A scuola di teatro per… apprendere ad apprendere

Personalizzazione dell’apprendimento- Stili di apprendimento- Autovalutazione

Le associazioni possono essere considerate come contesti privilegiati di lifewide learning per lo sviluppo di competenze distintive e abilità legate alla riflessività e all’autonomia nei processi di apprendimento. Dal punto di vista pedagogico, il modello centrato sulla crescita e quindi l’addestramento professionale sembra contrapporsi al paradigma dello sviluppo integrale della persona. Tema antico ma sempre attuale nella continua dialettica sul senso dell’umano e dell’uomo. Organizzare in modo intenzionale i contesti associativi  “per” l’apprendimento, significa formare adulti in grado di partecipare attivamente alla costruzione del tessuto e dell’identità territoriale così come alla possibilità di estendere gli spazi per lo sviluppo della padronanza di competenze. (Per andare oltre clicca qui)

Tenendo conto della specificità degli ambienti di apprendimento non formale e informale (contesti associativi), e coinvolte nella ricerca-azione  STEP by STEP, Eleonora Cecconi e Simona Paciletti  protagoniste del progetto teatrale La Linea Gialla, a partire dalla propria esperienza,  intercettano competenze, abilità e attitudini che caratterizzano  le associazioni e gli ambienti di apprendimento che si orientano alla qualità del modello organizzativo e  delle proposte formative.  

PAROLE CHIAVE: Personalizzazione dell’apprendimento- Stili di apprendimento- Autovalutazione

testi e foto by Eleonora Cecconi e Simona Paciletti

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1. Quali sono gli stili di apprendimento maggiormente diffusi tra i vostri corsisti?

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Siamo facilitatori del processo di apprendimento

SIMONA PACILETTI:  Ho sempre creduto che il ruolo del formatore non è solo quello di trasmettere contenuti in modo uniforme, come se si avessero davanti adulti e ragazzi/adulti identici tra loro, con gli stessi vissuti, le stesse emozioni, le stesse modalità di approccio alle esperienze e gli stessi meccanismi psicologici alla base dei propri comportamenti. No! La realtà è che siamo differenti e valorizzare la differenza può fare la differenza. Questo per me è un assioma, come persona, come formatrice e come psicologa, e vale in ogni ambito. Nello specifico caso, personalizzare la crescita in base ai vari stili di apprendimento credo sia fondamentale per ottenere dei buoni risultati nel più breve tempo possibile. Ottimizzazione!

C’è chi predilige uno stile cognitivo globale, chi visuale, chi verbale, chi olistico, chi divergente, chi intuitivo o riflessivo. C’è chi riesce a discostarsi da esso e chi, invece, in maniera rigida, contempla solo quello che più frequentemente ha utilizzato con efficacia. Personalmente, inizio la mia comprensione dai canali preferenziali di comunicazione che utilizziamo più frequentemente tra visivo, auditivo e cinestesico. Un modo semplice ed efficace che ci aiuta moltissimo a capire il “linguaggio” del nostro interlocutore e a entrare in sintonia con lui.

Il visivo predilige il senso della vista: le sue  parole passano attraverso le immagini, i suoi  aggettivi sono descrittivi dell’estetica degli oggetti. Un’espressione tipica potrebbe essere: “ci sono dei lati poco chiari”.

L’auditivo predilige il senso dell’udito: comunica con vocaboli che rimandano ai suoni, il suo tono di voce è adeguato alle varie situazioni perché primario. Un’espressione tipica che potrebbe usare potrebbe essere: “questo non mi suona bene”.

Il cinestesico, invece, entra in contatto con il mondo attraverso il senso del tatto. Sono vitali le sensazioni fisiche, corporee; predilige un linguaggio metaforico, legato al “sentire”. Un’espressione privilegiata potrebbe essere: “entrare in contatto”.

Tornando a noi, credo sia fondamentale assecondare il proprio stile di apprendimento, sperimentandone al contempo altri differenti, tramite l’osservazione degli altri componenti del gruppo di lavoro. Per tale motivo sono particolarmente affezionata alla teoria dell’apprendimento vicario, o apprendimento osservativo, di uno psicologo canadese che amo, Albert Bandura, nell’ambito della prospettiva cognitivo-sociale. Tale teoria implica l’apprendimento attivo tramite l’osservazione del comportamento dell’altro o dei rinforzi (positivi o negativi) che l’altro riceve.

Si possono così imparare approcci alternativi, senza necessariamente sperimentarli tutti sulla propria pelle, smussando, al contempo, il proprio stile prediletto. A questo punto, però, trovo estremamente importante parlare di consapevolezza e di spirito critico: due elementi senza i quali è complesso uscire dalla famosa zona di comfort e fare passi avanti, oltrepassando la zona della paura.  È necessario, quindi, ascoltarsi, mettendosi in gioco, e ascoltare, “rubando” con gli occhi tutto ciò che ci sfiora. E rendersene conto. Consapevolezza e spirito critico.

Il mio punto forte per individuare gli stili è osservare i miei allievi sia mentre sperimentano liberamente loro stessi sia quando sono impegnati in compiti più strutturati. Albert Einstein saggiamente affermava: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”

APPRENDIMENTO VICARIO

Siamo facilitatori del processo di apprendimento, per cui: chiediamoci  quali sono le risorse del nostro allievo così da poterle potenziare facendogli sperimentare il successo e non il fallimento, e, soprattutto, chiediamoci di cosa ha bisogno!

... la consapevolezza é il primo step necessario per iniziare a ....

ELEONORA CECCONI: Condivido molto l’approccio psico-educativo di Simona nonostante non conosca, ancora, Albert Bandura, ma posso ancorarmi ad Albert Einstein (faccina che fa la linguaccia) anche perché spesso lo cito durante le mie lezioni: la relatività è sempre presente nel teatro.

Ci sono tanti fattori che possono incidere sulla riuscita di uno spettacolo ecco perché ogni volta è unico e irripetibile.

Tornando alla formazione, di solito applico inizialmente un metodo che è basilare per tutti. Faccio fare gli stessi esercizi a tutti così da cominciare a farmi un’idea sulle singole peculiarità. Ad esempio, si può capire molto da come uno cammina, da come guarda, da come percorre lo spazio e il tempo, da quanto è puntuale, preciso, metodico o da quanto sia imprevedibile o maldestro. Insomma ci sono molti fattori da tenere in considerazione quando hai un gruppo eterogeneo sia nell’età che nell’esperienza. Di solito applico quello che viene chiamato, non da me ma dai miei allievi, il metodo “militaresco” ovvero: sii puntuale, rispettoso e protettivo verso gli altri e potrai essere chi vuoi dentro questo spazio, dove “questo spazio” sta per spazio scenico che creiamo durante i laboratori. Ovvero uno spazio che delineiamo e decidiamo di tenere fuori dal quotidiano. Perciò una volta osservate queste 3 regole concedo  piena libertà di riempire questo “spazio scenico” con tutta la loro creatività  messa in gioco fino alla messa in scena.

Il mio osservarli, all’inizio, è per capire quali sono i limiti che si presentano e come si possono superare, quale è il livello di autoconsapevolezza. Piano piano i loro corpi cominciano a mandare segnali e bisogna essere pronti a recepirli e a rielaborarli a loro favore. Per me un limite. spesso, diventa una carta vincente da potenziare.

Capita, ad esempio, che ci sono allievi più lenti con la memoria e così mi rendo disponibile anche ad arrivare prima a lezione per farli ripetere. Spesso una cosa che aiuta la memoria è inserire un’azione dentro il testo: per esempio, una volta individuata un’azione da fare (accendersi una sigaretta, sedersi, prendere un oggetto e pulirlo ecc..) li faccio parlare in quell’azione così che ripetere quell’azione li aiuta a memorizzare le parole da dire. Alcuni hanno una memoria pazzesca e non richiedono pratiche mnemoniche, altri hanno delle rigidità fisiche e hanno bisogno di tanto esercizio di rilassamento in preparazione, mentre altri ancora si sentono completamente a casa quando sono sul palco. Insomma di fronte hai persone che si portano dentro un mondo e nel mio piccolo cerco di avere da loro il massimo degli input: io li prendo, li elaboro e li rendo funzionali per la scena. Perciò credo che sì, la consapevolezza sia il primo step necessario per iniziare a creare le basi dell’apprendimento.

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2. In che modo, attraverso quali processi  educativi coinvolgere tutte le dimensioni di chi apprende?

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SIMONA PACILETTI: Intanto vorrei specificare che nell’apprendimento non è implicata solo la dimensione cognitiva, ma sono fondamentali anche quella emotiva e sociale. Per far in modo che tutte vengano stimolate, a mio avviso, si deve partire dalla conoscenza tra i componenti del gruppo. Non solo la mia nei loro confronti, ma anche tra di loro, come entità “noi”. Personalmente propongo dei cartoncini che rappresentano o degli oggetti (una casa, un’auto, una montagna, una penna, una maschera ecc..) attraverso i quali gli allievi descrivono loro stessi tramite associazioni di immagini, oppure delle frasi celebri nelle quali si identificano particolarmente in base al proprio modo di essere o di fare. Il gruppo per me è l’arma vincente. Promuovere la collaborazione con gli altri, individuando obiettivi comuni, ma mantenendo ognuno la propria individualità; utilizzare il confronto come modalità privilegiata per stabile delle regole che siano accettate da tutti, soprattutto tramite dei compromessi; incentivare il pensiero creativo mettendo sul palco nuove idee e dandogli un significato condiviso.

Come psicologa utilizzo metodologie legate a questi presupposti. Mi piace guidarli nel processo di crescita delle loro capacità, ma mi piace anche che siano loro a “guidarmi” e a farmi scoprire cose nuove. E il più delle volte, per fortuna, succede!

....il senso di “me con gli altri” e di “me per gli altri``...

ELEONORA CECCONI. Anche per me vale molto la presenza della dimensione emotiva.  Solo per iniziare a fare un laboratorio di teatro  è necessario avere la motivazione “emotiva” giusta. Altrimenti, anche un’attività come quella del laboratorio di teatro diventa pesante. Perciò, da quando un allievo sceglie di intraprendere un laboratorio teatrale a quando va in scena, dovrà sempre essere accompagnato da emozioni. Le emozioni sono la benzina a teatro così come nella vita ma non sempre è facile provarle, quelle vere intendo.  C’è bisogno di usare spesso altre “strade” per arrivarci. Personalmente prediligo il partire dall’azione per poi arrivare all’emozione. Un lavoro che certamente richiede tempo ma quando si arriva a tirar fuori l’emozione dall’azione ecco che si è creata la magia. Il problema è che l’azione rimane, l’emozione dura un attimo.

Così bisogna ogni volta “ricominciare” e rifare la stessa azione come se fosse la prima volta. Per fare questo ci sono esercizi di respirazione e di training fisico che ci aiutano a rientrare in quella condizione emotiva. Anche qui spesso la partita finale si determina da quanto uno sia disposto a continuare la sua ricerca interiore al fine di far fiorire o rifiorire un’emozione.

Altro punto che condivido con Simona il senso di gruppo. Nella prima domanda ho parlato del rispetto: se vuoi far parte di un gruppo devi avere rispetto degli altri. Lavorare in gruppo è molto stimolante perché si arriva a sentirsi parte di una comunità e anche per questo ci sono esercizi che aiutano a sviluppare l’ascolto e il senso di “me con gli altri” e di “me per gli altri”. Frasi che amo trasmettere ai miei allievi.

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3. Che senso ha parlare di valutazione e di autovalutazione  nel contesto di apprendimento  non formale all’interno  di un laboratorio teatrale?

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Step by Step… attraverso mini-obiettivi fino all’obiettivo finale

SIMONA PACILETTI: Torniamo alla consapevolezza e allo spirito critico. Credo che siano elementi non facili da interiorizzare, anche da adulti. Proprio per questo è importante che noi formatori, in quanto facilitatori, aiutiamo i nostri discenti in questo tortuoso sviluppo. È, infatti, fondamentale, supportare chi apprende nell’analisi dei risultati ottenuti, incoraggiando la consapevolezza dei miglioramenti.

La psicologia mi ha insegnato a valutare i traguardi “Step by Step”. Sono solita effettuare una valutazione iniziale, una intermedia e una finale, proprio per avere una percezione realistica dei passi avanti e poter lavorare sulle rotte più complesse da gestire.

Questa metodologia credo sia molto utile anche per i miei allievi, in quanto la consapevolezza di portare a termini dei mini-obiettivi li stimola ad andare avanti e a fare sempre meglio. È un incentivo importante per potenziare le energie e spronare chi invece non sta prendendo abbastanza risorse dalla formazione.

Solitamente, per monitorare questi aspetti, mi servo di gruppi semi-strutturati in cui ci si confronta sui punti di forza e di debolezza di ognuno, riflettendo su se stessi e sugli altri. Io li chiamo “gruppi di riconoscimento”, perché ci si riconosce obiettivi, difficoltà, traguardi, condividendoli con il gruppo di lavoro. È, ovviamente, importante aver costruito un ambiente di fiducia, non giudicante e ricco di motivazioni intrinseche.

Un altro strumento che utilizzo sono i questionari, che modifico ad hoc per i vari corsi, in base ai componenti. A mio avviso, è così che si riesce a sviluppare autostima, autoefficacia percepita, autonomia e determinazione. Tutto questo, grazie ad un laboratorio teatrale.. e alla forza dell’apprendimento!

... cercare, riconoscere, afferrare, trattenere e alla fine lasciarlo andare...

ELEONORA CECCONI: Anch’io condivido  lo stesso metodo  “Step by Step”, soprattutto nell’autovalutazione. Spesso, finiti i seminari o gli incontri chiedo ai partecipanti di darsi un voto da 0 a 10. Siamo cresciuti nell’ottica che ci sia sempre qualcun altro a valutarci.  A partire dall’ambiente scolastico  fino all’ambito lavorativo, c’è sempre qualcuno che valuta il nostro operato o il nostro sapere.  Abituarsi a  auto-valutarsi per scoprire  “quanto valiamo”  è fondamentale, sempre che ci sia una piena autoconsapevolezza. In ambito teatrale  è necessario saper riconoscere  “la verità” – l’autenticità-   che riguardi  un gesto, una parola, un’azione o un semplice sguardo. Quando una cosa è vera si vede. Punto.

Nel mio piccolo, cerco sempre di chiedere prima agli allievi  se quello che hanno fatto durante un’esercitazione lo hanno sentito vero o meno.  Se l’hanno sentito vero gli chiedo di ricordarlo perché potrebbe servigli quando meno se lo aspettano. I passaggi sono: cercare, riconoscere, afferrare, trattenere e alla fine lasciarlo andare. Puoi dire la frase più bella del mondo ma se non ci credi, nessuno ci crede. Pensateci: quando vi raccontano una storia ciò che vi cattura è l’impressione che la stiate vivendo anche voi quella storia.  Per far sì che ciò avvenga bisogna che chi racconta stia “dentro” la storia. Quindi, per concludere, penso che se si vuol valutare il lavoro degli altri bisogna anzitutto imparare a saper valutare, in “modo veritiero”, il proprio lavoro.