SEBASTIAN… lo “jus exilii”/ Seconda Parte

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

SEBASTIAN… lo “jus exilii” di Ida Renzicchi

Immagini fotografiche: Regina KIRILLOV (per saperne di più clicca qui)

 

INVITO ALL’ASCOLTO

Voce narrante: Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Accompagnamento musicale:

brani eseguiti  dal Maestro Giuseppe TRONCARELLI alla tromba e al flicorno soprano e dal Maestro Francesco ACHILLI al pianoforte.

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   idarenzicchi@gmail.com

Regina Kirillov, In obscurity 

L’Italia: il nostro sogno! Non ci sembrò vero quando ci comunicarono che la nostra richiesta di espatrio era stata accettata e che sarebbe stata proprio quella la nazione dove avremmo potuto sviluppare la nostra conoscenza artistico-letteraria. `{`...`}` Quello, non era periodo di guerra, ma persisteva fra la nostra nazione e tutto il resto del mondo civile qualcosa di statico e di avverso. Ovvia la diffidenza e l’essere costantemente sotto osservazione da parte dei servizi segreti… temevano che noi potessimo essere spie. Da parte nostra, eravamo sicuri di essere anche sotto il controllo di agenti in incognito della nostra nazione.

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

Lasciai mio marito. Non ne ero innamorata e che non lo ero mai stata lo capii dopo aver conosciuto Sebastian. Io e lui, giovanissimo scienziato, eravamo affini. Entrambi appassionati di Arte e Letteratura passavamo i nostri pomeriggi totalmente immersi, anzi, persi tra i volumi della grande biblioteca scolastica.

Quando, dopo vicissitudini varie, mia madre mi comunicò che era riuscita ad ottenere per me il permesso di espatrio per motivi di studio, il primo a saperlo fu lui. Corsi come una pazza fin sotto la sua casa per comunicarglielo di persona. Lui, mi ascoltava serio, gli occhi ansiosi. “E noi? Che ne sarà di noi?” “Devi venire anche tu, Séba! Devi assolutamente venire anche tu!” “E come?” Era smarrito.

Non mi domandai come avesse fatto mia madre né quanto e quale fosse stato il prezzo pagato per consentire a me e anche a Sebastian, di andarcene. Me lo immaginai e basta: non avevamo soldi. Lei aveva capito tutto: io sarei partita solo se anche a lui fosse stato concesso.

Uno sconosciuto, che si presentò come superiore, ma soprattutto come amico del funzionario al quale mia madre si era rivolta per ottenere i permessi, venne di persona a casa nostra a consegnarci i documenti che ci avrebbero resi liberi.

Noi due, ma credo anche tutti gli altri, avremmo dato l’anima al diavolo pur di poter rimanere in quel posto… Quello era il paradiso terrestre: il clima era meraviglioso e gli alberi fruttificavano anche due volte l’anno, i supermercati e i negozi erano pieni di cibo e di ogni ben di Dio e non c’erano file davanti a nessun esercizio commerciale… ma soprattutto, la gente sorrideva e viveva immersa nella bellezza! Altro che la miseria e la fame! Altro che cavoli e patate… quando anche questi non erano marciti sotto il ghiaccio…

Regina Kirillov, Caspar Friedrich’s Trees in Morongo

La mamma era giovane e molto bella. Il suo compagno, che lavorava per una compagnia estrattiva nazionale, era stato inviato, per una settimana, in trasferta in una città del nord presso una sede distaccata della sua azienda. Non era quindi in casa all’arrivo del burocrate che si mostrò molto premuroso ed attento con me e con mia madre. Ci portò cibo in quantità e ottimo vino italiano di grandi marche, cose che noi ci saremmo solo sognate… e consumò i pasti in nostra compagnia. La mamma, per un paio di giorni, non andò a lavorare e mi pregò di non riferire nulla al suo convivente. L’uomo che avrà avuto una ventina di anni più di lei era gentile, educato e gioviale. Mi ritrovai a pensare che sarebbe stato meglio per la mamma vivere con lui anziché con un compagno più giovane con il quale faceva solo sacrifici… Poi, una sera, dopo aver mangiato e bevuto in allegria, li sentii discutere animatamente. Entrambi parlavano a voce bassissima, ma io che mi ero già ritirata nella mia stanza, senza riuscire a comprendere il motivo del loro diverbio, percepivo collera mista ad una forte agitazione nel tono della voce di mia madre, soprattutto in quel ribattere secco ed immediato alle parole dell’uomo che mi sembravano più pacate, a volte perfino suadenti.

Solo a distanza di anni compresi tutto: due permessi…? doppio prezzo…!

La mamma non poteva permettere…

Era questo il motivo per cui durante quei due giorni aveva preteso che io restassi fuori casa il più possibile e non mi lasciava mai sola con lui. Quella sera, ad un certo punto, era venuta in camera mia, aveva chiuso la porta e, parlando velocemente, mi aveva detto di chiedere a Sebastian ospitalità per la notte. Poi, dopo che io, con lo zaino sulle spalle, mi ero allontanata nell’oscurità aveva chiuso rumorosamente la porta dietro di me, come a far credere di essere stata lei quella uscita all’esterno, dove avevamo la latrina, per un bisogno impellente.

Quella notte io avevo dormito a casa del mio compagno di studi, su una scomodissima poltrona alla quale mancava completamente l’imbottitura della seduta e si sentivano tutte le tavole di legno premere dolorosamente contro le ossa. Avevo, molto genericamente, motivato la mia richiesta dicendo che erano arrivati alcuni parenti ai quali avevo dovuto cedere cortesemente la mia camera. Dubito che lui e sua sorella avessero creduto alle mie giustificazioni non richieste ma non mi fecero domande, cosa di cui fui loro grata. Entrambi, con generosità, mi avevano offerto i rispettivi letti, ma io, nel fondato timore del disturbo che stavo loro arrecando, avevo categoricamente rifiutato e, dopo aver chiesto una sedia dove appoggiare le gambe ed un cuscino da mettere sotto il sedere, ero rimasta là, sveglia tutta la notte a pensare. Ad un certo punto si erano alzati tutti e due ed erano venuti ad offrirmi ancora una volta i loro giacigli. Era andata a finire che, dopo esserci fatto un caffè, ci eravamo infilati maglioni e pantaloni e ci eravamo messi a parlare dei nostri progetti. Tutti e tre sognavamo di espatriare in Italia o perlomeno di andare via di là ma, certi di essere ascoltati, non facemmo parola dei nostri piani reali e parlammo entusiasticamente io, di poter insegnare all’Università, Sebastian di contribuire allo sviluppo del Programma Spaziale e la sorella, una ragazza laureata in Chimica, coltissima e di una bellezza che toglieva il fiato, dichiarò che lei avrebbe sposato il suo ragazzo, che avrebbero avuto una famiglia e che sperava di diventare la responsabile del settore della ricerca nell’industria farmaceutica dove lavorava come assistente. Solo verso le quattro di mattina, infreddoliti e completamente vestiti, ci eravamo infilati a letto. Tutti e tre nell’unica camera, Sebastian e sua sorella insieme nello stesso letto ed io in quello di Sebastian che non aveva voluto sentire ragioni.

La mattina seguente ero andata direttamente all’Università e la mamma era rientrata al lavoro. Quando, verso sera, ero tornata, l’uomo non era in casa… non lo avrei rivisto più. Lei mi aveva abbracciato forte, non mi aveva detto niente, mi aveva solo pregato, ancora una volta, di non parlarne mai… con nessuno. Aveva un livido bluastro su uno zigomo… sembrava stanca. A me, che non avevo osato chiedere spiegazioni, aveva genericamente detto di avere sbattuto contro uno sportello… ma in casa non c’erano sportelli ad altezza guancia… il tono della sua voce sembrava superficiale ma i suoi occhi erano tutt’altro…

Dopo quattro giorni il suo compagno, rientrato a casa, l’aveva trovata vuota: due giorni prima, io e Sebastian eravamo partiti per sempre e la mamma non c’era ad aspettarlo.

L’Italia: il nostro sogno!

Regina Kirillov, Early in the Morning

Non ci sembrò vero quando ci comunicarono che la nostra richiesta di espatrio era stata accettata e che sarebbe stata proprio quella la nazione dove avremmo potuto sviluppare la nostra conoscenza artistico-letteraria.

Il viaggio in treno, in uno scompartimento di ultima classe (a posteriori mi resi conto che si trattava di un carro merci adattato), mi sembrò un’esperienza ultraterrena… niente e nessuno avrebbe potuto rovinare il mio stato di pura euforia. I finestrini, protetti da grate, posti in alto e di forma rettangolare stretta e lunga, non erano che aperture senza tendine e senza vetri. Gli unici due sedili di legno erano scomodissimi e il bagno, dove c’era solamente un buco alla turca dal quale si vedevano correre via i binari, e un piccolissimo lavandino ad angolo, era sporco e maleodorante… Non era nemmeno possibile chiuderne la porta perché il piccolo catenaccio che l’avrebbe dovuta tenere chiusa era stato divelto. Come un grande ventaglio, l’anta sbatteva rumorosamente avanti e indietro ad ogni movimento del treno e le zaffate di odore di urina stantìa ci avvolgevano e permeavano noi e tutto l’ambiente.

Eravamo in cinque là dentro: non c’era nessuno dei compagni universitari con i quali avevamo frequentato il corso di inglese, ma, oltre a noi, tre adulti sui trenta, quaranta anni: sconosciuti, taciturni e schivi che dubito si conoscessero l’un l’altro. Quegli uomini, dallo sguardo spento, magri e malvestiti, non più giovani e non ancora anziani, guardavano me e Sebastian con la tollerante benevolenza dei vecchi verso l’entusiasmo esuberante della gioventù.  Noi due trascorremmo la maggior parte delle lunghe ore di viaggio dritti, in piedi su quelle panche di legno, aggrappati alle inferriate e guardando da quelle feritoie il paesaggio che sembrava correre via. A turno, ma poche volte, perché i nostri compagni di viaggio non sembravano essere granché interessati al panorama, lasciavamo il posto per dare modo anche a loro di vedere, avvicendandoci affinché ci fosse sempre qualcuno di guardia, per avvertire tempestivamente nel caso fosse arrivato il conduttore a controllare ma, in effetti, durante il viaggio, nessuno entrò mai nello scompartimento dove il portellone di accesso era chiuso dall’esterno con un catenaccio: i nostri permessi erano stati attentamente esaminati prima della partenza.

Giungemmo finalmente nella città di destinazione. Avremmo dovuto essere stremati come gli altri che, dopo qualche ora, si erano distesi, due su ciascuno dei sedili e l’altro sul pavimento ed erano rimasti così ad occhi chiusi… anche se non credo che dormissero.  Noi eravamo talmente eccitati che, non appena qualcuno, dopo aver aperto un enorme lucchetto ed averne rimosso la catena che la teneva agganciata alla parte fissa del vagone, aveva fatto scorrere la pesante anta metallica, per primi, lanciato sui binari il nostro bagaglio, eravamo saltati giù dal treno. Gli incaricati al servizio, italiani, che ci aspettavano per farci scendere, ci consegnarono a dei poliziotti i quali ci scortarono fuori e, a gesti, ci invitarono a salire su un autobus dai vetri oscurati parcheggiato subito fuori la stazione. A quelli del nostro scompartimento, si erano uniti anche altri sette uomini che avevano viaggiato in un altro carro: in tutto, dodici poveri disgraziati, brutti e lerci.

“Che puzza!” “Anche questo ha detto: Che puzza!” Uno del gruppo capiva un poco l’italiano. Ed era ancora la stessa, la frase pronunciata dalla bellissima signora che ci accolse e che il nostro compagno si affrettò nuovamente a tradurre non appena arrivati alla pensione destinata ad alloggiarci: “Anche la signora dice che puzziamo!”. Una sistemazione, con un unico servizio igienico in fondo al corridoio, più che modesta per gli standard italiani, ma che a noi fece l’effetto di un hotel a sei stelle: un bagno nella vasca con l’acqua calda, che, in quanto unica donna, mi fu cavallerescamente concesso per prima, enormi asciugamani bianchissimi e, addirittura, una saponetta… nuova… profumata… un lusso inimmaginabile che fui felice di concedermi anche per togliermi l’odore sgradevole che sicuramente avevo addosso e che era stato sottolineato, in modo palese, da coloro che ci avevano così cortesemente accolto. Un tubetto di dentifricio intatto ed uno spazzolino da denti ancora avvolto nella sua confezione mi commossero fino alle lacrime.

Regina Kirillov, Planet Venus

Vitto, alloggio, argent de poche… e ore ed ore passate girando a piedi la città con le bocche spalancate ad ammirarne le bellezze e la gente. Non prendevamo mai i mezzi pubblici, sia per non spendere neanche un centesimo del denaro che ci veniva consegnato per le piccole spese giornaliere, che per godere appieno dello splendore che ci circondava. Nel piccolo albergo dove eravamo ospitati era previsto il pernottamento e la prima colazione che fortunatamente era molto abbondante. Noi mangiavamo di tutto riempiendoci lo stomaco in modo da poter saltare il pranzo, poi, sul tardo pomeriggio, prima di rientrare, ci fermavamo in un bar del centro, dove ordinavamo sempre e solo un latte macchiato che sarebbe stata la nostra cena. Dopo poche sere, un signore molto distinto, che doveva essere sicuramente il proprietario, senza che gli fosse pervenuta nessuna richiesta da parte nostra, ordinò al barista, di servirci anche una o due paste ciascuno. Si trattava di dolci che non erano stati consumati durante la giornata e che non avrebbero potuto essere serviti ai suoi clienti il giorno successivo. La prima volta che ne assaggiai uno, ripieno di deliziosa crema pasticcera, temetti di svenire tanto era squisito! Quando alla cassa facemmo intendere di voler pagare anche quei pasticcini, quel gestore gentile, con un gesto eloquente ci aveva fatto capire che non gli dovevamo alcunché: aveva raccolto gli spiccioli che Sebastian aveva appoggiato sul bancone, poi si era alzato, gli aveva preso la mano e glieli aveva messi nel palmo richiudendogli le dita. Noi non spiccicavamo una parola di italiano, e lui non parlava la nostra lingua e neppure l’inglese, ma la sua sensibilità gli aveva fatto comprendere cose che, anche potendolo fare, forse mai gli avremmo confidato! Io faticai a trattenere le lacrime. Anche Sebastian era commosso e, nel timore che la voce tradisse le nostre emozioni, durante il tragitto di rientro alla pensione non scambiammo una parola neppure fra noi due.

Quando pioveva ci infilavamo nelle biblioteche, felici di poter consultare testi preziosi ed antichi.

Gli italiani? Tutti belli, tutti molto ben vestiti, educati, ma soprattutto felici: avevano sul viso e nello sguardo quell’espressione di serenità che noi non avevamo mai visto sui volti della gente del nostro paese… Ti passavano accanto e sentivi il loro profumo…  ero convinta che anche la loro merda non avesse l’odore nauseante della nostra e di quella dei nostri connazionali!

Noi due, ma credo anche tutti gli altri, avremmo dato l’anima al diavolo pur di poter rimanere in quel posto… Quello era il paradiso terrestre: il clima era meraviglioso e gli alberi fruttificavano anche due volte l’anno, i supermercati e i negozi erano pieni di cibo e di ogni ben di Dio e non c’erano file davanti a nessun esercizio commerciale… ma soprattutto, la gente sorrideva e viveva immersa nella bellezza! Altro che la miseria e la fame! Altro che cavoli e patate… quando anche questi non erano marciti sotto il ghiaccio…

Da principio non ci eravamo neppure azzardati ad entrare, convinti che, in posti simili, fosse concesso l’ingresso solo a chi avrebbe fatto acquisti, ma dopo qualche giorno, con in tasca i pochi soldi accantonati e dopo aver osservato bene, dalla parte opposta della strada, il comportamento delle altre persone, ci posizionammo di fronte alle porte automatiche per accedere all’interno di un grandissimo supermercato della capitale. Mai visto niente di simile! Eravamo inebetiti da tanta ricchezza e da tutte quelle luci accese… Io ed il mio compagno ci tenevamo per mano nel timore di perderci tra tutta quella gente. Giravamo per gli scaffali a bocca aperta e salimmo, per la prima volta, anche sulla scala elettrica che conduceva al piano superiore. Trascorremmo là dentro una mattinata intera, alla fine, controllati attentamente i prezzi, io mi comprai un cerchietto foderato di velluto francese nero per trattenere i capelli e Sebastian un portafoglio di materiale sintetico: di pelle non avremmo potuto permettercelo neanche se io avessi rinunciato al mio cerchietto ed avessimo unito le nostre risorse. Giunti alle casse notammo, davanti a noi, che un gruppo di ragazzi che non portavano niente in mano, erano usciti tranquillamente senza che nessuno avesse detto loro alcunché. Sicuramente studenti che avevano marinato la scuola e che, data la giornata particolarmente rigida, avevano deciso di passare il tempo gironzolando all’interno dell’esercizio commerciale dove faceva un bel calduccio invitante.

Regina Kirillov, Park in New York

Da quella volta, ogni tanto, anche noi entrammo in questi santuari dell’abbondanza con orario continuato fino alle dieci sera… ma solo per lustrarci gli occhi.

Quello, non era periodo di guerra, ma persisteva fra la nostra nazione e tutto il resto del mondo civile qualcosa di statico e di avverso.

Ovvia la diffidenza e l’essere costantemente sotto osservazione da parte dei servizi segreti… temevano che noi potessimo essere spie. Da parte nostra, eravamo sicuri di essere anche sotto il controllo di agenti in incognito della nostra nazione. Fu questa la ragione per cui, quando un giornalista della televisione ci chiese di partecipare come ospiti ad una famosa trasmissione, di cui era il conduttore, offrendoci un compenso al quale sarebbe stato difficile rinunciare, il pensiero delle eventuali ritorsioni sulle persone lasciate in patria fece sì che noi declinassimo l’invito senza pensarci due volte. Solo anni dopo, a conoscenza dei fatti seguiti alla nostra partenza, rimpiangemmo di non aver denunciato a tutto il mondo la negazione delle libertà da parte di quel regime nato per difendere la classe operaia da quella che loro chiamavano l’oppressione del potere, quello che, sempre secondo loro, aveva preceduto la liberazione.

Nessuno ci disse mai niente, nessuno fu mai scortese nei nostri confronti, continuammo a ricevere il sussidio economico e ad usufruire dell’alloggio fino a quando richiedemmo il permesso di soggiorno, che, con modi molto garbati, ci fu negato.

La seconda alternativa? Chiedere asilo politico ad un’altra nazione… che ce lo concesse.

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

 

Quello, non era periodo di guerra, ma persisteva fra la nostra nazione e tutto il resto del mondo civile qualcosa di statico e di avverso. Ovvia la diffidenza e l’essere costantemente sotto osservazione da parte dei servizi segreti… temevano che noi potessimo essere spie. Da parte nostra, eravamo sicuri di essere anche sotto il controllo di agenti in incognito della nostra nazione.

SEBASTIAN… LO “IUS EXILII”- INVITO ALLA LETTURA/ COPERTINA