Matheus e Ilva. Storie di Persone, Storie di Migranti

Storie di Vita, Storie di Migranti... sull’emigrazione italiana all’estero.

a cura di MARISA PERUZZO   (agosto 2022)

Mi piace trasmettere e condividere momenti, esperienze, avvenimenti, che catturano il mio interesse, che incidono sul mio stato d’animo ed emotivo, che ritengo validi storicamente, pertanto degni di valorizzazione. Geapolis mi permette di farlo attraverso la pubblicazione del racconto della storia vera che ha destato in me tanto interesse e profonda emozione.

Empatia, interiorità e silenzio sono cardini essenziali della mia vita, forze pulsanti che muovono la scrittura e permettono la realizzazione di un’opera. Certamente la scrittura permette di ritrovare se stessi, di entrare nelle sfere più segrete e profonde dell’animo. Attraverso la scrittura è possibile, inoltre, agevolare, modificare e perfezionare i rapporti interpersonali. (Marisa Peruzzo)

DA MATTEO A MATHEUS …. DAL VENETO AL BRASILE. VIAGGIO  DI ANDATA E RITORNO

Con Marisa Peruzzo, Matheus Benini e Ilva Gava si raccontano 

Qualche anno fa mia figlia mi parlava di un suo collega, un ragazzo brasiliano di nome Matheus; me lo descriveva come una persona impegnata, disponibile, socievole e simpatica.

Mi è stato possibile conoscere Matheus Benini personalmente, poco tempo dopo, quando è venuto a risiedere a Piazzola sul Brenta, assieme alla sua compagna Marizete, nell’appartamento attiguo a quello di nostra figlia Claudia.

Fin da subito sono stata incuriosita dal suo cognome perché per nulla affine all’idioma brasiliano, quindi gli ho chiesto delucidazioni.

Matheus si è dimostrato entusiasta di poter soddisfare il mio desiderio e immediatamente ha iniziato a raccontare.

Matheus Benini con la compagna Marizete

Agosto 2022 a Piazzola sul Brenta. Marisa Peruzzo con la famiglia Benini 

MATHEUS SI RACCONTA ...“Ora che vivo in Italia desidero approfondire e fare chiarezza, per quanto mi sarà possibile, sulle vicende che riguardano la mia famiglia di origine. Mamma Ilva mi è stata di aiuto fornendomi informazioni in suo possesso, in particolare, tratte da un manoscritto di Maximo Benini, sacerdote in Brasile, il quale, in lingua portoghese, riporta alcune memorie della famiglia.”

La testimonianza di Matheus dimostra come il sentimento di appartenenza sia qualcosa di intimo, viscerale, profondo. La sua é una storia familiare di migrazione, un storia di viaggio con un biglietto di andata e ritorno.

Attualmente, Matheus risiede a Piazzola sul Brenta in provincia di Padova.

È chef consulente commerciale in un’azienda del padovano che produce griglie per la ristorazione.

Il suo lavoro gli richiede frequenti spostamenti per recarsi nelle regioni del Centro-Sud d’Italia, isole comprese e all’estero: Spagna, Portogallo, Brasile.

“Le mie radici affondano in Italia e più precisamente in Veneto. Gli antenati Benini provengono dalla provincia di Belluno, da Cesiomaggiore un comune nella zona del feltrino. Per la verità, il mio trisavolo Matteo Benini, figlio di genitori sconosciuti, era nato a Venezia, dove è registrato con i medesimi nome e cognome. In seguito alla probabile adozione è stato trasferito a Cesiomaggiore, Belluno”.

Mentre parla, Matheus, digita velocemente sul suo cellulare e poi mi mostra l’immagine …

“Ora che vivo in Italia desidero approfondire e fare chiarezza, per quanto mi sarà possibile, sulle vicende che riguardano la mia famiglia di origine. Mamma Ilva mi è stata di aiuto fornendomi informazioni in suo possesso, in particolare, tratte da un manoscritto di Maximo Benini, sacerdote in Brasile, il quale, in lingua portoghese, riporta alcune memorie della famiglia.”

Dal manoscritto sono riuscito  a ripercorre il viaggio di  Matteo Benini, il bisnonno del mio papà.  Nel 1876 partì da Cesiomaggiore (Belluno), diretto  al porto di Genova per migrare in Brasile, con la moglie Giovanna De Paoli,  i piccoli figli e poco denaro in tasca.

Non possediamo testimonianze in merito, ma è possibile supporre che, per affrontare il lungo tragitto,  fino al porto di Genova, nella zona del bellunese si sia formata una carovana di carri trainati da animali da soma carichi di masserizie e di persone.

Giunti al porto di Genova, come da consuetudine,  l’attesa per la partenza è stata lunga. Così Matteo,  per la sopravvivenza sua e della famiglia al seguito,  fu costretto  a prestarsi a svolgere lavori saltuari; dovette anche vendere e barattare tanti oggetti personali, oltre che  necessari,  spesso carichi di ricordi ed emozioni  intime e care. Finalmente,  nel 1877  giunse l’ora dell’imbarco.

Durante la permanenza a Genova, nella baracca-rifugio che li ospitava durante la lunga attesa, Giovanna De Paoli aveva partorito una bambina, ma non avevano avuto il tempo per procurarle il passaporto. Così i giovani genitori, Matteo e Giovanna nascosero la loro neonata dentro una cassa, tipo baule, dove rimase per tutto il tempo della durata del tragitto, fino all’arrivo a Porto Alegro-RS- Brasile.

La bambina, venne  chiamata Rosalia. Decise di abbracciare gli ordini monastici con il nome di  Amelia.  A Pintobandeira (Brasile), Suor Amelia è stata la fondatrice di un convento di monache della congregazione S. José. La sua longevità le ha permesso di commemorare i cento anni dell’immigrazione italiana in Brasile dato che è vissuta, conservando la sua  lucidità di mente, fino a 109 anni.

Mia mamma, Ilva Gava, ricorda spesso suor Amelia perché è stata lei a decidere il mio nome prima che nascessi. Conserva di lei un ricordo intenso e riconoscente. Subito dopo aver conosciuto mio papà Agostinho, già durante il periodo del fidanzamento,  con suor Amelia aveva iniziato un assiduo scambio epistolare. Tutt’ora conserva gelosamente, tutte quelle  lettere.

Anche se le  rispettive residenze non distavano molto l’una dall’altra, tuttavia, non era loro consentito incontrarsi. Il motivo?  Non possedevano mezzi di trasporto, né potevano comunicare tramite telefono. Perciò  preferivano mantenersi in contatto tramite la corrispondenza.

Tra gli aneddoti più belli tramandati in famiglia quello che più mi riguarda da vicino!

Appena sposati, i miei genitori, assieme ai nonni paterni, si recarono a far visita a suor Amelia. Appena vide mia mamma  esclamò: “ Ilva, sei incinta!” “No!” le risponde la mamma. “Invece sì, stai aspettando un maschietto al quale darai il nome di mio papà, Matteo!” La mamma trascorsi alcuni giorni aveva effettivamente scoperto di aspettare un bambino.

Molti gli immigrati  giunti a Porto Alegro dall’Italia. Tutti, ma proprio tutti, hanno conservato il ricordo del giorno del loro arrivo in questo “luogo” a loro estraneo, con un clima caldo,  e dove si parlava una lingua diversa, a loro sconosciuta e incomprensibile.

Gli italiani che arrivavano  venivano raggruppati  all’interno di “baracconi” dove erano sottoposti ad una prima ispezione igienica e medica. Successivamente, venivano registrati,  destinati ai quartieri  e si procedeva  all’assegnazione della terra che avrebbero dovuto lavorare, riscattabile in dieci anni.

Tutte queste operazioni avvennero in tempi piuttosto lunghi. Nel caso della famiglia di Matteo Benini la procedura si protrasse per più di un mese, nel corso del quale dormivano per terra accanto ai loro bagagli.  Essi contenevano oggetti sacri della loro religione, arnesi per il lavoro, vestiti, documenti, medicinali e stoviglie.

Il mio trisavolo Matteo, insieme alla moglie Giovanna e  con un gruppo di altri immigrati italiani vennero destinati ad una città chiamata Montenegro. I bimbini, le donne e gli anziani affrontarono il viaggio con i cavalli, mentre gli altri seguivano a piedi. Matteo e Giovanna avevano due bimbi piccoli dentro le ceste in groppa ai cavalli; una volta fermato il convoglio per riposare, li trovano morti dal caldo e dagli stenti. Non appena avuta la possibilità di avvicinarsi ad una casa chiesero ai proprietari il permesso di scavare una buca e lì, in terra, furono sepolti.

Poi durante il viaggio ognuno prese la sua destinazione. I fratelli cristiani vennero dislocati

alcuni a Forrameco, a Nova Milano, e altri parenti di Giovanna De Paoli a Conde  d’eu-Garibaldi  (Conte Garibaldi).

La famiglia Benini. Mamma e papà di Agostinho, con gli 11 figli, circa 50 anni fa

Matteo Benini venne destinato al quartiere n. 56 a Nova Trento,  e altri in Nova Roma. Nel terreno che gli venne assegnato, iniziò subito con una piantagione di caffè con quattro chilogrammi di semi.

Poi con la tecnica della rotazione, proseguì con  altre piantagioni, alternando patate, riso e canna da zucchero. Nei primi tempi  abitarono in una casa di legno con il tetto di paglia. Matteo, che era anche un eccellente  muratore, decise di realizzare una recinzione  in muratura (alta un metro e mezzo) intorno a due ettari di terreno.

Quella che segue è la composizione della famiglia Benini, integrata da qualche aneddoto.

Un tratto singolare della famiglia Benini  sono le vocazioni religiose, ben sette.  Giuseppe figlio di Matteo, Rosalia-Suor Amelia figlia di Matteo, fondatrice della congregazione S.José, Maximo figlio di Giovanni, Gentil Domingo e Reinaldo,  e una monaca figlia  di Vittorio, suor Teresa, figlia di Matteo nella congregazione S. José. Tutti i sacerdoti erano gesuiti e operavano in varie città, come missionari, nella congregazione Maristas.

E finalmente ritorniamo ai nostri giorni!!!! Agostino e Ilva, sono i miei genitori.  Attualmente vivono a Bento Gonçalves, nel Rio Grande, nel Sud del Brasile, dove io e mia sorella Bruna siamo nati. Ora entrambe viviamo in Italia. 

Bento Gonçalves è  una città  con 125 mila abitanti, capoluogo dell’uva e del vino, in mezzo a valli e colline verdeggianti. È il  principale  centro produttivo  di uva e di vino, una città  talmente importante per la viticoltura che, in centro, di fronte al Comune, c’è  la “Fontana del Vino” e anche  vino che sgorga da un rubinetto. Tutto questo costruito con il sudore dei nostri connazionali immigrati e che lì si sono stabiliti. Una città  con più  di 150 cantine di vino, che ogni anno ospita la più  importante Festa del vino: Fenavinho. Santo patrono della città: Sant’Antonio da Padova.

DA PIAZZOLA SUL BRENTA A BENTO GONÇALVES… FILO DIRETTO. ILVA, LA MAMMA DI MATHEUS BENINI SI RACCONTA

IL TACCUINO DI VIAGGIO DI ILVA GAVA BENINI. Piazzola sul Brenta, 22/8/2022

Io sono Ilva Gava Benini, mamma di Matheus e di Bruna Benini. Sono  nata nel 1954 nel distretto della città di Guaporé, Rio Grande Do Sol, in Brasile. Sono sposata con Agostinho Benini  da 43 anni. Mio nonno era originario di Godega Sant’Urbano, Treviso, sposato con Maria Donatti di Trento. Non mi è stato possibile conoscerli, ma sento dentro di me il desiderio di sapere come erano e da dove provenivano. Purtroppo non c’è più nessuno che mi possa dare informazioni al riguardo.

Ilva Gava  con il marito Agostinho Benini  e i figli Matheus  e Bruna davanti la loro casa in Bento Gonçalves  nel Rio Grande del Sud, Brasile.

Questo amore per i miei discendenti, per il loro territorio di origine lo ho trasmesso ai miei figli, tanto é vero che hanno compiuto il percorso inverso dei bisnonni e ora abitano entrambi in Italia.

Mentre scrivo sono qui in vacanza con i figli e mi sento commossa nel pensare e nel mettere per iscritto tutto ciò. Stiamo visitando molti luoghi e incontrando tante persone e io provo continuamente una sensazione assai strana, mi sembra di avere già visto e conosciuto tutto, eppure è per me la prima volta!

Agosto 2022. La famiglia Benini  in visita al  Sacrario Militare di Cima Grappa

Agosto 2022. Ilva Gava con il marito Agostino Benini  e il figlio Matheus  a Venezia

Agosto 2022. Ilva Gava con il marito Agostinho Benini e il figlio Matheus insieme a Marizete a Venezia

Mi piace la vita, la natura. Mi piace osservare il cielo, considerare che nella vita, a volte, non può essere come noi vogliamo, ciò nonostante non possiamo esimerci dall’avere sogni e desideri. Ci sono momenti altalenanti , a volte piacevoli, a volte meno, che contribuiscono a renderci più forti, che ci fanno capire che non bisogna mollare mai, ma guardare sempre avanti. Devo dire che la fede mi ha dato tanta forza per proseguire. So che tutto è passeggero, dico anche che le sofferenze lasciano tracce che non si possono né dimenticare né cancellare. Mi ritengo una vincitrice perché nella mia vita ho vinto una battaglia, perciò ringrazierò Dio per sempre. Amo la mia famiglia, i miei figli e il marito sono la ragione di tutto. Mi risulta un po’ difficile parlare di me stessa, preferirei che lo facessero altri, che le persone che mi conoscono esponessero le loro considerazioni  su come sono e come agisco.

Mi piacciono i lavori artigianali: dipingere quadri, legno, vetro, ceramica, produrre creazioni con carta, cartone, gesso, tessuto e soprattutto dipingere a olio, ad acquerello e con colori acrilici. Mi piace la musica. Altre mie passioni sono il giardinaggio e la cura della persona e della casa, mi sento realizzata quando noto che tutto è pulito e in ordine. Quando avevo nove o dieci anni confezionavo ciabatte  di panno di lana (Chinelos) utilizzando una macchina da cucire che azionavo con una manovella, ho imparato a fare la catenella con l’uncinetto e il lavoro a ferri e ho frequentato un corso di ricamo.

A dipingere ho iniziato autonomamente, osservando ciò che era esposto nelle vetrine, poi a casa riproducevo quello che avevo visto. Ho pure iniziato a seguire un piccolo corso, ma poiché era molto costoso non l’ho proseguito.

Le creazioni artigianali di ILVA

Mio papà, Lodovico Gava, nato nel 1899, è morto il 30/9/1956 a cinquantasette anni. Ricordo poco di lui perché avevo solo due anni quando ci è venuto a mancare. Mia mamma ha allevato sette figli da sola, occupata in attività agricole. All’età di otto, nove anni io l’aiutavo a lavorare in casa e nella fattoria, tutti i giorni portavo il latte nelle abitazioni della zona e contemporaneamente studiavo. Sono laureata in amministrazione. Eravamo in sette fratelli: due maschi e cinque femmine. I due maschi sono già morti, uno a ventiquattro anni in un incidente con il camion. La femmina, che era la prima nata è morta a sette anni travolta da un camion. Doveva ricevere la prima Comunione. La mamma si era recata a prendere mia sorella a scuola. Era  incinta di me di tre mesi, teneva in braccio il mio fratellino piccolo che aveva portato per un controllo all’ospedale e in mano un pacco con il vestito della Comunione per mia sorella, la quale vedendola si era messa a correre, assieme ad alcune sue compagne, ansiosa di vedere il suo nuovo abito di Comunione. Nell’attraversare la strada le si è sfilato un sandaletto ed è caduta al sopraggiungere di un camion,  che l’ha investita uccidendola.

Ilva Gava bambina

Ilva Gava adolescente

la giovinezza di Ilva 

La vita non è stata facile né per la mamma né per noi figli, non è stato semplice andare avanti da soli senza la figura paterna. Però non ci mancava nulla...

La vita non è stata facile né per la mamma né per noi figli, non è stato semplice andare avanti da soli senza la figura paterna. Però non ci mancava nulla; avevamo latte con il quale facevamo anche il formaggio, maiali e salami, si coltivava l’orto e avevamo produzione di frutta.  Piantavamo un lungo palo e lo rivestivamo o di paglia o di fieno per formare un bel pagliaio contenente riserve di foraggio per il bestiame per l’inverno. La mamma per racimolare del denaro utile alla famiglia scorticava i fusti delle piante di un tipo acacia, metteva a seccare la corteccia così ricavata per poi venderla a una ditta che la utilizzava per produrre cuoio artificiale usato per confezionare borse e calzature. Siamo stati allevati e cresciuti con poco, ma si possedeva abbastanza per essere felici. Mamma Angelina Tomiozzo Gava, nata il 25 Gennaio 1919 è morta a ottant’anni e mezzo il 16 Giugno 1999.

I ricordi di scuola…

Ilva a 19 anni, ai tempi del  fidanzamento con Agostinho

Settembre 2022. Ilva nella sua casa di Bento Gonçalves

Mi piace la vita, la natura. Mi piace osservare il cielo, considerare che nella vita, a volte, non può essere come noi vogliamo, ciò nonostante non possiamo esimerci dall’avere sogni e desideri. Ci sono momenti altalenanti, a volte piacevoli, a volte meno, che contribuiscono a renderci più forti, che ci fanno capire che non bisogna mollare mai, ma guardare sempre avanti.

Io penso che nella vita tutto è passeggero, sia i momenti belli che quelli brutti, così pure i dolori credo che non debbano durare. Mi sto accorgendo che i giorni passano volando; ciò che importa è che dobbiamo vivere senza troppe preoccupazioni, senza invidia, senza rabbia, ma essere sereni. Io sono felice di stare con i miei figli: uno a destra, uno a sinistra accanto a me. Li amo allo stesso modo, intensamente. Quando sono giunti alla maggiore età ho detto loro: “Adesso siete maggiorenni, fino ad ora io rispondevo per voi, da questo momento dovete pensare a ciò che fate, responsabili di ogni vostra azione. Vi voglio dire che vi amo e che sarete sempre nel mio cuore”. Io penso così… Ho dieci nipoti figli dei miei fratelli: otto femmine e due maschi. Matheus e Bruna non hanno figli. Se diventassi nonna sarei ben disposta ad accudire con amore i miei nipotini.

Ilva Gava Benini

Piazzola sul Brenta, 22/8/2022

Con Marisa Peruzzo alcune  provocazioni  per andare oltre…

Mentre ascolto attentamente il racconto di Matheus e Ilva la mia mente compie voli pindarici, il mio pensiero si posa, di volta in volta, come in un cortometraggio sull’immagine geografica di Cesiomaggiore, su come poteva essere, nella seconda metà del 1800, quel villaggio sperduto in una zona collinare priva di risorse, come, d’altronde, una moltitudine di altre realtà simili disseminate nel territorio italiano.

Possiamo immaginare la forte valenza esercitata sulle aspettative di vita degli abitanti di quei luoghi nell’apprendere che il Brasile offre tanto “ben di Dio”, come veniva divulgato dal documento sopra riportato.

Penso pure agli immigrati attuali che arrivano in Italia e in Europa sperando di trovare qui l’eldorado. Noto, però, una differenza sostanziale: il Brasile invitava, prometteva, qui, ora invece, ciò non avviene.

Ho davanti a me la visione di una quantità di misere persone di ogni età nei lunghi ed estenuanti percorsi a piedi, su carri, in nave. Partono portandosi appresso i valori principali: gli affetti più cari, moglie e figli, la fede, qualche oggetto o immagine simbolica, il lavoro, arnesi, forza fisica, impegno e volontà tenaci. Soprattutto quest’ultimo, il lavoro, la sua energia e determinazione sono i cardini che sostengono Matteo Benini nel duro percorso intrapreso, su cui poggia l’esistenza sua e di tutta la famiglia.

Monumento agli immigrati (Piazza  Aquiles Mincarromi, Bento Gonçalves– Brasile)

Scaturisce spontaneo un confronto rapportato alla realtà e al contesto sociale attuale. Sono valori che ancora caratterizzano la nostra società? Si ritrova ancora oggi una forte resistenza allo sforzo, ai disagi e al superamento delle difficoltà? O piuttosto si preferisce relegare ad altri ogni gravoso sforzo che ci competerebbe e lasciarsi andare di fronte alle difficoltà? Adagiarsi sugli allori è una neo-locuzione, sconosciuta nel 1800? Rimane aperta la considerazione sul confronto relativo a fede e affetti. Sono valori che ancora caratterizzano il nostro attuale contesto sociale? Ilva, Matheus ed io abbiamo avviato un’ulteriore questione: la numerosità della figliolanza.  Gli antenati Benini vivevano di duro lavoro, di sforzi e di stenti; l’arrivo di un figlio, secondo noi, comportava ulteriore aggravio, ciò nonostante mettono al mondo tanti figli: sette, nove, undici… Al giorno d’oggi, in cui il tenore di vita è completamente migliorato  sia in Italia che in Brasile, si osserva un’inversione di tendenza: uno, due, al massimo tre figli per ogni coppia di genitori. Serve il parere di esperti in scienze sociali e/o in antropologia culturale per chiarire la diatriba. Sulla numerosità di religiosi presenti nella famiglia Benini ci siamo dati una spiegazione. Entrare a far parte di un ordine religioso poteva offrire doppia garanzia: arricchimento culturale  tramite la frequenza di un corso di studi  e “la pagnotta assicurata” con il superamento della povertà tramite le elemosine, per esempio.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Membra stanche (1904; olio su tela, 127 x 164 cm; Collezione privata)

Abbiamo, inoltre, riflettuto sul nome Agapito ( o Agabito), poco usuale in Italia e men che meno in Brasile, considerata la sua derivazione dal greco Agapetós, giunto in italiano tramite il latino Agapétus o Agapítus con il significato di “amato”, “desiderato”, “diletto”, “amabile”. Molto probabilmente Matteo non era a conoscenza di tutto ciò, ma sappiamo che a Cesiomaggiore, suo paese di provenienza, esisteva e c’è tutt’ora un tempietto, un capitello, una via dedicati a questo Santo. Ecco, dunque la spiegazione! Matteo e Giovanna si trovano in Brasile, ma non si è estinto in loro il ricordo della zona di origine, così come ben conservano il ricordo del capitello di Sant’Agapito. Attribuire ad un  figlio questo nome, oltre che un significato religioso, è una garanzia di attaccamento alla terra lontana che hanno lasciato. È un vincolo che li lega a Cesiomaggiore, all’Italia tanto lontana. Infine una considerazione sul pronostico di suor Amelia, rivelatore della gravidanza e del futuro nascituro: un gioco delle probabilità azzeccato! Un solo desiderio, giunta ormai alla conclusione della sua esistenza, tanto, troppo intenso: mantenere in vita quell’albero che aveva ricevuto la primaria energia vitale dal suo papà Matteo. La gravidanza di Ilva rimaneva l’unico appiglio, la sola possibilità. Il legame con le proprie origini, con i propri usi costumi e tradizioni, con la propria identità è insito nella natura dell’individuo.

Nel concludere faccio mie le parole del cardinale africano Robert Sarah: “Bisogna fare di tutto perché gli uomini possano restare nei Paesi che li hanno visti nascere”. Ieri come oggi,  i migranti con il loro lavoro, la loro capacità di sacrificio, la loro giovinezza hanno arricchito e  arricchiscono le comunità che li accolgono. Ma questo contributo potrebbe essere più grande se valorizzato e sostenuto attraverso programmi mirati anche nei paesi di partenza.  E’ importante riflettere sulle cause dei flussi migratori e sulle forme di violenza che spingono a partire verso altri paesi,  conflitti,  ingiusta distribuzione delle ricchezze… Questione complessa e attualissima…

 

Marisa Peruzzo

Piazzola sul Brenta, 21/8/2022.

Domenico Ghidoni, Emigranti (1891; bronzo, fusione del 1921, 127 x 180 x 93 cm; Brescia, Museo di Santa Giulia)

gli Emigranti di Ghidoni volevano far emergere il dramma di chi lasciava la propria terra, e ottennero un buon successo all’esposizione di Brera, riportando anche la vittoria di un premio. L’artista aveva concepito l’opera già nel 1887: soggetto della sua scultura sono una mamma con la figlia adolescente, sedute (e già sfinite: la ragazzina si è addormentata) in attesa della partenza. Con gesto affettuoso la madre accarezza la figlia, ma lo sguardo è pensieroso, probabilmente già rivolto alle difficoltà della traversata transoceanica, o all’ansia per ciò che le attenderà nel nuovo mondo. I plausi della critica furono unanimi: “chi guarda la figura di donna modellata dal Ghidoni”, scrisse il critico Pompeo Bettini, “pensa al poema della povertà coraggiosa. Con atto di protezione stanca ma risoluta, quella donna veglia una adolescente che le dorme vicino in posa naturalissima di stanchezza, come chi, pur essendo nel tempo dei primi vezzi, già conosce le fatiche.