Caro Ennio…
Caro Ennio, i tuoi dipinti e la tua poesia, fanno parte della mia vita e della mia famiglia, più che testimoni preziosi, sono “opere aperte”, opere che ci “interrogano” e che spingono il mio cuore e la mia mente verso movimenti opposti ma complementari.
Un movimento dolce, intimo e centripeto verso i cari ricordi, verso mia madre Silvana, dolce tua amica e compaesana, verso la cara Arlena con i nonni e la mia infanzia, verso la Maremma, verso Piero Lanzetta, fine pittore e amico tuo fraterno, verso le serate in rima e in allegria, verso quella sala della Provincia di Viterbo dove mi ritrovasti ragazza e in cui gioisti per me e perché mio padre acquistò il tuo intero capolavoro, il polittico “Guerra del Golfo” che ora è tra le mie mura…
L’altro movimento, invece, è un baleno, forte e centrifugo che mi sbalza altrove, in un altro tempo, quello atavico del mito.
Del mito, l’arte di Ennio De Santis è intrisa, vive nel mito, è il mito tout court. Mitici sono i protagonisti della sua arte: tori, montoni, pecore, cavalli, che come figure del mito, infatti, vivono molte vite e molte morti. Mitico il paesaggio. Mitici i colori: gli splendidi colori primari, il rosso, il blu, il giallo, che ci rimandano alle passioni primordiali, agli istinti vitali, ai sentimenti diretti, all’uomo, alla donna, ad un hic et nunc… Ma poi c’è il viola, l’autentico colore del mito, un colore carico di passione, di forza, di pensiero, di riflessione, il colore della spiritualità, del sacro, il colore che ci rimanda al divino.
L’arte di Ennio mi ha sempre affascinata e sempre affascinerà il fruitore, lo spettatore, perché è un racconto mitico che non annienta il presente anzi lo con-sacra ancorandolo a quel lontano passato che ci interessa ed affascina perché parla proprio di noi, di me e di te, di noi come amanti, di noi come uomini e donne da sempre immersi in un “orizzonte di senso” che cerchiamo di percepire come totalità ma dall’interno della società, della comunità. E te, con i tuoi versi e col pennello, sei riuscito a saltare più in alto e a carpire quella sfuggente totalità/universalità che solo l’arte può comunicare.
Ennio, dunque, ci parla dell’uomo. Ma l’uomo di Ennio De Santis non è il vir romano: i suoi tori, così vitali, rimandano sempre all’elemento femminile, all’alterità che è donna ma anche assenza, anche morte, anche homo/humus.
L’uomo di Ennio De Santis è humus, è terra, è vita, è l’uomo che viene dalla donna/terra sinuosa che lui canta, che lui ama, è l’uomo/grano/toro che muore nella terra da cui rinasce la vita; la terra della vita e della vite, la terra della semina, dell’attesa, della morte e della rinascita, dei misteri che da Eleusi conducono all’Etruria, alla nostra Tuscia. Caro Ennio, quante cose dovevamo ancora fare, alcune dette, altre solo accennate… Un brindisi al Musichiere, alla sua arte, alla sua allegria, alla sua amicizia.
Melissa Filesi (Vasanello)