ALBERTO MANZI DA ROMA A SORANO. Interviste e testimonianze
4/ LUOGHI PERSONE E COMUNITÁ EDUCANTE
CONVERSAZIONE CON Patrizia D’ANTONIO
Docente d’italiano, scrittrice, traduttrice
Testi e documentazione fotografica di Patrizia D’Antonio
a cura di Antonella Cesari
In che modo si è avvicinata alla figura di Alberto Manzi? Può raccontarci brevemente le circostanze che Le hanno permesso di “frequentarLo”, a partire dal Suo percorso di studio, di maturazione personale e professionale?
Come racconto nell’introduzione del mio saggio “Ogni altro sono io. Alberto Manzi maestro e scrittore umanista” (Castelvecchi, 2024), ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Alberto Manzi sin dall’82 quando, giovane aspirante maestra, cercavo consigli per prepararmi al concorso magistrale. In realtà quello che mi spinse a contattarlo, dopo aver consultato le Pagine Gialle e cercato il suo numero di telefono (non era ancora l’epoca dei social!), era capire se volessi davvero intraprendere la carriera di insegnante.
Cercavo un’ispirazione, il senso profondo del fare scuola, così lo chiamai con la scusa di chiedere riferimenti bibliografici e di studio. Scoprii un uomo generoso e disposto a condividere la sua esperienza con il gruppo di giovani insegnanti che avevamo formato, riuniti regolarmente nella sua biblioteca. Avevo pensato al maestro Manzi grazie ai miei ricordi di infanzia quando, in età prescolare, seguivo in TV “Non è mai troppo tardi”, affascinata dai disegni che tracciava con il carboncino. La sua voce mi risuonava nella mente insieme all’esperienza emotivamente forte di aver appreso così a leggere, a voler imparare, a sviluppare la curiosità. Intuivo che dietro questa esperienza c’era una vasta cultura pedagogica e un’umanità sconfinata: dallo schermo trasmetteva non solo la conoscenza ma anche il rispetto e la dignità di cui il pubblico analfabeta aveva bisogno per andare avanti nel faticoso percorso di alfabetizzazione. Nei circa quindici anni in cui l’ho frequentato, ho avuto modo di conoscerlo meglio e apprezzare ancora di più l’uomo di scuola, del ‘fare e disfare’, traendone ispirazione e entusiasmo: si usciva dalle ‘chiacchierate’ con lui sui problemi della scuola con la convinzione che insegnare fosse una meravigliosa avventura umana oltre che professionale.
Come è nato il progetto del libro “Ogni altro sono io”. Perché questo titolo?
Il progetto del libro c’era fin dal 2019 quando conclusi, in Francia, la mia tesi di dottorato “L’humanisme dans l’œuvre romanesque et vulgarisatrice d’Alberto Manzi”. Il centenario della nascita, nel 2024, è stata l’occasione per rielaborare la ricerca dandole un taglio divulgativo: volevo che fosse un saggio non solo ‘per addetti ai lavori’ ma utile soprattutto a insegnanti, genitori, bibliotecari e a chiunque volesse ri/scoprire la figura di Manzi nelle sue diverse sfaccettature e non solo in quella più nota del ‘maestro televisivo’. Come ho scritto nell’introduzione, i motivi oggettivi erano legati alla necessità di studiare e far conoscere a un più vasto pubblico il patrimonio narrativo e l’eredità pedagogica che ci lascia, entrambi di grande valore e attualità. Da un punto di vista soggettivo, con questo lavoro, desideravo omaggiare il maestro, lo scrittore, l’uomo.
Nel titolo quindi era imprescindibile restituire il senso del suo impegno in tutte le sue diverse attività e nella vita e che si riassume nell’idea “Ogni altro sono io”, citazione tratta dal suo ultimo romanzo della trilogia sudamericana “E venne il sabato”. Il personaggio del vecchio Gongo, alcalde della comunità di nativos che si ribellano e si organizzano contro i poteri che li condannano a una vita di stenti senza speranza né dignità, tenta di spiegare questo principio al commissario di polizia in cerca dei capi della rivolta. Questa formula vuol dire che, se si coltiva l’empatia e si condividono le decisioni, si può superare l’egoismo, male assoluto alla base di ogni conflitto umano, secondo Alberto Manzi. Questo è l’elemento chiave della poetica di Manzi, presente fin dal suo primo romanzo Grogh storia di un castoro, vincitore del Premio Collodi, ma anche in Orzowei e nei romanzi della trilogia: il concetto viene via via espresso e argomentato in modo sempre più esplicito.
Nel suo libro definisce Alberto Manzi maestro, scrittore e umanista. In che modo queste “tre dimensioni” l’hanno influenzata e continuano ad orientare le Sue scelte personali, professionali e di impegno sociale?
Alberto Manzi era convinto che attraverso la scuola e la cultura in genere si potesse migliorare la vita dei singoli e dei popoli, da cui la sua scelta di diventare insegnante, divulgatore, formatore.
La sua prospettiva umanista si inseriva nella sfera dell’auspicabile e del possibile che è quella propria della pedagogia e della dimensione filosofica che per lui non era mai solo teorica.
Se nel dopoguerra, quando Alberto ha iniziato a insegnare e a scrivere, era necessario creare e ripensare a una nuova paideia, oggi ciò appare tanto più urgente, per questo mi sembra fondamentale raccogliere la sua eredità.
Alberto credeva anche nella forza della narrazione: un romanzo capace di lasciare una traccia profonda nei lettori e nelle lettrici può arrivare a smuovere le coscienze e contribuire così ad attivare processi di riflessione e re/azione.
Da parte mia, molto più modestamente, ho seguito le sue tracce nelle mie scelte professionali e di autrice: credo che una buona scuola contribuisca ad innescare cambiamenti positivi nella società e come autrice preferisco trattare tematiche di interesse sociale.
In occasione delle Celebrazioni dedicate al centenario della nascita di Alberto Manzi, Lei ha presentato il Suo libro in numerose manifestazioni, incontrando un pubblico interessato e attento. Può raccontarci tre aneddoti che l’hanno particolarmente toccata e coinvolta nel rapporto con il pubblico e nell’interazione con altri relatori?
Ogni incontro è stato significativo perché la figura di Alberto Manzi richiama e risveglia ricordi, interesse ed emozioni in persone di diverse generazioni. E’ stato commovente ogni volta che qualcuno del pubblico raccontava la sua esperienza di lettore o telespettatore o di conoscenza diretta, come è accaduto alla Biblioteca Flaiano di Roma il 2 aprile 2024, al Premio Letterario di Lugnano in Teverina il 30 giugno, all’UniTre di Terni il 30 ottobre, alla Biblioteca di Fregene il 6 aprile, o all’evento dell’8 novembre presso l’IC A. Manzi di Roma, per citare alcuni esempi.
Il convegno di Sorano, il 2 settembre scorso, è stato fondamentale: grazie all’orchestrazione della dirigente Cristina Alocci, i vari interventi e laboratori sono riusciti, nell’arco della giornata, a dare conto della complessità della figura di Manzi ma soprattutto aleggiava la commozione dell’intera comunità locale che lo ricordava per gli anni in cui ha vissuto e operato in quella zona.
La tavola rotonda del 3 aprile 2024 presso la Sala Borromini della Biblioteca Vallicelliana è stata anche un incontro importante: omaggiarlo in un luogo così significativo, nella sua città di nascita, ha significato molto. In quell’occasione ho incontrato la dottoranda Claudia Paganoni che si è appassionata alla figura di Manzi per la sua ricerca sulla Educaciòn popular. Mi ha in seguito invitata al convegno da lei organizzato presso la Scuola Dottorale dell’Università di Verona nel quale è stato messo in luce proprio il legame tra Manzi maestro di analfabeti italiani, di immigrati e di nativos in America Latina con la Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire ed il percorso della Educaciòn Popular.
Gli incontri con i giovani restano però i momenti privilegiati che ricordo con la più grande emozione: il 24 febbraio con i ragazzi del Liceo di Scienze Umane presso la Biblioteca di Pinerolo a cura dell’associazione Pensieri in piazza e dell’MCE, e il 31 marzo con gli studenti del Liceo G. Leopardi, iniziativa a cura della prof.ssa Paola Nicolini (Università di Macerata) in collaborazione con l’associazione FilosoMia. Vedere i ragazzi rielaborare in varie forme (podcast, video, interviste e altri mezzi) la conoscenza che hanno via via acquisito sulla figura di Alberto Manzi, ha mostrato quanto il suo messaggio possa raggiungere anche le nuove generazioni.

Seminario presso la Scuola dottorale di Scienze Umane all’Università di Verona
Il 3 marzo scorso Lei ha presentato il Suo libro presso la Maison d’Italie a Parigi. Come è nata questa iniziativa? Come è stata accolta?
A Parigi avevo già avuto modo di organizzare una giornata dedicata a Manzi presso l’Istituto italiano di Cultura nel ‘97 in occasione dei venti anni dalla sua scomparsa: la sala era piena, a testimonianza dell’interesse della comunità italiana e italofona a Parigi. Era anche il momento conclusivo del progetto “Leggere Alberto Manzi a scuola” e, oltre alla mostra pervenuta dal Centro Alberto Manzi, erano esposti i lavori realizzati dagli alunni dell’IC di Parigi “Leonardo da Vinci”, del Lycée International H. de Balzac e dell’École Vicq d’Azir dopo il percorso realizzato nelle classi con i vari docenti coinvolti e l’allora dirigente, Aurelio Alaimo.
Questo interesse mi ha spinto ad organizzare, sulla scia del centenario, una presentazione presso la Maison d’Italie, punto di riferimento culturale della comunità italiana a Parigi, grazie alla gestione intelligente e sensibile della direttrice Maria Chiara Prodi. Attraverso la voce dell’attore Cesare Capitani che ha letto alcuni estratti di testi di Manzi, l’intervento incisivo del prof. Christophe Mileschi e la moderazione della giornalista Antonella Tarquini, il pubblico ha partecipato con curiosità ed interesse. In molti, come mi capita spesso alla fine degli incontri, mi hanno comunicato la loro sorpresa e apprezzamento nell’aver scoperto aspetti nuovi dell’opera e della personalità del Maestro.
La sua attività professionale e di scrittrice le permette di farsi “Ambasciatrice” di Alberto Manzi anche in contesti internazionali. Oltre al suo progetto, è a conoscenza di attività di ricerca e/o di studio internazionali dedicati ad Alberto Manzi? Che cosa possiamo dedurre da queste attività?
Alberto Manzi ha ricevuto l’onorificenza del Cavalierato della Repubblica e rappresenta una figura esemplare per l’Italia. Era però anche un cittadino del mondo e la sua patria era dovunque potesse essere a fianco dei diseredati e dei più umili: aveva una visione globale dei problemi dell’umanità, come dimostrano i suoi anni di volontariato in America Latina e i suoi testi narrativi e divulgativi di carattere antropologico. I suoi romanzi più famosi inoltre hanno ‘viaggiato’ grazie alle numerose traduzioni: recentemente “Orzowei” è stato ritradotto e ripubblicato in Spagna con la prefazione di Care Santos che ne sottolinea l’attualità e ne consiglia la lettura ai giovani di oggi.
Mi sembra quindi doveroso avere uno sguardo internazionale nel ricordare la sua vita e la sua opera. Dal ‘93, anno delle mie prime esperienze di insegnamento all’estero, porto la narrazione dei suoi libri in vari Paesi: Asmara (Eritrea), Mons (Belgio), Casablanca, Madrid e Parigi e sempre ho riscontrato quanto siano ancora capaci di incantare i ragazzi e trasmettere loro l’interesse per la lettura attraverso le storie contenute e lo stile accattivante. Con la mia tesi e due convegni in Francia e Spagna ho potuto inoltre far conoscere a livello accademico la figura di Alberto Manzi all’estero: attualmente ci sono corsi dedicati alla sua figura a cura del prof. Nicolas Bonnet presso l’Université de Dijon mentre il prof. Christophe Mileschi, dell’Université Paris-Nanterre, contribuisce con i suoi interventi a divulgare la sua opera oltre ad aver redatto l’incisiva prefazione del mio saggio.
Inoltre, durante la settimana della Lingua e Cultura italiana nel mondo, l’Istituto italiano di Cultura di Rabat e la Società Dante Alighieri di Casablanca hanno dedicato alla figura di Manzi degli incontri per docenti e studenti italiani e locali. Negli USA, la prof Tania Convertini continua il suo lavoro di studio e divulgazione dell’opera di Alberto Manzi presso il Dartmouth College (NH). Queste ed altre attività di studio e divulgazione all’estero, soprattutto seguite e documentate dal Centro Alberto Manzi, danno conto dello spessore internazionale del maestro-scrittore.
Il titolo del Suo contributo, in occasione del convegno nazionale di Sorano, svoltosi nel settembre scorso, faceva riferimento alle opere letterarie di Manzi, “Ogni altro sono io. La narrativa racconta il senso di una vita”. Quali sono i temi e lo stile narrativo che ci permettono di consigliare ancora oggi la lettura dei suoi romanzi? Per avvicinarsi gradualmente alla conoscenza di Alberto Manzi, quale titolo consiglierebbe ad un adulto? ad un insegnante? ad un giovane? ad un bambino? E invece qual è il Suo romanzo preferito?
Il patrimonio narrativo di Manzi è ricco e vario: ce n’è per tutti i gusti e tutti i tipi di lettori. Ogni libro rappresenta un’esperienza di lettura speciale da cui non si esce indenni. Manzi riesce sempre a colpire nel segno, a trasmettere un messaggio al lettore senza mai cadere nel moralismo. I suoi romanzi sono meravigliose avventure coinvolgenti anche grazie al ritmo narrativo, a una scrittura agile, essenziale. Alberto Manzi diventa scrittore nello stesso momento in cui diventa maestro: le due attività si integrano per tutta la vita e si nutrono l’una dell’altra. D’altra parte è lo stesso scrittore, in un’intervista, che spiega perché tratti certi temi: “…voglio far sorgere nei giovani la coscienza dei problemi (coscienza, non solo conoscenza), far sapere loro che esistono certi problemi e che ognuno di noi è chiamato a risolverli”.
Gli stessi elementi che lo hanno reso uno scrittore per ragazzi all’avanguardia nel processo di rinnovamento della letteratura per ragazzi del dopoguerra, lo rendono ancora attuale. Dalla morte del protagonista alla scelta delle tematiche: il razzismo, il pacifismo, la diversità, la follia, l’ecologia, l’ingiustizia e lo sfruttamento, l’istruzione come forma di riscatto sociale: tutti gli elementi narrativi concorrono a rendere i suoi romanzi unici. Basti pensare ad “Orzowei”, primo grande romanzo di formazione in Italia a trattare l’intercultura, ricco di azione, avventura e originale nel rendere le descrizioni dell’ambiente naturale e delle comunità etniche rappresentate come sequenze cinematografiche (ne è stato tratto il famoso sceneggiato televisivo).
Nella seconda parte del mio saggio analizzo diverse opere dell’Autore con l’intento di fornire delle chiavi di lettura possibili per chiunque voglia avvicinarsi alla sua opera. Personalmente le avventure di “Tupiriglio” mi hanno accompagnato dovunque nel mio approccio con i piccoli lettori: è sempre una gioia leggerlo ai bambini che lo adorano. Alberto ci teneva moltissimo a questo testo e sono felice di averlo portato recentemente al convegno di Illustramente del 23 novembre a Roma dedicato alla figura di Giufà a cui è legato dal patrimonio di storie comuni, oltre che nel mio saggio contenuto in “Formes brèves en littérature de jeunesse” (Presse Universitaire de Franche-Comté).
Anche “Testa Rossa”, con la sua fantasia e l’elemento interattivo che introduce, è una lettura facile che appassiona i ragazzini. “Grogh, storia di un castoro” è un’esperienza multisensoriale, una favola ecologica, un’epopea di un grande lirismo, ben resa nello splendido cartone animato prodotto per il centenario e fruibile sul sito del Centro Alberto Manzi.
Tra i romanzi della cosiddetta trilogia sudamericana devo menzionare quello decisamente concepito per un pubblico adulto: “E venne il sabato”, che si può considerare il testamento dell’Autore. E’ un compendio dei vari temi trattati nei precedenti, più complesso e denso sia dal punto di vista della struttura narrativa che dell’intreccio.
Per i più giovani e per chi però volesse avvicinarsi all’esperienza sudamericana gradualmente, consiglio “La luna nelle baracche”, ripubblicato recentemente.
Bisogna sottolineare che questi romanzi, incluso “El loco” e “Gugù”, pur ispirandosi al vissuto dell’Autore negli anni in cui si è recato e ha operato in America Latina in molte difficili realtà, vanno letti nella prospettiva della loro universalità. Le vicende narrate, decontestualizzate, assurgono ad allegoria dell’eterna ingiustizia che subiscono tuttora milioni di persone.
Nel moderno contesto dell’educazione permanente (lifelong learning), quali sono, secondo lei, gli aspetti dell’impegno educativo e civile di Manzi che potrebbero ancora ispirare, favorire e implementare processi di innovazione educativa e integrazione sociale?
La crescita culturale degli individui e delle comunità auspicata da Alberto Manzi deve passare per l’acquisizione degli strumenti cognitivi e per la presa di coscienza delle diseguaglianze e delle ingiustizie. Educare a pensare deve essere il fine di ogni approccio formativo: anche nei processi di alfabetizzazione di base, Alberto Manzi non rinunciava mai a ricordare che lo scopo era dare l’opportunità di capire la realtà per risolvere i conflitti dovuti allo sfruttamento e all’abuso dei poteri. Vincere l’ignoranza è il primo stadio per un percorso di riequilibrio sociale insieme allo sviluppo del pensiero critico.
Il processo di autoapprendimento si esercita in gruppi e comunità che praticano il confronto, la discussione e la condivisione dei percorsi, nella libertà decisionale.
L’educazione democratica per Manzi significava dare davvero a ciascuno le opportunità di riuscita in qualsiasi momento della vita e con ogni mezzo, in modo includente. Sono elementi questi che possono ispirare ancora integrando l’associazionismo, il volontariato, le responsabilità pubbliche, l’organizzazione locale e spontanea e la condivisione di buone pratiche.
Analfabetismo ai tempi di Manzi e analfabetismo di ritorno… quale l’attualità del pensiero del Maestro del programma televisivo “Non è mai troppo tardi?
Si può ricondurre il successo di “Non è mai troppo tardi” alle capacità didattiche e carismatiche del Maestro d’Italia ma anche alla sinergia operata dalla RAI e dal Ministero della Pubblica Istruzione attraverso l’organizzazione di punti di ascolto e di diffusione del materiale e dei maestri di supporto che assistevano chi si preparava a conseguire la licenza elementare. Il contesto della “TV buona maestra” permetteva di elevare culturalmente la società italiana, in quegli anni ancora alle prese con l’analfabetismo e con l’apprendimento dell’italiano standard versus i dialetti.
E’ legittimo chiedersi quale potrebbe essere un’operazione equivalente oggi avendo l’obiettivo di lottare contro l’analfabetismo di ritorno e quali mezzi sarebbero più efficaci. Già nel ‘92, quando il Maestro fu chiamato a realizzare il ciclo di trasmissioni “Impariamo insieme” con l’obiettivo di alfabetizzare gli ‘extra-comunitari’, il successo fu di gran lunga inferiore alle aspettative. E non certo per demerito del Maestro che, precisando che il termine extra-comunitari era in contraddizione con il principio dell’integrazione, creò un programma di alto valore didattico indirizzato appunto agli immigrati. L’orario e le modalità di diffusione della trasmissione e l’inserimento nel palinsesto mostrano da una parte la mancanza di una volontà di risolvere veramente il problema dell’integrazione linguistica degli immigrati, dall’altra il profondo cambiamento del ruolo della tv dopo l’avvento delle televisioni libere e commerciali. Oggi, di fronte alla sfida dell’IA e del potere dei social cambia completamente il paradigma dell’educazione di massa via i mezzi di comunicazione. Quali e come usarli? Ancora una volta dobbiamo rifarci alla lezione del Maestro che ci ricorda la domanda fondamentale che è piuttosto: perché usarli? Per far crescere in intelligenza e dare a tutti le opportunità di apprendere o per manipolare e lasciare larghe fette della popolazione nell’ignoranza o, peggio, nelle false credenze oggi chiamate anche fake news? La questione, come diceva Eco, non è tra ‘apocalittici’ e ‘integrati’, ma è squisitamente di natura politica ed economica.

Incontro con gli studenti e i professori del Liceo G. Leopardi di Recanati a cura dell’Università di Macerata e l’associazione FilosoMia
Se oggi Alberto Manzi fosse ancora tra noi: una domanda per lui, oppure una riflessione che Le piacerebbe condividere…
Ritorno al titolo del libro: in “Ogni altro sono io” è condensato il pensiero umanista di Alberto Manzi, basato sull’incrollabile fede nelle possibilità dell’umanità di progredire. Quando si aprono gli “Occhi sul mondo” – dal titolo della rubrica che curava per il giornale per ragazzi il “Vittorioso”- si coltiva la curiosità e la meraviglia per la natura intera.
Oltre alle conoscenze scientifiche che divulgava evidenziando la bellezza e l’importanza del rispetto dell’Ambiente che ci circonda – e gli esseri umani ne fanno parte integrante anche nell’Antropocene – suscitava delle precise prese di posizione. Dalla presa di coscienza delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati per egoismo e sete di potere, Alberto Manzi ci dice che l’omissione è complicità, che la libertà sta nell’assumersi personalmente la responsabilità di agire con coraggio e determinazione per la condivisione equa e sostenibile delle risorse.
E se tutti agissero come se il destino di ciascuno fosse nelle proprie mani, senza voltare lo sguardo altrove di fronte alla sofferenza altrui, ma impegnandosi in prima persona, si potrebbe sperare in un mondo migliore.
L’umanismo di Alberto Manzi trapela da ogni sua attività, è il fil rouge che unisce in modo coerente i vari aspetti multiformi della sua opera. È un autore, un maestro e un pedagogo che ci incoraggia, ci ispira, è un monito per i giovani (ma non solo!), perché oggi più che mai abbiamo bisogno di capire il mondo globale in cui viviamo, tenendo ben presenti i valori essenziali che permettono la convivenza civile tra i popoli in un pianeta da salvaguardare. Il suo grido, attraverso i personaggi dei suoi romanzi, si fa canto nei versi delle poesie pubblicate postume della raccolta “Essere Uomo”. Versi che spiegano il senso del suo impegno civico, pedagogico, artistico: “Io devo cantare/ la rabbia del silenzio./Devo gridare il dolore della parola/ Devo farlo, ora, se voglio ancora/ chiamarmi uomo, essere uomo.”
documentazione fotografica a cura di Patrizia D’Antonio