SEBASTIAN…lo “jus exilii”/ Prima Parte

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

SEBASTIAN… lo  “jus exilii” di Ida Renzicchi

Immagini fotografiche: Regina KIRILLOV (per saperne di più clicca qui)

 

INVITO ALL’ASCOLTO

Voce narrante: Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Accompagnamento musicale:

brani eseguiti  dal Maestro Giuseppe TRONCARELLI alla tromba e al flicorno soprano e dal Maestro Francesco ACHILLI al pianoforte.

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   idarenzicchi@gmail.com

Rientrare a casa in solitudine. Ripercorrere un cammino di vita difficile. Riattivare, contemporaneamente alle utenze domestiche, la propria quotidianità. Ritornare al sicuro, nella nostra gabbia, perché fuori il mondo spaventa e perché, oltre a quelle più recenti, non riprendano a sanguinare anche le ferite antiche, dolorosissime e mai completamente rimarginate. Restituire sé stessi alle persone ed alle cose. `{`...`}` Il passaggio sulla terra di ogni persona è un avvenimento unico ed irripetibile... ma quando penso alla nostra vita mi dico che non possono essere davvero molte le persone che hanno vissuto un’esistenza singolare come la nostra. Noi siamo venuti al mondo in un periodo in cui, nella nazione dove siamo nati, sotto un regime totalitario e dispotico, era facile svanire nel nulla.

Regina Kirillov, Afraid to show the face

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

Scendo dal taxi con la chiave già nella mano.

L’autista che non ha neppure spento il motore, riparte immediatamente lasciandomi con i bagagli a terra di fronte al cancelletto di ferro che dà accesso alla mia casa.

Non c’è un’anima viva in giro.

All’apparenza, sembra che non ci sia mai nessuno in questa zona desertica dove, in estate, il caldo torrido ti toglie il respiro. Eppure l’intero territorio è disseminato di lussuose ville abitate da artisti affermati che hanno scelto di vivere proprio in questo strano posto arido. La maestria di celebri architetti nel rendere tali dimore un tutt’uno con l’ambiente circostante, ha reso questo luogo surreale famoso in tutto il mondo.

Il silenzio regna quasi assoluto. L’unico rumore è il cigolio: quello delle rotelle del trolley che trascino fino alla porta di casa, e quello del metallo stridente sui cardini arrugginiti. Il forte sbalzo termico, tra le giornate infuocate e le notti dove le temperature scendono sensibilmente, fa sì che l’umidità delle prime ore del mattino faciliti la formazione della ruggine su tutte le parti in ferro per effetto di quella rugiadina, allo stesso tempo preziosa a permettere la sopravvivenza delle caratteristiche piante del deserto che denominano la località dove vivo.

La buca delle lettere è stipata di corrispondenza. Apro un battente della pesante porta di casa e, immediatamente,  un fascio di luce illumina tutta la stanza. Per terra, subito sulla destra, un mucchio di buste uscite dalla parte inferiore interna della cassetta postale che deve essersi certamente rotta sotto la pressione effettuata dal portalettere per infilarci a forza tutta quella carta.

Spalanco i vetri e le persiane della grande porta finestra che dà sul giardino retrostante e chiudo l’uscio di casa. Mi guardo attorno. Tutto è rimasto immutato, fermo e silenzioso.

Mi libero le spalle dal peso dello zaino al quale faccio posto sopra i cuscini di una piccola panca. Mi raddrizzo sulla schiena indolenzita mettendomi le mani sul retro dei fianchi e respiro profondamente… poi inizio a riattivare tutte le utenze: giro la manopola dell’acqua, quella del gas e sollevo l’interruttore generale dell’energia elettrica. Apro il rubinetto della cucina dal quale, rumorosamente, come faticasse ad uscire dai tubi, sgorga un fiotto di acqua marrone. La lascio scorrere finché non è chiara e limpida, poi ne bevo un bicchiere tutto d’un fiato e, con le mani bagnate, mi rinfresco le tempie, la nuca e i lobi delle orecchie.

Trascino i bagagli e li sistemo in un angolo della camera da letto. Sono troppo stanca, non ho nessuna voglia di disfare le valigie… lo farò, certo che lo farò… ma non adesso… non oggi.

La mia casa! La nostra casa! Mi sembra più grande! Tutto è pulito e in ordine. Qualcuno, forse la stessa ditta incaricata delle pulizie, ha collocato sopra il tavolo un profumatore per ambienti: un bel vaso di vetro trasparente dal quale spuntano una decina di bastoncini di incenso. L’aria è satura del penetrante profumo, ma nonostante la fragranza ed il tempo trascorso riesco a percepire l’odore di disinfettante e di candeggina usati per lavare i pavimenti e tutto il resto.

Mi guardo attorno ed osservo le pareti coperte di quadri. Ognuno di essi il ricordo di un viaggio, una mostra… un nuovo artista incontrato. Ogni cosa, ogni più piccolo oggetto ha una sua storia.

Regina Kirillov, Night Falls 

Il passaggio sulla terra di ogni persona è un avvenimento unico ed irripetibile… ma quando penso alla nostra vita mi dico che non possono essere davvero molte le persone che hanno vissuto un’esistenza singolare come la nostra.

Noi siamo venuti al mondo in un periodo in cui, nella nazione dove siamo nati, sotto un regime totalitario e dispotico, era facile svanire nel nulla. Amici, parenti, conoscenti, vicini di casa che, dalla sera alla mattina, non vedevi più, come se non fossero mai esistiti. Persone comuni prelevate a forza, generalmente di notte, dalle loro case e portate in carcere o nei campi di lavoro nelle zone più a nord, fredde e disabitate del paese, da dove, nessuno che io avessi conosciuto, era più tornato.

Io, già fisicamente fragile per le difficili condizioni di vita, e continuamente angosciata che qualcuno di noi potesse sparire così, stavo sempre male. Temevo per mia madre, per il suo compagno, per i miei parenti, i miei amici… per tutti…

Da quando, nascosta dall’oscurità, dietro la piccola finestra della mia camera da letto, avevo assistito per caso al prelevamento del nostro vicino di casa, come avessi una sveglia nel cervello, mi destavo tutte le notti alla stessa ora e trascorrevo ore e ore al buio, davanti ai vetri, aspettando la prima luce dell’alba quando sentivo mia madre entrare nella cucina e preparare qualcosa da mangiare a colazione prima di recarsi  al lavoro. Allora, la raggiungevo e cominciavo una nuova giornata.

Quella notte, alla luce fioca di un lampione, avevo visto sei uomini vestiti di scuro introdursi, dall’ingresso sul retro, nella casa di fronte alla nostra ed uscirne dopo una mezz’ora letteralmente trascinando quell’uomo giovane, di quarantacinque anni, alto oltre un metro e ottanta, forte e robusto, ridotto un fantoccio di pezza inanimato. Tutto nel silenzio più assoluto: non un grido, non una parola, non un benché minimo rumore.

La mattina seguente, non avevo neppure fatto in tempo ad accennare l’accaduto che il compagno di mia madre, seduto a fare colazione con una piccola tazza di thé e una fetta di pane e burro, era saltato in piedi di scatto e, fingendo di evitare qualcosa che si stava rovesciando sul tavolo, da dietro le spalle, mi aveva immediatamente premuto la mano sulla faccia tappandomi anche il naso con il rischio di soffocarmi mentre la mamma, seduta, avvicinandosi a me tanto da poter essere coperta dalla sagoma del compagno, con gli occhi sbarrati e il dito indice davanti alla bocca chiusa, mi faceva segno di tacere. Avevano visto anche loro. “Meno male che non ti sei macchiato i pantaloni… gli altri non sono ancora asciutti…”. Aveva detto lei mentre lui fingeva di controllare di non essersi sporcato.

Regina Kirillov, Caspar Friedrich’s Trees in Morongo

Eravamo spiati. Non dovevamo dimenticarlo! Sempre e costantemente sorvegliati. C’erano microfoni e telecamere nascosti nelle case, tutti lo sapevamo ma nessuno si sarebbe azzardato a rimuoverli o a parlarne con altri. Ogni tanto, senza che alcuno avesse manifestato l’esistenza di un problema, qualcuno, che si dichiarava tecnico del gas, della corrente elettrica, o dell’impianto idrico, si presentava a casa. Gli orari erano sempre diversi, a volte, davvero assurdi. Tutti sapevamo che tali improvvise ispezioni niente avevano a che fare con le utenze domestiche ma che il loro compito era solamente controllare l’efficienza del sistema di sorveglianza e verificare che niente fosse stato rimosso o manomesso. Una modifica anche insignificante degli ambienti o un minimo cambiamento del vivere quotidiano erano oggetto di sospetto e venivano subito rilevati.

Poco tempo prima, dopo aver studiato la posizione dalla quale sarebbe stato più difficile riprenderci ed averne discusso in un parco all’aperto, la mamma ed il suo compagno avevano spostato il tavolo della cucina dal centro della stanza posizionandolo contro una parete. La mattina del giorno seguente, l’operaio, che si dichiarò venuto a rilevare una perdita… ovviamente inesistente… aveva osservato attentamente la nuova disposizione.

Era uno mai visto prima. “Avete cambiato la disposizione dei mobili, signora.” La sua non era una domanda. “Cambiato? No, non abbiamo cambiato i mobili… e chi se lo può permettere… magari!… sono sempre quelli…” La mamma aveva fatto finta di aver capito tutt’altro. L’uomo era rimasto in silenzio e lei, continuando nella sua finzione, aveva aggiunto: “Abbiamo solo accostato il tavolo alla parete… così ho più spazio sia davanti ai fornelli che al lavandino e mi è anche più facile pulire il pavimento. La stanza sembra più grande, vero?” Anche stavolta l’uomo non aveva detto niente, aveva solo annotato qualcosa su un taccuino.

Qualche giorno dopo, fortunatamente dopo l’episodio accaduto a colazione, un altro tecnico era venuto a sistemare qualcosa inerente il sistema elettrico, almeno questo era quello che l’uomo aveva detto alla mamma quando ella gli aveva la porta. Ormai molti di questi “operai”, che altro non erano se non controllori e tecnici dei sistemi di sorveglianza, neppure si premuravano più di addurre scuse o di dare spiegazioni. Gli occupanti delle case dove si presentavano avevano l’obbligo di farli entrare e ad essi, per legge, era consentito rimanere all’interno delle abitazioni e terminare indisturbati il compito per il quale erano venuti, anche quando gli inquilini delle stesse erano costretti ad uscirne per recarsi al lavoro.

Avrei conservato a lungo l’abitudine di essere sempre guardinga, di parlare sottovoce e, nel caso di cose riservate, di farlo solamente all’aperto… anche quando ormai vivevo una situazione completamente diversa.

Regina Kirillov, Caspar Friedrich’s Trees in Morongo

“Scusami.” Mi aveva detto il compagno della mamma mentre uscivamo di casa. La voce, già bassa, attutita e resa quasi incomprensibile dalla sciarpa tirata fin sulla bocca e la testa china mentre camminava dritto senza voltarsi verso di me. “Stavi per metterci in un bel casino… ci devi pensare… sem-pre.” A sottolinearne l’importanza, aveva scandito bene le due sillabe dell’ultima parola. Anche io non mi ero girata verso di lui, sapevo che non potevo farlo, non dovevano credere che aspettassimo di uscire per parlare. Telecamere e microfoni potevano essere dappertutto. Continuai a camminare senza alzare lo sguardo da terra, fino alla fermata dell’autobus e, mentre lui svoltava a destra, lo salutai con il gesto della mano, come facevo tutte le mattine.

Mia madre insegnava all’Università. Adorava il suo lavoro di docente anche se era ovviamente limitata dai programmi governativi che non prevedevano iniziative personali di nessun genere, tantomeno espressione di giudizi o pareri.

Per me, studentessa di Letteratura, aveva fortemente voluto l’accesso allo studio della lingua inglese, privilegio riservato a pochissimi studenti, e l’aveva ottenuto a fatica e solamente grazie alla sua stretta amicizia con un influente funzionario del regime che, a sua volta, aveva dovuto giustificare tale richiesta dichiarando il desiderio dell’allieva di studiare la Letteratura internazionale allo scopo di poter, in seguito, tradurre e divulgare i nostri grandi autori in altre lingue.

In realtà, mia madre voleva solo che io fossi libera e, come un ragno che tesse la sua tela, organizzava e mi preparava con caparbietà a tale evenienza!

Era stato proprio l’ambiente universitario, anzi l’aula dove si teneva l’esclusivo corso di inglese, il luogo dove lo avevo conosciuto. Cosa mi aveva colpito di un ragazzo magro, allampanato, di statura media? Quello che mi aveva fatto perdutamente innamorare di Sebastian, era il suo cervello: non avevo mai conosciuto una persona così calma, riservata e seria, ma soprattutto così intelligente.

Séba, come lo chiamavano i suoi amici, benché tre anni più giovane di me, si era da poco laureato in Fisica con il massimo dei voti ed era considerato da tutti un genio. Pluripremiato per i suoi eccezionali risultati, nonostante l’Università gli avesse già offerto una cattedra, sicuramente non avrebbe fatto l’insegnante perché il Governo, in continua competizione con l’omologo programma di un’altra nazione, contava molto sul suo inserimento nel Progetto Spaziale Nazionale che finanziava senza limitazione di fondi.

Anche io mi ero da poco laureata in Letteratura discutendo la mia tesi sui grandi scrittori della nostra patria ed avevo ottenuto una medaglia di merito. Tale riconoscimento era molto ambito perché un domani, a parità di titolo di studio, avrebbe significato un lavoro più prestigioso.

Sposata da poco tempo con un coetaneo, compagno di liceo, fui immediatamente consapevole del fatto che non sarebbe stato mio marito quello con cui avrei vissuto la mia vita ma il giovane studente del corso di inglese.

Eravamo pochissimi a seguire quelle lezioni: a parte noi due, facevano parte dell’esiguo gruppo altri cinque ragazzi: tre figli di eminenti membri del governo e due appartenenti a facoltose famiglie anch’esse legate al partito. Io ero l’unica donna ammessa.

Devo dire che l’inglese mi piaceva moltissimo. E forse la ragione era proprio la possibilità di incontrare lui.

Da sposata ero andata a vivere a casa della madre di mio marito. Eravamo in sette in una abitazione misera e angusta dove il normale epilogo di qualsiasi cosa erano discussioni continue, con tutti. Il cibo era scarso, nessuna privacy… e mio marito che pretendeva di farmi credere di avermi portata chissà dove… come se io non fossi sufficientemente intelligente da rendermi conto che, se a casa di mia madre non si stava bene, là era sicuramente peggio. Anche se tutti facevamo una vita fatta di rinunce alle quali eravamo ormai talmente abituati da non renderci neppure conto che ci sarebbe potuta essere un’esistenza diversa, quella situazione letteralmente mi soffocava. Era come se tra quelle quattro mura, oltre a tutto il resto, mi mancasse pure l’aria.

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

 

SEBASTIAN… LO “IUS EXILII”- INVITO ALLA LETTURA/ Copertina

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