SEBASTIAN… lo “jus exilii”/Terza Parte

RACCONTI IN CIRCOLO / INVITO ALLA LETTURA E ALL’ASCOLTO

SEBASTIAN… lo jus exilii di Ida Renzicchi

Immagini fotografiche: Regina KIRILLOV (per saperne di più clicca qui)

 

INVITO ALL’ASCOLTO

Voce narrante: Giuliana Poleggi Quaranta 

 

Accompagnamento musicale:

brani eseguiti  dal Maestro Giuseppe TRONCARELLI alla tromba e al flicorno soprano e dal Maestro Francesco ACHILLI al pianoforte.

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   idarenzicchi@gmail.com

Regina Kirillov, Reflection

Io e Sebastian, che ci eravamo avvalsi dello jus exilii*, non tornammo più in patria. Anche quando il nostro “volontario” confino si sarebbe potuto dire finito, non avemmo più la forza di resettare nuovamente le nostre vite: gli avvenimenti accaduti avevano cambiato anche il paesaggio delle nostre anime. Come altri, ignari, ci eravamo autoimposti, dopo millenni di storia, la stessa condanna in vigore nell’antica Roma, perché il tempo scorre ma certe situazioni continuano a riproporsi. `{`…`}`Ricordo la mamma che, prima della mia partenza, mentre mi abbracciava e mi baciava sussurrandomi all’orecchio: “Non tornare! Qualunque cosa succeda, non tornate! Giurami che non tornerai indietro…”, frettolosamente mi spingeva fuori dalla porta dove, prima che io varcassi la soglia di casa per sempre, aveva pronunciato, forte, in modo da poter essere udita da chi ci stava sicuramente ascoltando: “Mi raccomando amore mio… fai buon viaggio… giudizio… e studia eh… ti aspetto… a presto!”. Io avevo risposto: “Sì, sì!” Sì a cosa? Che non sarei tornata mai più o che avrei avuto giudizio, avrei studiato… che avrei fatto buon viaggio? Non lo sapevo neppure io. Avevo il cuore ed il cervello in tumulto. Tutto quel fingere una situazione normale, quando di normale non c’era proprio niente…

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

Ringraziai mille volte mia madre e la sua caparbietà nel pretendere che io studiassi l’inglese. Non era l’Italia. Ma eravamo stati accolti.

Una nuova vita!

Fummo registrati presso l’ufficio immigrazione ma il problema sorse quando si parlò di inserire i nostri titoli di studio. Onde impedirci l’eventualità di non ritornare in patria, il governo ci aveva sì concesso di partire ma non ci aveva permesso di lasciare la nazione con i documenti dei nostri titoli universitari in tasca. Un ricatto perverso e sottile, del quale eravamo coscienti, ma che avevamo subito nella consapevolezza che contestare il sopruso, oltre che precluderci la possibilità di partire, avrebbe significato opporsi al regime e le gravi conseguenze che ne sarebbero potute derivare.

“Signori, noi  crediamo alla vostra parola, ma il sistema prevede una certificazione che attesti le vostre asserzioni. Per adesso e finché non troviamo una soluzione, sarete impiegati in lavori di pubblica utilità affinché possiate provvedere autonomamente al vostro sostentamento.”

Il funzionario addetto, un uomo sulla sessantina, con degli occhiali da presbite indossati sulla punta del naso, dopo aver scrupolosamente controllato i nostri documenti, guardandoci al di sopra delle lenti e dopo averci espresso il suo rammarico, ci diede l’incarico della pulizia del parco che circondava il campus universitario.

Iniziavamo alle prime luci dell’alba a spazzare i vialetti, ripulire le fontane, raccogliere cartacce e rifiuti di ogni genere e continuavamo occupandoci delle aiuole, dei fiori, dell’erba e degli alberi. Tutto sommato quel lavoro all’aria aperta ci piaceva.

Regina Kirillov, Caspar Friedrich’s Trees in Morongo

Nelle ore che rimanevano a nostra disposizione, dato che nessuno ne controllava l’ingresso, mescolati agli studenti, ci infiltravamo nelle aule ad ascoltare tutte le lezioni alle quali potevamo assistere. Eravamo spugne, pronti ad assorbire tutto.

Fu così che Sebastian ottenne la sua laurea in Letteratura e l’assegnazione di una cattedra presso la stessa Università. Anche io mi laureai discutendo, senza nessuna fatica, la stessa tesi sugli autori già presentata in patria e fui assunta come bibliotecaria nello stesso Ateneo.

Le difficoltà che fummo costretti ad affrontare furono tante: essere stranieri ci espose a pregiudizi e la condizione di rifugiati politici, oltre che di invidia per piccoli privilegi che ci venivano concessi, fu causa anche di risentimento da parte di chi ci vedeva arrivati ad usurpare un posto di lavoro che, ritenevano, forse, in nostra assenza, sarebbe spettato loro.

Già da semplici addetti alla pulizia del parco universitario avevamo ricevuto minacce, ingiurie e provocazioni per non parlare poi degli sguardi eloquenti e delle battute maligne quando, una volta ottenute le lauree in quella nazione, ci furono offerte posizioni migliori, adeguate ai nostri titoli di studio. In silenzio, consapevoli di essere stranieri in terra straniera e che l’ostilità tra la nostra madrepatria e il paese che ci ospitava fosse ulteriore causa di astio e di diffidenza nei nostri confronti, avevamo scelto di tacere conservandoci umili. Nonostante il basso profilo che avevamo deciso di mantenere, eravamo costantemente sotto osservazione: dove abitavamo, cosa facevamo, chi frequentavamo, quanto guadagnavamo e come spendevamo il denaro… Era sotto esame perfino il nostro abbigliamento.

La nostra situazione, nel tempo, si era comunque stabilizzata e, a parte qualche piccolo sgarbo, la posizione che occupavamo nell’ambito universitario non era stata più messa in discussione anche perché, nel mentre, c’era stato un avvicendamento di docenti e di personale amministrativo e, ai nuovi arrivati che avevano trovato uno stato di fatto, importava molto meno di noi.

Quando, qualche anno dopo, ci ritrovammo ad un pranzo riservato a tutti i docenti, il nostro status di rifugiati politici, di cui molti tra i presenti erano chiaramente a conoscenza, divenne argomento di conversazione e noi fummo oggetto di domande. Fu in quella occasione che esprimemmo il nostro rammarico per non aver potuto dimostrare i titoli ottenuti in patria. “Ma siete sicuri di non avere niente di niente che possa testimoniare?” Ci aveva chiesto un giovane ingegnere. “No, purtroppo, no. Ormai non ne abbiamo neanche più bisogno… anche se ci dispiace… è una parte della nostra vita…”.

Regina Kirillov, Caspar Friedrich’s Trees in Morongo

Nel frattempo si era fatto tardi ed il Rettore, in procinto di lasciare il locale, dopo aver indossato il cappotto, sembrava cercare qualcosa con lo sguardo: “Qualcuno ha visto il mio cappello?”

“IL CAPPELLO! IL MIO CAPPELLO!” Tutti i presenti si erano girati verso di me, soprattutto il Preside che, indossato il suo copricapo ritrovato nel frattempo sotto la sciarpa di una signora, mi guardava stupito, quasi imbarazzato, mentre se lo toglieva di nuovo dalla testa per essere certo di non essersi sbagliato e che quello fosse veramente il suo.

“LE MEDAGLIE!” Quando alla fine mi calmai, riuscii a spiegare agli astanti sbalorditi la storia delle medaglie che, il giorno prima della partenza, avevo cucito una ad una, formando tante piccole tasche nascoste nella fodera del mio cappello di pelliccia, ponendo poi la massima attenzione a calzarlo bene fin sopra gli occhi, e a non togliermelo mai prima di essere riusciti ad espatriare. Era inverno e faceva molto freddo: tutti erano imbacuccati e indossavano pesanti capi invernali ed era stato forse quello il motivo per cui io, bavero di pelliccia rialzato, guanti di lana infilati e copricapo in testa, non ero stata notata… o forse era stata la disattenzione dell’addetto ai controlli, sicuramente meno diligente e fortunosamente distratto proprio in quel momento dall’arrivo di una bella tazza di thè nero fumante accompagnata da due sottili fette di pane scuro imburrate.

Erano le medaglie di merito degli Istituti, con i nostri nomi e le date incise, ricevute durante il Liceo prima e l’Università poi per i brillanti risultati scolastici ottenuti. Cose di pregio? Dipende. Nessun valore economico ma, per noi, oggetti preziosi che sarebbero stati l’unico legame con la madrepatria che stavamo abbandonando per sempre. Le avevo nascoste su di me solo perché non volevo che altri le toccassero o che qualcuno, indebitamente, se ne appropriasse…senza sapere che esse, dopo tante vicissitudini, sarebbero state il nostro titolo di studio, il passaporto con cui mio marito, da brillante scienziato, laureato in Fisica, avrebbe fatto parte dell’Agenzia Nazionale per le Attività Spaziali ed Aeronautiche e a me, assunta come bibliotecaria, sarebbe stata offerta una cattedra di Letteratura presso l’Università della stessa città in cui lui si sarebbe trasferito per il nuovo prestigioso incarico.

Poi quell’ostilità gelida, silenziosa e terribile fra la nostra nazione e quella che ci ospitava era finita.

In qualche modo venimmo a conoscenza che mia madre, miracolosamente tornata a casa dopo sette anni dal confino al quale era stata condannata a vita, forse a causa delle sofferenze ingiustamente patite, era morta. La notte che era seguita alla nostra partenza, era svanita anch’essa nel nulla per riapparire anni dopo, come risorta, e morire pochi giorni dopo essere stata liberata. La stessa cosa era accaduta al funzionario del governo il quale, rischiando la sua stessa vita l’aveva generosamente aiutata. Di lui non si era saputo più niente dopo che, con le note modalità, nottetempo, era stato prelevato dalla sua residenza a causa, si disse, di due studenti, da lui raccomandati, espatriati per motivi di studio e mai più rientrati. Si diceva fosse morto anche lui. Era stata la delazione di un suo superiore, il burocrate venuto di persona a consegnarci i documenti, a condannare a morte lui e mia madre: stizzito dal suo rifiuto a concedergli anche la figlia, l’uomo aveva denunciato la mamma subito dopo che lei, sospettando la sua mossa, e nel timore che all’ultimo minuto ci potesse essere ritirato il permesso di espatrio, si era affrettata ad anticipare la nostra partenza prima della data stabilita. Pur conoscendo benissimo l’esito che avrebbe avuto il suo gesto vigliacco, senza nessuno scrupolo, l’uomo aveva coinvolto nel suo scellerato rapporto ai servizi segreti anche il funzionario del quale, davanti a noi, si era dichiarato amico…

Anche la sorella di Sebastian, ingiustamente accusata di essere ostile all’autorità e ritenuta probabile complice della decisione del fratello di non tornare in patria, era morta. Fidanzata con un esponente governativo, con il quale era andata a convivere, dopo la nostra partenza, era stata effettivamente promossa a dirigente responsabile dell’unità di ricerca nell’industria farmaceutica presso la quale lavorava. Pochi anni dopo però, quando la loro unione era fallita, l’uomo, la cui posizione politica, in quel periodo, si era fatta pericolosamente vacillante, di certo per vendetta, e forse nella speranza di poter così riguadagnare credibilità presso il partito, l’aveva vigliaccamente denunciata di possedere copie di alcuni libri vietati dal regime*, volumi, che invece lui stesso, tempo prima, forte dell’immunità che gli derivava dalla sua posizione politica di allora, che lo aveva sottratto ai soliti controlli al rientro in patria, si era procurato acquistandoli durante un viaggio all’estero. Ovviamente la ragazza aveva dichiarato a tutti la sua “innocenza”, ma il fatto, ampiamente sottolineato dal suo ex compagno, di essere la sorella di quello che aveva tradito la sua patria chiedendo asilo politico all’estero, aveva giocato un ruolo dominante in quella partita la cui posta in gioco era altissima: vivere o morire. Fatta passare per pazza, era stata rinchiusa in un manicomio, dove era morta.

Unico sopravvissuto il compagno della mamma: dopo essere rientrato ed aver trovato la casa vuota, dopo una sola settimana, era stato trasferito, di nuovo ed in maniera definitiva, nella sede più remota della sua azienda.

 Regina Kirillov, New hardships

Io e Sebastian, che ci eravamo avvalsi dello jus exilii*, non tornammo più in patria. Anche quando il nostro “volontario” confino si sarebbe potuto dire finito, non avemmo più la forza di resettare nuovamente le nostre vite: gli avvenimenti accaduti avevano cambiato anche il paesaggio delle nostre anime.

Come altri, ignari, ci eravamo autoimposti, dopo millenni di storia, la stessa condanna in vigore nell’antica Roma, perché il tempo scorre ma certe situazioni continuano a riproporsi.

Ogni tanto qualcuno ci chiede se abbiamo mai provato nostalgia. Non abbiamo mai risposto a questa domanda…

Ci è mancato tutto! Le nostre case, i nostri cari… il non aver potuto difenderli… il non aver potuto neppure salutarli come avremmo voluto… il non averli seppelliti… Ci è mancata la patria che amavamo… non il potere che la governava, ma la sua bellezza, le tradizioni, la cultura, la religione… quella terra che, nonostante tutto, sentivamo nostra, ma che non avremmo rivisto mai più… Lo avevamo giurato.

Ricordo la mamma che, prima della mia partenza, mentre mi abbracciava e mi baciava sussurrandomi all’orecchio: “Non tornare! Qualunque cosa succeda, non tornate! Giurami che non tornerai indietro…”, frettolosamente mi spingeva fuori dalla porta dove, prima che io varcassi la soglia di casa per sempre, aveva pronunciato, forte, in modo da poter essere udita da chi ci stava sicuramente ascoltando: “Mi raccomando amore mio… fai buon viaggio… giudizio… e studia eh… ti aspetto… a presto!”. Io avevo risposto: “Sì, sì!” Sì a cosa? Che non sarei tornata mai più o che avrei avuto giudizio, avrei studiato… che avrei fatto buon viaggio? Non lo sapevo neppure io. Avevo il cuore ed il cervello in tumulto. Tutto quel fingere una situazione normale, quando di normale non c’era proprio niente…

Ripenso alla sorella di Sebastian che si era affrettata a preparargli i bagagli e, a malincuore, perché sarebbe venuta volentieri con noi, ma consapevole non le sarebbe mai stato concesso e che non avrebbe più rivisto suo fratello, facendosi forza, ci aveva augurato, anche lei a voce alta e per lo stesso motivo: “Buon viaggio!… tornate presto… Séba, ti prego, portami un regalino dall’Italia… non ti dimenticare!” Non era suo quel tono di voce stridulo… e neppure quel modo superficiale di accomiatarsi… Tutti noi avevamo trattenuto le lacrime, le parole e i gesti che tale circostanza avrebbe richiesto fingendo il saluto per un breve allontanamento, che non sarebbe stato tale. Anche a lei avevo risposto di sì. Pure Sebastian aveva pronunciato quel sì obbligatorio.

Con il tempo, assuefatti alla lontananza, eravamo stati assimilati, assorbiti da quella società nuova e così diversa. Era stato giocoforza. Che altro avremmo potuto fare? Qualcuno ci disse che non sembravamo felici. Era vero. E come avremmo potuto esserlo? Se, da una parte, il benessere economico, la nostra nuova posizione sociale, il non dover intraprendere ogni giorno una battaglia per la sopravvivenza, ma soprattutto il sentirci liberi, avevano avuto un ruolo importante nella nostra integrazione, dall’altra, erano proprio quelle differenze con la situazione che ci eravamo lasciati alle spalle a non lasciare mai le nostre menti: il pensiero che ai nostri parenti, ai nostri amici, ai nostri connazionali tutto questo fosse precluso unito al timore, fondato, che non li avremmo rivisti mai più.

Ed era la mancanza di informazioni a lacerarci ulteriormente l’anima. Non una lettera, una telefonata… niente di niente… per rispettare il giuramento fatto a mia madre che, nel timore continuo che in qualche modo potessimo essere rintracciati, ci aveva espressamente chiesto e fatto promettere di non palesare mai, a nessuno e in alcun modo la nostra presenza.

Quando, dopo anni ed anni inquieti… in attesa di conoscere… ci fu comunicata la sorte dei nostri cari, il sapere di aver perso per sempre i nostri affetti e le notizie delle vicende che mia madre e mia cognata erano state costrette a vivere prima di morire, ci dilaniarono l’anima e ci straziarono il cuore…

Però adesso almeno sapevamo, eravamo consapevoli… ormai non avremmo trattenuto più il fiato nella speranza di chissà cosa e, con il tempo, il dolore avrebbe, in qualche modo, prima o poi, asfaltato le sue guglie rese aguzze dall’angoscia e colmato i precipizi della disperazione appiattendo quella sofferenza che ormai era elemento componente delle nostre vite. Con il tempo… forse…

Dimenticare non sarebbe stato possibile, come pure sarebbe stato difficile allentare quel senso opprimente di insicurezza che, nonostante tutto, ci attanagliava: noi non siamo mai più riusciti a sentirci completamente a casa.

 Regina Kirillov, Sunrise in Morongo Valley

Con gli anni, circondati dalla stima di quanti ci conoscevano e grazie anche al benessere economico conquistato con il nostro lavoro, sentivamo ormai di essere stati pienamente accettati da quel mondo che ci aveva accolti e del quale ci sentivamo parte, però quella sottile sensazione di precarietà non ci avrebbe mai lasciato: come se, da un momento all’altro, qualcosa o qualcuno fosse potuto arrivare a sovvertire l’ordine delle cose e noi avessimo potuto perdere quello per cui avevamo sacrificato tutto.

Quel pomeriggio, terminato il pranzo, appena l’educazione ce lo aveva permesso, ci eravamo alzati e, salutati frettolosamente i colleghi, ci eravamo precipitati a casa. Come due ladri avevamo buttato all’aria e rovistato freneticamente dappertutto alla ricerca del “prezioso” cappello che, presi dalle tante incombenze e dai vari trasferimenti, era finito negletto in una cassapanca trovata nel modesto appartamento ammobiliato preso in affitto.

Con il cuore in gola e pieni di orgoglio, solleciti, le avevamo immediatamente portate, ancora cucite nella fodera di pelliccia, al funzionario che, terminato il suo orario di lavoro si apprestava a lasciare l’ufficio. Non eravamo sicuri che sarebbero state sufficienti ad avallare le nostre asserzioni, ma ne erano comunque un segno tangibile di veridicità.

Noi lo avevamo riconosciuto subito: era lo stesso con il quale avevamo parlato anni prima, ma più anziano, magro e ingobbito, certamente prossimo alla pensione. L’uomo che camminava a piccoli passi, come fanno i vecchi nel timore di inciampare, dapprima non aveva capito, ma, dopo averci guardato attentamente ed aver ascoltato le nostre frasi concitate ci disse di ricordarsi di noi.

Incredulo e commosso, l’impiegato, era tornato sui suoi passi, ci aveva aiutato a liberarle, ne aveva preso atto, le aveva fotografate fronte-retro, una per una ed aveva registrato la nostra dichiarazione finalmente avallata dalla loro testimonianza silenziosa.

Seduta sul divano, mi chino in avanti, le osservo. Come aspettando anch’esse il mio ritorno, sono qui, esposte in bella mostra sotto il piano di cristallo del tavolo bacheca dove le avevamo collocate con cura quando, passati gli anni, una volta in pensione, eravamo finalmente riusciti ad acquistare la nostra casa nel deserto.

Non abbiamo avuto figli. Non li abbiamo neppure cercati. Desiderati, sì… ma, senza neppure dircelo chiaramente, in un tacito accordo, soffocati dall’incertezza delle nostre vite sospese, avevamo rinunciato anche a quella gioia.

Amici, sì. Soprattutto in Italia. Abbiamo sempre sentito quel popolo affine alla nostra cultura e al nostro sentire. Anche in quella nazione, rimasta sempre nei nostri cuori, avevamo comprato una casa dove ci recavamo tutti gli anni durante il periodo estivo.

Quest’anno ci sono andata sola, non i consueti quattro mesi abbondanti durante i quali ci riempievamo gli occhi e la mente ubriacandoci di Bellezza, di Arte e di Cultura, ma due mesi scarsi, passati in fretta e dedicati, per la maggior parte del tempo, a sbrigare noiosissime e complicate pratiche burocratiche. Sola… dovrò abituarmi…

Il viaggio di ritorno è stato lungo… ed io sono anziana.

Mi raddrizzo, appoggiandomi allo schienale del divano. Chiudo gli occhi. Quanti ricordi… mille pensieri… e… quell’odore di candeggina appena percettibile nell’aria.

*JUS EXILII. Secondo il diritto penale romano al condannato a morte era data facoltà di sottrarsi all’esecuzione capitale sottoponendosi volontariamente all’esilio prima della condanna. In questo caso il giudice lo condannava in contumacia alla aquae et ignis interdictio. Lo jus exilii era considerato a pieno titolo pena capitale, in quanto comportava la perdita della condizione di cittadino romano e, qualora l'imputato fosse rientrato nel territorio romano, non avrebbe riacquistato la soggettività giuridica e sarebbe stato considerato nemico pubblico per cui nessuno lo avrebbe aiutato e chiunque avrebbe potuto impunemente aggredirlo o ucciderlo.

* ”CORSI E RICORSI”

Nel Maggio 2022, ancora una volta nella storia, una nazione ha messo all’indice, vietandone la stampa e ritirandole dalla vendita, anche on-line, alcune opere letterarie tra le quali due romanzi distopici: il celeberrimo capolavoro “1984” dello scrittore britannico George Orwell e “Dogs of Europe” di Olgerd Bakharevich. Per le persone, che hanno già vissuto l’esperienza della repressione e della censura intellettuale, la notizia fa tornare alla mente ricordi laceranti di un periodo creduto ormai superato, quando, la mancanza di libertà, causò morte e disperazione: allora, sotto l’egida dei diritti e dell’uguaglianza, un regime, dopo aver sovvertito il potere precedente considerato liberticida, era finito poi nella negazione completa di quegli stessi ideali dei quali si era proclamato paladino. Impedire la conoscenza è un delitto grave, lesivo delle libertà altrui.

(Ida Renzicchi)

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta 

 

SEBASTIAN… LO “IUS EXILII”- INVITO ALLA LETTURA/ COPERTINA

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