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CONFIDENZE: A COLLOQUIO CON LA POESIA
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CONFIDENZE: A COLLOQUIO CON LA POESIA
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VERSO UNA MENTALITÁ POETICA
Percorsi virtuali a cura di Paola PAMPALONI
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Chi ha avuto modo di scorrere i contributi apparsi nella rubrica online La porta della poesia, dal 2025 ai primi mesi del 2026, ha potuto facilmente intenderne lo scopo: quello di aprire alla considerazione della poesia come via per una più appagante ricerca ed espressione di sé.
Siamo felici di poter dire che l’esito degli incontri, di cui agli abstract, ha superato le aspettative; ha infatti favorito l’instaurarsi tra i partecipanti di un clima di confidenza rassicurante ma soprattutto foriero di suggerimenti in ordine al taglio degli incontri a seguire.
In particolare dall’ultimo, intitolato La poesia è esercizio maieutico, sono scaturiti i seguenti interrogativi, l’uno dalla valenza metaforica, l’altro fortemente realistico: di che colore è la poesia e da dove scaturisce l’arcobaleno del poeta? la poesia può farci vivere meglio la quotidianità ovvero ci rende più fragili?
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@ DI CHE COLORE É LA POESIA
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Il primo quesito mi ha rimandato inevitabilmente agli scritti di Michel Pastoureau, classe 1947, vivente, storico, saggista e antropologo francese.
Mi ero imbattuta anni addietro ne Il piccolo libro dei colori che acquistai, lasciandolo poi languire sullo scaffale dei dimenticati. Recentemente, decisa a soddisfare il desiderio, da sempre sentito ma scarsamente soddisfatto, di avvicinarmi alla pittura, lo recuperai. Si tratta di un’opera di piccolo formato: un centinaio di pagine circa in cui, tramite un’intervista a Pastoureau, il giornalista Dominique Simonnet redige un’efficace sintesi delle sue ricerche. Già edite in altri volumi, esse studiano l’evoluzione della simbologia e dell’uso dei colori in Europa, dal Medioevo ai giorni nostri.
Dato per scontato che i colori, avendo a che fare con le percezioni ed i gusti, veicolano le nostre emozioni, vien da sé che in poesia essi abbiano un posto tutt’altro che trascurabile. Ma come si presentano? Pare evidente: in primo luogo tramite le parole che li indicano e che rinveniamo anche nei testi dei grandi autori che andremo ad interpellare.
Inizieremo con Sylvia Plath, poetessa statunitense, morta suicida nel 1963 all’età di 31 anni cui, nonostante il suo stato di sbigottimento interiore, la natura, coi suoi colori, profumi, suggestioni, ebbe modo di offrire momenti di sollievo. Ne troviamo traccia in un testo struggente che esprime le impressioni riportate in seguito ad una visita ai propri terreni. Così Sylvia si rivolge a sé stessa.
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LETTERA IN NOVEMBRE
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Amore, il mondo
d’un tratto volge, muta colore.
La luce del lampione
alle nove di mattina
si frange
oltre ai baccelli coda-di-topo del laburno.
È l’Artico,
questo piccolo cerchio nero,
con le sue erbe
di seta fulve –
capelli di neonato.
C’è un verde nell’aria,
tenero, delizioso.
Mi protegge amorosamente.
Sono arrossata e calda.
Credo quasi di essere enorme.
Sono stupidamente felice,
i miei stivali di gomma
sciaguattano
su e giù
nel rosso stupendo.
Questa è la mia proprietà.
Due volte al giorno
la percorro,
annusando
il barbaro agrifoglio
con i suoi smerli verdeazzurri,
ferro puro,
e il muro
di antichi cadaveri.
Li amo.
Li amo
come storia.
Le mele sono dorate, pensa –
I miei settanta alberi
che reggono
i loro globi rosso oro
in una densa e grigia zuppa di morte,
i loro milioni
di foglie d’oro metalliche
che trattengono il fiato.
O amore, o casto.
Nessuno eccetto me
cammina in questo bagnato
che arriva alla cintura.
Gli insostituibili ori
sanguinano e scuriscono,
le bocche delle Termopoli.
(Traduzione di Anna Ravano)
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Abbiamo visto nominare in questo testo il rosso, il nero, il verde, l’oro, il grigiore denso e mortifero della nebbia. Nell’introduzione che sintetizza, ne Il piccolo libro dei colori, il capitolo dedicato al rosso leggiamo:
“…il rosso è un colore orgoglioso, pieno d’ambizione e assetato di potere, un colore che vuole essere visto e che è ben deciso ad imporsi sugli altri. A dispetto di tanta insolenza, il suo passato non è stato tanto glorioso. Esiste una faccia nascosta del rosso, un cattivo rosso (così come si dice cattivo sangue) che nel corso del tempo ha provocato molti danni, con un brutto retaggio pieno di violenze e di furori, di delitti e di peccati. Diffidatene: questo colore nasconde la sua doppiezza. È affascinante e bruciante come le fiamme di Satana.
Ambivalente dunque il rosso, come d’altronde altri colori che, nel corso della storia, hanno avuto modo di mutare camaleonticamente il proprio significato d’uso.
Quanto all’oro, stando agli studi di Pastoureau, esso ha contribuito nei secoli, in alcune culture, alla svalutazione del giallo. È stato utilizzato per rappresentare di volta in volta la sacralità, l’immortalità, la liturgia, il potere assoluto, quello politico ed economico, lo status sociale ma anche la mercificazione, la vanità, l’apparenza, l’illusione. Dunque anche l’oro è carico di un’ambivalenza che nel testo di Plath esibisce in modo non solo eclatante ma straziante: Gli insostituibili ori/ sanguinano e scuriscono/le bocche delle Termopoli.
I bellissimi frutti e le foglie dei meli nel suo amato frutteto, infatti, a novembre si arrossano, si avviano alla marcescenza così da trasformare la bellezza dell’insieme in un campo di battaglia quale quello che vede impegnata la stessa poetessa nella lotta contro i propri fantasmi. Non passa inosservato, d’altro canto, quel sanguinano che suggerisce come la rappresentazione di un colore possa passare anche attraverso un verbo.
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Ma continuiamo a scorrazzare tra gli scritti di Pastoureau per dedicarci al verde.
Che pizza! Tutto si è dato al verde: zone verdi, numeri verdi, benzina verde, treni verdi, partito dei Verdi… Anche i cassonetti della spazzatura, diventati di questo colore che dovrebbero evocare la natura e la pulizia. Basta, basta così! Il simbolo è troppo bello per essere vero e faremmo meglio a diffidarne perché, contrariamente alle apparenze, il verde non è un colore onesto. È un volpone che, da che mondo è mondo, ha sempre nascosto il proprio gioco, un furfante responsabile di molti brutti tiri, un ipocrita che ama le acque torbide, un colore pericoloso la cui vera natura è l’instabilità! Cosa che, tutto sommato, corrisponde assai bene alla nostra epoca inquieta.
E siamo al grigio che, nella poesia di Sylvia, avvolge ogni barlume (I miei settanta alberi/che reggono/i loro globi rosso oro/in una densa e grigia zuppa di morte).
Nemmeno il grigio, afferma Pastoureau, evoca la tristezza, la malinconia, il tedio, la vecchiaia (si tratta di associazioni ovvie); ma in un’epoca in cui la vecchiaia non era così deprezzata, rimandava al contrario alla saggezza, alla pienezza, alla conoscenza. Ne ha serbato l’idea d’intelligenza (la materia grigia).
Che meraviglia amici, che analogie! Dite, potremo più pronunciare il nome d’un colore senza sentirci letteralmente aggrediti dal suo potente simbolismo? Potremo più declamare il verde melograno dai bei vermigli fior, di carducciana ispirazione, senza pensare ad un verde che rappresenta la vita ma anche il lividore della morte? Potremo più parlare di un rosso vermiglione senza pensare al rossore delle gote di un bimbo dopo una corsa a perdifiato ma anche al sanguinare del cuore di un genitore di fronte alla sua scomparsa?
Naturalmente non si può esaurire così l’avvicinamento a Sylvia Plath; auspichiamo piuttosto che, per chi non l’avesse ancora fatto, inizi in tal modo, perché la lettura dei suoi testi, che ci conduce attraverso i pertugi di un’interiorità combattuta tra la luce ed il buio, evidenzia una personalità poetica profondamente umana e presente a se stessa non meno che raffinata e tagliente.
Ma proseguiamo il nostro itinerario per incontrare, con l’obiettivo sempre volto al colore, un altro grande, Camillo Sbarbaro (1888-1967): ligure, scrittore, aforista, classificatore e catalogatore di licheni noto a livello internazionale, uno dei maggiori poeti del ‘900.
Nonostante il male di un vivere apatico, vicino allo spleen di Beaudelaire, l’angoscia e le trasgressioni di cui fu preda, giacché l’indifferenza morale fu per il nostro il mezzo per obliare il passato, le inquietudini, i pregiudizi, perfino la propria identità, egli non maledice d’esser nato ma intravede anche nei sentimenti più penosi una certa qual fonte di gioia.
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IL MIO CUORE SI GONFIA PER TE TERRA
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Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
Io mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.
@ DA DOVE SCATURISCE L’ARCOBALENO DEL POETA?
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Appare chiaro come Sbarbaro ci offra l’occasione per introdurci ad altri modi di utilizzare i colori in poesia, quello attraverso degli oggetti che, benché in seguito ad un processo di stereotipizzazione, essi richiamano: il sole, l’erba, la terra, la nuvola.
La medesima funzione svolgono le aggettivazioni, già incontrate nell’arrossata di Sylvia Plath, che incontreremo nell’acceso del prossimo componimento di Sbarbaro, così come i complementi di materia presenti nel d’oro di entrambi.
Ma il seguente testo ci consente altresì di suturare il mondo dei colori col senso del poetare, come dall’iniziale domanda: la poesia può farci vivere meglio la quotidianità ovvero ci rende più fragili?
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LA BAMBINA CHE VA SOTTO GLI ALBERI
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La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada: ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
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Anche qui l’oro ed il rosso o comunque un colore vivo, non nominato ma implicito, si manifestano rispettivamente come simboli positivi di ricchezza e gioia di vivere e tuttavia caduchi, confermando la duplice simbologia dei colori. Ma, come anticipato, ci interessa, di questo testo, anche l’affermazione che l’unica consolazione alla perdita dei beni della fanciullezza è la felicità data dalle parole, il che detto da Sbarbaro, scettico e pessimista per molta parte della vita, invita a contarci.
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Analogamente si esprime la statunitense Emily Elizabeth Dickinson (1830 – 1886), ritenuta tra i migliori lirici del XIX secolo, che paragona le parole dei poeti a lampade, scintille, luci, soli, semi, germogli, frutti, fiori.
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ACCENDERE UNA LAMPADA
Accendere una lampada
Accendere una lampada e sparire
Questo fanno i poeti
Ma le scintille che hanno ravvivato
Se vivida è la luce
Durano come i soli
Ogni epoca una lente
Che dissemina
La loro circonferenza
(Traduzione di Marisa Bulgheroni)
e ancora..
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QUESTO É UN GERMOGLIO DEL CERVELLO
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Questo è un germoglio del cervello –
piccolo seme in corsivo – deposto
dal caso o da precisa volontà –
che lo spirito ha fruttificato –
Timido come il vento
nelle sue stanze, agile come lingua
di torrente, perché segreto fiore
dell’anima matura.
Pochi, quando lo trovano, gioiscono
lo porta a casa il saggio
curando attento il luogo
se venga un altro fiore.
Quando si perde, è quel giorno
il funerale di Dio,
sopra il suo petto un’anima che muore
è il fiore di nostro Signore.
(Traduzione di Silvio Raffo)
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.Pare insomma di poter affermare che anche qualora la poesia esprima stati di infelicità non è la fonte della nostra malinconia o dei nostri disordini mentali.
Essa è semmai l’espressione senza peccato di una condizione esistenziale; non solo ma pare trarre origine da uno scarto tra il reale e un ideale di cui sentiamo la mancanza e alla cui realizzazione tendiamo più o meno drammaticamente, insomma, paradossalmente, dalla speranza.
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Alla ricerca di conferme in questo senso, facciamo ancora una brevissima incursione tra le opere di un’altra grande poetessa, Antonia Pozzi, fotografa ed alpinista appassionata, nata a Milano nel 1912 e morta anch’ella suicida a soli 26 anni; un’altra donna, sì, perché in un’epoca in cui la donna lotta ancora per il riconoscimento della propria fisionomia sostanziale e giuridica vogliamo celebrarne il valore umano ed intellettuale. Ecco dunque esplodere anche nei suoi testi quella Gioia di cantare che è senza dubbio anche da intendersi come gioia del poetare.
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ACQUA ALPINA
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Gioia di cantare come te, torrente;
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d’essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo;
d’aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci.”
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Ma torniamo per un attimo ai colori poiché non vogliamo trascurarne uno in particolare. Nel testo appena riportato compare ripetutamente il bianco dei ciottoli e, benché non nominato, dei ghiacci il cui morso conferma ancora una volta l’ambivalenza suggerita da Pastoureau. Né ci sfugge la citazione implicita del giallo, del viola, del verde, del blu ovvero del nero che ci vengono restituiti dal sole, dalle viole, dal pascolo e dalla notte.
Ma che ci raccontano del bianco Simonnet e Pastoureau: Questo colore è forse il più antico, il più fidato, quello che da sempre è investito dei simboli più forti, più universali e che ci parla dell’essenziale: la vita, la morte, e forse – è questo il motivo per cui ce l’abbiamo tanto con lui? – anche un po’ della nostra innocenza perduta…Il bianco della morte e del sudario si ricongiunge al bianco dell’innocenza e della culla. Come se il ciclo della vita cominciasse nel bianco, passasse per svariati colori, e si concludesse col bianco (d’altronde, in Asia come in parte dell’Africa il bianco è il colore del lutto).
Certo non si può affermare che il poeta sia sempre consapevole dell’uso che fa del colore. Se così fosse la sua spontaneità lascerebbe il posto ad una studiato intento intellettuale. È vero piuttosto che l’atto poetico proviene dal profondo ove certi archetipi agiscono a nostra insaputa.
Avviandoci al termine della nostra riflessione e lasciando a ciascuno ulteriori approfondimenti, vogliamo ancora godere di un fugace incontro con Sergej Aleksandrovič Esenin, poeta russo (1895-1925). Della sua breve esistenza ci basti ricordare che fu contraddistinta non solo dalla dipendenza dall’alcol ma da un suicidio peraltro discusso perché in odor di GPU.
Nella sua poesia i colori colpiscono prepotentemente la nostra immaginazione anche quandanche non nominati; confortano perché evocano ricordi, suggestioni, affetti familiari, la serena aspirazione ad un mondo altro.
Anche nel testo che segue, come in quello di Antonia Pozzi, il canto è assimilabile alla poesia ma soprattutto è consolazione e condivisione quale quelle che aleggiano nel nostro gruppo di lavoro dove, preme sottolinearlo, la riflessione sulla tecnica non intende mai sopravanzare il valore dell’ispirazione, il rispetto dei vissuti personali e dello stile di ciascuno, il legame empatico che origina dall’ascolto profondo.
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VENTI, VENTI, O VENTI DI NEVE
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Venti, venti, o venti di neve.
Coprite la mia vita passata.
Voglio essere un chiaro adolescente
O un fiorellino sull’orlo del prato.
Voglio alla fistula (flauto) del pastor
Per me e per tutti morire,
Campanelle stellate sugli orecchi
Dissemina la neve della sera.
Buono è il suo trillo luminoso,
quando il dolore affonda nella furia.
Vorrei essere allora come l’albero
Che sta ritto su un ponte sulla via.
Vorrei sotto gli sbuffi dei cavalli
Abbracciarmi al cespuglio vicino,
Ma sollevate, o zampe della luna,
la mia tristezza in cielo come un secchio
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ALLA SORELLA SURA
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Cantami la canzone di un tempo,
quella che ci cantava la nostra vecchia madre
T’ascolterò, lo giuro,
Senza rimpiangere le speranze perdute.
Canta per me, e al suono
Di quel dolce motivo
Può darsi che chiuda gli occhi
Come per rivedere i contorni del caro viso.
Canta, e sarò felice
Di non essere stato solo ad amare
Il cancello del nostro giardino in autunno,
Le foglie gialle del sorbo.
Se tu canti e io rivivo il passato
Non avrò più disgusto né tristezza
Ma tanta gioia: eccola nostra madre,
Sento le sue galline che raspano alla porta.
E indistruttibile è il ricordo delle betulle
Familiari, nella rugiada o nella nebbia
Belle con le loro trecce d’ oro
E la veste di lino bianco.
Per questo il mio cuore s’intenerisce
Mentre bevo e ti ascolto:
Perfino tu mi sembri una bianca betulla
Che si alza sotto le finestre della nostra casa.
(Traduzione di Curzia Ferrari)
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Ecco, dunque, tra il tripudio dei colori, il giallo del sorbo, il verde delle betulle, il bianco delle stesse e del lino, il grigiore della nebbia, l’oro delle trecce, la conferma cui aspiravamo: il cantami che prospetta quel po’ di felicità che la vita ha destinato a ciascuno.
È, in definitiva, lo stesso cantami una ninnananna che il bimbo chiede alla mamma per affrontare la notte oscura, il Cantami omerico che fa appello al cielo, luogo dei desideri, ove dimorano le stelle, fari guida del nostro cammino terreno.
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Con questo concludiamo il nostro cammino, peraltro sempre troppo breve perché, per chi ama la poesia, inoltrarsi nelle sue pieghe non è mai sufficiente e tantomeno esauriente, passibile com’è di tutti gli sviluppi di cui sa arricchirli la nostra curiosità o, per meglio dire, la nostra sete.
E per chiudere desidero lasciarmi andare ad un’affermazione che qualcuno potrebbe a ragione ritenere apodittica ma che in tutta sincerità mi perdono.
La poesia, senso profondo dell’esistere, nasce con la vita e i suoi colori e ancor prima della parola con cui si fa pensiero ed espressione dell’umano. È dunque vita essa stessa né causa del suo perpetuarsi o del suo estinguersi ma luogo senza peccato del suo svelarsi.
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CONFIDENZE… A COLLOQUIO CON LA POESIA (work in progress)
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