Non c’erano locali di svago. Tranne la sala cinematografica, la cui presenza era un vantaggio sui paesi contermini, il tempo libero si trascorreva al bar, in passeggiate fuori porta soprattutto la domenica, o nelle cantine che abbondavano. Era un’epoca in cui cantavano un po’ tutti: pastori e contadini cantavano le ottave improvvisate o quelle di Tasso e Ariosto; canticchiavano le casalinghe mentre sfaccendavano, canticchiavano gli artigiani lavorando alacremente, cantavamo noi giovani. Non stupiva perciò percorrendo i vicoli sentire di tra gli usci socchiusi, canti di singoli o comitive. Pure il gruppo di amici di cui facevo parte, non era esente dal ritrovarsi qualche volta in cantina: si vagheggiava il futuro, si commentavano le prime “cotte”, poi inevitabilmente tra un bicchiere e l’altro, si finiva per cantare. Il timbro della mia voce da baritenore, faceva sì che fossi sempre io a dare il “la”per cominciare. “Oh Dio del cielo”,” Monte Canino” “La tradotta”, “Il testamento del capitano” “Piemontesina” erano alcune delle canzoni più vocalizzate perché si prestavano a canti di gruppo. Le domeniche pomeriggio erano dedicate al passeggio che si sviluppava in lunghe “vasche” fuori porta, in cui ragazzi e ragazze camminavano in formazioni separate. Sembravamo appartenere a due mondi diversi, come se non ci fosse possibilità di argomenti condivisibili di cui parlare. Era il retaggio ereditato fin dalle elementari dove vigeva la separazione delle classi maschili e femminili. Specchio della ristrettezza mentale dell’epoca.