FIRMINA “Piccolo viaggio” ( Prima parte)

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

Ogni diritto è riservato all’autore.  Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.

Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com

Leggi oppure ascolta la storia 

Breve introduzione dell'autore

Il lavoro che svolgo mi consente di disporre di molto tempo e di avere un costante contatto con il pubblico. Della mia attività è proprio questo l’aspetto che preferisco. La percentuale maggiore dei miei clienti sono donne e ho scoperto il piacere delle semplici conversazioni tra persone dello stesso sesso: a volte chiacchiere inutili, a volte inaspettate confessioni che capita di fare a persone che istintivamente ispirano fiducia o addirittura ad estranei dei quali, appunto perché tali, non si teme l’eventuale giudizio. Una donna è la protagonista della storia che segue e che fa parte di una serie di piccole confidenze femminili. Non ci sono eroi, non ci sono fatti eclatanti,  niente e nessuno è stato cambiato da quanto raccontato. Ho deciso di riportare solamente un fatto, più o meno, come mi è stato narrato, aggiungendo qualcosa e togliendo qualcos’altro, perché nella semplicità della donna protagonista di questo che io chiamo “piccolo viaggio”,  ho trovato delle perle di saggezza e di sensibilità che ho cristallizzato nella mia mente man mano che mi raccontava la storia della sua vita che ovviamente è proseguita ben oltre la parentesi oggetto del mio breve racconto. I nomi dei protagonisti e i luoghi dove si sono svolti i fatti, sono stati cambiati.

PRIMA PARTE- A BOLOGNA DEVO CAMBIARE

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

“A Bologna devo cambiare… a Bologna devo cambiare…” Era questo che mi ripetevo continuamente mentre, la faccia rivolta al finestrino del treno in corsa,  cercavo di vedere al volo i segnali con i nomi di ogni stazione, cosa, tra l’altro, perfettamente inutile visto che, purtroppo, non sapevo né leggere né scrivere.

Quando passò il conduttore per il controllo dei biglietti gli chiesi subito: “Scusi signore, quanto manca per Bologna?” Mi guardò appena e rispose: “ Siamo appena partiti da Orte, signora… mancano ancora un paio d’ore e mezza… buone…”. Guardai immediatamente l’orologio che avevo al polso per controllare l’ora e stabilire perciò l’orario di arrivo e, soprattutto, per evitare di chiedere continuamente.

Il treno sul quale mi trovavo veniva da Napoli. Lo scompartimento a sei posti era completo e c’era gente anche lungo lo stretto corridoio. Io, con Silvia sulle ginocchia, mi trovavo nel posto di mezzo, contrario al senso di marcia, tra una bella signora sulla cinquantina ed un uomo piuttosto robusto di circa sessanta anni con delle scarpe marroni pulitissime. Davanti, vicino al finestrino sedeva un signore di mezz’età, uno di città, molto ben vestito, con una naturalezza di modi che non hanno certo gli uomini dalla mie parti che si vestono bene solo la domenica e che quando, lavati e sbarbati, indossano l’abito blu e la camicia bianca fresca di bucato e di stiro, ti accorgi da lontano un chilometro che sono dei contadini “vestiti a festa”: esattamente come l’uomo piuttosto anziano che sedeva sul posto lato corridoio: le mani nodose e grandi rivelavano un passato di operaio, contadino oppure muratore,  aveva insomma qualcosa dei nostri uomini che era impossibile non notare accanto agli altri che sembravano cittadini, impiegati…

In mezzo, proprio di fronte a me, era seduto un altro uomo, un signore che leggeva il  giornale e con una penna in mano segnava qualcosa qua e là sulle pagine del quotidiano. I grandi fogli di carta lo nascondevano quasi completamente alla mia vista e solo quando li abbassò un pochino per girare pagina notai che era abbastanza giovane, più o meno sulla quarantina, con una bella sciarpa  che si intonava perfettamente alla giacca a quadri che indossava.

Quando, tirandomi dietro la bambina, ero entrata nello scompartimento avevo immediatamente percepito un senso di ostilità da parte della signora vicina al finestrino che per farci posto aveva dovuto togliere dal sedile la borsa che, con un po’ di diffidenza, aveva poi infilato fra sé ed il finestrino ed un altro pacchetto che aveva appoggiato invece su un piccolo ripiano estraibile di colore grigio chiaro.

Anche quello che leggeva il giornale aveva ritirato le gambe che prima teneva comodamente allungate. Entrando, io avevo appena accennato un timido “Buongiorno” al quale solo il signore anziano aveva risposto. Nessuno mi aveva degnato di uno sguardo. La signora, invece, mi aveva squadrato da capo a piedi.

Avevo preso la valigia marrone e avevo cercato di infilarla sotto le gambe ma il signore anziano si era alzato, mi aveva sorriso, aveva aspettato che io avessi ricambiato  ed aveva sistemato la valigia nella retina del portabagagli sopra i sedili. Io, pur preoccupata di non riuscire a tirarla giù da sola quando fossi arrivata, se qualcuno non mi avesse aiutato, avevo accennato un timido ringraziamento ed un piccolo cenno del capo.

Silvia non parlava, mi si era seduta sulle ginocchia e si guardava intorno incuriosita ed allo stesso tempo intimidita da tutte quelle persone che non aveva mai visto prima. Chissà, forse era anche stupita che nessuno le rivolgesse la parola o le facesse i complimenti come quando uscivamo insieme per le strade del mio paese dove tutti, soprattutto le donne, hanno quel modo semplice ma così signorile di rivolgerti la parola, di fare un complimento ad un bambino, di chiederti notizie di te, della tua famiglia…

Il treno aveva cominciato a rallentare e si cominciavano a vedere le prime case di una città. Io guardai subito l’orologio: non potevamo essere arrivati, non erano ancora trascorse due ore  ma per sicurezza chiesi al signore anziano, l’unico che mi stesse guardando: “Scusi, siamo arrivati a Bologna?” “No, no signora, stia tranquilla, io scendo alla stazione precedente, lei deve scendere a quella successiva, circa sette, otto minuti dopo,… stia tranquilla, non può sbagliare! Scusi, lei dove è diretta?” “A Milano. Mi hanno detto che a Bologna devo cambiare perché questo treno va a Venezia.” “E’ vero! Se non porta ritardo ce n’è uno per Milano dopo dieci minuti altrimenti deve aspettare un’oretta prima che ci sia un’altra coincidenza. Generalmente però si fa in tempo, non si preoccupi !”  Lo ringraziai e dentro di me lo benedissi per la gentilezza e finalmente mi rilassai. Neanche Silvia mi pesava più sulle gambe… Da quel momento in poi comincia a pregare Dio che il treno non portasse ritardo: primo perché saremmo dovute rimanere un’ora alla stazione di Bologna, a fare cosa? Secondo perché saremmo arrivate troppo tardi a Milano: era la prima volta che ci andavo ed arrivarci di sera tardi avrebbe ulteriormente complicato la situazione… Iole non mi aspettava, non sapeva nemmeno che saremmo arrivate, d’altronde, come avrei potuto avvertirla? Come saremmo giunte a casa sua? Poi, un lampo: avremmo preso un taxi come, una volta, ci aveva scritto Fiorella la sorella minore, quella sì che capiva! L’indirizzo? Già l’indirizzo ce lo dovevo avere da qualche parte dentro la borsa, lo avrei cercato quando fossi stata sul treno per Milano.  “ Dio mio ti ringrazio! Fa che vada tutto bene!”

Intanto Silvia cominciava ad agitarsi: “ Mamma ho fame, voglio la pasta!” La signora al mio fianco aveva aperto il pacchetto che aveva appoggiato sul ripiano grigio di fronte a lei ed aveva tirato fuori un piccolo recipiente di plastica bianca colmo di pennette al ragù e le stava mangiando con una forchettina di plastica pure quella bianca. A questo punto il signore anziano mi guardò, si alzò, salutò con un “Arrivederci” poi: “Signora, si ricordi la prossima è la sua! Buon proseguimento!” Feci appena in tempo a ringraziarlo di nuovo che uscì veloce dallo scompartimento. Cinque minuti! Presi Silvia e la misi in piedi sulla porta, poi mi sollevai sulle punte per prendere la valigia dal portabagagli ma era troppo alto per me. Sollevandomi sulle punte dei piedi ed in equilibrio precario, riuscii ad agganciare con la mano la maniglia senza poterla afferrare bene. La valigia mi precipitò letteralmente addosso colpendo di striscio la signora a lato finestrino. La pasta le si era rovesciata sul vestito, un disastro! “Ma che fa? E’ scema?” Mi urlò. “Guardi che mi ha fatto!” Io, agitata come non mai e non sapendo cos’altro dire risposi come una stupida: “Scusi, devo prendere il treno per Milano, se nò faccio tardi! Scusi!” e uscii immediatamente tirandomi dietro Silvia.

Finalmente! La bambina, seduta di fianco a me guardava dal finestrino e sembrava come ipnotizzata dal paesaggio che sembrava corresse via. Si era perfino dimenticata la fame… Senza dirle niente tirai fuori dalla borsa due fette di pane e frittata con la cipolla, le scartai giusto quel tanto per non farle mangiare anche la carta e gliele porsi. “Io voglio la pasta!” mi disse. “ Ma siamo sul treno, dove la prendiamo la pasta eh?” “E allora quella signora sull’altro treno come ha fatto? Dove l’ha presa?” “E che ne so io? La pasta la mangiamo tutti i giorni, la mangeremo pure domani, mica muori se per un giorno mangi due fette di pane! Mangia, per piacere, e sta’ zitta!”. Cominciò a sbocconcellare il pane, bevve un po’ d’acqua da una bottiglietta che avevo riempito in casa prima di partire, e quando non lo volle più mangiai io quello lei che aveva avanzato. La feci alzare e le scrollai di dosso le briciole dalla gonnellina. Cinque minuti dopo, la faccia appoggiata al finestrino, dormiva…

Fu a quel punto che notai il signore che mi stava di fronte: sui cinquanta, con una giacca di velluto beige a coste, pantaloni di flanella di lana verde bosco, una sciarpa bordeaux e delle belle scarpe marroni con i lacci. Mi guardava fisso e sorrideva: “Dov’è diretta signora?” Finalmente qualcuno che mi rivolgeva la parola, non ero abituata a tanta indifferenza…”Vado a Milano.” “Anch’io!”…” E’ sua la bimba?”  “Certo che è mia!” Che domande sceme! Se una donna va in giro con una bambina chissà di chi è, se non sua… Poi ci riflettei un momento: beh avrebbe potuto essere una nipotina o, che ne so, la figlia di qualche amica… no, la figlia di qualche amica proprio no! Chi ti da una figlia… così? Io per esempio non avrei consegnato a nessuno le mie figlie… Già, però Stefania l’avevo lasciata a casa… Oh Dio! Dio!…”Come si chiama?” “Firmina” “Firmina… originale… Gabriel Garçia Marquez “L’amore ai tempi del colera”… bel nome per una bambina!  …” “ No, no scusi … avevo capito male! La bambina si chiama Silvia, Firmina è il mio di nome…era il nome della mia nonna paterna…” Sorrise maliziosamente della mia ignoranza.

Cominciammo a parlare. Mi disse che aveva due figlie, che era separato e che le ragazze, così le chiamava, stavano con una sua sorella che non aveva avuto figli. Mi disse che era giornalista di professione e che lavorava appunto a Milano. Quando ebbe esaurito le informazioni sul suo conto capii che si aspettava altrettanto da me. Cosa avrei detto? L’ansia mi stringeva la gola… Che dovevo dire? Intanto sorridevo e riflettevo. Alla fine pensai: va a sapere se m’ha raccontato un sacco di fandonie… Chi mi conosce? Posso dire anch’io quello che mi pare…  Finì che gli raccontai che andavo a Milano a trovare mia sorella e che soprattutto volevo cercarmi un lavoro perché volevo stabilirmi là. “ Ah bene, quindi ci rivedremo!”  “Chi lo sa?”   “Senta le do il mio nome e l’indirizzo del giornale dove lavoro, vedrò di aiutarla, in ogni caso, si faccia vedere. Però aspetti almeno un paio di giorni perché prima devo sbrigare alcune faccende da un’altra parte.” Ringraziai, presi il biglietto che aveva scritto strappando un pezzo di foglio da un’agenda e, senza guardarlo, lo misi nello scomparto interno della  borsa che si chiude con la lampo: lì non si sarebbe smarrito sicuramente. “Gesù mio ti ringrazio!”  Avevo trovato una brava persona, uno che mi avrebbe potuto aiutare…

Rincuorata, cominciai a parlargli di me: ovviamente, come se fosse stato un disonore, non gli dissi che ero una contadina… gli raccontai però che ero sposata e che stavo andando via dal mio paese e dalla mia casa perché mio marito mi maltrattava. Gli dissi pure che avevo anch’io un’altra figlia più piccola che, per il momento, avevo lasciato a casa ma che ero intenzionata a portare a Milano non appena avessi trovato una sistemazione decente. Mi ascoltava in silenzio. Anche gli altri viaggiatori nello scompartimento mi ascoltavano sicuramente incuriositi da una persona che parlava così facilmente di sé a dei perfetti estranei. Alla fine un’anziana signora molto ben vestita con dei capelli di un bianco così luminoso e bello che al mio paese aveva solo la moglie del medico che andava dalla parrucchiera tutte le settimane, alzandosi per scendere, mi disse: “Auguri mia cara, si faccia coraggio! Pensi alle bambine… e mi dia retta: pensi anche a se stessa… è così giovane…” Un altro signore offrì a Silvia una caramellina ma, visto che la bambina, che intanto si era svegliata ed aveva ascoltato tutto, non riusciva a prenderla dalla scatolina, insistette affinché prendesse la scatoletta intera.

Vasanello, veduta aerea (dal sito www.fucellara.it)

Mi accorsi allora che il signore di fronte, il giornalista, aveva fissato lo sguardo sulle mie gambe. Silvia si era seduta su un lembo della mia gonna e, muovendosi, questa si era appena sollevata mostrando la chiazza bleu-nerastra di un grosso livido. Mi tirai giù il vestito immediatamente, capivo di essere arrossita in modo imbarazzante: era come se le mie guance andassero a fuoco… Mi sentivo a disagio come se quel livido, tutte le botte prese, le parole pesanti come macigni dette solo per offendere, questo scappare come una ladra, tutto quanto fosse colpa mia…E chissà forse lo era, forse aveva ragione mia madre quando mi diceva: “L’hai voluto? Te l’avevo detto che era geloso e manesco… lo sapevi… adesso te lo tieni!”

Finalmente un uomo si affacciò da un grande portone di legno, mi fece segno eloquente con l’indice sulla bocca di stare zitta, poi di avvicinarmi. “Chi cerca, signora?” “Mia sorella Iole, vengo da Vasanello…”

Finalmente arrivammo. Tutto sommato la stazione mi parve meno grande di come me l’ero immaginata, dovevamo arrivare a casa di mia sorella. Trovare un taxi non fu un problema, all’uscita della stazione ce n’erano tanti, anzi un autista venne personalmente ad offrirci i suoi servizi: proprio gentile! Avevo una busta con l’indirizzo e gliela mostrai, lui mi guardò come se fosse sorpreso e partì subito. “Numero 133” gli dissi. Un quarto d’ora dopo eravamo a destinazione. Pagai e scendemmo. Intanto si era fatto buio. Ci accostammo al marciapiede e cominciammo a cercare il numero 133. Era l’unica cosa che mi ricordavo dell’indirizzo di mia sorella, gli anni di Cristo più cento. Ma che accidenti succedeva? Il numero corrispondeva ad una saracinesca abbassata… eppure ero sicura… Cominciai allora a chiamare a gran voce “Iole! Iole!…Iole!” Era una situazione surreale: come trovare mia sorella a Milano? Era come cercare Maria per Roma… come si dice dalle nostre parti quando cerchi qualcuno senza avere il benché minimo indizio. Provai a chiamare di nuovo, i frettolosi passanti ci guardavano incuriositi ma nessuno si fermava. Finalmente un  uomo si affacciò da un grande portone di legno, mi fece segno eloquente con l’indice sulla bocca di stare zitta, poi di avvicinarmi. “Chi cerca, signora?” “Mia sorella Iole, vengo da Vasanello…”

L’uomo sorrise: “Iole non sta qui, se aspetti un attimo ti ci porto io”.  Era passato senza tanti convenevoli dal lei al tu. Rientrò nel portone e ne uscì poco dopo con indosso un giubbino e con un grosso mazzo di chiavi. Chi era? E come conosceva mia sorella? Ero talmente agitata che non ebbi neanche il coraggio di chiederglielo.

“Iole abita qui vicino, ma come mai la cercavi all’indirizzo sbagliato?” “E che ne so io? L’ha letto una volta mia figlia su una busta: Via Padova il numero me lo ricordavo benissimo perché Iole diceva sempre che per numero di casa aveva gli anni di Cristo più cento…” “E’ vero Iole abita al numero 133 ma di Via Asiago, Via Padova è dove abito io, può darsi che tua figlia abbia letto l’indirizzo su una lettera che avevo spedito io a Iole quando stava al paese per le feste del vostro Santo Patrono, come si chiama…? Per mandarle le bollette da pagare all’ufficio postale… me lo aveva chiesto lei…” “Accidenti! Fortuna che ci hai sentito, se no come facevamo? A chi ci saremmo potute rivolgere?” “A nessuno, qui si fanno tutti i ….. fatti…. propri, pure se ti prende un colpo ti lasciano lì e vanno per la loro strada, mica come da noi!”  “Perché tu di che parte sei? Come ti chiami?” “Mi chiamo Alfio, sono di Magliano Sabina, in provincia di Rieti, ma ormai sono undici anni che vivo a Milano, ho conosciuto tua sorella al mercato, qui a Milano, in una piazza qua dietro, ho capito subito dalla parlata che era delle parti nostre…” “Tu ti sei sistemato bene! Un palazzo di lusso… veramente…” “Ringrazio Dio! Mi hanno dato un portierato, uno zio di Stimigliano che lo lasciava perché  andava in pensione” “Ah! Io pensavo che fosse casa tua…” “Sei pazza? Secondo te se mi potevo comprare una casa a Milano stavo qua?… Ma lo sai quanto costano le case a Milano? Un palazzo così?

Io sto in un appartamentino a pianterreno che i condomini, i padroni del palazzo, hanno lasciato in uso alla portineria, praticamente finché lavoro qui, abito qui, ma quando andrò in pensione dovrò lasciarlo a qualcun altro come ha fatto mio zio che per fortuna lo ha lasciato a me” “Però la pigione non la paghi… ti pare poco?” “ No, te l’ho detto: è in uso alla portineria” “ Una fortuna da niente…” “Beh, questo è vero… e chi si sarebbe potuto permettere di pagare un affitto a Milano… in un palazzo così…”

Alfio si era fermato e noi pure. Si avvicinò ad un portone e suonò il campanello. Poco dopo si aprì una persiana e Iole si affacciò: “Alfio, che c’è?” “C’è una signora che ti cerca, dice di essere tua sorella… Scendi che ho lasciato la portineria incustodita… mi devo sbrigare… se mi cerca qualcuno…” Iole si sporse un po’ dalla finestra per vedere. “Oh! San Lanno martire! Oh! Madonnina mia santissima! Firmina! E che ci fai a Milano? Chi ti ci ha portato?” Senza darmi il tempo di risponderle aveva richiuso la persiana, due minuti dopo era scesa ed aveva aperto il portone. Ringraziai Alfio che tornò indietro frettolosamente.

Mia sorella ci fece strada su per delle scale consumate dal salire e scendere degli inquilini. Mi sembrava di non arrivare mai. Finalmente si fermò davanti ad una porta grigia, la aprì e ci fece entrare.

La casa era tutta una  novità: non si entrava subito nella cucina come in quasi tutte le case del paese ma c’era un piccolo ingresso con un attaccapanni, un portaombrelli e uno specchio. Da lì si aprivano addirittura cinque porte sempre di colore grigio. La cucina era angusta, stretta  e scomoda ma c’era una stufa a gas e perfino il frigorifero, il lavello era piccolo e scheggiato ed il tavolo aveva le dimensioni di quello che io tenevo sul balconcino di casa. Ci portò poi nella sala da pranzo dove c’era un tavolo di grandezza regolare, una credenza con la parte sopra di vetro con dentro bicchieri, tazze e tazzine e la parte inferiore tutta di legno con tre sportelli. Appoggiato ad una parete c’era un divano ricoperto di una stoffa a fiori sbiadita ed un po’ logora… ma pur sempre un divano! Io non ce l’avevo mai avuto, non mi sarebbe nemmeno venuta l’idea di comprarlo… Chissà quanto costavano i divani! Al soffitto c’era un lampadario con tre luci ma due erano spente per motivi di economia. Già tre luci, mica la lampadina che avevo io! In fondo alla stanza c’era una porta finestra che dava sul balconcino ma non la aprì perché avremmo fatto rumore e a Milano non si poteva fare rumori di sera, stavamo in città! Strano però perché dalla strada sottostante veniva su un frastuono di macchine, un brusio indistinto e continuo… non erano rumori quelli?…   La camera da letto aveva i mobili di legno lucido. Pure quella era piuttosto piccola ma certo i mobili dovevano essere di valore per essere così lucidi… Poi c’era una cameretta con due lettini uno accanto all’altro ed un armadio lungo la parete opposta.

“A proposito Iò, dovremmo andare al gabinetto… un altro po’ e ce la facciamo addosso…”

Il bagno fu una vera sorpresa: c’era la tazza del water e un’altra tazza che capii solo pochi giorni dopo a cosa servisse, un lavandino, lo specchio, una tenda di plastica che si tirava per fare la doccia e meraviglia delle meraviglie una lavatrice! Non potei trattenere un’esclamazione di stupore: “Madonna mia Iò hai pure la lavatrice!” “Me l’ha data la signora dove lavoro a servizio, lei l’ha fatta nuova perché questa non scaldava più l’acqua e l’aveva fatta riparare già due o tre volte… voleva buttarla, pensa tu… e io poi… stupida… pensa che se non me l’avesse profferita lei, neanche avrei avuto il coraggio di chiedergliela… lava solo a freddo ma se tu sapessi quanto è comoda!”  “Ma i panni vengono bene? No, perché un conto è lavarli a mano e un altro conto è una macchina, penso… ” “ Senti Firmì, non pensà,… quello che è meglio è meglio, fidati…!” Onestamente rimasi della mia opinione, pur con il beneficio della prova. Certo una macchina che lava! Non dover caricarsi la bagnarolona (già quella grande la chiamiamo così) sulla testa e non dover andare due o tre volte la settimana al lavatoio! Che poi d’estate pure, pure… l’acqua fresca, le chiacchiere con le altre donne, i ragazzini che giocano là intorno… ma d’inverno… l’acqua gelida, ma così gelida che ti spezza le mani, il grembiule bagnato fradicio ed il freddo che ti arriva fino all’anima, le scarpe zuppe, i bambini infreddoliti che piagnucolano e, poverini, non hanno neppure la voglia di correre e di giocare… E quella signora che si preoccupava perché la lavatrice lavava con l’acqua ghiacciata… e che la buttava via! E che la lavatrice sentiva freddo? Boh! Certo per Iole era stata una fortuna! Se l’avessero saputo al paese! Da noi ce l’avevano solo tre famiglie di signori: il medico, un grosso commerciante di laterizi ed una famiglia che un tempo era stata ricca, molto ricca ma che adesso se la passava male e nessuno la compativa perché aveva sperperato le proprie ricchezze cosa questa inconcepibile agli occhi di chi lavorava sodo tutti i giorni per crearsi un minimo di benessere.

(dal sito www.fucellara.it)

Intanto Iole ci aveva fatto sedere nella sala da pranzo, il marito ed il cognato erano tornati dal lavoro e furono non poco sorpresi di trovarci lì: “E come mai questa visita?” Non mi uscivano neppure le parole dalla bocca tanto ero frastornata e stanca, ma tant’è una spiegazione dovevo darla, anche se ero sicura che tutti già ne conoscessero il motivo, prova ne era il fatto che Iole, pur meravigliata nel vederci, non mi aveva chiesto niente. Mi sollevai appena la gonna, poi tirai su la manica della maglietta. Gli uomini, in silenzio, annuivano. “Questo non è niente! Il peggio non posso farvelo vedere! Fatto è che io non voglio tornare più: sono stufa di prendere le botte a colazione, pranzo e cena. Ho lavorato tutta la vita come una schiava, peggio come una bestia e ho preso solo calci, spinte, pugni, schiaffi… ultimamente poi non usa più le mani, quel porco, ma tutto quello che gli capita a tiro. M’ha dato una botta con la vanga che pensavo di morire…e poi con la fune… se vi faccio vedere le spalle… non ci credete neanche voi…e poi i calci… dappertutto…” Dicevo cose che i presenti già sapevano, cose di cui veramente tutti erano a conoscenza, e da un bel pezzo. Gli uomini, come facenti parte dello stesso genere, si sentivano coinvolti. …”Che porco! Che figlio di …” Su questo poi proprio non ci pioveva!  Non si parlava certo di un signore, di un galantuomo ma di un violento, un prepotente, un uomo rozzo ed ignorante che si sentiva grande solo con i pugni chiusi, che non conosceva la forza di una mano aperta nella carezza…

Mia sorella nel frattempo era andata in cucina e dal rumore di pentole capii che stava preparando qualcosa. Mi alzai per dirle: “Non ti preoccupare per noi, Silvia si è addormentata ed io non ho proprio fame, fai mangiare gli uomini, mangiate voi. A proposito, i figli? Dove stanno i tuoi figli? Scusa, non ti ho nemmeno chiesto… tu, voi come state? Sono talmente agitata… è come se avessi la testa vuota, non ti so spiegare, forse tutte quelle ore in giro, ci siamo alzate stamattina alle cinque… Silvia sarà morta dalla stanchezza…” “Adesso ceni e poi ti riposi, sta tranquilla! I figli, questi giorni, non ci sono. Tu e Silvia potete dormire nella cameretta e mio cognato dormirà sul divano, vedrai che in un modo o nell’altro ci sistemiamo, c’è un po’ di minestra, mangiala che ti scalda lo stomaco.

La bambina la prendiamo in braccio e la mettiamo subito a letto, tanto già dorme… se no va a finire che si stranisce povera creatura!” Cenammo quasi in silenzio, tutti eravamo stanchi. Iole non volle che la aiutassi a rigovernare la cucina e mi spedì nella cameretta. Mi tolsi i vestiti, in sottoveste mi distesi sul lettino accanto alla bambina che dormiva. Dalle persiane chiuse filtrava il chiarore dei lampioni ed il rumore continuo del traffico saliva fin lassù al quinto piano. Nonostante la stanchezza, non riuscivo a chiudere gli occhi: ero talmente agitata… i pensieri si affollavano nella mente ed il futuro mi sembrava terribile, tutto mi appariva incerto, insormontabile.

Penso di essermi addormentata per un’ora o due verso l’alba. Dei rumori nella casa mi svegliarono. Gli uomini si erano alzati e Iole stava preparando loro la colazione. Mi alzai anch’io ed andai direttamente in cucina. “Perché ti sei alzata?” “E chi ce la fa a dormire? … e poi mi alzo sempre presto..” “Non devi andare da nessuna parte… Qua non ti tocca nessuno. Torna a letto, dopo parliamo…” Tornai nella cameretta e mi distesi nuovamente accanto a Silvia, non per dormire ma per non dare fastidio in cucina.

A casa mia a quell’ora ero già in piedi da un pezzo! Ci si alza al buio per preparare qualcosa da mangiare a colazione e da portare in campagna per il pranzo e poi si parte per arrivare sul campo appena fa giorno. Mio marito sul carretto dell’asino ed io dietro a piedi… roba che quando sei arrivata sei già talmente stanca che avresti bisogno di riposo… e poi tutto il giorno giù, a testa bassa, curva sulla terra: zappare, vangare lui da una parte ed io dall’altra del filare… non si finisce mai, mai… Poi, quando imbrunisce, si torna a casa. Lui sempre sul carretto ed io sempre a piedi. E quando si torna, lui, che è stanco, si sdraia sul letto mentre aspetta la cena che io, più stanca, devo preparare. E zitta. D’altronde di cosa vuoi parlare? E poi… c’è sempre il rischio di sbagliare, di dire qualcosa che non gli garba e di prendere altre botte, come se non bastassero quelle che ti dà per ogni futile, stupida cosa… Dopo lavato i piatti si va a letto e ci si addormenta stremati non prima però di aver assolto il “dovere coniugale”. Già perché altro non è che un obbligo, forse il più pesante anche se assolto a letto sdraiati: unilaterale ed esclusiva soddisfazione di un istinto puramente bestiale: senza amore, senza baci, senza abbracci, senza carezze, senza piacere… Cinque, dieci minuti interminabili durante i quali aspetti solo che tutto finisca presto, anzi fai il possibile per aiutarlo a raggiungere il suo piacere affinché finalmente tu possa girarti dall’altra parte e finalmente riposare. Con l’animo disgustato lo senti ronfare sereno, soddisfatto. L’amore? Ma che ne sa dell’amore? Che ne sa delle donne? Che ne sa di te? I discorsi grezzi e pesanti degli altri uomini, rozzi come lui: “Alle donne? Cazzo e cazzotti tutti i giorni!”. Penso sia questa la ragione per cui tutte le volte che gli porto il pranzo sul campo, le rare volte che non parto la mattina con lui, prima di lasciarmi tornare a casa pretende di “soddisfarmi”. Non ha importanza dove né come: nel casaletto o nella cunetta (forma) o dietro il carretto… sdraiata o in piedi… niente ha importanza se non la certezza del suo pensare corrotto, che una donna “soddisfatta” dal marito non avrebbe cercato altrove.

Appena sentii la porta chiudersi, mi alzai di nuovo. Gli uomini erano usciti e Iole, davanti al lavello, stava sciacquando le stoviglie che avevano usato per la colazione. “Potevi dormire!” mi disse senza voltarsi. “Da mo’ che sto sveglia, cosa posso fare?” “Niente, fate colazione tu e la bambina, io tra un poco vado a lavorare, tu aspetta che si svegli Silvia, poi puoi fare quello che vuoi, uscire o stare qui, quello che ti pare…” “Iò, io non voglio dare fastidio, voglio cercarmi un lavoro e trovare un posto dove stare io e Silvia, per adesso… poi voglio portare su anche Stefania che adesso ho lasciato con mamma… ti ringrazio di tutto: dell’accoglienza… di tutto… ma vedo che pure voi state belli stretti… quando tornano i tuoi figli?  Non c’è posto per tutti…”  Non avevo neppure aspettato che rispondesse alla mia domanda, mi ero risposta da sola talmente la situazione era ovvia. “Adesso calmati! Quando torno parliamo! Una soluzione la troviamo, non essere così agitata, Milano è grande, lavoro ce n’è… vedrai che sistemiamo tutto. L’importante è non perdere la testa… tu dammi retta… vedrai…” Le parole di mia sorella erano come una minestra calda in una sera d’inverno: mi avevano rappacificato con il mondo intero. Ah! La famiglia! Una sorella!

Iole uscì, io rimasi là seduta sulla sedia della cucina… tonta… come se fossi ubriaca… Cercavo di raccogliere i miei pensieri ma non ci riuscivo, era come dipanare una matassa aggrovigliata: tutto era confuso, non ero in grado di ragionare. Avevo pensato talmente tanto nei giorni passati che adesso era come se il cervello si rifiutasse di lavorare. Mi alzai e mi affacciai alla finestra, poi mi ricordai che nel soggiorno c’era una porta finestra che dava su un balconcino, la aprii. Un tuffo al cuore, mi avvicinai lentamente alla ringhiera di ferro: non mi ero mai affacciata da un’altezza simile. Sotto un brulicare di macchine e di persone ed un brusio incessante che saliva fin lassù al quinto piano. Sarei stata in grado di tornare a casa se fossi uscita? O mi sarei persa in quel mare di gente e di traffico? Meglio aspettare Iole. Tornai con passi felpati nella cameretta per vedere se Silvia stesse ancora dormendo. Appena arrivai sulla porta si girò verso di me: “Mamma, dove siamo? Mi alzo? Devo fare la pipì.” Povera Silvia, era sveglia e non sapeva cosa fare.

Le parole di mia sorella erano come una minestra calda in una sera d’inverno: mi avevano rappacificato con il mondo intero. Ah! La famiglia! Una sorella! Iole uscì, io rimasi là seduta sulla sedia della cucina… tonta… come se fossi ubriaca… Cercavo di raccogliere i miei pensieri ma non ci riuscivo, era come dipanare una matassa aggrovigliata: tutto era confuso, non ero in grado di ragionare.

Il chiarore che penetrava dalle fessure delle persiane rischiarava a sufficienza la stanzetta tanto da averle fatto capire che non era a casa sua ma era talmente spaventata che non aveva osato muoversi. Forse la sera prima era tanto stanca che non aveva realizzato dove si trovasse. “Siamo a Milano, a casa di zia Iole, non ti ricordi ieri? Il treno? Il viaggio? …Hai dormito eh?…” La bambina si alzò e la accompagnai al bagno. “Dove la faccio qui o qui?” “Falla dove ti pare, quello con il buco più grande, secondo me, serve per la cacca, quell’altro per la pipì.”. Aprii il rubinetto dell’acqua e la feci scorrere un po’ per sciacquare. A casa non avevamo ancora l’acqua corrente ed il gabinetto: facevamo i nostri bisogni fisiologici in un secchio dietro una porta. Tutte le mattine di buon’ora io lo andavo a svuotare in un luogo chiamato “ripa” che era praticamente un burrone scosceso sotto cui scorreva un fosso. L’odore, specialmente in estate era nauseabondo visto che pressocché tutto il vicinato, tranne pochi eletti, usava quel posto come fogna a cielo aperto e come gabinetto pubblico in un’ampia accezione del termine: chiunque, durante la giornata avesse avuto bisogno di orinare o di evacuare, si recava in quel posto dove, tra nugoli di mosconi ronzanti e senza privacy alcuna, ci si liberava delle urgenze.

Un bagno: un lusso da non credere!

Elemento di arredo e anni ’60

L’acqua, tutti i giorni, diverse volte al giorno, andavo a prenderla alla fontana. Tornavo a casa con il secchio colmo, in bilico sulla testa, poggiato su uno straccio attorcigliato.

Quell’acqua serviva per bere, per cucinare, per lavare i piatti. I panni sporchi non si lavavano in casa come dice il proverbio, ma alle fontane pubbliche. C’era pure una certa scelta: Sant’Angelo, vicino a casa ma con solo tre posti, l’Ammazzatora, che a me non piaceva perché era al chiuso ed anche un po’ buio: un vecchio fontanile a fianco un mattatoio con due file centrali di fontane, la Fontana di Sotto, che mi faceva una certa impressione perché le vasche erano profonde e c’era tanta acqua dappertutto, il Tunnel, una fontana sotto una specie di ponte ed altre ancora perché si può dire che tutto il paese lavava nelle fontane.

Andammo in cucina, aprii qualche credenza, poi il frigo. Tirai fuori una bottiglia con il latte, trovai del pane in un contenitore e preparai una frugale colazione per la bimba. Io non avevo fame, era come se avessi lo stomaco chiuso. Alla fine mangiai quel poco di pane e latte che Silvia aveva lasciato nella tazza. Risistemai la cucina. Silvia si era vestita e mi seguiva come un cagnolino mentre facevo un giro ricognitivo della casa. La sera prima ero talmente stanca, agitata e confusa che era come se non avessi visto niente.

La casa che, era più che modesta, mi sembrò un una reggia. Il fatto di abitare a Milano … che fortuna… beati loro!…

Non c’era il “secchio”, l’acqua sgorgava dal rubinetto, c’era il fornello a gas e la lavatrice e, su un mobile, che la sera prima non avevo neppure visto perché era situato in un angolo della sala da pranzo,  perfino la televisione!

La televisione! Quanto mi piaceva! Al mio paese le famiglie che ce l’avevano si potevano contare sulle dita di una mano: il medico, il commerciante di laterizi, un avvocato che abitava nel centro storico del paese, e un contadino che abitava proprio vicino a casa mia. Già un’eccezione perché pur essendoci famiglie benestanti quello della televisione in casa era considerato un lusso veramente straordinario. Quel signore che abitava vicino a me, pur non essendo certamente ricco, se l’era comperata: i paesani, all’inizio, l’avevano considerato quasi uno squilibrato, uno che aveva buttato i soldi, i tanto sudati soldi dalla finestra poi, mano a mano, invitati per qualsiasi motivo a casa sua erano rimasti affascinati da quello scatolone nero che rallegrava le serate del loro concittadino e ne erano profondamente invidiosi. Emilio, così si chiamava, era talmente soddisfatto del suo acquisto che si vedeva raramente in piazza al bar dopocena, abitudine consolidata fra la maggior parte degli uomini del paese che la sera, prima di andare a letto,  passavano un’oretta o due seduti davanti ai bar discorrendo più o meno sempre delle solite cose: la campagna (i lavori da fare, il raccolto, la semina…), le bestie (gli animali domestici che ogni famiglia possedeva proporzionalmente al proprio benesssere), il tempo (avrebbe piovuto o ci sarebbe stato il sole il giorno successivo?)  e le donne (ovviamente quelle degli altri).

La televisione! Quanto mi piaceva! Al mio paese le famiglie che ce l’avevano si potevano contare sulle dita di una mano: il medico, il commerciante di laterizi, un avvocato che abitava nel centro storico del paese, e un contadino che abitava proprio vicino a casa mia. Già un’eccezione perché pur essendoci famiglie benestanti quello della televisione in casa era considerato un lusso veramente straordinario. Quel signore che abitava vicino a me, pur non essendo certamente ricco, se l’era comperata: i paesani, all’inizio, l’avevano considerato quasi uno squilibrato, uno che aveva buttato i soldi, i tanto sudati soldi dalla finestra poi, mano a mano, invitati per qualsiasi motivo a casa sua erano rimasti affascinati da quello scatolone nero che rallegrava le serate del loro concittadino e ne erano profondamente invidiosi. Emilio, così si chiamava, era talmente soddisfatto del suo acquisto che si vedeva raramente in piazza al bar dopocena, abitudine consolidata fra la maggior parte degli uomini del paese che la sera, prima di andare a letto,  passavano un’oretta o due seduti davanti ai bar discorrendo più o meno sempre delle solite cose: la campagna (i lavori da fare, il raccolto, la semina…), le bestie (gli animali domestici che ogni famiglia possedeva proporzionalmente al proprio benessere), il tempo (avrebbe piovuto o ci sarebbe stato il sole il giorno successivo?)  e le donne (ovviamente quelle degli altri).

Con il trascorrere dei mesi, Emilio si ritrovò tutte le sere la casa piena di ospiti, soprattutto donne che, chi con una scusa, chi con un’altra, coglievano l’occasione per vedersi qualche film o qualche quiz alla famosa televisione del padrone di casa. La cosa ebbe un tale sviluppo che, ad un certo punto, visto che era estate e con tutta quella gente in casa non si poteva neppure respirare, Emilio mise l’apparecchio sulla porta, fin dove glielo consentivano i fili elettrici, e tutto il vicinato, ciascuno con la propria sedia, portata da casa, si piazzava davanti al piccolo schermo occupando tutta la piazzetta.

Io non c’ero mai andata. Di pomeriggio, tornata dalla campagna, con le finestre aperte e le persiane chiuse per il caldo, ascoltavo le vicine che sedute all’ombra raccontavano e commentavano quello che avevano visto la sera precedente. Alla fine conoscevo lo sviluppo dei romanzi a puntate quasi quanto loro… “Dio! Stanotte manco pigliavo sonno… sto’ disgraziato… dopo che le metteva le corna, pure le botte… e quelle creature… i pianti che mi sono fatta… che pena… ”  Che stessero parlando di me? No, io non facevo più notizia: “una mormoratura sette giorni dura…” diceva mia madre quando le dicevo che mi vergognavo delle scenate che mi faceva mio marito. Aveva ragione lei: la mia situazione, agli occhi di tutto il paese, ormai era diventata normale. Le vicine parlavano delle trame dei romanzi o dei films che vedevano alla televisione, io, era da un bel po’ che non facevo più notizia!

Per la verità, uscivo pochissimo. La mattina prestissimo a vuotare  il famoso “secchio”, subito dopo in campagna fino a sera. Una volta a settimana facevo il pane e lo portavo a cuocere al forno. Con la tavola sulla testa, le pagnotte divise l’una dall’altra da un telo di lino grezzo rimboccato,  andavo diretta fino al forno dove la proprietaria le infornava una dopo l’altra con una lunga pala di legno. Se c’era molto da aspettare rientravo a casa ad avvantaggiare la cena e, all’ora stabilita tornavo a riprenderle cotte, calde e fragranti, con la crosta croccante, brunita ed un profumo di pane, di pane vero che solo chi lo ha fatto con le proprie mani conosce. Se il forno era libero aspettavo lì che si cuocessero perché, tra l’andare a casa ed il ritornare a prenderle, avrei impiegato più o meno lo stesso tempo. Quell’oretta scarsa era un diversivo alla monotona cadenza delle mie giornate: le donne che arrivavano dopo e dovevano aspettare non tornavano certo a casa ma si fermavano a chiacchierare dedicando quel piccolo spazio di tempo a rinsaldare amicizie e a spettegolare spudoratamente.

Vasanello, piazza del Comune  (dal sito www.fucellara.it)

Era lì che io venivo a conoscenza di quello che succedeva in paese: Tizio si era sposato, Caio era morto, Sempronio stava male… e poi andavano giù pesante sulle donne: e quella era una zoccola e quell’altra l’avevano vista in quel posto con quello e, tanto per cambiare argomento,  quell’altra metteva le corna al marito… La cosa che notavo con dolore era che le donne erano più crudeli verso le altre donne che non verso gli uomini: la donna che tradiva era una puttana, l’uomo uno “svelto” “uno che ci sapeva fare”. Sicuramente tutto questo faceva parte dell’eterna rivalità fra i componenti dello stesso sesso.

Le bambine aspettavano tutta la settimana il “giorno del pane” come lo chiamavamo… per loro era festa… una novità che pur si ripeteva… con cadenza settimanale. Quando potevo, lo stesso giorno, facevo anche la pizza per la cena ed i biscotti per tutta la settimana. Mio marito, che se lo trovava sempre bell’e pronto, perfino affettato sul tavolo, aveva sempre qualcosa da ridire: o era troppo cotto, o era troppo crudo, o  era troppo alto (lievitato) o era troppo basso (poco lievitato).  Tutto questo dipendeva generalmente dalla cottura ma non potevo certo mettermi a fare polemiche con la proprietaria dell’unico forno del paese e quando lo avevo detto a lui mi aveva risposto che ero stupida, che certamente solo a me lo cuoceva male perché si vedeva da lontano un chilometro che ero una tonta… Allora, onde evitarmi ulteriori offese, accettavo con pazienza le critiche,  le osservazioni, i presunti consigli, dati da chi il pane non lo aveva fatto mai in vita sua, su come migliorare… quel pane che a noi altre, piaceva così tanto così come era!

Elemento di arredo anni ’60 

Diedi un’occhiata in giro per la casa cercando se ci fosse qualcosa da fare nella convinzione di dover in qualche modo sdebitarmi dell’ospitalità che si erano visti costretti ad offrirmi. Alla fine ebbi il timore di essere troppo invadente così  riordinai un po’ la stanza dove avevamo dormito noi e andai in bagno per darmi una rinfrescata. Non mi sembrava vero: aprire il rubinetto e vedere l’acqua sgorgare, tirare una catenella e vedere uno scroscio d’acqua portare via tutto…

Era presto, cosa avrei fatto fino a sera? Dove sarei potuta andare?  In cucina aprii la credenza poi il frigo. Trovai un contenitore con dei ceci lessi: erano troppo pochi per un secondo… avrei preparato una minestra, una minestra calda che, speravo, tutti avrebbero gradito tornando stanchi la sera. Nella piccola stanza trovai facilmente tutti gli ingredienti necessari e mentre la zuppa bolliva, trovai della farina e, tra il muro ed il lavandino la spianatoia. Mi misi un grembiule e cominciai a preparare degli gnocchetti per la minestra con i ceci. Il profumo del cibo si diffondeva in tutta la casa… Quando, al paese,  mettevo  il naso fuori dalla porta le vicine di casa mi domandavano subito: “Aho Firmì, ma che stai cucinando? Si sente un profumo! Che ci metterai tu…”  In realtà c’era un  ingrediente segreto: l’amore per le mie bambine, la speranza che un piatto caldo, cucinato con affetto lenisse in qualche modo le ferite che venivano inferte loro giorno dopo giorno e, per essere sincera, qualche pizzico di erbe selvatiche ben dosate e scelte che davano un sapore diverso e particolare alle pietanze.

Bene o male la giornata trascorse, trovai qualche calzino bucato e lo rammendai, della biancheria stesa che raccolsi e piegai accuratamente,  e così via tutte quelle piccole cose che fanno parte dell’economia domestica giornaliera. Silvia mi trotterellava intorno, così per non farla annoiare le diedi uno straccetto e le feci spolverare i pochi, poveri mobili della casa. Era felice quando per eliminare la polvere usciva sul balcone a scrollarlo. Guardava intorno stupita e ammirata… ad un certo punto rientrò e mi disse: “Mamma, non ci torniamo più a casa vero?” Non sapevo cosa risponderle: “Ti piace qui? ” “Certo, parecchissimo! E’ tutto bello! Guarda quante macchine, quante case!”  “E allora se ti piace restiamo qui.” “Giuralo! Giuralo che ci stiamo per sempre da zia Iole!” “Beh, da zia ci possiamo rimanere solo per un po’ finché non tornano i suoi figli, ma troveremo qualcosa per noi due, vedrai, vedrai, tu non ti preoccupare… spolvera bene, mi raccomando eh…” “E Stefania, viene pure lei vero? Quando?” Non sapendo cosa dire le rispondevo: “Sì, sì. Spolvera e sta’ zitta, dai!”.

Dentro di me ero angosciata e preoccupata: che avremmo fatto? Dove saremmo andate? Avrei trovato lavoro?

La sera, verso le sette, rimisi la pentola  sul fuoco  e aspettai che arrivassero mia sorella e i due uomini. Appena arrivarono buttai giù gli gnocchetti e mentre si lavavano nel bagno misi la tovaglia, apparecchiai e scodellai la zuppa fumante. “Buona uhmm…” “Hai proprio indovinato… una minestra calda!… fuori fa un freddo…” “E che ci hai messo? E proprio speciale!” “Ohè! Iole, tua sorella cucina meglio di te…” Oh no! Oh no! Questo non lo dovevano dire! Mi sentii dispiaciuta per Iole. Certo i suoi uomini non si rendevano conto che lei arrivava la sera con loro e mentre essi guardavano la televisione nella saletta lei si arrabbatava come poteva in cucina con i pochi ingredienti e soprattutto con il poco tempo a disposizione… già erano pur sempre uomini: in un modo o nell’altro dovevano ferire…

Mia sorella era brava in cucina, era brava in tutto, come diceva mia madre: “Sapeva fare pure gli occhi dei pulcini” per dire che qualunque cosa, anche la più complicata, si mettesse a fare le riusciva alla perfezione. Sicuramente anche per lei in qualche modo la vita non era stata facile: il trasferimento  così lontano dal paese, abitare in una città sconosciuta, lavorare fino a sera e prendersi contemporaneamente cura di due uomini, dei figli e della casa… No, pur con tutte le sue comodità, non doveva essere facile… Finita la frugale cena, Iole ed io sparecchiammo e, mentre gli uomini guardavano la televisione noi rigovernammo la cucina.

“Iò che dici, che potrei fare?”  “Che ne so? E’ tutto il giorno che ci penso… ho chiesto lì dove lavoro io ma mi hanno detto che hanno dovuto licenziare qualcuno perché il lavoro è diminuito… Che ti dico? In ogni caso, mica stai in mezzo alla strada! Se avessi saputo che saresti venuta mi sarei data da fare ma così… all’improvviso… Domani chiedo da un’altra parte… Qualcosa troviamo di sicuro, sta’ tranquilla!” “Si, ma io non vorrei dare fastidio… due persone…” “Senti adesso andiamo a letto, te l’ho detto, domani provo da un’altra parte…”

La mattina dopo prima di uscire mi lasciò un mazzo di chiavi: “Portone di sotto, cassetta della posta, portone di casa… se esci chiudi bene e soprattutto non perderle! ” “Ma dove vado? Non sono pratica, ho paura di perdermi…” “No che non ti perdi, mica devi attraversare Milano! Gira un po’ qua intorno, se ti va puoi entrare a chiedere lavoro in qualche negozio, prova! Attenta alle macchine e alla bambina, tienila per mano, sono sicura che ti piacerà…”

Piacermi? Ero talmente confusa e spaventata… Dormii due o tre ore e poi lì con gli occhi spalancati ad arrovellarmi il cervello. Silvia povera creatura dormiva soddisfatta, convinta che in ogni caso saremmo rimaste a Milano, questa bella città che le piaceva tanto senza averla vista.

Continua a leggere il racconto