Con Giovanni Casellato… l’ARTE del dettaglio

LABORATORIO VIRTUALE  FIVE SENSES ART GALLERY – SCULTURA & DESIGN

Conversazione con

l’architetto-artista Giovanni CASELLATO 

La nostra è una conoscenza che potrei definire parziale dato che personalmente non ci siamo mai incontrati. Il tutto è iniziato il giorno in cui, dovendo decidere il tipo di immagine da apporre sulla copertina del mio primo libro “ UNA LUNGA STORIA”, mentre percorrevo il tratto di strada che, a Piazzola sul Brenta, fiancheggia la Roggia Contarina antistante villa Camerini, sono stata attratta dall’opera di Giovanni Casellato ‘LIFE IS A MOVIE’. Prima ancora di leggere il titolo e il nome dell’autore, nell’ammirarla, mi  sono fatta l’idea dello svolgersi di una lunga storia, come in un cortometraggio ed esattamente attinente al contenuto del mio libro. Non mi restava che scattare qualche foto e chiedere all’autore l’autorizzazione a pubblicarla.

Da qui le nostre comunicazioni avvengono  tramite telefono e per iscritto con l’auspicio di un futuro prossimo incontro…

Per presentare GIOVANNI CASELLATO attraverso una breve biografia  potresti esporre il tuo percorso formativo e professionale?

 Mi sono laureato in architettura a Venezia e da lì mi sono reso conto della mia passione per il dettaglio. Quando mi indicavano un edificio dicendo: “Guarda che bel bulding”, io ho sempre guardato l’attacco della grondaia piuttosto  che il vetro  della finestra o le finiture in generale.

Fin da ragazzo, in estate, sia per guadagnare qualcosa, ma soprattutto per capire le potenzialità dei vari tipi di lavoro, dei diversi utensili e attrezzi e di certi macchinari ho fatto lavori artigianali: per due anni il falegname, poi mi sono recato a stampare scarponi da sci, per un anno. Qui il lavoro che svolgevo era orribile, ma mi ha fatto apprendere le peculiarità degli stampi a iniezione, un insegnamento, questo, che magari la scuola non forniva!

Poi ho lavorato in vari studi. Dopo la laurea, a mia insaputa, era stata presentata domanda di ammissione a un concorso, presentando foto di progetti di design di mia creazione; accolta e convocato avevo risposto che si trattava di un errore e che non ero io la persona in questione… Presto, fatta chiarezza, sono stato assunto al salone del mobile di Milano, con il compito di progettare elementi di arredo legati al mondo del design.

Da lì passiamo alla nascita di mio figlio, avvenuta ventidue anni fa, quando, per la gioia ho creato degli aquiloni in acciaio, grandi cinque metri, che si muovono con l’aria, quindi volano! Vedendoli e apprezzando la loro bellezza una gallerista mi propose di metterli in vendita. Poi ho realizzato altre opere, fino alla nascita di nostra figlia, quando, per l’occasione, ho costruito una barchetta in ferro come quelle che si fanno con la carta, naturalmente in foglia oro, perché era la femmina, quindi l’ADORATA , questo il suo nome.

È iniziato così il mio lavoro di scultore, che continuo a svolgere e che mi ha offerto la fortuna di essere stato invitato in parecchi luoghi interessanti, un’opportunità, questa, che mi ha permesso di muovermi, di conoscere culture diverse e di attingere dalle persone più disparate.”

 Se dovessi scegliere tre opere che meglio esprimono il divenire del tuo percorso artistico ( valori, temi, idee) quali soggetti proporresti?

Fatico a scegliere tre opere perché ognuna ha una sua storia ed è per me parimenti importante. Ogni oggetto che ho fatto ha alla base una motivazione , è il frutto del trasferire un’esperienza in un volume.

Se proprio devo scegliere comincerei con il SUFI, nato dalla cultura islamica del sofismo. Da appassionato della filosofia delle religioni, una che ha comunque origine islamica, è il sofismo di Rumi. Nei suoi scritti è presente un messaggio di pace e di amore che ho sempre adorato. Appassionandomi a questa filosofia ho provato a trasferirla in scultura e mi ha portato fortuna perché mi ha condotto in Medio Oriente.

Altra scultura di cui posso parlare sono le ANIME, che sono delle figure antropomorfe , nate dall’esigenza di provare a mettere in tridimensionale il concetto di anima. Per farlo sono partito dai sassi del Piave, che sono scivolosi, il classico sasso che lanci per farlo rimbalzare sull’acqua. Allungandosi questi sassi hanno preso delle forme, che ognuno riconosce in modo diverso: la donna incinta, la coppia, che sono due anime verticali che si sfiorano, ma sono indipendenti. Non fanno spalla l’una con l’atra, ma vanno in verticale nella stessa direzione, nel medesimo verso.

Poi ci sarebbe il GOMITOLO , che nel periodo 2008 rappresenta un momento difficile della mia vita. È introspettivo perché la confusione del nastro arrotolato rappresenta il mio sentire di quel periodo.

Altra figura che potrei annoverare sono le TRE POSTURE, LE TRE FIGURE DELLA MADDALENA, che come figura femminile ho sempre studiata e adorata: a volte intesa come meretrice, altre come santa, e finalmente ad essere riconosciuta  l’apostola degli apostoli, perché testimone sia della morte che della resurrezione di Cristo.

Anche in questo caso ho provato a trasferire in tre posture la figura della Maddalena rifacendomi a quel matrimonio che avviene con Dio durante la consacrazione dei religiosi. Le suore e i preti nell’abbracciare l’ordine religioso assumono quattro posture scomode: quella verticale leggermente inclinata in avanti, l’inginocchiata, ma inclinata su un fianco, a novanta gradi. Infine ci sarebbe l’ultima in cui sono completamente distesi a terra, in piena remissione a Dio, ma quest’ultima  mi destava troppa impressione, quindi non l’ho usata, limitandomi a TRE MARIE.

Dopo tre anni di dedizione in cui non riuscivo a interpretarle sono partito dal vuoto di identità di questa donna, la Maddalena, e ho lavorato sui drappi, sul vestito per dieci giorni e dieci notti di continuo, dei quali non ricordo nulla. Solo all’undicesimo giorno mi ero reso conto di ciò che avevo fatto.

Queste tre, quindi: il SUFI, le ANIME, la MADDALENA, in stile più accademico, sono le tre opere che vorrei annoverare.

Di solito cambio e sfrutto i temi per confrontarli con tecniche diverse. A volte i galleristi mi dicono: “Non sei riconoscibile perché cambi.” Io ho sempre risposto: “Quando sarò vecchio troverò lo stile che mi piace e andrò avanti con quello, ma ho ancora bisogno di sperimentare, quindi ogni volta cambio.”

In questo periodo  in cui dominano le nuove tecnologie ha senso parlare di sinergia tra arte e cultura? Può essere importante promuovere percorsi  e approfondimenti dedicati all’arte? Cosa significa per te partecipazione culturale  e formazione estetica?

 L’Arte è Cultura. L’Italia è famosa nel mondo per l’arte e per l’artigianato. Le capacità manuali dei nostri italiani, l’apertura , la voglia e l’entusiasmo di imparare di fare e di sperimentare nuove tecniche ci ha resi famosi nel mondo. L’arte, intesa come pittura, scultura, fotografia, ma anche cucina, che si manifesta nel settore enogastronomico molto in voga oggi, espressa attraverso i rispettivi linguaggi, fa bene alla cultura, la arricchisce, la caratterizza. Il messaggio dell’Arte  è proprio importante, soprattutto per merito di certi artisti contemporanei che sono precursori del tempo e riflettono il periodo storico.

Sicuramente siamo in un periodo buio, ma lo era anche quarant’anni fa, per non parlare di quelli in cui ci siamo trovati coinvolti in guerre. Ci sono sempre periodi bui, ma come spesso capita quando si parla di politica e ci lamentiamo che è pieno di brutte persone, senza ammettere che ci sono altrettante belle persone in giro, solo che, magari, sono più silenziose. Di solito l’aggressività e la negatività sono urlate. Quindi bisogna anche guardare il bello perché aiuta a scemare l’atteggiamento di aggressività. L’arte può fare bene, perché la bellezza ha sempre fatto bene. Il guaio è che noi siamo talmente abituati alla bellezza che non ce ne rendiamo conto; viviamo in un contesto straordinario, perché l’Italia è piena di arte e nel mondo, spesso, siamo considerati stupidi perché non ci rendiamo conto delle bellezze che ci circondano: dal territorio all’arte in genere.

Gli stranieri, che non sono abituati alla bellezza, quando vengono qui si stupiscono; noi, purtroppo, non ci rediamo conto delle fortune che possediamo, di quanto possiamo godere con gli occhi. Quindi la cultura fa bene, ne siamo contaminati e dobbiamo contaminare per espanderla.

Qualche giorno fa, un amico collezionista, amante dell’arte e collaboratore alla biennale di Venezia, mi diceva che si era trovato con una decina di artisti stranieri di tutto il mondo. Chiaramente si sentiva qualche commento riferito al momento in cui stiamo vivendo, ma quando si era iniziato a parlare d’Arte la serenità ha cominciato a imperare: non esistevano più differenze di stato, di nazionalità, di luogo, di colore. In questo contesto predominava l’Arte e la bellezza curava tutti i mali. Perché l’Arte unisce.

A proposito di partecipazione culturale e fruizione inclusiva dell’arte, quali sono state le iniziative culturali, mostre, collaborazioni tra artisti, pubblicazioni, conferenze, che hanno segnato e caratterizzato il tuo percorso artistico?

È chiaro che uno cresce con tutte le esperienze che fa, quindi diventa difficile raccontare in due parole gli eventi e le partecipazioni che mi hanno maggiormente caratterizzato. Nel mio lavoro mi trovo a operare da solo in senso fisico e potrebbe sembrare caratterizzato da individualismo, in realtà non lo è perché ciò che faccio è sempre influenzato da altre persone, esperte nei vari materiali, con le quali collaboro. I progetti quindi avvengono a più mani, con il contributo di più teste ed è questo che aiuta a crescere. Il risultato finale mi porta ad essere critico e consapevole di aver appreso qualcosa di nuovo grazie al lavoro svolto in equipe.

Accolgo di buon grado l’invito a partecipare a conferenze per illustrare qualche tematica a studenti universitari, di scuole superiori e anche elementari. Con gli alunni delle elementari ho condotto laboratori, in sicurezza, nei quali a ciascuno veniva concesso di manipolare, toccare, sporcarsi e cercare di copiare qualche semplice elemento prodotto dalle mie mani. Posso dire che per loro è stata un’esperienza fantastica.

Vorrei riferire, inoltre, di un episodio, che mi ha fortemente impressionato e vissuto in occasione di un concorso presso la Grande Moschea di Roma, che mi ha visto vincitore  su cinquantasette concorrenti di altrettante nazionalità.

Mi sono trovato a lavorare per un mese e mezzo in un luogo molto particolare con bambini di sei-sette anni, ragazzini di strada assunti settimanalmente a due euro al giorno, potevano avere la mamma, ma non il papà. Incapaci di esprimersi linguisticamente recepivano il fischio come chiamata, il calcio come espulsione; non potevi abbracciarli perché si impaurivano dato che non avevano mai sperimentato l’abbraccio. I più piccoli, piegando il loro corpo, fungevano da cavalletto ai più grandi che saldavano e provocavano delle ustioni su quei teneri corpi. I saldatori, dell’età di circa vent’anni, remunerati con cinque euro alla settimana, erano già padri di due o tre figli. Vivendo con questi ragazzini avevo capito che la loro intelligenza era assai scarsa; esecutori per ripetizione di ciò che avevano imparato tre anni prima, non riuscivano a fare altro di diverso perché sostenevano che era impossibile.

Avvertivo, però, la loro fiducia e, un pochino alla volta, ho iniziato a lavorare con loro nel ritagliare degli aquiloni, poi costruiti e disposti su dei pannelli ricoperti di sabbia.. ( L’aquilone è un oggetto che amo molto perché si trova in tutte le culture ed è divertente sapere che riesce a volare solo per merito di un filo che si tira in senso contrario!)

 Giunto il momento di congedarmi da loro, da questi bambini che prima non riuscivano , alla fine mi avevano condotto in una stanza riempita completamente da aquiloni fatti da loro! Inoltre, per ringraziarmi,  mi avevano regalato patatine chips acquistate dopo aver fatto una colletta. Io per loro ero MISTER JO, ZIO CANON. Per salutarmi, in coro gridavano: “ MISTER JO!” “ZIO CANON!”

Il nomignolo mi era derivato dal fatto che solitamente quando non riesco a trovare qualcosa esclamo sempre: “Mah, zio canon! Dove l’ho messo?”

Con questo loro comportamento euforico avevano fatto allibire pure l’ingegnere organizzatore. Sono questi i valori, le soddisfazioni che ti restano dentro e, anche se sono trascorsi sei anni, non passa settimana che mi vengano in mente o lo racconti a qualcuno. Il mio lavoro mi offre la possibilità di vivere certe emozioni particolari e per questo mi ritengo privilegiato.

Come architetto e come artista ti senti toccato e coinvolto anche dalla responsabilità culturale, sociale e civile dell’Arte? In che modo? Hai iniziative in programma per i prossimi mesi?”

Credo di sì che un artista abbia una responsabilità intellettuale su quello che fa perché, comunque, è un linguaggio con il quale trasferisci un messaggio e, come tale, le “ parolacce” non vanno dette. Io ho sempre accompagnato i miei figli a mostre e musei come fosse una normalità.

In una mostra collettiva dove, invitato da un gallerista, mi ero recato con mia figlia, che allora aveva cinque anni, mi sono imbattuto in un’opera che mostrava un bambolotto con delle lame conficcate dalle quali fuoriusciva sangue finto. Mia figlia molto addolorata si era messa a piangere, chiedendomi: “Perché papà?”. Tra l’altro quel bambolotto era molto simile al suo. Con lei mi sono recato dall’autore e gli ho chiesto di chiedere scusa alla mia bambina e fatto notare la sua responsabilità nei confronti del pubblico, magari per sfogare qualcosa di personale… Avrebbe dovuto sconsigliare la visita ai bambini. Poi preso il bambolotto ci siamo recati in farmacia a comperare dell’alcool e dei cerotti; tolte le lame pulito il sangue e chiesto scusa al bambolotto per conto di quel signore cattivo, che, tra l’altro, sarà ancora infuriato con me! Mia figlia, comunque, si era dimostrata orgogliosa di me! Sono convinto e credo nella responsabilità di ogni linguaggio.

Personalmente non ho velleità particolari di insegnare nulla a nessuno, ma quello che faccio è frutto delle mie esperienze.

Credo che l’Arte debba essere fine a se stessa, senza aver bisogno d’altro per spiegarlo.

Il mio prossimo progetto avrà come tema la maschera, idea scaturita in seguito alla partecipazione ad una mostra di pittura dove esponeva una pittrice che servendosi di veli cercava di coprire dei nudi per niente erotici. Con il coinvolgimento mio, della medesima pittrice e di un amico fotografo e psicologo abbiamo voluto esprimere con le nostre diverse tipologie  di linguaggi  artistici il concetto di maschera. Da qui è scaturita una commedia in prossima rappresentazione. Quindi verrà attuato un qualcosa di sociale, che, come di solito succede con parole, frasi, canzoni, stimolerà curiosità, che, facendo leva su dei vissuti personali, aiuterà a far pace con certi argomenti, che, magari attendono di essere acquietati. ”

Tenendo conto anche del titolo del nostro laboratorio virtuale FIVE SENSES ART GALLERY, vogliamo provare a tracciare esempi di atteggiamenti che possono aiutare a diventare più recettivi, per visitare con maggior consapevolezza una mostra d’arte, famigliarizzare con il linguaggio delle arti visive e …perché no? Magari decidersi di frequentare un corso di scultura, pittura o provare da autodidatta a realizzare la propria opera?

È importante riuscire a far leva sulla cultura, ma questa è una questione di educazione. L’esperienza vissuta con i miei figli è stata quella di rendere normale l’Arte. Nè mia moglie, né io siamo mai stati interessati a che i nostri figli diventassero degli artisti.

Certe cose fanno bene per osmosi anche se non ne siamo consapevoli. È importante avere un senso critico  per quello che ci piace. Non esiste un giusto o sbagliato. Poco è oggettivo: Michelangelo, Caravaggio …., ma per quanto riguarda gli artisti contemporanei non esiste oggettività,  piuttosto un fattore di emozione, di sensazione. Importante è conseguire un giudizio, un gusto personale, come per la musica. Più ingredienti abbiamo tanto più elevata è la possibilità di scegliere e capire ciò che ci piace.

Vogliamo analizzare l’interiorità dell’artista?  La luce, il silenzio, la solitudine, l’empatia…Quali sono le risonanze  di queste parole nelle tue opere  e in che modo caratterizzano la tua personalità di artista?

Sono tutte parole molto importanti. La solitudine non fa per me: io sono un essere che ama stare in gruppo , con tutti in empatia, assorbire da tutti.

L’EMPATIA… l’artista sa mettersi nei panni dell’altro quando…quali sono le risonanze di queste parole nelle tue opere  e in che modo caratterizzano la tua personalità di artista?

 Si può imparare da tutti in modo insospettabile. L’empatia nasce dalla curiosità di entrare nella stessa frequenza di altre persone. Facendo l’architetto ho sperimentato situazioni di empatia con le persone più svariate, dalle più umili alle più colte. Spesso i manovali risultano, per esperienza, essere enciclopedie non scritte che si tramandano da generazione in generazione, ma purtroppo questo lo stiamo perdendo! Si impara quando si è nella stessa frequenza.

INTERIORITÀ DELL’ARTISTA… le radici e le ali…memorie di luoghi, di persone e di comunità che rimangono dentro…Quali sono le risonanze di queste parole nelle tue opere e in che modo caratterizzano la tua personalità di artista?

Ogni oggetto fatto, ogni scultura nasce da una parte interiore. I temi che mi hanno sempre interessato sono stati quelli relativi al gioco, all’infanzia, a qualcosa di positivo come la mia ricerca spirituale. Da lì sono scaturite delle domande e poi dalle risposte che mi dovevo hanno avuto origine dei volumi che sono poi diventati sculture.

Questo procedere è avvenuto per tutte, completamente tutte! Dalle sculture delle MADDALENE alla CANZONE DI MARINELLA che ho dedicato a mia mamma, donna raccolta dal fiume.

LE SCARPINE DI CARLOTTA raccontano la storia di una ragazza, promettente danzatrice, che ha dovuto smettere a causa di problematiche derivate da anoressia. Grazie alla mia opera ha potuto sciogliere il tabù psicologico preesistente e rimettersi a danzare fino a diventare campionessa di danza moderna a squadre. Questo grazie all’Arte!

Qualsiasi tema nasce da un’esperienza di ricerca interiore, che poi viene trasferita in un volume. Non parlo di risoluzione di un problema perché certe problematiche non troveranno mai una soluzione. Però l’analisi profonda tendente a trasferire la situazione  in un altro linguaggio, diventa una consapevolezza diversa, un oggetto d’arte, una scultura.

Lo stesso posso dire per quella famosa bobina, quel LIFE IS A MOVIE. La vita è un film, nasce proprio da un momento  di particolare euforia che stavo vivendo. La vita è un film sono passaggi, sono esperienze ed è diventata una scultura dove ognuno legge quello che crede, gli arriva quello che sente in base al proprio bagaglio esperienziale. È un’opera fine a se stessa, priva di metafore particolari. È esclusivamente una conseguenza del mio stato d’animo trasformatosi in volume tridimensionale.”

In copertina: Life is a movie di Giovanni CASELLATO.  Opera pubblicata in occasione del Festival del cinema di Roma. Esposta per Giffoni Film Festival, Asolo Art film festival e presso Piazzola sul Brenta (PD). 

Per andare oltre...