FIRMINA “Piccolo viaggio” (Seconda parte)

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

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“Dì CHE SEI VEDOVA!” (Seconda parte)

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

 

La mattina seguente, dopo che tutti erano usciti, io e la bambina ci vestimmo meglio che potemmo e decisi che saremmo uscite a cercare lavoro. Negozio dopo negozio entrammo dappertutto a chiedere se avessero bisogno di una commessa, una domestica, una che lavasse le scale, una che assistesse anziani, malati, disabili… Tutti ci rispondevano molto cortesemente ma nessuno aveva bisogno di noi. Silvia era stanca ed affamata così mi fermai e ci sedemmo su una panchina di legno in un parco, senza inoltrarci per la paura di non saper tornare indietro.

Milano veduta aerea (documentazione fotografica Marisa Peruzzo)

C’erano tante signore giovani con bambini e fu abbastanza facile attaccare discorso con una di loro anche perché fu proprio lei a cominciare chiedendomi se ero “nuova”. “Nuova? Eh si, è la prima volta che vengo a Milano.” “E da chi stai?” “Da mia sorella.” “Si ma da chi lavori?” “Da nessuno, è da stamattina che stiamo girando ma nessuno ha bisogno di niente…” “E la bambina?” “Eh… pure la bambina, a chi la lasciavo? Mia sorella lavora, comincia la mattina e torna la sera…” “Ma che è tua figlia? E’ la tua?”  “Certo! E di chi se no?” “Oh! Allora sarà un bel po’ più complicato trovare lavoro… con una figlia… a Milano…” “Perché a Milano non li fanno i figli? Anche tu vedo che ne hai due…” “Che sei pazza? Non sono i miei, io sono la loro BABY SITTER! Io non sono neppure sposata, figurati…” “Che significa? Di chi sono questi bambini?” “Sono della signora Mattei, gente per bene… gente ricca… io li guardo, cioè me ne prendo cura… tutto il giorno.” “E la madre? Perché non se ne occupa? Che fa tutto il giorno?” “Che fa? E che ti dico? Fa la signora, se lo può permettere e fa bene. Paga e c’è chi si prende cura dei bambini, paga e c’è chi cucina, chi pulisce… eh! cara mia i soldi… i soldi…”

“Non è che tu potresti aiutarmi?” L’avevo buttata là così, senza neppure pensarci troppo. “Con una figlia al seguito? Chi ti prende? Potresti solo andare ad assistere qualche persona anziana, qualcuno che abita solo, sai, qui i giovani lavorano quasi tutti e gli anziani rimangono soli nelle loro case… Chissà potresti trovare qualcuno e stare lì anche con la bambina… Non è facile, certo non è facile… A me non piace stare con gli anziani, però non spenderesti neanche una lira per il vitto e l’alloggio.” “Conosci qualcuno? Mi puoi aiutare, ti prego… te ne sarei riconoscente…” “Dammi tempo, fammi pensare, fammi domandare un po’ in giro.” “Ti prego… sono ospite da mia sorella, tra qualche giorno tornano i suoi figli e io non saprei proprio dove andare… ti prego aiutami, se puoi!”

La ragazza, che mi disse di chiamarsi Marcella, mi guardò perplessa poi chiamò una sua amica e parlottarono insieme, poi entrambe chiamarono un’altra ragazza ancora e continuarono a parlare tutte e tre mentre io pregavo tutti i santi del paradiso. “San Lanno mio, aiutami, San Rocco mio aiutami pure tu… ” Alla fine Marcella si avvicinò e mi disse che c’era un signore, il suocero della signora dove prestava servizio la sua amica, che, aveva sentito dire, aveva bisogno di assistenza. Mi promise che la sua amica avrebbe fatto presente alla sua padrona che io ero disposta a prendermene cura nella speranza che avessero accettato anche la presenza della bambina. La ringraziai, ringraziai tutte e tre, mi presentai e rimanemmo d’accordo che ci saremmo riviste il giorno dopo sempre lì, al parco alla stessa ora. Tornai a casa, mi sembrava di camminare sulle nuvole, forse avevo trovato lavoro… Il giorno dopo diluviava. Ciò nonostante presi un ombrello dentro un vaso vicino alla porta ed uscii ugualmente per andare al parco. Dovevo essere fuori di senno, con quel tempo chi poteva portare al parco i bambini? Infatti non c’era nessuno. Tornai all’appartamento. Pulii tutta la casa, preparai qualcosa per cena e aspettai che smettesse di piovere. Macché, piovve tutto il giorno e tutta la notte che passai sveglia. La mattina dopo però c’era il sole. La sera prima avevo detto tutto a Iole che era stata contenta per me anche se mi aveva detto di non farmi troppe illusioni per via della bambina.

Arrivammo al parco con largo anticipo. In piedi accanto alla panchina guardavo tutte le ragazze che entravano, finalmente vidi Marcella ed una delle sue amiche che arrivavano con i bambini.

Ci salutammo e l’amica di Marcella mi disse che aveva parlato di me alla sua padrona e che era disposta ad un colloquio. Un colloquio? Già, voleva parlarmi il pomeriggio alle tre e mezza a casa sua, avrei dovuto portare anche Silvia. Ringraziai ancora tutte e due e chiesi loro qualche consiglio.

“Vestiti semplice ma carina, senza scollature, tacchi bassi, capelli raccolti, niente trucco, mani pulitissime e unghie corte… senza smalto.” “Parla lo stretto necessario, rispondi se sei interrogata e non metterti seduta se non te lo dicono.” “Dì alla bambina di non aprire bocca, di non chiedere niente, di stare ferma e zitta, insomma di stare ferma, di non muoversi. Non deve dare troppo nell’occhio, devono farsi l’idea che non dia il benché minimo fastidio.” “A proposito… dì che sei vedova.” “Vedova? Ma io non sono vedova!” Mi spiegarono che se fossi stata sposata non mi avrebbero preso perché avrebbero pensato che avrei avuto degli obblighi familiari che mi avrebbero potuto distogliere dal mio impegno, se fossi stata una ragazza madre non mi avrebbero assunta perché la famiglia era molto formale e mi avrebbero giudicato una ragazza poco seria. Ma io ero sposata! Non ero né vedova né ragazza madre! Spiegai alle ragazze che ero sposata, con un disgraziato, ma sposata e che non ero brava a dire bugie! Mi risposero di fare come credevo, di regolarmi al momento. Mi diedero l’indirizzo e mi fecero gli auguri.

Mentre tornavamo a casa spiegai a Silvia, che aveva già capito tutto, che forse avevo trovato lavoro, che saremmo andate a parlare nel pomeriggio, che sarebbe dovuta venire anche lei e che soprattutto doveva stare buona, ma proprio buona, buona. La bambina non disse niente, camminava svelta accanto a me.

Alle tre in punto uscimmo di casa. Avevo messo il vestito della festa che, pur vecchio di cinque anni, era l’unico decente che avessi. Un abitino semplice, a fiorellini piccoli blue su fondo chiaro, le maniche lunghe, la gonna scampanata che arrivava sotto il ginocchio e un piccolo scollo rotondo. Un vestito che mi ero fatta cucire su misura per il matrimonio di Maria, mia nipote e che poi avevo riusato solo ed esclusivamente per tutte le cerimonie successive. Non era stato facile ottenere i soldi per la stoffa e per la sarta: dopo i ripetuti rifiuti da parte di mio marito avevo cominciato a sottrarglieli, pochi spiccioli alla volta, quelli che metteva sul comò togliendosi i pantaloni la sera quando tornava dalle partite a carte al bar. I soldi! Sono i soldi che ti danno la libertà, che ti rendono indipendente e questo lui lo sapeva bene: non ero padrona di un centesimo, io non lavoravo, io non guadagnavo, io non avevo i soldi, io dovevo chiedere tutto e niente mi era concesso. Alla fine dato che gli spiccioli non bastavano e che un paio volte, insospettito, mi aveva chiesto se avessi toccato le sue monete sul comò, trovai un’altra soluzione: cominciai a vendere di nascosto a qualche signora qualche bottiglia di olio di oliva, qualche chilo di nocciole qualche pollo, qualche coniglio e, quando lo ammazzavamo, qualche chilo di salsicce di maiale.

“Vestiti semplice ma carina, senza scollature, tacchi bassi, capelli raccolti, niente trucco, mani pulitissime e unghie corte… senza smalto.” “Parla lo stretto necessario, rispondi se sei interrogata e non metterti seduta se non te lo dicono.” “Dì alla bambina di non aprire bocca, di non chiedere niente, di stare ferma e zitta, insomma di stare ferma, di non muoversi. Non deve dare troppo nell’occhio, devono farsi l’idea che non dia il benché minimo fastidio.” “A proposito… dì che sei vedova.”

Anche Silvia indossava il suo vestitino migliore e le avevo fatto due treccine per ordinarle i capelli. Quando passai di fronte ad un piccolo bar all’altra parte della strada uno dei giovanotti seduti al tavolino, lanciò un lungo fischio di ammirazione. Io continuai a camminare dritta ed impettita, un po’ imbarazzata ed un po’ gratificata da quell’espressione di genuina ammirazione maschile. Il taxi ci lasciò esattamente davanti al numero civico che avevo comunicato al conducente. Erano le tre e venti, avremmo dovuto aspettare dieci minuti così guardammo qualche vetrina.

Suonai il campanello sulla porta e aspettai. Una voce mi chiese: “Chi è?” Guardai in su per vedere da quale finestra venisse la domanda. Non vidi nessuno affacciato. La voce ripeté: “Chi è?” Capii che il suono proveniva da una piccola griglia metallica sotto l’elenco di nomi e risposi: “Sono Firmina” “Salga, al quarto piano”. Il portone fece uno scatto e noi entrammo. C’era l’ascensore ma noi salimmo su per le scale perché non sapevo come si usa l’ascensore e avevo paura di combinare qualche guaio. Una cameriera stava sulla porta ad aspettarci: “Perché non avete preso l’ascensore?” Non sapevo cosa rispondere, dissi solo: “Buongiorno signora!”.

La casa era bellissima: quadri alle pareti, tappeti che coprivano il pavimento, tende, lampadari, mobili e soprammobili, argenti e cristalli… non sapevo dove guardare. Silvia sembrava una tonta: a bocca aperta guardava a destra e poi a sinistra e poi ancora a destra ed ancora a sinistra estasiata da tanta bellezza, da tanta ricchezza ed opulenza. La cameriera ci fece entrare nello studio del dottore, così disse lei. Una bella stanza con un grande tappeto per terra, le pareti interamente ricoperte di legno scuro e di scaffali di libri. Una grande scrivania piena di scartoffie, una poltrona con braccioli  rivestita di pelle nera da una parte e, di fronte, due poltroncine rosso scuro più piccole sempre dello tipo ma senza i braccioli.

A lato, una porta finestra altissima con delle tende molto pesanti che ricadevano fino a terra. Alla pareti di fondo, quella che gli eventuali visitatori si sarebbero trovati di fronte erano appesi quadri di titoli e onorificenze. Su un piccolo tavolino in un angolo c’erano bottiglie di liquori di ogni genere ed un vassoio con dei calici rovesciati, accanto un vaso con dei fiori bianchi, belli e delicati. La signora era alta, magrissima, bionda con i capelli raccolti. Poteva avere dai trenta ai quaranta anni: bella, molto bella, molto curata, molto sofisticata. Indossava una abito lungo, chiaro, semplice e portava delle scarpe senza tacco.

Ci guardò, ci salutò con un semplice “buon pomeriggio” e fece un gesto con la mano per farci accomodare, ma io, per la paura di sbagliare, non osai sedermi fino a quando non me lo disse espressamente a voce: “Sedetevi care, Come vi chiamate?” “Io mi chiamo Firmina e lei è mia figlia Silvia.” “Bene Firmina, andiamo subito al dunque, so che stai cercando lavoro. ” “Si, signora.” “Da dove vieni? Perché sei qui a Milano? Cosa hai fatto fino ad oggi?” “Vengo da Vasanello, un paesino della provincia di Viterbo. Sono venuta a Milano per lavorare e perché le mie due sorelle abitano qui. Al paese non facevo niente.” “Niente?” Mi resi conto e chiarii: “Andavo in campagna, allevavo gli animali, facevo le faccende di casa, e poi le figlie… il marito… ” “Bene, sei sposata…” “Si, …ma…” “Cosa? Sei forse separata, divorziata?” “San Lanno mio aiutami! E adesso? Che dico? Che faccio?” Ero spaventata, non sapevo cosa rispondere, ero sicura di aver sbagliato a dire che ero sposata ma ormai… “No, signora non sono separata né divorziata ma siccome mio marito mi dava le botte tutti i giorni sono andata via e sono venuta a Milano da mia sorella e sto cercando lavoro.” E va bene, l’avevo detto, andasse come doveva andare.

La signora mi guardava attentamente. A me sembrava che il tempo non passasse mai. Poi mi chiese: “E perche tuo marito ti picchiava? Cosa facevi?”  “Niente signora, io non facevo niente ma lui trovava da ridire su tutto, non gli andava bene niente, botte e basta.” “Avevi un amante?” “Per carità di Dio signò.” “Va bene Firmina, non parliamo più di questo, invece dimmi ti sei mai presa cura di persone anziane? ” “Certo signora, i suoceri li ho guardati io, tutti e due…” “E la bambina? Hai una casa? Qualcuno a cui lasciarla?” “No, signora non ho né una casa dove stare né qualcuno a cui lasciare la bambina…” “Intendi dire che verresti a lavorare con tua figlia? E come si fa mia cara? E tuo marito? Dove si trova? Non è che farebbe delle scenate o roba del genere…?” “Lui sta al paese, io sono partita senza dirgli niente. Sicuramente si immagina che sono venuta su a Milano da mia sorella ma non credo proprio che prenderebbe il treno e verrebbe quassù a cercarmi… non si è mai mosso dal paese… nemmeno sarebbe capace… di prendere il treno…”. La signora continuò a guardarmi in silenzio mentre io fra me e me pensavo: “Non mi prende, non mi prende…”   “Bene Firmina,” la signora parlava con un tono molto calmo e quasi sommesso “… non era certo nei nostri programmi assumere una badante con figlia… sono sincera… la cosa non mi piace, non mi piace per niente… d’altra parte però abbiamo bisogno di una persona che si occupi di mio suocero, e poiché si tratta di suo padre, vorrei che fosse mio marito a prendere la decisione.” Chiamò la cameriera e le ordinò di chiedere al signore di venire nello studio.

La signora mi guardava attentamente. A me sembrava che il tempo non passasse mai. Poi mi chiese: “E perche tuo marito ti picchiava? Cosa facevi?” “Niente signora, io non facevo niente ma lui trovava da ridire su tutto, non gli andava bene niente, botte e basta.” “Avevi un amante?” “Per carità di Dio signò.” “Va bene Firmina, non parliamo più di questo, invece dimmi

La porta si aprì ed entrò un uomo. I capelli completamente bianchi avrebbero fatto pensare ad un anziano ma i lineamenti del viso curato rivelavano che avrebbe potuto essere sulla cinquantina. Anche lui era vestito molto semplicemente ma aveva un’eleganza ed una raffinatezza che ne denotavano senza dubbi il ceto sociale. Era alto e di carnagione molto chiara, era un bell’uomo con gli occhi celesti e calmi, lo sguardo freddo, come assente. “Cosa c’è? Che succede?”  chiese rivolto alla moglie. “Angelo caro, la signora è qui per il posto di badante, vorrei che decidessi tu cosa fare…”  “Cosa c’è da decidere? Abbiamo bisogno di una badante, se la signora vuole fare la badante non vedo cosa ci sia da decidere…” “Il problema è che la signora ha una figlia…” “E allora? Che c’è di così strano nel fatto che la signora abbia una figlia?” “Il fatto è che la signora vorrebbe venire a lavorare con la bambina, qui presente, perché non ha nessuno a cui lasciarla… Che facciamo?” Penso che l’uomo neanche mi avesse vista prima nonostante io mi fossi alzata quando era entrato nella stanza e Silvia avesse fatto lo stesso. Si girò verso di me, mi diede un’occhiata rapida e si rivolse alla moglie: “Tesoro, sai bene anche tu che non è possibile… almeno io non credo che sia possibile prendersi cura di un vecchio con una bambina al seguito… Perché chiedi il mio parere? Lo sai anche tu che non va bene… ripeto non è possibile… se succedesse qualcosa alla bambina? In casa nostra? Dai!…”

Noi stavamo lì, in piedi, senza proferire parola, senza neanche alzare lo sguardo, eravamo solo in attesa… “Mi dispiace Firmina…” la moglie si rivolse a me “…d’altronde penso che tu capisca il problema… e poi… mio marito ha ragione: se succedesse qualcosa alla bambina… sai non vogliamo problemi di questo genere… sono sicura che tu capisci… troverai qualcos’altro, sono sicura…” Che potevo rispondere? Non avevo parole. “Avete ragione signora… ma… Silvia è buona… non combinerebbe niente anzi… a casa mi è tanto di aiuto… ha visto, non si è mossa di pezzo da quando siamo arrivate…” Il marito intanto era uscito senza dire niente altro che “Buongiorno”. Io avevo appena avuto il coraggio di bisbigliare: “Buongiorno, arrivederla!” ma non credo mi avesse sentita. Mi sembrava quasi che la signora si sentisse in imbarazzo. Mi chiese se volevo una tazza di thè, un caffè e, al mio diniego, mi disse: “Arrivederci Firmina, sono sicura che troverai qualcosa… ad ogni modo se dovessimo cambiare idea ti faremo sapere… Lasciami un tuo recapito telefonico, non si sa mai…” Recapito telefonico? Le risposi che non avevo il telefono ma che avrebbe potuto contattarmi tramite la sua baby sitter che avevo conosciuto al parco pubblico. Salutammo e la cameriera ci accompagnò alla porta. Ci ritrovammo sulla strada. Ero come stordita, delusa, un profondo senso di impotenza aveva spento tutto l’entusiasmo con il quale ero partita da casa. Silvia trotterellava vicina a me. Povera piccola, non aveva più aperto bocca. Sicuramente aveva capito tutto e, povera innocente, si sentiva in colpa! “Che dici che facciamo?” Le chiesi tanto per rompere il suo silenzio. “Andiamo a farci una bella passeggiata, ti va?” Non rispose, annuì solamente con il gesto della testolina.

Silvano Caria, Passaggio a Milano (foto dal web) 

Mi sentii struggere l’anima, la bambina si sentiva responsabile… la presi in braccio, la strinse forte a me e la baciai. Lei scoppiò a piangere. Quel pianto dirotto, inconsolabile mi straziava l’anima. Avrei voluto urlare, avrei voluto piangere con lei ma  continuavo a baciarla e a dirle sforzandomi di apparire allegra: “Beh? Adesso che c’è? Perché piangi? Che ti succede? Non ti piace più Milano? Guarda che belle case, quante macchine, quanta gente… Su, su… piagnona! Sei stanca? Vuoi tornare a casa?” “No, no, non voglio più tornare a casa, non voglio più tornare a Vasanello…”. Eh! Già, Vasanello… chissà cosa si diceva di noi al paese, chissà quante chiacchere… Certo non era all’ordine del giorno andarsene così dalla mattina alla sera senza avvisare nessuno, senza che nessuno sapesse niente di niente, solo congetture, solo supposizioni, ovviamente tutte negative nei confronti della disgraziata che aveva osato abbandonare “la famiglia”  quella sacra istituzione dentro la quale si perpetrano le più atroci ingiustizie…

Ma già, quelle pie donne, false ed ipocrite come sepolcri imbiancati, mai e poi mai sarebbero state solidali con una di esse che avesse osato dimostrare, non dico tanto, ma una briciola di coraggio che loro non avrebbero mai avuto. “Eh! E’ sempre stata una capoccia pazza…”  “Sarà scappata con l’amante…” “Povero cristiano! L’ha lasciato con una creatura…” “Va’ a capì do’ è ita”. Mi pareva di vederle quelle vipere: brutte e cattive, tutte d’accordo nello stigmatizzare un comportamento solo per compiacere quei mariti che avrebbero anche loro abbandonato volentieri solo se non fossero state così sottomesse ed accondiscendenti, salvo poi cornificarli di nascosto, ma il tutto purché non si fosse risaputo, perché il problema non è tanto il fatto in sé, quanto le chiacchiere di paese dove l’importante è la facciata, la reputazione, dove una donna bella fa presto ad essere considerata puttana solo perché tutte le brutte la invidiano e gli uomini non possono arrivarci. E’ facile quindi denigrare e la cosa peggiore è che tutto questo venga dalle donne stesse che non sono mai amiche tra di loro, anche quando escono insieme, anche quando le vedi  salutarsi calorosamente baciandosi ed abbracciandosi come sorelle. O sei come loro, omologata allo standard comune dell’insipienza e della piattezza o ti sono contro: tu contro tutte, tu contro tutti. Tu la pecora nera! Non puoi essere più bella o diversa da loro e tantomeno più intelligente, o perlomeno non lo devi mai dimostrare a meno che tu non provenga da una famiglia benestante di nascita, la cosìddetta “gente per bene” come se la bellezza e l’intelligenza sia prerogativa dei ricchi… e l’essere o meno “per bene”  si stabilisca in base alle possibilità economiche di una persona… come se il denaro, da solo, possa mondare ogni malvagità o lerciume.

Silvia si era calmata, non piangeva più ma era triste: rideva anche lei con me, ma anche il suo era un riso forzato, come il mio. Povera creatura innocente! Era carina, alta e magra, con gli occhi chiari come suo padre, i capelli scuri come i miei e un’espressione seria, da bambina adulta. Non la sentivo mai ridere come gli altri bambini, mi stava sempre attaccata alle gonne tremando come una foglia quando suo padre alzava la voce… e le mani… L’altra mia figlia, Stefania, era ancora piccola e, spesso la portavo da mia madre, che pur preferendo la compagnia di Silvia, la teneva con sé soprattutto quando io andavo a lavorare nei campi. Pur così piccina, era diversa dalle altre bambine che vivevano in modo spensierato la loro fanciullezza, lei era alquanto quieta, piangeva solamente quando me ne andavo via ma poi, bastava un niente per distrarla e giocava tranquilla, senza giocattoli: una paletta, un cucchiaio di legno, una casseruola vecchia da buttare, piccoli ritagli di stoffa che conservavo per fare rattoppi… Viveva in un sua realtà fantastica dove si rifugiava estraniandosi completamente e la sentivamo parlare da sola e rappresentare di volta in volta tutti i personaggi del suo mondo irreale: interpretava allo stesso tempo la madre, il padre, la figlia e così via tutti gli immaginari protagonisti dei suoi giochi. Giocava poco con gli altri bambini anche perché abitavamo alla periferia del paese ed io non avevo il tempo di portarla a giocare al parco come facevamo tutte le altre mamme le quali, specialmente di pomeriggio, dopo aver sbrigato le faccende domestiche ed aver preparato qualcosa per cena, accompagnavano le loro creature e lasciavano così che scorrazzassero per i prati giocando in libertà e in compagnia dei coetanei.

Qualche volta, in verità, ce l’avevo portata anche io ma mio marito che stando in quell’orario in campagna era venuto a saperlo da qualcuno che, conoscendo quanto fosse geloso e manesco, non si era certo fatto sfuggire l’occasione di versare benzina sul fuoco, era andato su tutte le furie: “Dove sei stata? Guarda che ti hanno vista sul prato…” “Beh? Che c’è? Che ho fatto di male? Ci vanno tutte le mamme, tutte portano i figli a giocare sul prato, perché io non ci potrei andare?”

Qualche volta, in verità, ce l’avevo portata anche io ma mio marito che stando in quell’orario in campagna era venuto a saperlo da qualcuno che, conoscendo quanto fosse geloso e manesco, non si era certo fatto sfuggire l’occasione di versare benzina sul fuoco, era andato su tutte le furie: “Dove sei stata? Guarda che ti hanno vista sul prato…”  “Beh? Che c’è? Che ho fatto di male? Ci vanno tutte le mamme, tutte portano i figli a giocare sul prato, perché io non ci potrei andare?” “Tutte troie, tutte puttane! Tu non ci vai!” “Ma che c’è di male? Le figlie stanno sempre a casa, sempre da sole, non hanno amichette come le altre bambine… usciamo giusto per prendere una boccata d’aria…” “E allora? Falle giocare in casa, falle giocare qua fuori… perché? Che ha di diverso l’aria del prato? Lo so io! Tutte troie, tutte puttane! Eh! Si, insegnamogli prima del tempo a fa’ le mignotte…” Il mio controbattere alle sue urla non era una giustificazione perché non c’era niente da giustificare, era solo un mero tentativo di farlo ragionare prima che alzasse le mani. Tutto inutile… parole scurrili gli uscivano dalla bocca e dovevo essere svelta ad allontanarmi per evitare qualche calcio o pugno che usava tanto per rinforzare il concetto.

Prendemmo un taxi per tornare a casa. Silvia mi stringeva la mano. Ogni tanto alzava lo sguardo a cercare sicurezza e io le sorridevo sforzandomi di apparire contenta. Quando rincasammo Iole ed il marito erano già tornati dal lavoro. Capirono subito che non avevo risolto niente e ci mettemmo a tavola in silenzio. Mi alzai per prendere un fazzoletto dalla borsa e mi capitò tra le mani il biglietto che mi aveva dato quel signore sul treno, il giornalista. Tornai in cucina e dissi a Iole e al marito che avevo conosciuto questa persona nello scompartimento e che mi aveva lasciato il suo nome promettendomi aiuto.

Mio cognato prese il biglietto, lesse il nome e l’indirizzo “Domani possiamo andare a vedere… ti posso accompagnare io… tanto smetto prima… c’è poco lavoro anche per noi adesso …” “Ma… veramente mi aveva detto di aspettare un paio di giorni perché sarebbe stato fuori…”  “E allora? Proprio bene… due giorni sono passati, domani ci andiamo… meglio andarci subito, quella è gente che gira il mondo, che conosce tante persone, come ha dato il nome a te potrebbe averlo dato a qualche altra… prima ci vai e meglio è… se ci fosse qualche opportunità meglio non farsela scappare, no? Tu che dici?” “Che dico? Va bene, se pensi che è meglio andarci subito… l’importante per me è il lavoro, prima trovo qualcosa e meglio è.” Il giorno dopo, alle cinque del pomeriggio, ci trovavamo davanti al cancello del giornale dove un portiere in divisa blue si avvicinò non appena ci vide e ci chiese chi stessimo cercando. Mio cognato tirò fuori il pezzetto di carta su cui era scritto il nome e glielo disse. Senza proferire parola l’uomo azionò il meccanismo per aprire il cancello e ci fece entrare nella guardiola, prese in mano il telefono e chiamò qualcuno dicendo che due persone con una bambina stavano cercando il tal giornalista.

Milano, Palazzo dell’informazione 

Poi si rivolse a noi e ci chiese: “Per quale motivo cercate il dott. Cerretti?” Io gli risposi che lo avevo conosciuto sul treno e che mi aveva promesso di aiutarmi a cercare lavoro. Il portiere mi squadrò dalla testa ai piedi, guardò attentamente Silvia che avevamo portato con noi, poi mio cognato quindi prese di nuovo in mano il telefono e riferì alla persona all’altro capo del filo il motivo della nostra visita.

Parlando nella cornetta si era un pochino allontanato da noi ed aveva abbassato il tono della voce. “Il dottore è fuori sede, non è ancora tornato.” “E quando dovrebbe tornare?” “Non lo so, signora… ma lei che lavoro cerca? Qui, che sappia io non hanno bisogno di nessuno… ” “Ma… io mi adatterei un po’ a tutto, pulizie, assistenza anziani, bambini… quello che c’è da fare…” “Signora, qui non cercano personale di nessun genere… la pulizia è affidata ad una cooperativa, anziani e bambini non ce ne sono…” “Ma il dottore mi aveva promesso…” “Il lavoro… si ho capito, me lo ha già detto… dia retta, qui non c’è lavoro, almeno non quello che cerca lei…” A questo punto intervenne mio cognato: “Scusi, sa… se potessimo parlare direttamente con il dottore, quando ritorna…” “Per me potete fare quello che volete… ma le ripeto, dia retta, qui non c’è lavoro per la signora… capisca, non me lo faccia ripetere… il dottore non c’è e non so quando ritorna… mi creda è meglio così…”.

Milano, Fabbrica anni ’60

Uscimmo all’aperto. Ero agitata, sconfortata e delusa. Eravamo andati troppo presto, quel signore non era ancora tornato, chissà… forse sarebbe stato il caso di tornare in seguito, chissà… Mentre ci incamminavamo lungo il viale, senza alcuna ragione, come guidata da un sesto senso, mi voltai indietro e mi parve di vedere il portiere che parlava con qualcuno, ma sì, era lui, l’uomo che avevo incontrato sul treno. Quando si accorse che lo avevo riconosciuto, si girò di spalle ed entrò nella guardiola. Non ci capivo niente, anzi, il contrario, all’improvviso capii tutto, forse avrei dovuto ringraziare il portiere per quel lavoro non trovato… per quello sguardo indagatore che, a dire il vero, prima, mi aveva un poco irritata… non ero la persona per il genere di lavoro promesso… I giorni seguenti uscii spesso di casa. Mi fermavo nei negozi, soprattutto dove vedevo delle donne e mi proponevo per lavori di ogni genere, soprattutto pulizie della casa, babysitting ed assistenza anziani ma quando sentivano che mi trovavo a Milano con una bambina tutti storcevano il naso facendomi chiaramente intendere che non sarebbe stato facile, per niente… Un pomeriggio, passando per caso in una via secondaria, ci trovammo quasi travolte da un gruppo di persone che uscivano da una specie di magazzino. Incuriosita sbirciai all’interno. Un signore sulla sessantina ci guardò con aria interrogativa. Ero veramente imbarazzata e riuscii solo a dire: “Mi scusi, ho visto delle persone uscire così di fretta che…”  “Eh, già! Visto che roba? Alle cinque in punto… spaccate… dipendenti… ” Io e Silvia eravamo rimaste all’entrata e non sapevo cosa dire… “Scusi, conosce per caso qualcuno che ci può dar lavoro? Ci adattiamo a tutto… Ho bisogno di lavorare…”

Fu così che iniziammo a lavorare lì: una piccola fabbrica dove si produceva carta vetrata in fogli, quella utilizzata soprattutto per pulire il piano in ghisa delle cucine economiche a legna. Antonio e sua moglie, i proprietari, erano brave persone, accettarono che io portassi Silvia con me. Tutto sommato non stavamo male, le altre operaie erano giovani ragazze e parlavano tutto il giorno dei loro fidanzati.

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FIRMINA STORY  2021