Mentre tornavamo a casa spiegai a Silvia, che aveva già capito tutto, che forse avevo trovato lavoro, che saremmo andate a parlare nel pomeriggio, che sarebbe dovuta venire anche lei e che soprattutto doveva stare buona, ma proprio buona, buona. La bambina non disse niente, camminava svelta accanto a me.
Alle tre in punto uscimmo di casa. Avevo messo il vestito della festa che, pur vecchio di cinque anni, era l’unico decente che avessi. Un abitino semplice, a fiorellini piccoli blue su fondo chiaro, le maniche lunghe, la gonna scampanata che arrivava sotto il ginocchio e un piccolo scollo rotondo. Un vestito che mi ero fatta cucire su misura per il matrimonio di Maria, mia nipote e che poi avevo riusato solo ed esclusivamente per tutte le cerimonie successive. Non era stato facile ottenere i soldi per la stoffa e per la sarta: dopo i ripetuti rifiuti da parte di mio marito avevo cominciato a sottrarglieli, pochi spiccioli alla volta, quelli che metteva sul comò togliendosi i pantaloni la sera quando tornava dalle partite a carte al bar. I soldi! Sono i soldi che ti danno la libertà, che ti rendono indipendente e questo lui lo sapeva bene: non ero padrona di un centesimo, io non lavoravo, io non guadagnavo, io non avevo i soldi, io dovevo chiedere tutto e niente mi era concesso. Alla fine dato che gli spiccioli non bastavano e che un paio volte, insospettito, mi aveva chiesto se avessi toccato le sue monete sul comò, trovai un’altra soluzione: cominciai a vendere di nascosto a qualche signora qualche bottiglia di olio di oliva, qualche chilo di nocciole qualche pollo, qualche coniglio e, quando lo ammazzavamo, qualche chilo di salsicce di maiale.