ed. Bur, 1993
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IO FACCIO AMARA ANCHE LA TUA MORTE
Friuli – inverno 1954
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Mamma, hai la bocca piena di terra.
Radici ora ramificano dagli occhi
dal cuore che ci offriva il pane in silenzio.
E tremavi tutta per la nostra pena
di fanciulli ormai adulti,
di fanciulli ancora soli e poveri.
La casa è deserta d’allora,
la corte tutta un disordine e nulla
è mutato dall’esistenza avara.
Mamma, ora neppure Iddio mi risponde,
Egli s’è chiuso dietro un portone di bronzo
cui picchio, soprattutto di notte,
ma nessuno viene a consolare
questo tuo ultimo figlio.
Solo il vento fischia e cavalca
su tutta la pianura.
Ho lasciato il gregge: ricordi
la pecora segnata di bianco in fronte,
la pecora vissuta con noi tanti anni,
la madre di tutti gli agnelli
che sapeva il tuo passo lieve
e ti chiamava con la voce di una creatura
e ti guardava con occhi così dolci
quando la mungevi a sera.
E io ero felice come una rondine
di ritorno dai campi col gregge sazio.
Ho lasciato i vostri campi, mamma,
quella pianura vasta e taciturna
dal colore del tuoi capelli
biondi come le vigne all’autunno.
Ho lasciato i compagni sul sagrato
a rincorrersi e la chiesa bianca:
ricordi quel giorno triste di settembre,
tu mi salutavi dietro la porta e dicevi:
figlio, noi siamo poveri,
è un’avventura troppo grande!
È un’avventura troppo grande, Madre!
E il cielo non risparmia nessuno
e gli uomini non perdonano ai sacerdoti.
Ora torno dal deserto di mezza Europa
nella casa immensa. (Allora
ci pareva un nido di passeri).
E mi pesi ancora sulle braccia
a nero vestita e serena.
D’allora mi pesi ogni giorno sulla patena
insieme a Cristo, mia dolce rovina,
come forse noi ti pesavamo nel grembo.
Prima tu piangevi sulla nostre sorte,
ora io faccio amara anche la tua morte.
Da “Cronache di Storia Sacra”, in O Sensi Miei…, ed. Bur, 1993
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I versi quindi esondano di natura friulana, di figure familiari, in particolare la madre, icona sempre presente nel suo poetare: d’allora mi pesi ogni giorno sulla patena / insieme a Cristo, mia dolce rovina, / come forse noi ti pesavamo nel grembo. / Prima tu piangevi sulla nostra sorte, / ora io faccio amara anche la tua morte. Il linguaggio è intriso di infanzia: è sì aspro come la vita di quella terra ma tenero come quell’età beata. La pecora del gregge, mai dimenticato, conosceva il passo di sua mamma, la chiamava con voce umana, guardandola con dolcezza e io ero felice come una rondine/di ritorno dai campi con il gregge sazio. La pecora or ora citata, il gregge stesso sono qualcosa di più di una descrizione: sono sentimento del mitico tempo. La pecora infatti è entrata nell’anima stessa del bambino-poeta e con il suo sguardo mite, la sua voce diviene l’anima di Turoldo che rievoca l’incanto del momento intorno alla figura della madre regina delle greggi, con parola sorgiva che ha tutta la freschezza dell’infanzia e insieme la sapienza del suo popolo. Linguaggio sigillato sempre dall’autenticità di un mondo antico la cui sacralità si avverte nell’atmosfera d’eterno che avvolge questa liturgia domestica, derivata dal sacro, proprio della sua terra,il sacro dei primordi, incontaminato. E tale mondo antico è celebrato anche nella lettera scritta da Turoldo alla madre di Pier Paolo Pasolini, straziata dal dolore per la morte del figlio, e letta dall’autore al suo funerale. Vi esalta quel mondo per la sua storia di popolo passato attraverso la lunga tribolazione, per i suoi costumi e tradizioni: le donne vestite da sempre di nero con le lunghe gonne, il fazzoletto sulla testa sceso fino alle spalle, come madonne sul Calvario, sono a mio avviso l’espressione di questo perenne lutto per la sofferenza della loro terra. Lo celebra anche per la sua umanità e solidarietà, per la sua gentilezza derivata dall’umiltà, il solo quindi capace di consolare questa madre com-patendo con lei in silenzio: tutti accumunati dal medesimo destino di patire il caldo il freddo e tutte le tempeste del cielo e quindi stretti da una reciproca piétas. Un mondo antico che anche Pasolini riteneva sacro (per questo si sentiva colpevole nella sua diversità), ma che nel suo profondo sentire non aveva mai tradito. Così Turoldo: avrebbe infatti potuto accordarsi per comodo-convenienza al diverso habitat umano, però non l’ha fatto:né mia è la speranza di mutare dice alla madre in un’altra sua lirica. Ed è proprio la sua umiltà d’origine che lo porta invece a difendere gli umili, gli indifesi anche con forti invettive, non per un esito personale, ma per riscattare dall’offesa la sua gente e gli altri ingiustamente trattati dalla storia. Ecco che ritorniamo alla sua prima formazione: il suo vissuto diviene ispirazione per una poesia altra. Quindi la parola umile della madre, figlio noi siamo poveri/è un’avventura troppo grande! , il vivere nel suo umile Friuli diventano parola- poesia dell’innocenza, carica però di tutte le memorie personali e storiche della sua terra e del dolore di tutta l’umanità degli umili. E umiltà è anche la sua sofferta ricerca continua di Dio, l’urgenza di parlare con Lui e sentire nella sua finitezza di uomo l’infinito di Dio, come già espresso precedentemente.
Nella fase conclusiva piace allargare l’interpretazione zanzottiana della poesia di Turoldo (riportata per esteso nel quaderno XXXIX) a Pasolini: anche per lui il Friuli è primo nido di poesia e la madre è prima voce ispiratrice. E se si vuole andare oltre, anche per Zanzotto Pieve di Soligo è il nido del suo Verbo; la madre, il padre pittore, la famiglia, la casa, la maestra Morchet, l’amico Nino, le tradizioni, il paesaggio sono il latte poetico primo da lui succhiato che genera il suo verso, un verso intriso dal sacro della sua terra che acquista nella scrittura sapore d’eterno.
E avvicinandoli ancora nelle loro diversità, piace vederli come umili operai a servizio della Parola nel laboratorio infinito della ricerca umana-divina: la poesia.
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@ CHIEDIAMO SCUSA DI ESISTERE
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Il 6 novembre 1975, nella chiesa di Santa Croce a Casarsa della Delizia venivano celebrati i funerali di Pier Paolo Pasolini.
Ad accoglierlo, nel cuore dell’umile Friuli, un altro poeta friulano, David Maria Turoldo che, come già ricordato, dedicava un dolce e doloroso scritto alla madre di Pasolini, Susanna Colussi.
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Cercherò di dire quello che posso e meglio che posso. Sono un sacerdote e sono venuto come sacerdote ad accompagnare all’ultima dimora l’amico e fratello Pier Paolo. Vi leggerò i pensieri che ho avuto subito dopo aver avuto notizia della sua morte. È alla mamma che mi rivolgevo e che mi rivolgo. È un documento che non ho potuto pubblicare, perciò ve lo leggo qui, nel posto, forse più adatto. Mamma, è a te che scrivo con tono sommesso e senza rancore. Potrei lasciare libero sfogo all’odio e alla maledizione, ma a che serve? Oggi non serve neppure lo sdegno e il furore. C’è troppa violenza su Roma. Non c’è un fîore più che sbocci in questa periferia romana, e non un alito di vento che ne spanda il profumo; non un fanciullo con la faccia pura; non un prete che preghi… E le messe in piazza S. Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un anno santo, e che Roma è la città di Dio, secondo la parola del cardinale… C’è solo gente ingrumata e torva, gente che urla dalle baracche; oppure gioventù che pensa a strappare e a uccidere, caricando la ragazza morta nel bagagliaio, e l’altra viva appena, per poter raccontare come “finalmente ce l’hanno fatta” ad ammazzare. Mamma, ti parlo per lui, che ora ha la bocca piena di sabbia e polvere, e non ti può chiamare: ma ha tanto bisogno di te, mamma; come l’ha sempre avuto lungo tutta la sua martoriata vita: una vita di povero friulano, solo, senza patria e senza pace. Eri tu la vera sua patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro. Lui così timido, fino al punto di aver paura di ogni cosa, per cui era diventato tanto spavaldo. Tu che riassestavi per lui e per noi tutta quella nostra terra, e la gente umile di cui si sentiva amico e fratello, e il suo paese è la nostra storia di popolo “passato attraverso la lunga tribolazione “. Tu, che eri per lui la sua vera chiesa, il segno di una fede magari bestemmiata ma mai tradita nel profondo della sua passione. Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la croce, immagine di una umanità che ancora, dalle nostre parti e nei paesi più poveri del inondo, continua a piangere su qualche figlio ucciso, su qualche innocente crocifisso. Mamma, vorrei dirti ora di tornare a casa, di lasciare questa maledetta capitale; di fuggirtene anche a piedi, vestita a nero come sei arrivata, col fazzoletto nero annodato al collo e che ti scende dietro sulle spalle; con la lunga sottana nera, come tutte le donne antiche del nostro Friuli antico, simili appunto a Madonne sul Calvario. Torna come una pellegrina a ritroso, verso paesi certo più miti e più cristiani. Ritorna, riaccompagnandolo in quella terra che non ha mai potuto dimenticare. Per quello era cosi gentile, appunto perché umile come umile è il suo Friuli. E tutti lo devono dire che era così buono, fino al tormento, fino a distruggersi con le sue mani. Ed era così bisognoso di amicizia, come appunto è il mio Friuli, così solo. E gridava ai quattro venti le sue contraddizioni e i suoi peccati, come un russo che ha bisogno di martoriarsi: noi abbiamo anche questi sconfinamenti nella nostra natura. E poi chiediamo scusa di esistere… Era come il minatore in esilio, il carpentiere e il manovale, insonne e ramingo. E tu ora immagina che sia successo appena una disgrazia sul lavoro, quasi fosse caduto da una impalcatura; e tu come madre di un emigrante, ora lo riaccompagni al piccolo cimitero del paese. Così avendo finito il tuo compito di angelo protettore di un figlio tanto fortunato e sfortunato insieme; un figlio divorato dalla stessa vita che tu gli hai dato: una vita rovinata dalla troppa umanità. Là c’è suo padre, ora in pace nella morte, e c’è l’altro figlio ucciso pure lui per la nostra liberazione, e ci sono gli altri morti; e ci sono gli amici ancora vivi, tutta una gente di cui ti puoi fidare; una gente che non viene a disturbarti, ma che ti è vicina; che patisce con te in silenzio, senza darti nemmeno l’aria di patire. Perché, anzi, ti canterà le villotte della gioia, quella che Pier Paolo aveva cantato e composto, giovanissimo, come sua prima e più viva poesia. Perché noi siamo un popolo che canta, anche quando ha da piangere. È questa la nostra natura migliore, come era quella di tuo figlio, vero grande poeta del popolo, voce dei poveri! Perché, per noi, tutto il resto è “segnato”, è il destino. Noi crediamo veramente nel destino! I verbi dei nostri canti sono: “Squegni “, “mi toce “, “è dovere”. Mamma, ricordi? Così ripeteremo la preghiera che un giorno, nel “Stroligut 2 di Cjasarsa” fin dal 1944, proprio questo tuo figlio, così maledetto e così buono, aveva scritto per noi, presi dentro la furia della guerra e della morte: “Crist, pietàt dal nustri paìs. No par fani pi siors di che ch’i sin. No par mandàni ploja. No par mandàni soreli. Patì cialt e freit e dutis li’ tempiestis dal seil, al è il nustri distìn…”. Cristo, pietà per il nostro paese. Non per farci più ricchi di quel che siamo. Non per mandarci la pioggia. Non per mandarci il sole. Patire il caldo e il freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino. Lo sappiamo! Quante volte in questa nostra piccola chiesa di Santa Croce, noi ti abbiamo cantato le litanie, perché tu avessi pietà della nostra terra! Ma ora ci accorgiamo di averti pregato per nulla; ora ci accorgiamo che tu sei troppo più in alto e della nostra pioggia e del nostro sole e delle nostre brine. Oggi è la morte che ci gira intorno! Ma da dove viene questa morte? Da dove… ?.
In fondo il tuo Pier Paolo, mamma, ha sempre vissuto con la morte dentro, se l’è portata in giro per il mondo lui stesso come suo fardello di emigrante, come suo carico fatale. Ed ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa. Meglio che il silenzio scenda su quella notte. Quella tua morte del due novembre, Pier Paolo: pareva di sentire i morti morti un’altra volta, i miei morti morti ancora, tuo fratello ucciso ancora; pareva di masticare cenere di morti e .fango tra i denti; pareva che la morte spuntasse ad ogni angolo: Roma era tutta sporca…E tu che portavi sull’intero tuo corpo i segni di un orrendo e assurdo “ecce homo” contrapposto a Cristo… tu finito nella gehenna come il più repellente rifiuto della santa capitale. Ma tu non avevi colpa, tu gridavi la colpa nel tuo corpo di linciato, come figlio della stessa colpa; tu, prima, incarnazione impazzita della grandezza e miseria e ora simbolo della morte ormai dissacrata per sempre. Papa Giovanni e tu, ecco i due estremi di morire…Da ricordare l’orgia di inchiostri di tutti i colori in quei giorni; e il livore e la bava della gente “più pura”. No, meglio non dire più nulla. Dato che non siamo più capaci di un minimo gesto di pietà. E questo mi fa veramente paura: di quanto sia capace di odio e di furore distruttivo (di furor mortis) un uomo di religione; di quanto sadismo egli sia fonte come nessun altro. Ma forse la ragione è proprio questa: che è un uomo di religione, non un uomo di fede, non uomo di vangelo. Come la mettiamo in questo caso? Perché pare che la moltitudine dei “praticanti” sia scatenata.
David Maria Turoldo
L’orazione funebre venne poi inserita con il titolo Chiediamo scusa di esistere nel volume Pasolini in Friuli, ed. Corriere del Friuli in coll. con il Comune di Casarsa della Delizia, Arti Grafiche Friulane, Udine 1976, pp. 67-70)
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@ APPROFONDIMENTI DAL WEB
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