di Ida RENZICCHI
Racconto illustrato con le opere del Maestro Luigi FONDI
Audiolettura Giuliana POLEGGI QUARANTA
Accompagnamento musicale all’audiolettura:
Arvo Pärt: Spiegel im Spiegel -Tabula Rasa & Symphony No. 3 (Collage) Frédéric Chopin Sonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore Marcia Funebre (dal web)

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Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta
“Beneditemi Padre perché ho peccato.” Il sacerdote, nell’ombra, nascosto dalla fitta grata, aveva ascoltato in silenzio i suoi peccati. Dopo una brevissima esortazione a non cadere più in tentazione, le aveva impartito l’assoluzione e comminato la lieve penitenza che lei si era subito apprestata a scontare recitando in ginocchio nell’ultimo banco della chiesa deserta, le poche preghiere.
“…prometto di non offendervi mai più… e di fuggire le occasioni…”. Era questa la conditio sine qua non per ricevere il perdono di Dio e lei aveva promesso.
Si sentiva più leggera mentre tornava a casa.
Era iniziato l’autunno e, complice la giornata nuvolosa, nonostante fossero solo le quattro e mezza, cominciava già a farsi buio. Alle lunghe, fatiganti ore di luce estive, lei preferiva l’orario invernale… le piaceva stare in casa, rientrare prima la sera, seguire un programma di quiz alla televisione prima del telegiornale, ascoltare il notiziario durante la cena, lavare i piatti e rigovernare la cucina il più velocemente possibile per andare a letto presto e godersi, finalmente distesa, la visione di qualche film del quale non riusciva quasi mai a vedere la conclusione perché finiva spesso per addormentarsi prima, salvo essere poi svegliata ad una certa ora della notte dalla pubblicità.
“Il letto è una rosa, chi non dorme, riposa”, le aveva detto una volta sua suocera e lei, coricata e coperta da quel sottile telo di tessuto, si sentiva quasi protetta come se le lenzuola potessero evitarle il contatto con la minaccia di, non sapeva neanche lei, quale pericolo. Una vita semplice la sua, dedicata alla famiglia e scandita dalle incombenze quotidiane… il lavoro e la casa.
Il gattino le si era affiancato mentre percorreva il vialetto che attraversava il grande parco alberato. “Mao, mao…”. Cercando di strusciarsi addosso alle sue gambe l’aveva quasi fatta inciampare. Era un bel micetto nero con una zampina bianca. In famiglia, avevano sempre avuto un gattino. Non lo avevamo mai portato in casa perché sua madre lo aveva tassativamente proibito ma gli davano da mangiare qualcosa nel vicolo tranquillo e sicuro perché talmente stretto che era impossibile alle macchine percorrerlo.
Anna, come sua madre, pur amando e rispettando gli animali, per ragioni di igiene, non gradiva tenerli in casa. D’altronde viveva in un appartamento e non riteneva giusto sacrificare una bestiola tra le quattro mura di una abitazione. Sapeva che una famiglia residente nel suo palazzo ne aveva uno che lei non aveva mai visto, neppure sui balconi, prima di una sera d’inverno quando, assenti i genitori, avendo la figlia di questi lasciato sbadatamente la porta aperta, aveva fatto sì che la bestiola, non vista, l’avesse imbucata per restare poi fuori casa una volta che l’uscio era stato richiuso. Era stato il lamento continuo del gatto a far affacciare Anna sul pianerottolo per scoprirlo, davanti al portone della sua coinquilina. Solo dopo ripetute ed insistenti scampanellate la ragazza, forse addormentata, si era finalmente decisa ad aprire e ad accoglierlo in casa. Quando poi, in seguito, si era ammalato, la padrona, stanca di tenerlo, lo aveva lasciato libero. Praticamente aveva lasciato che morisse fuori dalla casa dove era sempre stato. Solo prima di morire, il gatto aveva potuto godere di quella libertà che gli era stata negata per tutta la vita da quelle persone poco sensibili.
Arrivata, Anna tentò di evitare che la bestiola entrasse nel portone allontanandolo delicatamente con il piede. Ci riuscì a fatica nella speranza che non si intrufolasse tra le gambe di qualche altro inquilino del palazzo, non ancora rientrato. Sarebbe stato sgradevole, il mattino dopo, trovare le scale sporche visto che il portone principale si chiudeva a scatto ed un gatto non sarebbe certo stato più in grado di uscire in caso di bisogno.

Luigi Fondi, Rifare il verso a Ingres (anno 1990)
La mattina seguente, recatasi al supermercato per la spesa giornaliera, aveva saputo la notizia: Mariangela era morta. Non erano parenti e le aveva parlato si e no due o tre volte. L’ultima, la ricordava molto bene perché era stata la donna ad accompagnarla a casa: pioveva a dirotto ed Anna era uscita a piedi e senza ombrello. In effetti non abitava lontano dall’esercizio dove entrambe si erano recate a fare la spesa ma diluviava, era l’ora di chiusura, e non c’era nessuno della sua famiglia al quale avrebbe potuto rivolgersi per farsi venire a prendere. Mariangela, gentile, si era offerta spontaneamente di farle quella piccola cortesia che tra l’altro non le costava nulla dato che le era di strada.
In paese si conoscevano tutti: la morte di una persona giovane colpiva l’intera comunità e la defunta aveva solo cinquantatré anni.
Non aveva una buona reputazione Mariangela, in generale, era considerata una donna poca seria. Le si attribuivano tante storie extraconiugali, alcune vere perché era stata lei stessa ad averne in un qualche modo divulgato la notizia, altre, chissà… Sicuramente qualcosa che non andava nel suo rapporto matrimoniale c’era. In paese si parlava apertamente di infedeltà reciproche. Anni prima, nessuno avrebbe potuto fare la minima illazione sulla donna, fino a quando, dopo una clamorosa storia di adulterio del marito, lei aveva, di punto in bianco, cambiato completamente il suo modo di comportarsi. Mariangela non si era separata, come tutti si sarebbero aspettati che facesse, ma non era nemmeno stata più la brava casalinga dedita anima e corpo a casa e famiglia. Si sentiva libera di fare, e faceva, tutto quello che voleva, nel bene e nel male. Purtroppo i giudizi negativi della gente si accanirono non già sul traditore che aveva scatenato tale reazione ma, come quasi sempre succede, presero di mira solo ed esclusivamente il comportamento della donna. Lei, almeno in apparenza, se ne fregava, diceva di non avere nessuno a cui dover rendere conto e faceva finta di non accorgersi di essersi creata il vuoto intorno, anche se in realtà ne soffriva, eccome! Da quattro anni il marito era morto e lei, ancora giovane, sembrava godersi pienamente la sua “vedovanza”. Passava tutta l’estate al mare. Proprio lo stesso anno del decesso del coniuge, aveva comprato un piccolo appartamento, piano terra con giardino, di fronte alla spiaggia e, da allora, ogni anno, ci trascorreva quattro mesi abbondanti, praticamente da fine maggio fino ad autunno inoltrato quando tornava, alle prime piogge, nella bella villa che possedeva in paese. Circolavano in giro voci su una consistente somma che la vedova sembrava avesse ereditato alla morte del marito. A chi, incurante di apparire indiscreto, le aveva chiesto qualcosa, lei aveva risposto seccamente che aveva fatto un buon investimento…
Anche quando, con l’arrivo inesorabile della menopausa, la sua bellezza aveva cominciato lentamente a sfiorire, non aveva tuttavia perso quella freschezza e quella vivacità dello sguardo che la caratterizzavano e, a dispetto dell’età, era rimasta sempre una gran bella donna. Folti capelli lunghi, seno prosperoso, gambe snelle, un bel sedere. Da qualche mese però, dopo un malore era cambiata, non era più la stessa. Nonostante gli sforzi per apparire giovane e attraente aveva perso quella verve e quello smalto prerogative di salute e giovinezza. Inutilmente continuava ad indossare abiti corti e scollati e tacchi alti inadatti sia alla sua età che alla sua condizione. Ormai nessun uomo la guardava più con occhi pieni di desiderio, ma solo di commiserazione. Quando era più giovane aveva avuto tante amicizie che poi erano come svanite nel tempo… feste, balli, cene… tutto passato. Adesso, in paese, usciva solo in macchina ed unicamente lo stretto necessario.
Era stata trovata, nella taverna della sua villa, accasciata sul divano, davanti al televisore ancora acceso, quando la figlia, come ogni mattina, era scesa per fare colazione insieme. Tutto lasciava supporre una morte naturale. Infarto? Ictus? Queste erano le due ipotesi che circolavano fra la gente del posto.
Il giorno dopo, al funerale, come sempre quando si trattava di una persona giovane o di qualcuno importante, c’era tutto il paese. Anna notò subito il gattino nero. Lo riconobbe dalla zampina bianca. All’arrivo del feretro, si era presentato anch’esso. Aveva aspettato che gli incaricati del servizio funebre aprissero il cofano, dopo di che aveva cominciato a miagolare girando attorno alla vettura e mettendosi a testa in su davanti alla cassa fino a quando non era arrivato il prete che aveva impartito la benedizione di rito. Poi gli addetti si erano caricati la bara sulle spalle e tutti erano entrati in chiesa per la cerimonia religiosa. Chissà forse la morta era la padrona del micino… o, forse più semplicemente, gli aveva dato da mangiare qualche volta. Non sembrava un gatto domestico, aveva un qualcosa di selvatico e uno sguardo strano, quasi umano… a volte mansueto, altre maligno… Chissà perché le venne in mente “Il gatto nero”, un racconto di Edgar Allan Poe letto molti anni prima… Plutone… era quello il nome che lo scrittore aveva dato all’inquietante protagonista del suo racconto. Un brivido freddo le percorse la schiena… All’uscita dalla chiesa il micio era di nuovo là. Aspettò che il corteo prendesse la strada del cimitero per l’estremo rito della sepoltura per poi svanire nel nulla così come era venuto.
Anna non sarebbe andata fino al camposanto, aveva tante cose da fare. Attraversata la piazza si diresse verso casa. Nel tragitto ripensava alla donna morta, al marito, alla figlia, alla bella casa vuota della sua presenza. Si ricordò di averla giudicata una persona sola. Quella volta che l’aveva accompagnata a casa in macchina, si erano fermate qualche minuto a parlare sotto il palazzo, dentro la vettura chiusa, aspettando che l’intensità della pioggia diminuisse un poco. Si erano scambiate poche parole di circostanza, a parte la solita domanda di rito fra le donne con prole. “Come stanno i figli?” Poi, quando aveva deciso di scendere, Mariangela all’improvviso le aveva detto: “Qualche volta ci potremmo pure telefonare, vederci… mi sembra che pure tu esca così poco… ti vedo sempre di corsa… mi farebbe davvero piacere…” “Certo! E perché no? Farebbe piacere anche a me!” Le aveva risposto, ma poi, dopo averla ringraziata, bagnata fradicia, era corsa via sotto la pioggia battente senza darle il numero del cellulare o del telefono fisso di casa. Era stato perché quei pochi istanti erano bastati perché si inzuppasse dalla testa ai piedi o più verosimilmente perché non le andava di stringere amicizia con la donna?

Luigi Fondi, Rifare il verso a Ingres (dettaglio)
A circa una settimana di distanza dalla morte di Mariangela, Anna si recò al cimitero. Passando, si fermò davanti alla tomba della donna scomparsa. Era pomeriggio, sul tardi. C’era la figlia della defunta che, con cura, stava eliminando lumini spenti e mazzi di fiori appassiti dai quali faceva capolino la bella foto della madre con i lunghi capelli sciolti, sorridente. La ragazza si voltò per salutarla poi, con l’acqua di una tanica, riprese a sciacquare accuratamente i vasi vuoti. Un terribile tanfo di putrido saturava l’aria stagnante. “In estate, con il caldo, i fiori marciscono subito e l’acqua puzza!” “…L’odore della morte…” le rispose la ragazza senza voltarsi. “Se si avvicina al loculo si sente…” continuò sempre chinata. “Beh, adesso che hai vuotato e lavato bene tutti i vasi svanirà.” “Si sente, si sente… è la puzza di morte che esce dalla tomba…” Anna non replicò, lo aveva riconosciuto subito, avvicinandosi alla sepoltura, quel fetore terribile che a volte, soprattutto d’estate, si sentiva provenire dalla tombe dei morti appena seppelliti a causa, certamente, di qualche piccolissima fessura nella cassa… Non avrebbe saputo definirlo in altro modo quell’odore nauseabondo di cadaveri in decomposizione se non come lo aveva chiamato la ragazza che l’aveva lasciata senza parole: “puzza di morte”.
Era quasi l’imbrunire e non voleva trattenersi oltre al cimitero, quindi la salutò e si avviò verso l’uscita.
Il micino nero le si avvicinò proprio mentre varcava il cancello. “Mao, mao…” “Ehi Plutone, e che ci fai tu qui?” Anna lo apostrofò quasi fosse un cristiano chiamandolo istintivamente con il nome bislacco del gatto del celebre libro. “Non sarà che, gira, gira, vai a finire sotto qualche macchina? Lo vedi quanto corrono?” Come se avesse capito, la bestiola, con un piccolo balzo salì sullo stretto marciapiede e le camminò affiancata mantenendo esattamente il ritmo del suo passo fino a quando Anna arrivò sotto casa dove, dal nulla come era venuta, sparì nel buio della sera.
Un pomeriggio squillò il telefono. “Pronto? Anna? Sono la figlia di Mariangela.” “Buona sera, cara, come stai?” “Bene, grazie e lei? La vorrei incontrare…” “Ma certo, se ti fa piacere!” “Avrei qualcosa da darle…” “Da darmi? E cosa?” “Oh… niente di importante… allora ci possiamo vedere?” “Ma certo, quando vuoi…” Si accordarono per il giorno seguente. Anna era stupita della chiamata ricevuta, soprattutto incuriosita: cosa mai doveva darle la ragazza? E perché non glielo aveva detto quando si erano viste al cimitero?
Pioveva, ma si incontrarono lo stesso in piedi davanti ad una panchina nel parco del paese. La ragazza dopo i frettolosi convenevoli, appoggiò sulla panca bagnata lo zainetto che teneva dietro le spalle e ne estrasse un pacchetto. “L’ho trovata nella borsa di mamma. C’era il suo nome sulla busta di carta esterna quindi ritengo che fosse per lei… penso l’avesse preparata per dargliela.” “Cosa è?” “Mah, al tatto mi sembra una bottiglietta di acqua. Forse acqua santa. Mia madre quando andava in pellegrinaggio presso qualche santuario tornava sempre con un ricordo: un santino, una statuetta, dell’acqua benedetta… che poi distribuiva ad amici e parenti. C’è anche una busta chiusa con un biglietto ma non l’ho aperto. Se mia madre l’ha indirizzato a lei, è giusto che sia lei a leggerlo.” “Grazie. Tua madre era una persona gentile… grazie davvero, allora non ti dispiace se lo leggo dopo?” “Certo che no! Se glielo avesse dato mia madre di sicuro non lo avrei mai letto, quindi… senza problemi…”
Con il pacchetto infilato nella borsa, Anna, di fretta perché nel frattempo si era fatto buio, ringraziò, salutò la ragazza e si diresse verso casa. Era stupita: Mariangela si era ricordata di lei durante un pellegrinaggio… le aveva addirittura portato un ricordino… non capiva il gesto cortese della donna, non erano amiche… conoscenti sì, ma non amiche. Era ansiosa di leggere il biglietto allegato al piccolo regalo che, pensò, sicuramente, Mariangela contava di darle usandolo come scusa per iniziare ad uscire insieme… Era l’ora di cena e si sbrigò a vedere di cosa si trattasse prima dell’arrivo dei suoi familiari.
La bottiglietta era infilata in un grazioso sacchetto di velluto verde scuro chiuso da un cordoncino di seta intrecciato. Certamente Mariangela aveva riciclato il contenitore di qualche regalo che le era stato fatto, forse di un gioiello o di un profumo di marca. Estrasse la busta, la aprì: “Cara Anna, questa è una bottiglietta di acqua miracolosa. “Assicurati bene” prima di usarla, con parsimonia e solo sulle persone “cattive”. A te personalmente non serve, perché tu sei dolce e sensibile. Mariangela.”
Ripensò a lungo alle parole scritte sul biglietto. “Le persone cattive”… queste parole le risuonarono nella testa tutta la sera… “le persone cattive”. Chi definire cattivo addirittura virgolettato? Lei stessa, che Mariangela, bontà sua, aveva definito dolce e sensibile, non credeva davvero di essere così buona.
“…e rimetti a noi i nostri debiti… come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori…” Il Signore aveva parlato chiaro e tondo, non c’era pericolo di fraintendimenti, eppure lei trovava sempre più difficoltà a dimenticare i torti e le offese… Non che si vendicasse, non ne era capace… ma provava rancore… o era forse dispiacere?
“Assicurati bene” prima di usarla con parsimonia…” Mariangela doveva essere proprio convinta della preziosità di quell’acqua per consigliargliene un uso parsimonioso. D’altronde il contenuto della bottiglietta era così limitato! E poi, come usarla? Aspergere con la stessa “il cattivo”? Mah, poco probabile che qualcuno avrebbe acconsentito a farsi benedire da lei… Oppure somministrargliela? In che modo? “Assicurati bene”… Assicurarsi di cosa? Che “il cattivo” fosse davvero tale? O che fosse disposto a diventare “buono”? Scopriva un lato di Mariangela che non avrebbe davvero mai sospettato: non le era sembrata proprio il tipo da credere al potere taumaturgico di un’acqua, se pur benedetta! Non le era neppure sembrata una persona religiosa. Forse credente… la figlia le aveva detto che la madre portava piccoli doni dai pellegrinaggi che faceva… chi può vedere cosa c’è nell’animo umano?… ma non praticante… non l’aveva mai incontrata in chiesa… forse una o due volte per le cosìddette “feste ricordatore”.
Estrasse il pacchetto dalla borsa. Si diresse al lavandino decisa a vuotarci dentro il contenuto. Ma poi pensò fosse un gesto sacrilego versare un’acqua benedetta nelle fogne. Infilò nuovamente il flaconcino con il liquido nel sacchetto e ficcò tutto, compreso il biglietto, nella tasca interna della borsa che ripose nell’armadio insieme alle altre. “… eh… bastasse l’acqua santa… a secchiate la userei…”.
Le giornate trascorsero così una dietro l’altra: il lavoro e la casa, la casa e il lavoro. Una domenica d’inverno, subito dopo il pranzo, dopo aver rigovernato la cucina, decise di telefonare a sua sorella. La cena era pronta e voleva uscire a fare due passi. Era una bella giornata, fredda ma limpida e quella piccola passeggiata sarebbe bastata a spezzare il noioso tran tran settimanale. Non chiedeva niente Anna, si accontentava di piccole cose. Quando stavano insieme, sua sorella e lei, il tempo volava. Lavoravano entrambe e queste erano le uniche occasioni di godere della reciproca compagnia. A volte anche suo cognato si univa a loro per fare due chiacchiere. Quelle due ore insieme trascorrevano veloci poi ognuno rientrava nella solita routine. Una volta di nuovo a casa, Anna si sbrigò a togliersi gli abiti con i quali era uscita e ad indossare, sopra il pigiama per la notte, una vestaglietta che usava per le faccende domestiche. Ripose tutto nell’armadio, abiti, scarpe, borsa… in attesa della successiva uscita domenicale.

Luigi Fondi, Il Censore (anno 1992)
Era ancora giovane Anna, una bella donna, anche se lei non si era mai sentita tale. Il suo era un fascino particolare che suscitava ammirazione negli uomini ed invidia nelle donne… tutte cose gratuite perché lei, da parte sua, non c’era assolutamente niente che facesse per provocare né l’una né l’altra. Guardava il mondo intorno a sé con una scettica freddezza che le veniva dalle esperienze di vita.
Credeva poco ai complimenti che le venivano dagli uomini: con maestria si estraniava dalle situazioni ed ascoltava con distacco le lusinghe di questi, giudicandole volte solo a blandirla nella speranza… chissà… Riusciva, in simili occasioni, a non sentirsi la protagonista dei tentativi di approccio, ma una semplice spettatrice. Rispondeva alle avances con calma imperturbabilità se non addirittura con arguta ironia. Se erano uomini sposati chiedeva subito: ”Come sta tua moglie?” Con questa banale domanda ricordava all’uomo, qualora se ne fosse dimenticato, la sua condizione di sposato e, questo serviva già di suo a sbollire tanti ardori. Altrimenti al primo accenno di corteggiamento parlava sempre dei suoi figli, ed anche questo si rivelava, di solito, essere un buon deterrente. Alcuni avevano quasi timore a rivolgerle la parola temendo di non essere all’altezza di quella donna così fiera.
Le persone del suo stesso sesso invece temevano il confrontarsi con lei e preferivano evitarla. Lo aveva capito da sempre. Mentre in un primo tempo aveva cercato in tutti i modi di mettersi al loro pari, in seguito aveva deciso che non si sarebbe omologata solo per riuscire gradita a quattro pettegole maligne ed invidiose. Anna continuava per la sua strada senza porsi il problema di essere più o meno accettata da qualcuno. Le dispiaceva solo che anche le sue due figlie venissero escluse dalle amicizie per lo stesso identico motivo. Aveva insegnato loro ad avere un proprio stile personale e a ragionare con la propria testa e questo sembrava infastidire qualche pecorone del paese.
“Se non le puoi combattere, fattele amiche”. Non sempre funzionava ma tutte le volte che tale metodo aveva dato esito positivo, le era stata poi tacitamente riconosciuta una superiorità di cultura ma soprattutto di animo e, donne prima ostili, nella speranza di ricevere buoni consigli o pareri, finivano per farle confidenze private talmente intime che lei mai si sarebbe aspettata. Con quelle che le dimostravano ostilità a prescindere, non si perdeva d’animo, limitava il rapporto allo stretto indispensabile. Più di una volta le era capitato di sentirsi dire: “…e pensare che ti facevo così antipatica… così superba…” proprio da persone con le quali non aveva mai scambiato neppure una parola. All’inizio questa frase la irritava: come è possibile giudicare una persona senza neppure sapere che tono di voce avesse? Proprio una di quelle che le avevano detto quella frase, era una casalinga che lei, la sera quando tornava dal lavoro, vedeva seduta sulle panchine del parco con le amiche o a passeggiare lungo il grande viale alberato che lei percorreva per arrivare a casa. Ne dedusse che, forse, ci si aspettava che lei si fermasse a fare quattro chiacchiere senza rendersi conto che, dopo esserne stata fuori tutto il giorno, lei aveva fretta di rientrare ed era questa la ragione per cui salutava tutti, ma tirava dritto. Volle fare una prova: la mattina, dato che lei si alzava sempre molto presto, avrebbe preparato in anticipo qualcosa anche per la cena. Passando la sera, iniziò a fermarsi qualche volta con un gruppo o con l’altro parlando del più o del meno. Con alcune persone percepiva, da subito, una profonda ostilità. Con altre invece capiva di essere riuscita a rompere il muro della diffidenza e dell’incomprensione. A lei, importava poco che la sua presenza fosse gradita, o che la giudicassero antipatica, nella seconda ipotesi, si tratteneva pochissimo e lasciava che la perfidia, come una serpe, mangiasse il cuore di chi se la allevava in seno. Era sempre discreta e molto attenta a non lasciarsi trascinare negli odiosi pettegolezzi di paese dei quali sembrava nutrirsi l’amicizia tra persone che non sapevano come trascorrere il tempo. Anche a conoscenza di fatti e situazioni, fingeva di non sapere e soprattutto non riportava né tantomeno giudicava le vicende altrui.
“Tra moglie e marito non mettere il dito!” Oppure “Chi ha figli, tenga l’acqua in bocca!” Per lei non erano solamente semplici proverbi popolari, ma sagge regole da non trasgredire: non ficcare il naso nelle questioni del prossimo.

Luigi Fondi, Il Censore (dettaglio)
Anna era separata. Suo marito l’aveva lasciata, con due figlie minorenni sulle spalle, per una donna straniera, una badante, venuta a lavorare in Italia. Si era fatto un’altra famiglia, si era addirittura trasferito in un paese limitrofo e, nonostante gli accordi iniziali, superato in fretta il senso di colpa, aveva pure smesso di corrisponderle il necessario per mantenere, non tanto lei, quanto le due ragazze che vedeva sempre più raramente per la paura che gli chiedessero qualcosa. In paese tutti avevano biasimato quell’uomo che aveva abbandonato la famiglia e che adesso manteneva i figli della nuova compagna la quale non aveva perso tempo a farli arrivare subito dalla sua nazione. “Eh, lei ha fatto come il cuculo… lui… un coglione…” dicevano paragonando la sua compagna a quell’uccello che butta dal nido le uova di un altro volatile sostituendole con le sue che saranno così covate ed allevate a sbafo e lui ad un cretino rimbecillito da quella “paracula”. Del suo lavoro, lui parlava solo di perdite e pagamenti salvo poi condurre con la nuova compagna una vita alquanto agiata: vacanze, macchine nuove, ristoranti…
“A nemico che fugge, ponti d’oro.” Non era più suo marito. Alla fine non lo riteneva più neppure un nemico, proprio non lo considerava. Anna aveva cancellato quell’uomo dal suo cuore e dalla sua mente. Per sempre. Si sentiva vedova. Per lei era morto il giorno stesso che le aveva detto di essersi innamorato di un’altra e di volersene andare di casa. Non aveva pianto, non gli aveva chiesto niente, gli aveva semplicemente detto che la porta era aperta e che si sarebbe richiusa per sempre alle sue spalle. Lui l’aveva guardata quasi stupito dalla sua reazione, sembrava addirittura esserci rimasto male come se si aspettasse chissà quale tragica scenata di gelosia…
Non era stato semplice: lei si era rimboccata le maniche ed era andata avanti lottando per superare ostacoli di ogni genere che aveva affrontato coraggiosamente.
Dopo che il marito se ne era andato, uomini che avrebbero voluto averla come compagna e che si erano proposti ce ne erano stati, e tanti, ma lei era stata ferita troppo profondamente e dalla sua anima erano defluiti tutti i probabili futuri sentimenti affettivi nei confronti del genere maschile per il quale provava solamente indifferenza. Era rimasto intatto ed unico solo l’amore per le sue figlie che adorava e difendeva come una tigre e per la sua famiglia di origine che non l’aveva mai lasciata sola.
Avrebbe potuto fare come Mariangela. A chi avrebbe dovuto rendere conto? Ma lei era di un altro stampo e poi, pensava alle sue figlie, non voleva che una cattiva reputazione su di lei, potesse in qualche modo danneggiarle. Qualcuno, sicuramente in buona fede, le aveva pure consigliato di rifarsi una vita, ma lei rispondeva che stava bene così. “Grazie, ho già dato!” era la sua replica ironica ed amara allo stesso tempo.
Qualche tempo dopo la separazione, aveva conosciuto un uomo. Lui, gentile, galante, affettuoso, un bell’uomo con una elevata posizione sociale, le aveva fatto una corte serratissima. Lei, in una fase della vita in cui aveva un disperato bisogno di tenerezza… vulnerabile… Sarebbe bastato poco a farla innamorare. Il problema sorse quando, dopo circa tre settimane, scoprì che era sposato. Le confidò di dissapori in famiglia e della sua volontà di separarsi ma ad Anna non piacque il fatto che lui avesse taciuto la sua situazione venuta alla luce un pomeriggio quando la moglie, per motivi di famiglia, lo aveva chiamato urgentemente al cellulare e lei, che gli sedeva accanto in macchina, non aveva potuto fare a meno di ascoltare e capire. Forse sarà stato pure sincero ma a lei non piacevano le situazioni equivoche: glielo aveva detto chiaramente non appena si erano conosciuti… sarebbe bastato dirle subito come stavano le cose, poi, poteva darsi che lei avrebbe pure accettato ed aspettato, ma si sentì presa in giro e troncò immediatamente quel rapporto che stava nascendo già con i presupposti sbagliati. Non rimpianse niente. Dopo averle mentito, non le aveva chiesto scusa, anzi, si era pure sentito offeso della sua reazione. Seppe in seguito che, poco dopo, si era davvero separato ed era andato a convivere con un’altra donna… non le ci volle tanto a capire che, parallela alla sua, lui aveva sicuramente coltivato un’altra relazione. “Non ha perso tempo, e io… non ho perso niente.” Si disse e ringraziò Dio di averla scampata.

Luigi Fondi, Il Censore (dettaglio)
I primi giorni di Marzo, pur ancora nell’inverno astronomico, la primavera iniziò a fare capolino. Le giornate si erano allungate e, quando c’era il sole, si cominciava a sentire quel tepore piacevole che invitava ad andare fuori e a godersi il risveglio della natura. Le sue uscite domenicali con la sorella diventarono più frequenti. Man mano che i giorni passavano, accantonati i cappotti pesanti si sentiva rinascere anche lei. “Vogliamo fare una piccola gita domani. Ci vieni?” Era suo cognato che, di sabato sera, le telefonava per invitarla ad unirsi a loro e passare così una giornata diversa dalle solite.
Durante il tragitto, parlarono del più e del meno. Lei sedeva sempre, sul sedile posteriore. La casa, il lavoro, i figli. Di solito erano questi gli argomenti delle loro conversazioni. Ogni famiglia ha i suoi problemi e poterli condividere con persone fidate può fare solo che bene. Loro immaginavano le sue difficoltà di donna senza un marito ed un padre per le figlie, anche se lei non si lamentava mai.
Fu durante il viaggio di ritorno, quando si ritrovò a frugare nella solita borsa per cercare il fazzoletto, che le venne tra le mani la busta di carta che conteneva il sacchetto di velluto e la bottiglietta di acqua che le aveva consegnato, ormai erano passati tanti mesi, la figlia di Mariangela.
Tirò fuori l’involucro e ne estrasse il flaconcino e il biglietto sibillino che lo accompagnava. Ne uscì insieme un altro foglio piegato, che la prima volta non aveva neppure visto. Sicuramente, posto in fondo alla busta di carta si era incastrato tra le pieghe di questa. Lo aprì. Si mise gli occhiali con gradazione maggiore per leggere cosa c’era scritto.
“Che leggi?” Sua sorella si era girata. “Mah… niente di importante… ti ricordi Mariangela?” “Ma chi? Quella morta l’anno scorso?” “Si, quella. C’era solo lei in paese che si chiamava così…” “E beh?” “La figlia, dopo morta, mi ha dato una busta che la madre aveva preparato e sulla quale c’era il mio nome.” “Una busta? Per te? Una lettera?” “No, no. Non una lettera. Una busta di carta con dentro una bottiglietta di acqua santa…” “Ma avevi amicizia…?” “No. La conoscevo, come tutti.” “E perché allora ti avrebbe portato dell’acqua santa? Non la facevo così religiosa…” “Non lo so. E’ quello che mi sono domandata anche io. Ci avrò parlato sì e no due o tre volte…” “E vabbè, e mo’ che ci fai?” “E che ci faccio? Niente. Mica posso buttarla via, è acqua benedetta, mi pare brutto… l’avevo messa dentro questa borsa e me l’ero pure scordata…” Non le parlò né del biglietto, né dell’altro foglio che si era sbrigata a rimettere via. ”Ma che leggevi?” “Ah… niente in fondo alla borsa c’era pure un elenco della spesa che era rimasto là dentro va a capire da quanto… ogni tanto bisognerebbe fare un bel “repulisti”…” ”A proposito di spesa, hai visto l’aspirapolvere in promozione al supermercato? Mi avevi detto che il tuo si era rotto… quello in offerta non è male… buona marca e prezzo conveniente… quando ho visto il depliant ti ho pensato e l’ho conservato… ti volevo telefonare, poi mi è passato di mente… comunque, se ti dovesse interessare, ce l’ho a casa.” Aveva cambiato apposta, senza saperne il motivo, l’argomento della conversazione con sua sorella.
“E’ stata una bella giornata! Grazie!” “Ma grazie a te, ci hai fatto compagnia. Domenica prossima organizziamo un altro giro, mi raccomando…” Si erano salutati così.
Anna fece appena in tempo a rientrare che, subito dopo, arrivarono le figlie. Una cena frugale, quattro chiacchiere su cosa avessero fatto e chi avessero visto, poi ognuna di esse si ritirò nella propria stanza. Erano brave ragazze, si volevano bene a vicenda ed erano contente che la mamma, almeno la domenica, libera dalle incombenze quotidiane, trascorresse anche lei qualche ora con gli zii. Avevano frequentazioni diverse l’una dall’altra: compagni e compagne di scuola, amicizie che si erano consolidate dall’infanzia. Anna le aveva tirate su bene ed era contenta nel vedere come si aiutassero e si difendessero reciprocamente. Come sempre, lei cominciò a riporre gli indumenti nell’armadio. Si ricordò del foglietto nella borsa, lo estrasse, inforcò gli occhiali. Un piccolo elenco di nomi. Ultimo il nome di Mariangela. Che significava? Non capiva. Lo ripiegò e lo appoggiò sul comodino. Infilò il pigiama e accese il televisore. Sul televideo scorse tutti i programmi della serata. C’era pure qualche bel film che sarebbe valsa la pena vedere, ma siccome sapeva che ad una certa ora si sarebbe addormentata e le dispiaceva non sapere come sarebbe andato a finire, decise che avrebbe visto un documentario sulla natura.
Distesa sul letto, riprese tra le mani il pezzo di carta. Rabbrividì… morti… era un elenco di nomi di persone, tutte morte, Mariangela compresa. Istintivamente rimise il foglio sul comodino. Accese il televisore e anziché sul programma sulla natura, si sintonizzò su uno spettacolo di varietà. Non era il suo genere preferito ma voleva distrarsi e non pensare a niente. Dopo un po’, si ritrovò però nuovamente con il foglio fra le mani. Seduta sul letto cominciò a soffermarsi sui nomi della lista. Nella speranza di capirci qualcosa, si alzò, prese una penna ed una vecchia agenda, dove di solito annotava le cose da fare, decisa a prendere appunti. Si rese subito conto che non sarebbe stata in grado di fare nessuna analisi, a parte Mariangela ed il marito, non conosceva le persone elencate, anzi, le conosceva di vista in quanto persone del posto, ma si trattava di gente che lei non aveva mai frequentato. L’unica cosa sapeva di loro e che le accomunava era la morte. “Ma quella… troppe persone accomuna…” pensò.
Rimise tutto sul comodino e cercò di non pensarci. Cambiò canale e si concentrò su un bel film, già cominciato, che, ormai insonne, riuscì a vedere fino alla fine. Nonostante fosse tardissimo, faticò ad addormentarsi, quello strano elenco… quei nomi… le ronzavano nella testa. Prese sonno che cominciava ad albeggiare, poco prima che il suono fastidioso della sveglia, che teneva di proposito distante, fuori portata di mano per essere costretta ad alzarsi, la obbligasse, molto di malavoglia, a scendere dal letto. Il foglio era ancora sul comodino. Lo piegò e lo infilò nuovamente in fondo alla busta di carta, e quindi nella borsa che poi ripose nell’armadio.

Luigi Fondi, Il sogno di Maria (anno 2009)
Cominciava un’altra settimana. Dopo la separazione, Anna si era buttata a capofitto sul lavoro. Sua madre glielo aveva sempre ripetuto: “La tua libertà, dipende dalla tua indipendenza economica.” E quanto aveva ragione! Come avrebbe fatto se non avesse avuto il suo impiego? Come avrebbe potuto crescere e mantenere le sue figlie senza che queste, oltre che per l’assenza del padre, non soffrissero pure per la mancanza di quelle piccole cose che a quell’età facevano la differenza? Un vestito nuovo, un paio di scarpe, un taglio di capelli, una cena fuori con gli amici… Non erano ragazze esigenti le sue, era lei che non voleva si sentissero inferiori alle loro amiche per dettagli insignificanti che, proprio perché tali, non dovevano in nessun modo incidere sul loro benessere fisico e psichico. Era molto attenta. Personalmente non seguiva la moda e le mode ma per quanto riguardava le sue figlie cercava di non far mancare loro niente. Aveva insegnato anche a loro a non seguire ciecamente le tendenze del momento ma ad avere uno stile personale che le avrebbe distinte dalla massa e le ragazze avevano acquisito e fatto loro il concetto della madre. Anche durante l’adolescenza avevano dimostrato buongusto che, man mano che erano cresciute, si era trasformato poi in raffinatezza. Era ovvio che la madre, pur giovane, facesse rinunce a loro favore ma era talmente abile a non farlo pesare, o perlomeno così credeva lei. Tutto doveva sembrava normale… ma forse non lo era.
Una sera la più piccola se ne uscì fuori: “Però sarebbe pure giusto che noi chiedessimo a nostro padre di mantenerci…” Sicuramente qualcuno glielo aveva suggerito. “Perché? Ti manca qualcosa?” fu la replica secca e infastidita di Anna. “No, non mi manca niente, però sarebbe giusto!” ribadì lei. “Come ti viene in mente? E cosa vorresti chiedergli?” “Non lo so.” “E allora, che parli a fare?” La maggiore era rimasta in silenzio, pensierosa. Dopo qualche giorno le telefonò il suo ex marito. “Che è questa storia? Che vuoi da me?” Anna, presa alla sprovvista rimase sorpresa. “Che voglio? Ma chi ti cerca? Non voglio niente da te. Non mi hai dato mai niente e non voglio niente, neppure sentirti. Tu per me sei morto e… fammi il piacere, non risuscitare.” “E allora perché hai mandato qui tua figlia?” “IO? E quando mai? Io non ti ho mandato proprio nessuno!” “Sicura?” “Certo che sono sicura.” “Allora fammi la cortesia di dire alla “signorina” di non venire a rompermi i… perché se qui andiamo a fare i conti, non lo so chi ci rimette…” “Sei tu che rompi… io non ti ho cercato. Che ci dovrei rimettere?” Lei gli riattaccò il telefono in faccia senza aspettare la sua replica. Quando la figlia più piccola tornò a casa la aggredì quasi sulla porta. “Che ti ha detto il cervello?” lei restò in silenzio. “Chi ti ha dato l’ordine di andare da tuo padre? E a fare cosa?” la ragazza non rispondeva. “Perché? Tu mi devi dire: perché?” “E’ mio padre, è giusto che ci dia qualcosa per mantenerci…” “Che ti manca? Cosa vuoi? Che gli hai chiesto?” “Gli ho detto che, per legge, ci deve mantenere…” “Tu sei pazza! Se vi avesse voluto mantenere non ci sarebbe stato bisogno di nessuna legge… e neppure di chiederglielo. L’hai mai visto più da quando se ne è andato con quella…?” “Puttana.” “Non dire parolacce!” “Ho detto solo quello che è: una puttana!” La sorella maggiore intervenne: “Basta, fatela finita! A che serve?” “Hai ragione, non è servito a niente…” rispose triste la più giovane. “E’ un delinquente!” “Zitta! Falla finita!” Anna le diede uno schiaffo sulla faccia. “Sì, sì, lui è un delinquente e lei è una puttana!” Corse in camera sua e si buttò sul letto. Piangeva disperata, sembrava che l’anima le uscisse dal petto. Anna le si avvicinò: “Dai, facciamo pace. Vedi che non ci dovevi andare? Lasciamolo stare, facciamo come se non esistesse… che è meglio…” “Sai che mi ha detto?” “Cosa?” “Che se gli girano i coglioni, usciamo pure di casa… perché la casa è sua…” Anche l’altra figlia era entrata nella cameretta. Rimasero tutte e tre in silenzio. “Su, su, andiamo a cena. La casa è sua… ah… vedremo se è la sua… gliela do io la casa sua… a ‘sto bastardo!” “Vedi che le parolacce le dici pure tu!” Sua figlia aveva ragione e lei non replicò. “Basta, va, andiamo in cucina.” Durante il pasto, incalzata dalla madre e dalla sorella, la ragazza raccontò di essere andata a casa del padre. L’aveva accompagnata con il motorino un amico che poi era rimasto in strada ad aspettarla. Lei aveva suonato e le aveva aperto proprio lui, personalmente. Disse che il padre abitava in una villa bifamiliare divisa da un muro abbastanza alto che univa le abitazioni e che, proseguendo lungo i due lati oltre il fabbricato, divideva lo spazio esterno di pertinenza di ciascuna di esse. Una residenza riservata con giardino, libera su tre lati. Due macchine e due motorini erano parcheggiati di fronte il portone di ingresso. L’interno della casa, perlomeno quello che aveva visto lei, era ammobiliato con arredamento moderno di buon gusto e anche di un certo valore. Sul tavolo del grande salone, tre shoppers di un negozio di abbigliamento di lusso che la compagna del padre, scesa subito dal piano superiore, si era affrettata a portare via. “La puttana… forse aveva paura che le rubassi la sua roba? Capirai… si è ingrassata come una troia… quello che è…” “Te lo ripeto per l’ultima volta, basta con le parolacce.” La ragazza continuò. Riferì che il padre era rimasto alquanto stupito della sua visita e che lei gli aveva detto chiaro e tondo che era ora si ricordasse di avere due figlie… Disse che lui era andato su tutte le furie e che aveva accusato la madre di averla mandata. Raccontò che urlava come un pazzo e che anche la “puttana” era scesa a dargli manforte dicendole che se gli prendeva un infarto sarebbe stata colpa sua, al che la ragazza aveva replicato: “Magari! Almeno sarà morto, per davvero!” A quel punto il padre le aveva dato uno schiaffone sulla faccia e le aveva urlato che loro, lei sua madre e sua sorella, gli avevano rovinato la vita, ma che gliela avrebbe fatta pagare… a tutte e tre… che la casa era sua e che se ne sarebbero dovute andare… Lei era uscita di corsa, non senza aver prima sputato per terra in segno di disprezzo. “Che hai fatto?” “Ho sputato, sì ho sputato. Mi sono pentita di non avergli sputato in faccia… a tutti quei bastardi…” “Ma perché ci sei andata?” “Perché sì. Che lui se ne sia andato, non me ne importa niente, ma che mantenga quella zoccola e i suoi bastardi come signori mentre tu fai mille sacrifici per noi… Io lo odio! A proposito, dovreste vedere la “puttana”: si è ingrassata come una troia, quale è.” “Sì sì, ce l’hai già detto. Basta.”
Fu così che dopo qualche settimana le arrivò la notifica del tribunale. Lui aveva contattato un avvocato di grido mettendo in atto quello che aveva minacciato di fare.

Luigi Fondi, Il sogno di Maria (anno 2009)
Rivolgersi a sua volta ad un legale era l’unica cosa che le rimaneva da fare. Scelse una donna. Anche se Anna era stata in un certo senso rassicurata, il problema era stato sollevato. Ed era enorme. Alla fine i due legali si accordarono sull’ipotesi che Anna e le figlie lasciassero la casa e che lui pagasse loro l’affitto in un altro appartamento ma Anna sapeva che lui non avrebbe mai pagato e non firmò l’accordo. Le figlie avevano raggiunto entrambe la maggiore età e temeva che questo comportasse per lei la perdita del diritto di abitazione nella casa coniugale.
La faccenda andò avanti mesi. Un giorno l’ex marito le chiese di vedersi per raggiungere un’intesa. Anna non era entusiasta all’idea ma non poté fare a meno di accettare. Sarebbe venuto lui. Avevano stabilito che si sarebbero visti in un bar del paese ma all’osservazione di Anna che non gradiva estranei presenti al loro colloquio e pronti poi a spettegolarci dietro, lui propose di vedersi a casa “loro”. Non che la cosa le facesse piacere, ma accettò la soluzione.
Fu mentre pensava a cosa avrebbe potuto offrirgli che, improvvisamente, le venne in mente il biglietto di Mariangela e la sua “acqua”. “Usala con parsimonia sulle persone “cattive”.” Beh, cattivo tra virgolette, lui lo era stato e lo era di sicuro. Chissà che quella non fosse veramente acqua benedetta… chissà che non facesse davvero il miracolo di farlo ragionare… Preparò due tazzine sopra un vassoio. In una di esse, versò solo due gocce (“con parsimonia”) della famosa acqua poi, dopo aver riposto la borsa con il flaconcino nell’armadio della camera da letto, rimise il vassoio con le tazzine sopra il ripiano da cui le aveva prelevate e richiuse la credenza della cucina. Un caffè e qualche pasticcino preso al forno: ecco quello che gli avrebbe offerto.
Si ritrovò a truccarsi, a scegliere attentamente il vestito da mettere, a pettinarsi con cura. Non lo faceva per lui, solo non voleva farsi vedere trascurata o sciatta, o che pensasse che senza di lui, lei si stesse struggendo dal dispiacere… lo faceva solo ed esclusivamente per sé stessa.
“Ehi, accidenti come siamo in forma! Non ti ricordavo così bella!” Furono le parole con le quali esordì non appena lei aprì la porta. Aveva scelto di proposito un orario durante il quale le figlie erano entrambe a scuola. Non voleva che fossero presenti al loro colloquio, specialmente dopo la scenata della più piccola. “Quasi, quasi mi rimetto con te…” “Appunto… quasi, quasi. E che pensi che io sia qui pronta all’uso? Meglio che non ci pensi, dammi retta!” Entrato, lui si guardava attorno. La casa era in perfetto ordine. Tempo prima, dopo che lui se ne era andato, Anna aveva rinnovato le tende ed il tappeto del grande salone e aveva ricoperto i divani con un bel tessuto. Piccoli cambiamenti che erano però stati sufficienti a dare alla stanza un aspetto completamente diverso. “Mi sembra un’altra casa.” “E’ un’altra casa.” Rispose lei mentre lo osservava attentamente. Due macchioline sul davanti del giubbotto che indossava, le scarpe che non erano state lucidate e i capelli da tagliare davano di lui un’immagine di trasandatezza. Le sembrò invecchiato, un altro uomo, diverso da quella persona linda e pinta che usciva la mattina di casa sua. Davvero le sue amiche non avrebbero riconosciuto più in lui il “principe consorte”, come lo chiamavano.
Si tolse il giubbino. Anna non poté fare a meno di notare la camicia mal stirata ed il maglioncino con lo scollo a V che aveva il polsino sinistro leggermente sfilacciato. “Ben gli sta!” Pensò tra sé e sé. Era palese che la “badante” o meglio ancora la “puttana”, le venne da chiamarla così come l’aveva definita sua figlia, lo trascurasse. Sicuramente, in compenso, avrà fatto scintille a letto per averlo fatto decidere ad abbandonare la famiglia… “E’ proprio vero che gli uomini non ragionano con il cervello ma con l’uccello! Povero coglione!” Si fece forza per controllare la rabbia. Aveva riflettuto tanto su quell’incontro e aveva stabilito che avrebbe accantonato i rancori e freddamente ragionato al fine di ottenerne tutti i benefici possibili solo ed esclusivamente per le sue figlie.
“Ti posso offrire un caffè?” “No, grazie, mi sono fermato al bar con un amico prima di salire. Prendo uno di quei pasticcini sul tavolo, posso?” “Ma certo, serviti pure.”
Subito dopo si sedette e iniziarono a discutere. “La casa è mia! L’ho comprata io e mi appartiene. Ci siete state pure troppo. Io pago l’affitto, adesso basta. E’ ora che me la goda pure io.” Era venuto deciso a far valere la sua causa ed Anna si sentiva debole. Faticava a replicare, aveva sempre trovato difficoltà a tenergli testa. Era un uomo prepotente. Lui alzava subito la voce e non sentiva ragioni. “Mi faccio un goccio di caffè, ne ho bisogno…” disse interrompendo il fiume di parole che usciva dalla bocca dell’uomo. Si alzò e, diretta in cucina, mise sul fornello del gas la caffettiera che teneva già pronta. Tirò fuori dalla credenza il vassoio con le tazzine e ne versò un poco anche in quella che sarebbe dovuta essere quella di lui. Portò tutto sul tavolo del salone. “Giusto una stilla, per farmi compagnia. Va bene? Io ci metto la punta di un cucchiaino di miele. Tu?” “Niente. Io lo prendo amaro.” La situazione non era cambiata, dopo tanto discutere, ognuno rimaneva arroccato sulla sua posizione. Anna sapeva di avere ragione, dalle parole di lui, si rese conto che l’uomo avrebbe dovuto dare anche spiegazioni alla nuova compagna che, certamente da parte sua, lo assillava e che non voleva passare per quello che aveva ceduto alla ex moglie. Alla fine, decisero che sarebbe stato il giudice a risolvere la questione dato che non c’era nessun presupposto per giungere ad un accordo comune. Il giorno seguente si sarebbero sentiti dopo aver parlato ciascuno con il proprio avvocato.

Luigi Fondi, “Lucio, gatto nero nel Castello”
La mattina successiva, Anna stava girando la chiave di casa pronta ad uscire, quando sentì dall’interno squillare il telefono. Riaprì immediatamente la porta e corse a rispondere. Capì subito chi fosse, prima ancora che la persona all’altro capo si qualificasse: la voce femminile dall’evidente accento straniero… la compagna di suo marito.
“Buongiorno, Giorgio malato. Lui detto di telefonare te, non può parlare avvocato oggi.” “Come ammalat? Che gli è successo?” “Noi andato a cena ieri sera con amici. Lui tutto bene. Mangiato e bevuto. Stanotte io chiamato ambulanza.” “Dove si trova adesso? In ospedale? Che gli hanno detto?” “Lui ospedale. Io adesso sta a casa. Non parlato con medico. Dottore vuole parlare con familiare, moglie, figlia…”
Ci mancava pure questa! Ci mancava solo che adesso dovesse pure occuparsi di quello stronzo… Chiamò al lavoro. Con poche parole espose la situazione e le dissero che avrebbe potuto assentarsi tranquillamente, di non preoccuparsi.
Avvisò pure le figlie con un messaggio sui rispettivi cellulari. “Sei una cretina!” fu la risposta della più piccola. Aveva ragione lei. Ma che ci poteva fare?
All’ingresso dell’ospedale si fece dire in quale divisione fosse stato ricoverato: cardiologia. Arrivata al quinto piano, trovò la porta di accesso al reparto chiusa. Alcune persone erano sedute su delle panche tutte attorno alla stanza che faceva da anticamera. “Dottori in visita…” le disse una signora in piedi appoggiata al muro, quando lei cercò di abbassare la maniglia. Si sedette su uno dei sedili di metallo. “E’ normale?…” chiese rivolta alla persona che le aveva parlato poco prima e che le si era seduta accanto. “Eh, diciamo che quasi tutti i giorni è così. Basta che arrivi una nuova urgenza. Comunque la mattina fanno le visite… difficile entrare prima di mezzogiorno, l’una…” In quell’istante la porta a vetri opachi si aprì. Ne uscì una infermiera. Anna si alzò immediatamente e le si avvicinò. “Sono la moglie di …. Come sta?” “Ah, meno male, cercavo proprio lei… ero uscita apposta per telefonare a qualche parente. Venga, venga, il dottore la sta aspettando.” Seguì la ragazza attraverso la porta che si richiuse subito con uno scatto alle loro spalle. Un lungo corridoio sul quale si aprivano tante porte, tutte con i battenti di vetro opaco e tutte chiuse. All’inizio, l’unica aperta. “Si accomodi.” L’infermiera le fece cenno di entrare nella stanza e si allontanò. Il locale era alquanto angusto. Il dottore, seduto ad una scrivania di fronte alla porta, stava scrivendo qualcosa al computer. “Buongiorno signora…” Lei disse il cognome del marito. “Ah, eccola… bene. Anzi, male. Suo marito ha avuto un infarto cardiaco. In questo momento lo stiamo monitorando. Secondo il nostro parere, mio e dei colleghi ovviamente, la situazione è piuttosto seria. In ogni caso, le anticipo che dovremo attivare delle metodiche di rivascolarizzazione mediante l’impianto di stents.” Lei ascoltava in silenzio. Il dottore la guardò. “E’ in pericolo di vita? Come è potuto succedere?” Si rese conto della stupidità della sua domanda. “Succede. Predisposizione, ereditarietà, stile di vita, diabete, pressione alta, colesterolo… sono tanti i fattori che possono portare ad un infarto… L’importante è arrivare in tempo. Abbiamo bisogno del consenso di un familiare, moglie o figlio maggiorenne, per procedere all’intervento quanto prima.” “Noi siamo separati.” “Sì, sì, ho capito. Non divorziati, suppongo, suo marito ci ha già detto di convivere con una signora straniera ma questo non ha importanza, la convivente non può firmare e la situazione richiede che si intervenga urgentemente.” Le presentò un foglio già scritto che lei firmò in fondo a sinistra dove era stato fatto un piccolo segno. Fra sé e sé si disse che avrebbe dovuto leggere, ma percepì una certa urgenza, come se il medico in attesa avesse fretta.
Il dottore la accompagnò poi nella stanza dove si trovava il paziente e proseguì lungo il corridoio. Lui, attaccato a tutte le apparecchiature di monitoraggio, ma cosciente, sembrava a disagio nel ruolo di ammalato. “Eh, vedi che succede?” Voleva essere spiritoso, ma era chiaramente spaventato. “Alla fine c’è pure il caso che rimani anche vedova…” “Non fare lo scemo. Il medico ha detto che ti operano subito. Sta tranquillo, non succede niente. E poi, chi ti ammazza? Fosse così facile…” Lei cercò di alleggerire l’aria rispondendogli a tono. Un infermiere entrato con il carrello delle medicazioni la invitò ad uscire. “Prego signora…” le disse indicandole la porta. “Il paziente deve essere preparato per l’intervento.” Lei gli si avvicinò e gli prese la mano per salutarlo. Lui afferrò quella di lei e la strinse con un vigore inaspettato talmente forte da farle male. “Non andare via… ti prego!” “Tranquillo, aspetto qua fuori finché l’intervento sarà finito.”
Il chirurgo che chiese di parlarle era appena uscito dalla sala operatoria. Aveva ancora il camice verde e la mascherina usati per l’intervento. “Signora, è andato tutto bene. Abbiamo messo tre stents. Siamo intervenuti in tempo. Due, tre giorni al massimo di degenza e suo marito potrà tornare tranquillamente a casa.”
Passò ancora un po’ di tempo prima che lo riportassero in camera. Era vigile e tranquillo, forse ancora leggermente sotto l’effetto dell’anestesia. “Fregata! Sono ancora qua!” Ancora il suo umorismo. “L’erba cattiva non muore mai… Sei sempre stato un “sòla” …” “Dì la verità… ci speravi…” “Certo che sì! Il nero mi sta benissimo. Poteva essere finalmente l’occasione di sfoggiare la pelliccia…”. Anna gli ribatté con lo stesso sarcasmo. In effetti aveva un bel giaccone di visone nero che aveva indossato pochissimo e sul colore luttuoso del quale lui aveva sempre scherzato. Egli tirò fuori dalle lenzuola una mano e le fece il gesto delle corna, in quell’istante, entrò il medico a controllare che tutto fosse a posto. “Bene, bene… vedo che lo spirito non le manca….” Risero tutti e tre poi lei salutò e lasciò l’ospedale.
Il giorno seguente aveva deciso di non andare. “Beh, non ci facciamo più vedere? Guarda che sono ancora in pericolo di vita.” Era lui al telefono. “Lascio il posto a qualcun altro.” Fu la sua risposta. “E poi, non muori, no…”
Il terzo giorno lui le telefonò la mattina di buon’ora. “Ti chiamo prima che tu vada al lavoro. Volevo chiederti se potresti venirmi a prendere. Mi hanno messo in uscita.” “E perché io? Non può venire “lei”?” “Certo che può, ma preferirei venissi te.” “Lo sai che io lavoro. A noi, non ci mantiene nessuno…”
Andò a prenderlo in ospedale. Era stato dimesso e si sentiva più al sicuro con lei. Entrarono insieme nell’ufficio del medico, la stessa stanza dove era stata il primo giorno e lo stesso dottore che, in poche parole spiegò loro cosa era stato fatto, la cura che lui avrebbe dovuto fare e lo stile di vita che avrebbe dovuto condurre se ci teneva alla sua salute. “Le consiglio di dimenticare le cene con gli amici, almeno per un bel po’. Faccia una vita regolare. Sua moglie ha capito cosa intendo…” “Il problema è che io non sono più sua moglie!” ribatté prontamente lei con la strana sensazione che il medico avesse finto di non ricordare. “Ah, chiedo scusa, mi ero dimenticato. Ma lo sapete che da una statistica sembrerebbe che gli uomini regolarmente sposati e con famiglia abbiano meno problemi cardiaci e vivano, in generale, più a lungo? Ovviamente non sarà il suo caso… comunque, mi raccomando ancora… giudizio.” Gli fissò un appuntamento di controllo ed uscirono insieme dall’ospedale. Lei con il borsone delle sue cose per non farlo affaticare.
Anna non era mai stata nella casa dove viveva con la nuova compagna ed i figli di lei, fu lui a darle tutte le indicazioni per arrivare a destinazione. Si fermò con la macchina fuori dal cancello, lo aiutò a scendere e gli mise accanto il bagaglio mentre lui suonava il campanello. “Eccoci, allora io vado. Stammi bene.” “Ma come? Non entri neppure?” “A fare cosa? Ti lascio in buone mani, no?” Senza aspettare risposta, risalì in macchina prima che il cancello si aprisse e che la sua nuova compagna ed un ragazzo comparissero sulla porta di ingresso. “Davvero non vuoi entrare?” Al suo secco diniego, la ringraziò una, due, tre volte. Lei accese il motore, fece un lieve gesto di saluto e partì. Alle figlie non aveva detto niente, si sarebbero arrabbiate.

Luigi Fondi, Manichini in riva al mare (anno 2008)
Passarono alcuni mesi. Adesso ogni tanto si faceva sentire al telefono. Ultimamente le aveva pure fatto un bonifico sul conto corrente con la causale “Per le nostre figlie. Grazie.” Era una cifra modesta ma le avrebbe fatto comodo lo stesso. Quel mese, con due giorni in meno di lavoro il suo stipendio era stato più magro del solito, forse aveva solo voluto risarcirla. Lei lo aveva detto subito alle ragazze. “Accidenti, e che si è rinsavito tutto insieme?” Era stato il commento della grande. La più piccola invece era stata più cattiva: “Almeno fosse morto, un pensiero levato. Non avremmo avuto più pensieri per la casa… no ma’?” “Non si augura la morte! A nessuno! E poi, è sempre tuo padre!” Le aveva risposto la madre severa. Lei aveva fatto una faccia scettica come per dire: “Ma davvero? Io non me ne ero accorta.”
Non passò tanto tempo che le telefonò il suo avvocato. “Signora, la chiamo per la questione della casa.” “Ci risiamo.” Pensò lei. “Allora, il Giudice ha deciso per la separazione con addebito nei confronti di suo marito. Per quanto riguarda la casa, la stessa dovrà essere messa in vendita e, dato che siete in comunione di beni, la somma ricavata sarà divisa a metà.” “E le figlie? Dove andiamo?” “Per quanto riguarda le ragazze, fino alla fine degli studi e finché non avranno trovato lavoro, sarete entrambi a provvedere al loro mantenimento. Non è tanto, ma penso che lei si possa dire soddisfatta. Non mi sembra sia andata male… fino ad oggi, lei mi aveva detto che lui non aveva mai contribuito. A tale scopo, suo marito le corrisponderà, per tutte e due le ragazze, la somma mensile di 800 euro più eventuali spese extra.” “Che non ci darà mai…” “Eh, no, no. Stavolta ha firmato un impegno davanti al Giudice. Da adesso in poi, dovrà pagare. Lo sa pure lui. Comunque potete rimanere nella casa finché la stessa non sarà venduta. Quando verrà a trovarmi in ufficio, le consegnerò tutti i documenti e le spiegherò a voce.”
Fu così che la casa fu messa in vendita. Anna, su consiglio dell’avvocato chiese all’agenzia immobiliare una cifra elevata non trattabile e rimase nell’abitazione con le figlie percependo adesso anche le 800 euro mensili stabilite dal Giudice. Le arrivò anche un altro bonifico che suo marito le aveva dovuto versare come arretrati per tutto il tempo passato. Dal conteggio fatto si accorse che aveva detratto la somma inviatale in precedenza, appena uscito dall’ospedale. Meschino… Non si era smentito…
Lui faceva il meccanico e guadagnava bene. Un giorno la chiamò. “Come è che ‘sta casa non si riesce a venderla?” “E che ne so io?” “Il prezzo è troppo alto. Ho sentito un altro agente immobiliare e dice che a quel prezzo la casa non si venderà mai.” “A me non importa, io non svendo certo la casa perché il tuo agente immobiliare dice che è fuori prezzo …” “E allora?” “Allora cosa?” “A me non sta bene.” “Mi dispiace, che ci posso fare io?”
L’avvocato di Anna, messa subito al corrente della telefonata, le suggerì di fare in modo di convincere suo marito ad intestare l’abitazione alle due ragazze e prese accordi con il legale della controparte. Non fu semplice. La nuova compagna del marito, da parte sua, premeva affinché la casa venisse venduta… in quel modo le sarebbe stato più facile mettere le mani nel barattolo del miele…
Si incontrarono ancora una volta da Anna. Solito scenario: casa perfetta, capelli in ordine, bel vestito, pasticcini, caffettiera pronta sul fuoco. E l’acqua santa? “Mah, solo superstizione.” Però ne versò altre poche gocce in una delle due tazzine sempre sul vassoio, che poi ripose ancora nella credenza.
“Che è quest’altra storia di intestare la casa alle figlie?” “Penso sia la cosa migliore da fare: né a me, né a te. Sono le nostre figlie… o preferisci forse che se la godano i figli di qualcun altro…?” Lo vide contrariato. “E tu? Alla fine saresti tu a godertela…” “Io? Io non ho problemi, io posso anche andarmene, se è questo l’impedimento … così oltre che di padre, le “tue” figlie saranno “orfane” pure di madre…” L’avvocato le aveva prospettato questa eventualità e l’aveva consigliata di ventilare l’ipotesi di lasciare sole le ragazze. “Insomma alla fine ci dovrei rimettere sempre io!” “E perché ci rimetteresti sempre tu. Mica daresti niente a me, la casa la daremmo entrambi alle nostre, alle “tue” figlie.” Si alzò per accendere il gas sotto la caffettiera. Due minuti di silenzio per berlo e poi la discussione si riaccese animatamente. “E le spese notarili?” “Quelle saranno divise a metà, io mi dovrò far aiutare dai miei genitori… speriamo…” “Boh, questa storia non mi convince. I soldi mi servono. Mi state pelando come un tordo…” “Veramente stai pagando il mantenimento delle tue figlie, la tua parte. Quello che avresti dovuto fare da subito. Ma qua preferiamo mantenere i figli della “signora cuculo”… Eh, ti ha rimbecillito bene bene… quella “puttana”…” “Come ti permetti?” “Mi permetto, certo che mi permetto… lasciamo perdere va… che è meglio… stai passando da coglione davanti a tutto il paese…” Si era alzato di scatto facendo cadere la sedia. Rosso scuro in viso ripeté: “Come ti permetti?” “Mi permetto di dire la verità, quello che è sotto gli occhi di tutti.” Lui, sempre più rabbuiato, fece l’atto di alzare la mano. “E dai! Provaci!” Si aspettava che lui la colpisse perciò lei aveva alzato il braccio per difendersi coprendosi il volto. Non lo vide, ma lo sentì cadere rumorosamente all’indietro sopra la sedia rovesciata. Pensò avesse inciampato nei pioli. “Ecco qua che mo’ ‘sto stronzo s’ammazza pure…” Si spostò velocemente dall’altra parte del tavolo. Lui era crollato pesantemente a terra, il capo girato dall’altra parte. Gli si avvicinò da dietro e lo toccò su una spalla. “Tirati su. Ti sei fatto male? Troppo poco! Tirati su! Il pavimento è freddo.” Lui non si mosse. “Beh, che facciamo? Vuoi rimanere sdraiato?” Non le rispose. Fu a quel punto che gli si mise di lato, si chinò, gli girò la testa e vide i suoi occhi sbarrati. Spaventata lo scosse forte. Lo chiamò di nuovo per nome. Aprì la porta principale e invocò aiuto. Nel frattempo, meccanicamente, aveva sciacquato le tazzine, ma non aveva rimesso in piedi la sedia.
L’ambulanza richiesta da qualcuno arrivò in una decina di minuti. Tutto inutile. Era morto sul colpo. Il medico, che era sopraggiunto subito dopo con l’automedica non poté fare altro che certificarne il decesso per infarto. “Che è successo, signora?” Lei come imbambolata raccontò come si fosse alzato e fosse improvvisamente caduto all’indietro senza proferire parola. Non disse che stavano discutendo. Ai vicini accorsi disse che era passato a vedere le figlie e che stava aspettando il loro rientro. Gli addetti dell’agenzia funebre lo sistemarono sul letto matrimoniale. Telefonò alle ragazze di tornare a casa il prima possibile perché il padre era morto. Lo comunicò semplicemente, senza inutili giri di parole. A tutti disse che era passato a salutare, che era caduto a terra, che lei aveva inutilmente cercato di soccorrerlo dato che lui era morto sul colpo.
Telefonò anche alla compagna di lui, per avvertirla e affinché le facesse pervenire l’abito funebre. Le disse che, se lo voleva, avrebbe potuto portarlo lei stessa, che sarebbe potuta venire a casa. Lei rispose che preferiva ricordarlo vivo, che avrebbe mandato qualcuno con quanto richiesto e che avrebbe partecipato alla cerimonia religiosa. Non le sembrò così addolorata. “Ma che gli è successo? Stava così bene ultimamente!” “Infarto. Il medico in ospedale glielo aveva detto che il fatto di essere stato operato non gli avrebbe garantito che non sarebbe potuto succedere un’altra volta…” “E non potevi portarlo all’ospedale?” “Certo, se non fosse morto sul colpo. Abbiamo chiamato l’ambulanza, ma è stato inutile.” Anna salutò e troncò la conversazione. Che voleva insinuare quella? Che lei non lo avesse soccorso?

Luigi Fondi, Manichini in riva al mare (dettaglio)
Tutto il paese seppe del suo ex marito morto nella sua casa. Qualcuno insinuò perfino che la andasse regolarmente a trovare e…
Con il cadavere in casa, fu un via vai di gente venuta a fare le condoglianze. In effetti più a ficcare il naso nelle faccende altrui che a portare conforto. I suoi familiari rimasero a vegliare la salma ma soprattutto a farle compagnia tutta la notte ed anche il giorno seguente fino ad esequie avvenute. Dopo il funerale cenarono tutti insieme, lei, le figlie, i suoi genitori, le sue sorelle e i suoi fratelli.
Fu difficile quella sera ritrovarsi sole, lei e le due ragazze dopo che i suoi parenti erano tornati nelle rispettive case. Erano abituate a trascorrere le serate loro tre, cenavano e poi si ritiravano ognuna nella propria camera, ma quella era una situazione particolare, nessuna di loro si decideva a fare il primo passo… neanche lei. Dormire nel letto che aveva accolto il suo ex marito morto… Alla fine, soprattutto per dare il buon esempio alle ragazze, augurò loro la buonanotte, si fece coraggio ed entrò nella sua stanza. Tanto prima o poi ci sarebbe dovuta dormire… meglio affrontare subito il problema.
Accese la televisione. Sua madre non avrebbe approvato… il marito appena morto… e la televisione accesa… ma a lei serviva non pensare e poi per lei da mo’ che era morto… Alla fine, stanca si addormentò. Si risvegliò che l’apparecchio era ancora acceso. Sicuramente il volume più alto della pubblicità l’aveva svegliata. Le aveva sempre dato fastidio quell’improvviso aumentare dell’intensità del suono durante gli spot pubblicitari. Si alzò per andare in bagno. Dalla camera della figlia più piccola filtrava la luce. Si accostò piano alla porta. La sentì singhiozzare. Abbassò lentamente la maniglia. “Che succede? Su, su. Cerca di riposare.” “Lasciami stare, per favore.” “Ma certo che ti lascio stare. Non voglio vederti così disperata.” “Non sono disperata.” “Allora diciamo che mi dispiace vederti piangere!” Le si avvicinò e si mise seduta sul letto. “Passerà…” “ ’Sto stronzo, proprio qui doveva venire a morire…” “Ma che dici? Mica si sceglie, il posto dove morire.” “Per farmi sentire in colpa.” “Non credo proprio che uno muoia per far sentire in colpa qualche altro. Dai… morire per far sentire in colpa te! Non ti sembra un po’ troppo? La storia di quello che per far dispetto alla moglie, si era tagliato le palle è… appunto… una storiella… una barzelletta…” “Si, si invece. Mentre uscivo da casa sua gli ho augurato di morire, gliel’ho urlato forte e lui mi ha preso a schiaffi in faccia.” “E allora? Che significa? Mica è colpa tua se è morto. Se augurare la morte a qualcuno significasse farlo morire davvero… sarebbe troppo semplice… una strage… sai quanti morti?…” La prese tra le braccia, se la coccolò teneramente. Lei si calmò, poi, sfinita cadde addormentata. Anna si chiuse piano la porta dietro le spalle, andò in bagno e poi tornò silenziosamente in camera sua. Rimorso, la sua bambina provava rimorso per delle parole urlate solo in preda al dolore e alla rabbia. Lui non lo aveva provato di sicuro quando, dalla mattina alla sera, era uscito di casa. E neppure quando non aveva versato un centesimo per il mantenimento delle figlie e neanche quando a muso duro le aveva detto che dovevano uscire di casa… era dovuto intervenire il Giudice e non era stata neppure lei ad innescare tutte le polemiche sorte ultimamente… se fosse dipeso da lei, non avrebbe chiesto niente… se lui non avesse preteso la casa, loro si sarebbero arrangiate come avevano fatto sempre, lei non si sarebbe certo rivolta all’avvocato se non fosse stata costretta… la sua cattiveria gli si era rivoltata contro.
Come moglie, aveva dovuto provvedere e pagare tutte le spese per il suo funerale. La sua compagna era letteralmente sparita dalla circolazione. Sicuramente, morto il pollo che la manteneva, si era messa subito alla ricerca di un altro da spellare. Anna l’aveva intravista il giorno del rito funebre: si era presentata con i figli, tutta abbigliata di nero con un vestito attillato che metteva bene in evidenza le sue forme generose. Perfino il velo di pizzo in testa si era messa quella “santa puttana”! Nessuno le aveva rivolto la parola. Dopo di che più niente.

Luigi Fondi, “Lucio, gatto nero nel Castello”
L’avvocato la chiamò pochi giorni dopo. C’erano tante incombenze da sbrigare: verificare gli eventuali conti del marito, provvedere alla successione, aprire la pratica per la domanda di reversibilità… “Mi perdoni Anna, purtroppo la burocrazia… ci sono tante cose da vedere… Ho già contattato l’avvocato di suo marito. Tutta la storia della casa, essendo voi tre gli eredi, è, ovviamente, decaduta. Ormai un terzo appartiene a lei ed il resto alle vostre figlie salvo che lei non voglia rinunciarvi ed intestarla direttamente a loro. Poi vedremo pure il resto. Lei mi cerchi tutti i documenti in suo possesso.”
I soldi li aveva, eccome… altro che se li aveva! Due conti correnti, ben forniti, in banche differenti e un più che consistente deposito postale. “Sicuramente avrà avuto pure una bella cifra in contanti a disposizione ma su quella, certamente, avrà già messo le mani la sua compagna…” Le aveva accennato l’avvocato. “Sembra che suo marito lavorasse tanto in nero, quindi ovvio che disponesse pure di un bel gruzzolo liquido… ” Non avrebbero potuto provare niente, perciò neppure indagarono.
A nemico che fugge, ponti d’oro… valeva anche per quella donna che era venuta a portarle via il marito e la tranquillità. “La puttana”, come ormai, anche lei che aveva rimproverato sua figlia, la chiamava, ma solo fra sé e sé, certo non si aspettava che sarebbe morto così presto… prima di riuscire a farsi intestare qualcosa… Anna era sicura che, dalle sue parti, con i soldi contanti arraffati, altro che una casa ci si sarebbe potuta comprare… A pensarci le faceva rabbia, ma dopo un po’ riuscì a non tormentarsi ulteriormente. Ormai era tutto finito. Sperava solo di non rivederla mai più.
I tre terreni, che lui aveva ereditato dalla famiglia, li avrebbero venduti oppure, come aveva intenzione di fare per la casa, li avrebbe intestati alle ragazze. Lei non aveva bisogno di niente, aveva di che vivere. Quando, con un tecnico, andarono a vedere le proprietà per rendersi conto del loro valore, scoprì che su uno dei poderi, ad un passo dal centro abitato, il “casaletto”, al quale si accedeva da un grande cancello che si apriva su un bel viale alberato in leggera salita, quello che era il vecchio ricovero per gli animali e gli attrezzi, collocato su una altura e circondato da querce secolari, era diventato una casa di campagna, una vera e propria villa e l’abbeveratoio per le bestie, una piscina spettacolare! “E ha avuto il coraggio di venirci a chiedere la casa… e aveva bisogno dei soldi… che non possa avere pace…”
Anche la pensione di reversibilità sarebbe ammontata ad una cifra che, aggiunta al suo stipendio avrebbe permesso loro di andare avanti senza problemi. Fu appunto cercando tutti i documenti possibili per aprire le varie pratiche che le venne tra le mani una cartellina. La aprì e si ricordò immediatamente di quando, giovane coppia, avevano preso in carico la riscossione delle polizze di un’assicurazione sulla vita. Era stata lei che, incinta prima di una figlia, poi dell’altra, andava ogni mese di casa in casa ad incassare i premi per poi consegnarli all’agenzia e riceverne una piccola cifra come compenso. Su e giù per le vie del paese, rampe di scale da salire e scendere, vento, pioggia o sole. A quel tempo, convinto dall’assicuratore stesso, anche suo marito ne aveva stipulata una sulla vita. Data la sua ancora giovane età, versava una trascurabile cifra mensile. Scartabellando tra le scartoffie, trovò prospetti vari che erano stati fatti allora per dimostrare loro quanto avrebbero incassato in caso di incidente, e conseguente invalidità, oppure di morte. Anna se ne era proprio dimenticata. Si ricordò come, in seguito, la quota del premio di lui, le venisse ogni volta detratta dal compenso pattuito. Alle sue rimostranze lui le aveva prontamente risposto: “E che pretendi? Se muoio, i soldi li incassi tu, mica io.” Anche quello Anna aveva lasciato correre. Continuò a svolgere l’incarico finché, con due bambine piccole, le fu impossibile e lo lasciò.
Tutte le rate mensili erano state regolarmente pagate fino a quando era stata lei l’incaricata di riscuotere le polizze. Ma che era successo dopo? Continuò a cercare fra le carte finché trovò un’autorizzazione di addebito su conto corrente. Corse a controllare tra i documenti che il suo avvocato si era fatta consegnare dalle banche e dall’ufficio postale. In effetti, tutti i mesi, su uno dei due conti correnti, era stato regolarmente addebitato l’importo dell’assicurazione, mese dopo mese, anno dopo anno. Si ricordò allora che, quando lei aveva smesso di riscuotere i premi per conto dell’assicurazione, l’agente era riuscito a convincerlo a continuare i versamenti attraverso il conto bancario. Era una piccola somma che , come tale, non era mai saltata all’occhio di suo marito, altrimenti, Anna ne era sicura, dopo la separazione, avrebbe cessato di versarla ed avrebbe preteso il rimborso di quanto versato fino ad allora. Fu il suo legale che si incaricò di tutto. L’assicurazione non poté fare altro che pagare.
Aveva scoperto di essere, non ricca, ma benestante. Di punto in bianco, la morte aveva sistemato tutti i suoi problemi. Aveva fatto di più, le aveva portato un’agiatezza che mai si sarebbe sognata.

Luigi Fondi, Rivoglio la mia faccia, il mio pane, il mio vino (anno 1995)
Passò del tempo. Uno dietro l’altro, i suoi genitori erano venuti a mancare. Una grande perdita per lei e per tutta la famiglia. Anna, in particolare, non poteva dimenticare quanto la avessero aiutata nel momento del bisogno e aveva fatto di tutto per curarli ed assisterli fino all’ultimo giorno. Si era adoperata in ogni modo affinché non mancasse loro niente e non si era risparmiata viaggi presso medici per visite specialistiche di ogni genere e, in seguito, nottate interminabili di assistenza in ospedale. Suo padre se ne era andato per primo, seguito a poca distanza dalla moglie.
Sua madre era morta da un paio di mesi quando una domenica mattina Anna si recò al cimitero. In piedi, davanti alla lapide di marmo, non poté fare a meno di pensare a quante preoccupazioni aveva dato loro. Dalle foto, sembravano guardarla. Li osservò a lungo, le sembrarono sereni.
Il gatto se lo era trovato che le si strusciava addosso senza averlo visto arrivare. Non era più un micetto, era cresciuto anch’esso. Lo aveva riconosciuto subito dalla zampina bianca. “Ehi Plutone! E dove eri finito?” Si voltò istintivamente: la figlia di Mariangela era dietro di lei. I loculi dei suoi genitori si trovavano quasi davanti a quello della madre della ragazza che le sorrise gentile. “Ogni tanto lo vedo qui… va e viene. Forse è “il gatto del cimitero”.” “Io non lo avevo più visto. Eppure ultimamente, purtroppo, ci sono venuta piuttosto spesso, a parte che, per la testa avevo altri pensieri…” Ora dava le spalle alla tomba dei suoi genitori, di fronte a lei, il viso di Mariangela spuntava sorridente tra una ricca composizione di fiori freschi. “Era bella tua madre!” “Eh… A volte la bellezza è una sfortuna, una trappola…” Molto intelligente la ragazza e sensibile… Non poté fare a meno di pensare Anna. La salutò e proseguì la visita. Davanti alla tomba del suo ex marito si fermò a cambiare l’acqua ai fiori. Non erano più freschissimi ma Anna valutando che sarebbero durati ancora qualche altro giorno, cambiò loro solo l’acqua imputridita del vaso che li conteneva. Il gatto l’aveva seguita. “Beh, adesso che vuoi?” Esso le rispose strusciandosi ancora una volta contro le sue caviglie. Anche se la voglia era tanta, Anna non se l’era sentita di trascurare la tomba di quello che era stato suo compagno e padre delle sue figlie. Aveva provveduto lei, aiutata da sua madre a comperare il loculo, pagare le esequie funebri e tutto quello che ne era seguito. Era stata una bella spesa. Successivamente, grazie a quanto ereditato, aveva restituito i soldi anche se i suoi genitori avevano insistito tanto affinché si fosse tenuta quella somma. Quando lei aveva detto loro che non era giusto da parte sua trattenersela, con la saggezza dell’età sua madre le aveva detto: “Figlia mia, meglio farle queste opere che non quando ti vengono fatte…” Aveva ragione ma, una sera che era andata a far loro visita, aveva lasciato il denaro sopra il tavolo della cucina, in bella vista.
Iniziò una nuova vita. Anna decise che non avrebbe speso i soldi del suo ex marito per sé ma che li avrebbe depositati parte nella sua banca e parte alla posta in conti cointestati con le figlie. Erano vissute modestamente fino ad allora ed avrebbero continuato nello stesso stile di vita, non voleva che le ragazze si abituassero male. “Attenta! Dal male al bene, ci si abitua subito, ma dal bene al male… è dura…”. Ricordava sempre le parole sagge di sua madre quando aveva saputo di quanto poteva disporre dopo essere rimasta vedova. La pensione di reversibilità ed il suo stipendio sarebbero stati più che sufficienti a non far mancare niente né a sé né tantomeno alle figlie. Tutto sommato si rese conto quanto fosse più importante per lei la tranquillità di aver le spalle coperte, che non lo spendere e spandere come altre persone nella sua situazione forse avrebbero fatto. I terreni ereditati erano dei bei appezzamenti in ottime posizioni. I confinanti non fecero passare tanto tempo per farsi avanti con proposte di acquisto ma lei non aveva fretta, voleva riflettere, ragionarci sopra con calma e buon senso. Ne parlarono a lungo in casa. Aveva chiesto anche il consiglio di suo padre e dei suoi familiari… D’accordo con le figlie, decise che avrebbero tenuto il terreno sul quale insisteva la bella casa e avrebbero venduto invece gli altri due poderi coltivati, per lavorare i quali sarebbero state costrette ad assumere della manodopera cosa che, alla fine, non sarebbe risultata redditizia. Non erano esperte di colture e di campagna perciò accettarono l’offerta di uno dei suoi cognati che si offrì di acquistarli al prezzo corrente stabilito da un geometra del paese.
Tutto sembrava andare per il meglio. La figlia più grande, nel frattempo, si era fidanzata con un ragazzo che da qualche tempo era venuto ad abitare in paese. Il giovane iniziò a frequentare la sua casa. Sembrava educato e gentile anche se di poche parole. Aveva qualche anno più di sua figlia e già lavorava presso una ditta di laterizi in un paese limitrofo. Anna, prima di allora, non lo conosceva neppure di vista. All’inizio aveva attribuito a riservatezza il fatto che lui non la guardasse mai negli occhi, poi si era presto resa conto che il ragazzo non era affatto timido e neppure impacciato e questo sfuggire il suo sguardo non le piaceva. Si fermava spesso a pranzo o a cena da loro per andarsene alla prima pubblicità, non appena finito il telegiornale della sera.

Luigi Fondi, Rivoglio la mia faccia, il mio pane, il mio vino (dettaglio)
Passò del tempo. Una sera, mentre dopo aver cenato Anna si affaccendava a rigovernare la cucina, la figlia maggiore che era rimasta ad aiutarla, se ne uscì con un discorso inaspettato: “Sai che pensavo, ma’? Studio, studio per fare cosa? Quanti laureati stanno a spasso? Disoccupati… senza lavoro…” “Chi ha voglia di lavorare, prima o poi il lavoro lo trova. E una laurea in tasca è una chance in più. Tu, comunque, non hai bisogno impellente di lavorare, adesso pensa a studiare. Vedrai che quando sarà ora, il lavoro lo troveremo…” “Però se qualcuno volesse farsi una vita…” “Una vita? Scusa eh, ma di che parli? Chi è questo qualcuno del quale ti preoccupi tanto?” “Io, ma’. E se io volessi farmi una famiglia?” “Tu? E che ti salta in mente? Farti una famiglia? Adesso? Ma ci stai col cervello?” “Perché? Che ci sarebbe di strano? Il fidanzato ce l’ho, potrei anche sposarmi…” “Certo. Potresti fare tutto quello che ti pare, se fossero cose sensate, e soprattutto se fosse quello che TU pensi… ma siccome stai dicendo tante stupidaggini e soprattutto, siccome non credo che le abbia pensate tu… Non dare retta a chi ti mette in testa queste idee… Prenditi la tua bella laurea, poi farai quello che ti pare… Ti mancano solo tre esami… Sei talmente giovane…”
La cosa finì più o meno lì. I giorni seguenti, Anna, alla quale il discorso non era piaciuto per niente, si ritrovò ad osservare attentamente la sua ragazza. La vedeva seria, pensierosa, triste, e questo era motivo di preoccupazione.
Circa due mesi dopo, sempre la maggiore, le si rivolse dicendo: “Sai ma’, Ciro vorrebbe mettere su un’attività in proprio.” “Se è convinto di quello che fa…” “Il fatto è che ci vogliono tanti soldi…” “Se uno vuole avviare un’attività, è ovvio che deve investire del denaro…” “Il fatto è che Ciro i soldi non li ha…” “E allora? Come pensa di cominciare? Un fondo, anche minimo deve averlo… a meno che non voglia iniziare con i debiti… ma io non glielo consiglierei. Il lavoro ce l’ha… può aspettare… che fretta c’è?” “Dice che non si trova più bene, che ha sempre voluto qualcosa di suo…” “Provasse a cercare qualcos’altro, si guardasse intorno…” “Eh, ma ormai pensa solo a quello, è così nervoso… lo vorrebbe tanto…” ”Tesoro mio, anche io vorrei tante cose… ma uno deve fare i conti con quello che ha in tasca…”
Ad Anna anche questo colloquio con la figlia non era piaciuto. I giorni successivi la vide scontrosa, come se fosse arrabbiata con lei. Le dispiaceva quell’atteggiamento del tutto insolito della ragazza e non sapeva cosa fare per tranquillizzarla. Qualche volta le era sembrato perfino di vederla con gli occhi arrossati come se avesse pianto ma appena la madre cercava di avvicinarsi, sgattaiolava in camera e chiudeva la porta come a farle capire di voler essere lasciata in pace.
Passò del tempo. Una domenica mattina la ragazza entrò in cucina. Era presto. Anna, abituata ad alzarsi all’alba, non riusciva a restare a letto anche quando avrebbe potuto riposarsi ma le sue figlie approfittavano dei fine settimana per poltrire il più possibile. Rimase perciò stupita a vederla in piedi così presto. “Ehi… Sei cascata dal letto? Devi andare da qualche parte?” “Mi sono svegliata… ti volevo aiutare…” “A far cosa? A me basta che teniate in ordine le vostre stanze e le vostre cose… Se avessi bisogno, ve lo direi. Torna a dormire che domani si ricomincia. Approfittane finché sei giovane…” La ragazza si era seduta, poi si era rialzata in piedi, gironzolava senza scopo per la cucina. “Che succede?” Anna capì che voleva dirle qualcosa. “Niente, che deve succedere?” “Tutto bene? Come va il tuo ragazzo?” “Bene.” Anna sentì chiaramente che qualcosa non andava. Si mise seduta e la guardò dritto negli occhi. “Sicura? Dai… che c’è?” La ragazza, in piedi vicino alla finestra, scoppiò a piangere. “Beh? E mo’? Che vuoi farmi preoccupare? Su, calmati, siediti e dimmi che ti succede. Tutto si può risolvere…” Aveva lasciato il suo ragazzo. “Accidenti, non è per minimizzare… però… credevo chissà che ti fosse capitato… Se ti devo dire la verità io ne sono quasi contenta… non ti offendere… ma, a me, quello non è mai piaciuto…” La ragazza aveva smesso di piangere. Silenziosa, con uno sguardo triste guardava sua madre. “Certo, avrei preferito che tu ti fossi confidata con me ma è inutile recriminare. Su, su, adesso non essere triste, non è morto nessuno… tutt’altro… e… lui cosa ha detto?” “Non lo so.” “Perché? Come non lo sai! Non glielo hai detto?” “Si che glielo ho detto.” “Prima hai detto che non lo sapevi… stai facendo una gran confusione… ti prego, sii sincera e dimmi che è successo. Anzi adesso facciamo colazione, mettiti calma, poi mi racconti tutto, va bene?” La figlia abbassò la testa ed annuì.
Come un fiume in piena la ragazza le confidò che qualche mese prima lui le aveva chiesto di sposarsi. “Anche se non mi stava simpatico, non mi sembra che uno si lasci per una proposta di matrimonio…” La ragazza frequentava l’Università, le mancavano pochi esami per la laurea e gli aveva detto che preferiva finire prima gli studi. “Beh, lo avevo capito dal tuo discorso di quella sera… Anche in questo caso però, non vedo il motivo di rompere un fidanzamento…” Lui allora le aveva proposto di smettere gli studi e, casomai, di portarli a termine una volta sposata. “Me lo ero immaginato! Beh, io dico che se uno smette, poi non porta proprio più niente a termine… figurati… e poi?” La ragazza continuò raccontando che, in effetti, lei non era d’accordo, voleva prendere il suo titolo di studio e gli aveva esposto le sue ragioni. Da allora era cambiato. Le rinfacciava di non volerlo sposare perché lui era povero, cosa di cui davvero nessuno aveva mai obiettato. Da un mese, poi aveva cominciato col dirle che intendeva aprire una sua attività e che lo faceva per lei, fino a quando le aveva proposto chiaro e tondo di chiedere i soldi a sua madre per impiantare un lavoro autonomo. “Guarda, anche se non tu non hai avuto il coraggio di farlo ed io non te ne ho mai parlato, avevo immaginato pure questo…” Alla risposta negativa della fidanzata era andato su tutte le furie e avevano litigato di brutto dopo di che, lei, delusa, gli aveva detto che forse era meglio si fossero allontanati per un certo periodo. Da allora erano trascorsi due mesi durante i quali, pur preoccupata per sua figlia, Anna non aveva però neppure notato l’assenza del giovane. In quel periodo era stata tanto impegnata, sua sorella aveva avuto un piccolo intervento chirurgico e lei l’aveva prima assistita in ospedale e poi, una volta dimessa, in casa. Lui non si era fatto più vedere, non l’aveva più cercata né le aveva più telefonato fino alla sera prima quando le aveva inviato un video. “Un video? E allora? Che c’è se ti ha mandato un video? Con questi telefonini ve li state sempre a mandare ‘sti video…” Senza aprire bocca la figlia tirò fuori dalla tasca della vestaglia il suo cellulare, lo accese e lo porse alla madre.
Se le avessero dato una coltellata in mezzo al petto, Anna era sicura che non le sarebbe uscita una goccia di sangue tanto era rimasta raggelata. Fortuna che aveva una sedia dietro di sé… ci crollò sopra senza forze. La bambina, la sua bambina in un video hard! “Come è potuto succedere?” “Non lo so.” La figlia rispose con un filo di voce. Anna era sconvolta. “Come hai potuto?” “Mamma, eravamo fidanzati… tutte le mie amiche hanno rapporti con i loro fidanzati, tutte, credimi. Io ero l’unica rimasta vergine fino a venti anni! Ero diventata lo zimbello della compagnia. Mi ci portavano in giro tutti!” Adesso Anna era furibonda: come aveva osato quel verme viscido girare un video! Lo avesse avuto tra le mani lo avrebbe ucciso, ne era sicura. “E che vuole adesso? Che significa tutto questo?” “Non lo so, mamma. Immagino che voglia soldi. A che scopo, altrimenti?” “Soldi? Che soldi? Che ne sa se abbiamo soldi o no?” “Lo sa, lo sa mamma, conosceva i figli della compagna di mio padre, è uno di loro che deve avergli detto qualcosa!” “Maledetti! Questa ti giuro che la pagheranno! Non so come, ma la pagheranno!” La ragazza piangeva disperata. “Su, su, non è morto nessuno. Non piangere. Chi sa di questa storia?” “Nessuno mamma, io e te… e mia sorella… “E adesso che centra tua sorella?” “Mi ha vista piangere ieri sera. Non ha visto il video, non glielo ho mostrato… ma le ho raccontato tutto. Ha detto che lo avrebbe strangolato con le sue stesse mani!” “Bisogna dirle invece di stare zitta. Con chiunque. Ora ci riflettiamo sopra e vedrai che una soluzione la troviamo. Intanto la carogna si prenderà una bella denuncia…” La ragazza balzò in piedi. “NO, mamma. No, ti supplico. Non voglio che questa storia si sappia in giro. Sono sicura che farebbe in tempo a divulgare quella schifezza a tutti i suoi amici… tutto il paese vedrebbe… saprebbe…”
Le fece una gran pena, era trasformata dal dolore. Avrebbe studiato cosa fare. Bisognava agire, e in fretta. Ci pensò sopra tutto il giorno. Alla fine decise: lei e sua figlia, senza preavvertirlo, sarebbero andate a casa di lui. Anna gli avrebbe proposto un accordo.
La sera stessa, entrò in camera e prese un mazzetto di banconote che aveva prelevato nel pomeriggio ed altro denaro contante che teneva sempre in casa per ogni evenienza. Si ficcò tutto in tasca. Prima di uscire, le venne un pensiero improvviso: aprì l’armadio, ed estratta dalla borsa la bottiglietta dell’acqua santa, se la infilò nell’altra tasca della giacca. “Cattivo”, lo era di sicuro… La figlia più piccola era stata invitata a cena da sua sorella e si sarebbe fermata anche a dormire tanto la mattina successiva non sarebbe andata a scuola dato che ci sarebbe stata l’assemblea di classe.
Uscirono di casa sul tardi. Lui abitava alla fine di un vicolo cieco nel centro storico del paese. Anna fece molta attenzione ad evitare tutte le strade principali. Conosceva molto bene le vie e le viuzze e sapeva come giungere, non visti, fino alla casa di quel verme schifoso.
Un leggerissimo bussare alla porta. Anna non suonò il campanello. Venne lui stesso ad aprire. “Buonasera.” “Buonasera signore…” Era stupito. “A che devo l’onore?” “Non ci inviti ad entrare?” Si fece da parte per farle accedere all’interno poi chiuse la porta e le precedette fino alla cucina dove fece loro il gesto di accomodarsi. “Allora, a cosa devo questa visita?” “Credo che tu lo sappia meglio di noi.” La donna avrebbe voluto saltargli addosso. Si guardarono cupi. Forse per la prima volta lui la guardò in faccia. Aveva uno sguardo di sfida, cattivo. Anna buttò sul tavolo il telefonino della figlia che aveva trattenuto dalla mattina. “Che significa questo…? Gesto da gran signore eh!” “Io non sono un signore.” “Questo lo sapevo da un pezzo, è ‘sta scema… Che vuoi? Perché esiste questa porcheria?” “La signorina mi ha lasciato.” “E allora? Avrà finalmente visto che razza di farabutto sei… Che vuoi? Guarda che uscita di qua io vado dritta, dritta in caserma… tanto per fartelo sapere.” Mise la mano in tasca e tirò fuori il mazzo di banconote. “Ecco qua… così potrai cominciare il tuo nuovo lavoro…” Lui era rimasto in silenzio. Guardava avido i soldi senza sapere cosa fare. “Chi ha visto questo video?” “Nessuno. L’ho mandato solo a lei.” Disse indicando con la testa la sua ex fidanzata. Anna riprese il cellulare della figlia che era sul tavolo e se lo ficcò in tasca. “Metti il tuo telefonino sul tavolo, prima dammi un bicchiere di acqua, per favore.” Lui prese una bottiglia di acqua minerale da mezzo litro e tre bicchieri di plastica. “Metti qua il tuo cellulare, sul tavolo. Qua, davanti a me.” “Ce l’ho nella tasca della giacca, in camera.” Si alzò. “Aspetta. Vai anche tu, non mi fido di questo vigliacco. Vedi che non faccia qualcosa prima di darcelo.” La figlia si alzò per dirigersi insieme al ragazzo verso la stanza da letto. Anna, senza neppure saperne la ragione, velocemente prese la bottiglietta e versò tre gocce del contenuto in uno dei bicchieri, quello che avrebbe porto a lui. Fece appena in tempo: i due, sua figlia davanti e lui dietro erano già di ritorno. Anna fece alla ragazza il gesto di sedersi al posto dove era prima e, mentre anche lui si stava accomodando, versò subito l’acqua nel bicchiere del giovanotto, poi in quello della figlia, alla quale lo porse, ed infine riempì il suo.
Il ragazzo trangugiò quasi tutto d’un fiato. “Ci voleva… Mi si era fatta una sete…” disse come a voler giustificare la sua maleducazione che non gli aveva fatto aspettare neppure un attimo per bere insieme alle sue ospiti. Rimase cinque minuti in silenzio, poi, sotto lo sguardo attento di Anna, appoggiò il cellulare accanto ai soldi che erano sul tavolo. Ad un certo momento, fece come per alzarsi dalla sedia ma si rimise seduto, sembrava che volesse dire qualcosa. Aveva uno sguardo strano. Riprovò ad alzarsi e, senza proferire parola, stramazzò a terra. La ragazza sbarrò gli occhi e stava per urlare. Anna le strinse forte il braccio e le fece cenno di fare silenzio. “Zitta, zitta! Non aprire bocca! Non fiatare! Hai toccato qualcosa in camera?” La ragazza fece cenno di no con la testa. Anna prese la bottiglia, i bicchieri, il cellulare di lui ed i soldi. Ficcò tutto nella capiente borsa che si era portata, sistemò con le gambe le loro due sedie avvicinandole al tavolino senza toccare niente e uscirono in silenzio dalla casa. Accostò la porta di ingresso coprendosi la mano con la falda della giacca e nel buio pesto si inoltrarono svelte per i vicoli deserti dai quali erano venute. Lontano dalla casa, Anna tirò dalla borsa fuori il cellulare del ragazzo e, dopo averlo fracassato sotto i piedi, lo buttò dentro una griglia di scolo non senza averne prima cancellato il video della figlia. Rientrarono in casa giusto in tempo, pochi istanti dopo si scatenò un violento temporale.

Luigi Fondi, Il ratto di Europa (anno 2013)
Appena arrivata, Anna cancellò il video anche dal telefono della ragazza, fece fare pulizia al cellulare e glielo restituì, lei lo prese senza aprire bocca. “Non è successo niente. Capito? Non è successo niente. Avrà avuto un malore. Si riprenderà. Silenzio! Con tutti! Non una parola! Anche con tua sorella!” “E se dovesse morire?” “Sta tranquilla. L’erba cattiva non muore mai! E poi, mica sarebbe colpa nostra, noi eravamo là per caso. E se non ci fossimo andate?” Quella notte dormirono insieme. Il corpo magro di sua figlia le si strinse accanto a cercare protezione. La mattina seguente, per essere sicura di trovarcela, sua sorella le aveva telefonato di buon’ora dicendole che, dato che altrimenti sarebbe rimasta tutto il giorno sola in casa, la piccola si sarebbe fermata da lei fino al loro rientro serale. Anna, alzatasi presto, come era solita, svegliò anche sua figlia: “Su, su che se non ti sbrighi perdi l’autobus e pure il treno.” “Ah ma’, ma oggi non ho lezione. Cioè, avrei pure lezione, però posso studiare benissimo da casa.” “Meglio se vai… se hai tempo, ti fai una passeggiata per Roma e mi fai anche una cortesia: ho quasi finito la crema idratante… qui non trovo quella che adopero io.” Le mise 100 Euro ed un talloncino, ritagliato dalla scatola per ricordarle la marca, sopra la borsa che la ragazza teneva su una poltroncina tra il letto e la grande finestra che dava sul balcone e dove appoggiava anche i vestiti che si toglieva la sera per dormire. “Cento euro? Ma quanto costa?” “Dovrebbe costare circa 45 Euro, se non è aumentata… con il resto comprati qualcosa per te.” Tirò fuori dal portafoglio qualche altra banconota di piccolo taglio. “Prendi pure una stupidaggine per tua sorella. Non perderli e non comprare cose inutili…” Anna si recò regolarmente al lavoro e la ragazza, con i soldi nella tasca interna della giacca, per paura glieli rubassero, prese l’autobus e poi treno.
Lo trovarono dopo due giorni. La ditta dove lavorava, dopo il secondo giorno di assenza dal lavoro e ripetuti tentativi di mettersi in contatto telefonico, aveva chiamato la caserma dei carabinieri che, una volta entrati nell’abitazione del giovane, ne avevano accertato il decesso. Infarto? Ictus? Un colpo.
Quei giorni aveva piovuto a dirotto e la gente era uscita poco di casa. Il ragazzo aveva poche amicizie e non era originario del paese così tante persone neppure seppero della sua morte. Girarono voci di una probabile autopsia, ipotesi più che ovvia data la morte improvvisa e la giovane età del defunto, poi, dopo che la famiglia stessa aveva denunciato alcune patologie delle quali, pur se nel fiore degli anni, il ragazzo soffriva, le autorità diedero il permesso di celebrarne le esequie che avvennero al suo paese di origine. Anna, da sola, senza le figlie, partecipò al funerale. La famiglia, rispettando le volontà espresse dal giovane quando era ancora in vita, lo fece cremare. Durante i giorni che seguirono, qualcuno chiese ad Anna: “Ma non era fidanzato con tua figlia quel ragazzo che è morto? Chissà che dispiacere!” “Certo che mi è dispiaciuto… molto… un ragazzo così giovane… Però loro non erano più fidanzati… da mo’ che si erano lasciati…” lei rispondeva a tutti così, come a far intendere che fosse trascorso tanto tempo.
“Che gli sarà preso ma’?” “E che ne so io? Un colpo… un colpo di cattiveria.” La piccola era rimasta colpita dalla morte improvvisa dell’ex fidanzato di sua sorella, ma non era soddisfatta: disse che avrebbe preferito ucciderlo lei, con le sue stesse mani, quel vigliacco. “Basta parlarne, non ne vale la pena.” Nessuna di loro accennò più né a lui, né a quanto gli era successo.
Un giovedì pomeriggio Anna si recò ancora al cimitero, la domenica non sarebbe andata, voleva uscire con sua sorella. La tomba di suo marito non aveva più il vaso con i fiori freschi ma una composizione di fiori finti, belli ma finti. Perfino dalla foto sulla lapide lui sembrava guardarla torvo. Anna si fermò appena pochi istanti poi proseguì verso i loculi dei suoi genitori.
“Ciao, ti trovo sempre qui!” Anna salutò la figlia di Mariangela seduta su un piccolo sgabello di plastica di fronte alla tomba della madre. “Dovresti essere a passeggio con le amiche, o con il fidanzato… non al camposanto…” La ragazza alzò le spalle. “Non ho né amiche, né fidanzato. Adesso comunque vado a casa. Vuole un passaggio?” Anna non era andata di proposito con la sua macchina perché voleva fare quattro passi a piedi però accettò l‘invito della ragazza, le sembrava scortese rifiutare. Era la macchina di Mariangela, la stessa con la quale la donna l’aveva accompagnata a casa in quel lontano giorno di pioggia. “Ma, abiti da sola?” “E con chi se no?” Le aveva fatto la domanda tanto per parlare, ovvio che vivesse da sola: i genitori erano morti entrambi, non aveva fratelli o sorelle e non era né sposata né fidanzata. Giunte sotto casa, Anna la invitò a salire. “Dai, che ci facciamo un caffè.” “Sarà per un’altra volta… grazie.” “E quando?” “Hai qualche impegno? Hai fretta?” “No, non ho impegni, né fretta.“ “E allora? Dai, che mi fa piacere…” La ragazza parcheggiò la macchina accostandola bene ad un muretto poi scese e la chiuse mentre Anna la aspettava per salire insieme.
Sedute una di fronte all’altra, Anna la osservò. Era una bella ragazza, forse troppo magra e, pur non somigliando alla madre, ne aveva ereditato lo stesso fascino particolare. Anna preparò il caffè ma la ragazza non ne volle dicendo che, non essendo abituata, sarebbe rimasta sveglia tutta la notte. Accettò invece una sottile fetta di dolce e un succo di frutta. “Ummh che buono! Anche mia madre ogni tanto preparava qualche dolce… io non sono capace… forse dovrei imparare…” “Cosa fai tutto il giorno?” “Studio. Dopo la morte di mia madre ho ripreso i miei studi universitari. E’ stata dura… ma glielo avevo promesso…” “Che facoltà?” “Chimica farmaceutica. Mi mancano tre esami per discutere la tesi. Penso, anzi, spero, di farcela entro quest’anno.” “Ma che brava! Complimenti!” “Beh, non ho ancora finito… aspettiamo a cantare vittoria…” “E dopo?” “Non lo so. Qualche industria del settore mi ha già contattato tramite l’Università… adesso però, prima di prendere qualsiasi decisione, voglio terminare. In questo periodo, collaboro con il mio professore nel laboratorio della facoltà. E’ una attività che mi appassiona e che mi piace moltissimo, può anche darsi che una volta laureata mi dedichi alla ricerca…” “Sei una brava ragazza. Tua madre sarebbe orgogliosa di te.” La ragazza non rispose. Si alzò. “Forse è ora che io vada… grazie di tutto.” “Ma grazie di cosa? Grazie a te di avermi fatto compagnia… mi ha fatto davvero piacere scambiare due chiacchiere.”
Perché l’aveva invitata? Forse si sentiva in colpa per non aver accettato dalla madre quel poco di amicizia che le era stata offerta? Non le sarebbe costato niente accogliere la sua richiesta, chiamarla, uscire qualche volta in sua compagnia… Cosa glielo aveva impedito? Di cosa aveva avuto paura? Era stato il timore delle chiacchiere di paese, dei pettegolezzi di qualche malelingua che vedendole insieme avrebbero pensato di lei quello che pensavano di Mariangela?

Luigi Fondi, Interno con famiglia di commedianti (anno 2020-2021)
I giorni passavano uno dietro l’altro: tra la casa ed il lavoro. Sempre gli stessi impegni, il solito tran tran.
Un giovedì pomeriggio decise che sarebbe andata al cimitero. Non ci era stata più da tre, forse quattro settimane. Anche ai suoi genitori aveva finito col mettere delle belle composizioni di fiori “finti” che non richiedevano una cura costante evitandole così l’impegno settimanale.
Il gatto sembrava aspettarla. “La prossima volta gli porto qualcosa…” pensò mentre, come sempre, le si strusciava sulle gambe. Si abbassò per accarezzarlo ma la bestiola sgattaiolò via veloce. “E’ un gatto, un animale indipendente…” pensò. Lo ritrovò davanti ai loculi dei genitori e lo rivide di fronte a quello del marito, entrambe le volte come se la stesse aspettando. “Poi dicono che le bestie non capiscono…” si ritrovò a dire sottovoce. Il micio la guardava, anzi sembrava proprio fissarla con uno sguardo strano, quasi magnetico. Poi, senza che lei se ne fosse accorta, era sparito. “Chissà di chi è? Forse di qualcuno che abita nei paraggi… sembra proprio che si muova a suo agio fra le tombe.” C’erano pochissime persone al cimitero, quasi tutte donne. Rimase alquanto meravigliata quando sentì la voce di un uomo: “Suo marito?” Si girò. Era un signore sulla cinquantina, un bell’uomo dai capelli ancora scuri, solo sulle tempie si vedeva appena una canizie incipiente. “Già… mio marito.” La guardava fisso, non riusciva a capire se fosse lusingata o infastidita da quegli occhi prepotenti. “Giovane… ”. Si rese conto che parlava di suo marito. “Un infarto…”. Lui continuava a fissarla con insistenza e lei cominciava a sentirsi a disagio anche perché si era resa conto di quanto le si fosse avvicinato. Ebbe la strana sensazione, che volesse dirle qualcosa che, in qualche modo, volesse impedirle di muoversi. “Mi scusi… devo andare… buonasera.” L’uomo accennò un leggero inchino e si fece immediatamente da parte per lasciarla passare. Anna si sentì sollevata mentre si sbrigava ad uscire dal luogo sacro. Una volta in macchina, automaticamente, senza neppure pensarci, azionò le chiusure di sicurezza come a volersi proteggere da qualcosa… o da qualcuno… e partì.
La domenica seguente, nonostante sua sorella l’avesse invitata ad uscire, decise che avrebbe trascorso il pomeriggio a sfaccendare per casa… voleva avvantaggiare i lavori domestici e cucinare qualcosa in più da mangiare durante la settimana. Lo faceva spesso per non trovarsi sempre di corsa: cucinava e congelava per scongelare poi all’occorrenza, soprattutto a cena quando erano tutte e tre in casa e le capitava di non avere voglia di mettersi a spadellare. Preferiva dedicare qualche minuto in più alle sue figlie che non alle casseruole. Il suono del campanello la colse di sorpresa: non era davvero in condizioni di ricevere ospiti. Riconobbe subito la voce della figlia di Mariangela. “Salve Anna, passavo di qua… volevo solo salutare…” Rimase alquanto stupita, quelle volte che ci aveva parlato, la ragazza le era sembrata abbastanza schiva e riservata. La invitò a salire. Non aspettava visite. La ricevette in tuta, con una fascia in testa a raccogliere i capelli e stracci e detersivi vari, con i quali stava facendo pulizia, sparsi per la casa. In cucina i fornelli erano tutti accesi, compreso il forno dove stava rosolando un bel coscio di agnello con patate che avrebbero mangiato a cena. “Mmmmh, che buon profumino!” “Agnello arrosto, l’unico giorno in cui posso cucinarlo, è la domenica… ci vuole tempo… ma è molto buono… ti piace? Ti vuoi fermare? Ce n’è a sufficienza per tutti… non fare complimenti… dai, che stiamo un po’ in compagnia…” La ragazza si schernì ma quando Anna insistette nel ripeterle l’offerta, ringraziò ed accettò.
Le ragazze furono contente di avere un’ospite. Conoscevano già la giovane di vista, ma non ci avevamo mai scambiato una parola. Scoprirono di avere tanti interessi comuni, ma soprattutto trovarono una persona, maggiore di loro solo di qualche anno, molto matura e responsabile. La più grande, un pochino si vergognò dentro di sé: si rendeva conto di quanto esse fossero fortunate ad avere la mamma in casa e di come a volte, pur volendole molto bene, ne approfittassero spudoratamente. Si fermarono a parlare in tranquillità, una piacevole serata tra donne, ancora più bella perché inaspettata. “Devo andare.” La ragazza si alzò e si avvicinò alla porta per uscire. “Torna a trovarci quando vuoi… ci fa piacere… visto come siamo state bene?” La ragazza annuiva e sorrideva. Le figlie di Anna, dopo averla salutata si erano ritirate nelle loro camere. “Hai ancora l’acqua benedetta della mamma?” “Si, certo. La tengo in una borsa che uso raramente, solo la domenica o quando devo andare da qualche parte… sai non è che io abbia tante borse “buone”… ” “L’hai mai usata?” Anna aveva capito ma fece finta di avere frainteso: “Certo, quando sono andata con mia sorella e mio cognato a fare qualche piccola gita domenicale…” “Io intendevo l’acqua santa…“ Senza saperne la ragione, Anna le rispose di no: “E che dovrei benedire, figlia mia? La tengo per ricordo di tua madre… è stata così gentile a ricordarsi di me… anzi mi domandavo: chissà da quale pellegrinaggio l’ha portata?…”. La ragazza non rispose, salutò di nuovo, imbucò la porta e sparì giù per le scale.
Anna rifletté a lungo sulle poche frasi scambiate sulla porta di casa. Perché la figlia di Mariangela si interessava dell’acqua benedetta che sua madre aveva voluto regalarle? Cosa voleva dire “L’hai mai usata?”. Tirò fuori dall’armadio la borsa e ne estrasse la busta. Cercò i due biglietti, quello con la raccomandazione d’uso e l’altro con la lista di nomi. Li scorse piano, uno ad uno cercando di imprimerseli nella mente, poi ripiegò i due foglietti e li rimise nel sacchetto con il flaconcino, quindi dentro la borsa che ripose esattamente dove l’aveva presa.
Passò del tempo. Casa, lavoro, lavoro, casa. Una mattina, uscendo dal portone, si trovò faccia a faccia con una donna. Faticò a riconoscere la madre dell’ex fidanzato della figlia che aveva visto solo al funerale del ragazzo.
“Buongiorno… come va?” fu il suo saluto allo sguardo della signora. “A me male… spero anche a te…”. Rimase allibita. “Scusi, non capisco…” “A me male… spero anche a te…” ripeté. Anna non pronunciò parola, tirò via senza più guardarla. Intanto, con la mano nella tasca faceva gli scongiuri.
Non la vide per tanti giorni. Una mattina che pioveva a dirotto, la incontrò di nuovo fuori casa. Era senza ombrello, bagnata fradicia da capo a piedi e la guardava come sfidandola. Anna si fermò. Le faceva compassione quella donna, doveva assolutamente chiarire. “Scusi, signora, non capisco il suo risentimento… lei non può avercela con me per la scomparsa di suo figlio… comprendo il suo dolore, ma non vedo la ragione del suo atteggiamento ostile nei miei confronti… i ragazzi si erano già lasciati quando è successo… io neppure lo sapevo… perché lei sembra avercela con me?” La donna non le rispose. La fissava come in trance. Anna le si avvicinò piano, la coprì con l’ombrello, le prese delicatamente il braccio: “Venga dentro… non stiamo sotto questo diluvio…” Le ragazze, uscite per recarsi a scuola, non erano in casa. Anna porse una sedia alla donna e subito dopo telefonò in ufficio per chiedere di poter entrare più tardi. Quando si voltò vide la donna, con le mani davanti alla faccia a coprirsi il volto… piangeva. Anna lasciò che si sfogasse, poi andò in camera e ne tornò con un cambio completo. “Si metta qualcosa di asciutto, così si prenderà un malanno… intanto cerco di asciugare i suoi abiti.” Le fece strada fino alla toilette, le mise in mano i vestiti asciutti, accostò la porta ed andò in cucina a prepararle un caffè.
Se la vide davanti che sembrava un’altra persona. “Grazie… mi perdoni… mi perdoni…” “Via, via, non è successo niente. E’ più tranquilla? Si è calmata?” “Mi ha detto che siete state voi ad ammazzarlo… ho perso la testa… io ti avrei uccisa… io volevo ucciderti…” adesso le stava dando del tu. Dal mucchio di vestiti bagnati che teneva fra le braccia tirò fuori un coltello appuntito, un coltello da macellaio. Anna arretrò istintivamente, aveva le spalle al muro. “Se lei è convinta di quello che le ha detto non so chi, lo faccia, eccomi… sono qua. Ma le ripeto che io non ho niente a che fare con la morte di suo figlio. Mi dispiace, sono una madre.. capisco il suo dolore… ma che c’entro io? Che c’entriamo noi? Chi può averle detto una cosa così orribile?” Le si avvicinò molto lentamente, le prese il coltello dalla mano, lo buttò nel lavandino e la abbracciò forte.
La compagna del marito defunto. Era lei che aveva insinuato il dubbio di un omicidio, che aveva instillato nel cuore di quella madre l’atroce sospetto che suo figlio fosse stato assassinato. Ed era andata oltre, le aveva detto che, certamente, anche il suo compagno, l’ex marito di Anna era stato ammazzato “in quella casa di vedove”.

Luigi Fondi, Interno con famiglia di commedianti (dettaglio)
Anna la guardava silenziosa. Si sentiva senza forze. Ascoltava le parole uscire dalla bocca della donna senza sentirle. Vedeva tutto girarle vorticosamente attorno. Voleva solamente rigurgitare. Si ritrovò distesa sul letto. La puzza terribile del suo vomito aveva saturato l’aria. “Per favore, apra la finestra… mi manca l’aria…”. La donna era ancora là. Spalancò immediatamente la grande porta finestra che dava sul balcone. Sembrava preoccupata e dispiaciuta. “Io non volevo… mi dispiace…”. Capì di essere svenuta. Si alzò lentamente. Nel lavandino del bagno scorse il mucchietto di vestiti bagnati della donna dai quali saliva ripugnante l’odore acre di vomito. “Non sapevo cosa fare… non volevo sporcare i suoi asciugami… ho usato i miei vestiti… se lavandoli verranno puliti, bene, se no li butto… tanto… niente di valore… quattro stracci… una volta a casa questi che indosso, li mando in lavanderia e glieli faccio recapitare…” Era tornata a darle del lei. “Li può tenere… se vuole. Se li tenga.” Tornò in camera e si mise seduta sul letto. “Non posso crederci… non posso crederci…” “Stia tranquilla signora, stia tranquilla… neppure io ci credo… ma sa… un figlio… un figlio… la prego, stia tranquilla, lo so che nessuno ne ha colpa… l’autopsia ha confermato che mio figlio aveva un grave problema cardiaco e che è stata quella la causa del decesso… sa, è difficile accettare la morte di un figlio… figuriamoci poi se qualcuno ti insinua qualche dubbio…”. Si salutarono sulla porta di casa. La donna con una borsa della spesa di plastica dove aveva infilato i vestiti bagnati pieni del vomito di Anna. “Ci penso io, ci penso io…” Aveva continuato a ripetere all’offerta di Anna di occuparsene. La vide andar via lentamente con la borsa tenuta a penzoloni e con i manici annodati nel tentativo di contenere all’interno la puzza di vomito. Aveva smesso di piovere ma si era alzata una nebbia fitta. Con i suoi abiti indosso, le sembrava di vedere sé stessa nella figura che si allontanava verso chissà dove, nella foschia rischiarata appena dai lampioni ancora accesi. Provò una gran pena. Tornata in casa, si accorse del coltello rimasto nel lavandino. La donna si era dimenticata di prenderlo. Avrebbe potuto ucciderla. Avrebbe potuto farlo quando lei era svenuta. Lo prese in mano, lo guardò attentamente, lo girò contro sé stessa come a volerselo infilare nel petto, poi lo ripose nel cassetto del tavolo della cucina. Non aveva scambiato il numero telefonico con la signora… sarebbe tornata a riprenderlo? Non disse nulla dell’accaduto alle figlie.
Passati i primi giorni durante i quali Anna aveva sempre davanti agli occhi l’immagine di quella donna con il coltello in mano, la vita riprese il sopravvento e, da donna pragmatica quale era, si ritrovò immersa nelle attività quotidiane.
La figlia più grande avrebbe discusso la laurea di lì a pochi giorni. Sarebbero andate tutte e tre a Roma dove avrebbero pranzato in qualche ristorante e, rientrate a casa, il giorno dopo, avrebbero festeggiato con i parenti e gli amici.
Tutto fu meraviglioso. Sua figlia, la sua ragazza aveva brillantemente discusso la tesi di laurea: centodieci e lode! Baci, abbracci, saluti… si erano ritrovate letteralmente sommerse da un’onda di giovani studenti festosi. Pranzarono loro tre in un ristorante del centro della città, piccolo ma di classe. Il giorno seguente Anna si ritrovò la casa piena di composizioni floreali, piante, mazzi stupendi che erano cominciati ad arrivare dalle otto di mattina e così per tutta la giornata: fiori nell’ingresso, fiori nel salone, in cucina, nelle due camere delle figlie, nella sua… perfino nella stanza da bagno… Tutti, amici e conoscenti avevano voluto omaggiare sua figlia con un pensiero delicato. Finiti i vasi di vetro e di ceramica, avevano usato perfino i secchi e le bacinelle di plastica, alla fine, addirittura un paio di pentole. Fra tutti, quello che la colpì molto, fu un mazzo meraviglioso di almeno cento boccioli di rose colore rosa pallido che, qualcuno presente in casa, le disse non era stato consegnato da nessuno dei fiorai del paese ma da un fattorino venuto da fuori ed al quale, credendo che, come tutti gli altri, l’omaggio fosse corredato da un cartoncino di felicitazioni, non erano state chieste notizie del mittente. Nessun biglietto accompagnava il dono meraviglioso. “Chi le avrà mandate?” “Sarà stato quello o quell’altro…” Alla fine tutte le supposizioni si rivelarono errate perché, al termine della giornata, era chiaro che tutte le persone ipotizzate avevano mandato sì mazzi di fiori e quant’altro, ma ciascuno di essi accompagnato da un biglietto di auguri e complimenti, anzi, qualcuno, più scrupoloso, aveva perfino telefonato per accertarsi che il suo omaggio fosse stato regolarmente recapitato.
Dopo qualche mese, anche la figlia di Mariangela si laureò. Fu sorpresa quando la ragazza le telefonò per invitarla ad assistere alla discussione della sua tesi. “Vi prego, venite… Mi farebbe tanto piacere… anche le ragazze, mi raccomando…” “Per favore… non ho nessuno… se non venite voi…” aveva insistito appena aveva percepito una piccola esitazione nella sua voce. Alla fine andarono tutte con la sua macchina: quattro donne. La giornata trascorse serenamente. Anna, che aveva voluto a tutti i costi offrire il pranzo al ristorante, era veramente contenta che anche la figlia di Mariangela si fosse laureata… chissà quanto sarebbero stati contenti i suoi genitori se fossero stati in vita! Aveva perso qualche anno, ma alla fine aveva ottenuto un ottimo risultato. La ragazza si era schernita quando le avevano fatto i complimenti, era molto schiva e non le piaceva essere al centro dell’attenzione anche se Anna era sicura fosse fiera del successo, cercato con tenacia e caparbietà, che era arrivato a coronare il suo impegno. Nel locale, quando avevano capito che si festeggiava una laurea, tutti, dai commensali, ai camerieri, al proprietario avevano voluto complimentarsi con lei. Le avevano scambiate per una madre con le sue tre figliole, qualcuno, in vena di complimenti, aveva perfino azzardato che fossero quattro sorelle… Al temine del pasto, Anna fece portare un paio di bottiglie di spumante e, invitati i presenti, brindarono tutti allegramente, cuochi compresi.

Luigi Fondi, Clima elettorale (anno 2007)
“Che bella giornata!” “Bellissima cara “dottoressa!” Bella davvero!” “Siamo state bene! Che avrei fatto se voi non foste venute… da sola… Grazie, grazie di tutto…” “Ma grazie di cosa? Ci ha fatto davvero piacere… una bella giornata… solo donne… e che donne!” Anna era allegra… lo pensava veramente che quelle tre ragazze valessero tanto: belle, intelligenti, istruite, brave, giovani… che potevano chiedere di più dalla vita?
Se lo ritrovò davanti una mattina, uscendo di casa. Lei andava di fretta a prendere l’autobus perché aveva portato la macchina dal meccanico. Camminava veloce e a testa bassa e ci mancò poco che gli andasse addosso perché anche l’uomo era completamente assorto, a guardare qualcosa sul cellulare. Gli sembrò una faccia rivista ma non riuscì a ricordare dove e quando lo avesse incontrato. Lui, invece, le chiarì subito: “Buongiorno signora… al cimitero… si ricorda?” No, che non se lo ricordava, una persona vista una volta, si e no cinque minuti… Cominciò così una frequentazione molto blanda, se si vedevano, si salutavano, scambiavano quattro chiacchiere, al massimo andavano a prendere un caffè insieme. Ad Anna tutto ciò dava una strana sensazione: un signore educato e gentile, ma, senza poterne dire la ragione, aveva sempre l’impressione che i loro incontri casuali, alla fine, così casuali, non lo fossero proprio. Eppure non avrebbe potuto obiettare il fatto che l’uomo non insistesse mai per rivederla, né per trattenerla e nemmeno che avesse mai provato a corteggiarla. Un’amicizia? Neppure. In effetti, non sapeva neanche esattamente che lavoro facesse né dove abitasse… Lei non era abituata a fare domande, riteneva che una persona dovesse decidere, senza esserne sollecitata, se, cosa, e quando raccontare di sé e della propria vita.
Rimase sorpresa quando, una mattina, recatasi nel capoluogo per delle noiosissime questioni burocratiche, lo vide lungo il corso principale della città: gli era accanto la figlia di Mariangela. Gli camminavano davanti, sembravano allegri, soprattutto sembravano conoscersi da tanto… una coppia. Fra le numerose persone lungo la via, lui aveva attirato la sua attenzione per un paio di pantaloni color ocra scuro che gli aveva visto addosso qualche giorno prima e che l’avevano un poco stupita sia per il colore che per la foggia molto giovanile, più adatti ad un ragazzotto che ad un uomo di quell’età. Li indossava sotto una bella camicia bianca, di lino, alla quale aveva rimboccato le maniche. La ragazza indossava un abito a fiori, lungo, molto bello e portava i capelli raccolti in una specie di chignon morbido, studiatamente un po’ spettinato. Una ragazza raffinata, alta e magra che quell’abito e quell’elegante acconciatura facevano ancora più bella. Essi, non si accorsero della presenza di Anna che, a questo punto, fece di tutto per non farsi notare nascondendosi in mezzo alla gente che affollava la via. Resistendo alla tentazione di seguirli, la donna si concentrò sulla ragione della sua mattinata cittadina e sbrigò tutte le pratiche.
“Non ti ho vista più… tutto bene?” La figlia di Mariangela si girò di scatto. Se ne stava assorta davanti alla lapide della madre. Non aveva rinnovato i fiori appassiti, non aveva neppure cambiato loro l’acqua putrida verdastra nel vaso di vetro. “Si grazie, tutto bene…sono stata un po’ impegnata… voi?” “Anche noi, tutto bene. Vienici a trovare, quando vuoi…” “Certo, grazie.” Anna rimase un po’ stupita, la ragazza le sembrò piuttosto strana, fredda, diversa… “Stai lavorando? Che fai? Sono proprio curiosa…” “Lavorando? Si e no. Qualcosa di non definito e di non definitivo… poi le spiegherò…” Anna non insistette oltre, capì che la giovane non aveva voglia di parlare. La salutò ed uscì dal cimitero. Più che del lavoro, avrebbe voluto chiederle qualcosa della sua vita privata, averla vista in compagnia di quella persona le aveva suscitato un desiderio di sapere che di solito non le apparteneva…
Quando lo rivide, dopo circa una settimana, Anna fece una gran fatica a fingere. Aveva deciso che non avrebbe detto né a lui né alla ragazza di averli visti insieme, avrebbe aspettato…
L’uomo fu cortese, come sempre, fecero un piccolo tratto di strada insieme fino al grande parcheggio dove lei aveva posteggiato la macchina, la mattina. Quando stava per salire, ebbe come l’impressione che volesse dirle qualcosa… che volesse trattenerla… le si era accostato… ma poi, si era allontanato di due passi, aveva aspettato che lei salisse al posto di guida, poi, dopo averla salutata, si era voltato bruscamente ed era andato via senza girarsi. Di cosa avevano parlato durante il brevissimo tragitto? Fece fatica a ricordare le quattro cose banali ed impersonali che si erano detti. Che voleva da lei? Che cercava? Chi era? Avrebbe dovuto indagare? A chi e cosa chiedere? In fondo, in fondo, aveva paura che anche una sola virgola della sua vita potesse cambiare per una qualsiasi ragione… lei stava bene così, aveva due figlie meravigliose, un buon lavoro, una casa, una situazione economica tranquillizzante… che bisogno aveva di chiedere, di sapere? Per arrivare a cosa? Pensò, anzi, che sarebbe stato il caso di evitare quelle frequentazioni che non aveva in alcun modo incoraggiato ma che stavano diventando un’abitudine e invece il giorno dopo se lo ritrovò davanti all’uscita di un supermercato. Indossava un abito completo blu, elegantissimo e, teneva per i manici, una cartella di pelle color cuoio. Si salutarono poi lei gli disse di avere fretta di tornare a casa, si scusò e si avviò lesta verso la macchina parcheggiata nel grande piazzale antistante l’esercizio commerciale.

Luigi Fondi, Allo specchio (anno 2007)
Era passato un mese o poco più, quando la figlia di Mariangela le telefonò: “Come va? Non ci siamo più viste… neppure al cimitero…” Era vero. Anna aveva deliberatamente cambiato l’orario delle sue visite ai defunti, attraversava un periodo… non voleva incontrare nessuno. “Eh… sai com’è… sempre da fare… Tu stai bene? Tutto ok?” Non le piaceva quell’okay che si era accorta di usare da un po’ di tempo e non sapeva perché l’avesse detto ma poi le venne da sorridere pensando all’irrilevanza del problema. La ragazza al telefono, sembrava allegra… “Perché non ci vediamo qua da me, una di queste sere? Noi quattro…” Anna provò ad accampare qualche scusa. Non sapeva il motivo ma non aveva voglia di andare. Alla fine, non sapendo più cosa rispondere alle insistenze della ragazza, accettò e si accordarono per il sabato. Chissà perché si aspettava di incontrarlo quella sera in casa della figlia di Mariangela. Invece erano davvero solo loro quattro. Anna, generosa di carattere, aveva portato ogni ben di Dio. Trascorsero una serata spensierata. “Ti ho visto tempo fa… in città… sul corso…”. Dopo la cena si erano accomodate sui morbidi divani del salotto. “E perché non mi ha chiamato?” “Ero un pochino distante… e poi tu stavi in compagnia…” “Io? In compagnia? Non è che mi ha scambiata per qualche altra?” “No, no… sono sicura… portavi un bel vestito lungo ed i capelli raccolti… che non ti ho mai visto prima… ma eri tu… stavi con un signore, non giovane, giovanile… un bell’uomo con dei pantaloni color ocra che mi è sembrato di aver rivisto da qualche parte…” Perché era stata vaga? Perché non aveva detto chiaramente che conosceva ed aveva riconosciuto pure lui? “Boh… ma quanto tempo fa?” “Un mese e mezzo? Due?” “Ah… il professore! Il professore di chimica… è lui che ultimamente si è comprato un paio di pantaloni di quel colore… orrendi… ma, se non ricordo male, mi ha detto che vi conoscete…” “Conoscete?… Nooo… Il tuo professore di chimica? L’ho incontrato casualmente qualche volta… mentre andavo al parcheggio… non sapevo neppure che lavoro facesse… ce ne vuole per dire di conoscere una persona… infatti, quel giorno, non l’ho proprio riconosciuto…” Perché continuava a mentire? “Allora ti sei fidanzata?” “Fidanzata? Per averci fatto una passeggiata lungo il corso? Mica siamo nell’ottocento! E’ una persona che conosco… e con la quale ho fatto due passi… tutto qui… ” “Scusa, hai ragione… ho fatto una domanda… stupida…” La ragazza si era un po’ rabbuiata, il tono allegro della serata era scemato, sembrava irritata. “Non esageriamo! Dai, non ti sarai offesa! Scusami… di nuovo… davvero… non credevo… non volevo…” Le figlie di Anna ascoltavano silenziose. Ad un certo punto, tutte si alzarono, quasi all’unisono. Si salutarono con una punta di imbarazzo.
La novità le arrivò all’orecchio, per caso, nel supermercato mentre aspettava di essere servita: la figlia di Mariangela era incinta! Le due pettegole dalle quale apprese la notizia, con aria falsamente comprensiva, non si lasciarono certo sfuggire l’occasione di ribadire che la ragazza non fosse sposata… “Fidanzata?” “Boh… non si sa niente… nessuno l’ha mai vista con qualcuno…” Anna si era voltata ed era bastato questo a farle zittire. Però tutto il giorno quella chiacchiera le era frullata per la testa. Che fare? Telefonare? Dopo l’ultima volta, non si erano più sentite. Tutto sommato ad Anna era dispiaciuto il tono offeso della ragazza per una domanda sincera, posta senza alcuna intenzione… Decise che avrebbe aspettato.
Lo rivide un mercoledì. Era in compagnia di un altro uomo. In mezzo a loro, una bambina di sei, sette anni. La piccola indossava un abitino bianco, di pizzo Sangallo che le arrivava alle caviglie. Ai piedi portava due graziosi sandaletti dorati. Non la vide in volto perché erano tutti e tre di spalle. La bellissima treccia francese che dal centro della testa le arrivava a mezze spalle, presupponeva la cura di una mamma molto attenta.
Lui non si accorse di lei che rimase dietro, deliberatamente defilata, fermandosi quando loro, che le stavano davanti, si soffermavano, tirati dalla piccola, ad osservare qualche vetrina. Notò che la bimba era particolarmente attratta dai negozi di abbigliamento o di scarpe… una donnina… Alla fine li vide entrare in un piccolo esercizio di calzature. Colse l’occasione per allungare immediatamente il passo e, coperta dalle persone che affollavano la via, oltrepassò veloce la porta del negozio e si infilò in una stradina laterale attraverso la quale sarebbe giunta lo stesso, per una via traversa, all’ufficio dove era diretta. Si fece forza per resistere all’impulso di voltarsi. “Anna, non fare come la moglie di Lot…” si disse, come se il girarsi avesse potuto trasformarla in statua di sale come la biblica moglie del patriarca…
Era sposato. Ed aveva due figlie, la maggiore di dieci anni e la più piccola, che era quella che lei aveva visto, di sei anni appena. La moglie, una donna giovane e molto bella, era l’unica figlia di una delle famiglie più prestigiose della città: il padre, famoso chirurgo e primario di un grande ospedale, la madre insegnante. Lui, che occupava la cattedra di chimica, in un Liceo Scientifico e collaborava con la facoltà di Chimica, a detta di tutti, era stato molto avvantaggiato dal fatto di annoverare, grazie alla moglie, una parentela prestigiosa. Sicuramente chiacchiere di qualcuno che non era riuscito ad ottenere quella posizione… pensò Anna che aveva saputo tutto da una collega che una mattina le aveva chiesto se, visto che era dello stesso paese, conoscesse la figlia di Mariangela. Dopo essersi assicurata che non fossero parenti, come un fiume in piena, le snocciolò una dietro l’altra tutte le indiscrezioni sui due, ma soprattutto sull’uomo. Scoprì così, di punto in bianco, e senza aver chiesto niente, che lui proveniva da una regione del Sud Italia, che aveva sposato la fidanzata dopo averla messa incinta, che la famiglia di lei, pur non approvando, alla fine, dopo che l’unione tra i due era stata regolarizzata, lo aveva aiutato ad entrare nel mondo della scuola. Soprattutto venne a sapere che l’uomo era un dongiovanni e che, nonostante non gli mancasse davvero niente: una bella famiglia e una posizione sociale invidiabile, non si faceva nessuno scrupolo di corteggiare altre donne, in modo particolare era conosciuta la sua propensione verso le giovani studentesse come l’ultima, una sua ex allieva, che aveva messo addirittura incinta. Come faceva la sua collega a conoscere la figlia di Mariangela? Perché tutte quelle notizie? Alla fine Anna comprese: la sua collega era stata per tanto tempo l’amante dell’uomo che aveva conosciuto in quanto insegnante di sua figlia. La donna, che si era sentita tradita, stava reagendo come e peggio di una moglie gelosa. Venuta a conoscenza della gravidanza della ragazza, vomitava tutto il livore e la rabbia che non riusciva a trattenere senza neppure rendersi conto che, per chi la stava ascoltando era facile fare due più due e giungere alla conclusione alla quale era appunto arrivata Anna. La collega espose quello che poteva essere solo un mero pettegolezzo in modo così rancoroso da non accorgersi di straparlare, di dire più del necessario, senza alcun controllo, cosa che avrebbe fatto solo chi fosse stato in qualche modo toccato personalmente dalla vicenda. “Che poi… non voglio dire niente… prima la madre… poi la figlia…”
Anna non fece commenti. La collega era fuori di sé e non sapeva neppure quello che diceva… Ma cosa voleva da lei quell’uomo all’apparenza gentile e discreto? Quel Dottor Jeckyll e Mister Hyde dalla doppia identità? Forse era quella la sua tattica di approccio…

Luigi Fondi, LA PITTURA e LA SCULTURA SI AMANO e per me sono una cosa sola (anno 2021)
I giorni trascorsero veloci, Anna non vide più né l’uomo, né la ragazza. “Alla fine, è meglio così…” pensò tra sé e sé. Facendo una sincera autoanalisi, dovette ammettere che quell’atteggiamento di riservatezza e cortesia la stava lentamente avvicinando a quella persona che lei, senza neppure rendersene conto, ultimamente, aveva cominciato a cercare con lo sguardo non appena usciva dal lavoro o fuori dal supermercato o vicino casa. Per quanto riguardava invece la ragazza alla quale si era sinceramente affezionata, era rimasta stupita ed un poco offesa per il suo comportamento, sintomo inequivocabile di una chiara mancanza di fiducia nei suoi confronti, ma si ripropose di stare al suo posto ed aspettare gli sviluppi della situazione.
Alla fine tutta la città parlò del professore e della sua ex allieva incinta, la famiglia della moglie era troppo in vista… figurarsi le chiacchiere del paese della giovane…
Anna seppe del divorzio di lui, da alcune persone, nel negozio del fruttivendolo. Ne parlavano tutti nel piccolo centro dove era venuto ad abitare nella casa della figlia di Mariangela. Passò del tempo senza che lei incontrasse nessuno dei due, neppure casualmente. Un pomeriggio, sul tardi, tornando a casa, li vide seduti su una panchina del lungo viale alberato che lei percorreva due volte al giorno andando e tornando dal lavoro. Notò immediatamente la carrozzina di un neonato di fronte ad essi. Avrebbe voluto fare dietrofront e passare dalla strada provinciale ma era troppo tardi… si era accorta che la stavano guardando. Proseguì. Arrivata accanto ad essi, li salutò come se niente fosse accaduto e si chinò delicatamente verso il bimbo, un maschietto bellissimo con due occhietti cerulei spalancati che succhiava avidamente il ciuccio che teneva in bocca, come a trarne sostentamento. Sobbalzò quando sentì lo strusciarsi del gatto sulle sue caviglie… “Plutone! Chi si rivede!” Si chinò per accarezzarlo ma esso fu veloce ad allontanarsi. “Quanto tempo ha il bimbo?” “Quindici giorni.”. “Dio lo benedica, è proprio un bel bambino…” Non sapeva cos’altro aggiungere… “E… tu?” disse rivolta alla ragazza. “Tutto bene? Come stai?” “Me la cavo… certo che da fare ce n’è tanto… ma me la cavo…” Lui non aveva aperto bocca. Non l’aveva guardata in viso neppure un secondo. Ad un certo punto, forse imbarazzato aveva estratto il cellulare dalla tasca del giubbino e sembrava intento a guardare qualcosa. Anna salutò e continuò per la sua strada.
La notizia del suicidio della moglie di lui, la seppe dalla solita collega. Le aveva detto che, la donna, in uno stato di profonda depressione, conseguente al divorzio dal marito, si era tolta la vita. Anna ne rimase talmente sconvolta che non ebbe neppure il coraggio di chiedere come fosse avvenuta la disgrazia. In seguito la stessa persona le disse che, forse, si era avvelenata. Ne erano seguite l’autopsia e numerose indagini per scoprire se ci fosse stato un colpevole materiale. Alla fine fu l’ipotesi di suicidio, quella più accreditata. L’avevano trovata sola, nella sua macchina, appena fuori dalla città, ai margini di un bosco di abeti dove durante la bella stagione la gente si recava a godere un po’ di fresco all’ombra dei grandi alberi. L’estate era trascorsa ed il luogo non era più frequentato. Quel giorno pioveva. Nessuno aveva visto niente e non c’era alcuna traccia di altre persone sul luogo del ritrovamento avvenuto casualmente da un automobilista che si era fermato per un urgente bisogno fisiologico. Sicuramente la poverina, pur se certamente fuori di senno, non aveva voluto compiere il gesto terribile in casa, dove le bambine ne sarebbero certamente rimaste sconvolte. Successivamente, Anna seppe anche della inutile battaglia, intrapresa dalla famiglia della scomparsa, affinché le due orfane venissero affidate ai nonni: sarebbe stato il padre a prendersi cura delle piccole al quale furono legalmente consegnate, i nonni avrebbero potuto vederle ogni volta lo avessero desiderato sia essi, che le bambine. Nonostante l’ex marito avesse detto che sua moglie, in vita, aveva espresso la volontà di voler essere cremata in caso di morte, i genitori si opposero talmente tanto che questa volta, in mancanza di un qualsiasi scritto che attestasse il desiderio della defunta, il giudice non concesse il permesso per la cremazione e la giovane mamma fu sepolta nel cimitero della cittadina.
Passarono un paio di anni. La figlia di Mariangela ed il compagno si erano sposati. Tutto sommato, Anna ne fu contenta. La ragazza avrebbe finalmente regolarizzato la sua posizione. Anche questa volta, lo seppe da altre persone, la giovane non le aveva detto niente. Veramente non l’aveva più vista né sentita da quando, lungo il viale del paese, si era fermata a salutarli e a vedere il bambino nato da pochi giorni. La sua collega era stata momentaneamente trasferita in un altro ufficio ed anche con lei, era tanto che non si vedevano.
Nel frattempo, la figlia maggiore di Anna aveva trovato un buon lavoro in una grande città. L’occasione era unica e la ragazza, determinata a non lasciarselo sfuggire, si era trasferita. Era stato un periodo abbastanza impegnativo. Visti i canoni di affitto molto onerosi, Anna si era decisa a comprarle un appartamento nel bel quartiere dove la ragazza lavorava. Di questo distacco ne soffrirono molto tutte e tre, soprattutto la ragazza che si era allontanata, ma anche lei e la sua figlia minore che, nonostante all’apparenza, sembrava volesse prendere il mondo di petto, nella realtà dei fatti, dimostrava di essere molto sensibile e fragile. Per il trasferimento della sorella aveva pianto tanto. A volte Anna la sentiva singhiozzare nella sua cameretta quando credeva che la madre non la sentisse. Fingeva una forza ed un coraggio che non aveva… era ancora così giovane…
Anna scoprì l’ansia di avere una figlia lontana. Il suo pensiero andava a lei, costantemente. Non riusciva più nemmeno a cucinare quando pensava alla sua ragazza sola e distante dalle sue cure amorevoli.
Fu felice quando, una sera, le disse di aver incontrato l’uomo della sua vita. Cominciò a rilassarsi al pensiero che ci fosse qualcuno vicino a sua figlia, qualcuno che le voleva bene e che voleva costruire con lei una famiglia. Lo volle conoscere. Arrivarono insieme. Anna capì immediatamente che erano fatti l’uno per l’altra. Si guardavano con occhi amorosi e lui aveva mille attenzioni per lei. Il ragazzo aveva un buon lavoro e avevano deciso, da subito, che si sarebbero sposati al più presto.
La figlia di Mariangela ed il marito sicuramente conducevano una vita molto riservata. La villa della ragazza dove abitavano era un po’ fuori da paese ed era ovvio che, lavorando in città, facessero là tutte anche le spese necessarie.
Una pomeriggio, sul tardi, rientrando dal lavoro, lo incontrò accanto alla sua macchina. “Buonasera Anna… non ci siamo più visti…” “Lo credo bene…” gli rispose stupita ed anche un po’ acida “Mi stava aspettando?” gli chiese dandogli del lei. “No, ero venuto a prendere la macchina…” “E quindi?…” “Niente, volevo solo farle un saluto…” Anche lui rispose ricambiando il lei. “Bene, buonasera…”. Lo vide rabbuiarsi. “Scusi, non credo di aver fatto niente di male… non capisco…” “Ecco appunto… non c’è niente da capire e infatti non ho ancora capito cosa voglia lei da me…” “Glielo ho detto, solo farle un saluto…” “Fatto. E adesso? Che altro?” “E’ da tanto… è lei che non ha voluto capire… credevo avesse capito… i miei fiori…” “I fiori? Quali fiori?” “Quelli che ho mandato il giorno della laurea…” Accidenti! A tutti aveva pensato tranne che un estraneo, incontrato una volta al cimitero, potesse inviare un mazzo di fiori a sua figlia nel giorno della sua laurea. Che c’entrava adesso sua figlia? “La laurea di mia figlia? Che ha a che fare uno come lei con mia figlia?” “Niente, i fiori erano per lei Anna…” “Beh, onestamente avrebbe potuto risparmiarsi la spesa… io, sinceramente, non ho nemmeno sospettato che i fiori fossero indirizzati a me… men che mai che li avesse inviati un perfetto sconosciuto… un maleducato che non ha avuto il coraggio di accompagnarli con un biglietto… un presuntuoso che, senza nessuna ragione, si è sentito autorizzato a… non lo so neppure io… non era sposato? E se non lo era più, non frequentava già la sua attuale moglie?” Lui si voltò e da quel giorno non lo rivide più.
La più piccola, nel frattempo, era giunta ad un passo dalla tesi di laurea. Un tardo pomeriggio d’autunno, quando la vide tornare a casa, capì immediatamente che le era successo qualcosa. “Mi hanno rubato la borsa…” Si buttò sulla sedia della cucina e cominciò a piangere. “Quando? Dove? Come?” L’aveva assalita con una raffica di domande. “Prima della stazione…” La guardò, aveva la giacca ed i pantaloni sporchi. “Sono caduta per terra…” “Ti fa male qualcosa? Che ti sei fatta? Chiamiamo il dottore?” “No, no… ho battuto la spalla e il fianco, ma niente di rotto, solo un brutto spavento… quello sì…” “Che ci tenevi? I soldi? I documenti?” “Macché! E’ una vita che tu mi dici di non tenere nella borsa cose di valore e io, come faccio sempre, avevo infilato tutto, anche la chiave di casa, nella tracollina che tengo nascosta sotto la giacca… il resto… un piccolo astuccio di prodotti per il trucco, vecchi e di nessun valore, un pacchetto di fazzoletti di carta ed un assorbente igienico che tengo sempre per sicurezza… nella borsa c’erano solo queste cose… ” “E allora? Alla faccia dei ladri! Non piangere, su che ti faccio una camomilla, sta tranquilla… la borsa… non ha nessun valore… saranno rimasti come coglioni…” “Il fatto ma’… non ti arrabbiare… è che avevo preso la borsa tua… quella buona che tieni nell’armadio e che usi solo quando ti cambi… ti giuro ma’, era la prima volta… non lo so che mi ha detto il cervello stamattina… forse perché le altre ragazze portano sempre belle cose… firmate… ed io volevo far vedere loro che non ero una poveraccia… l’ho presa così, senza neppure vuotarla, tanto ho visto che non c’era niente di che: un foglietto scritto… un depliant del supermercato di un anno fa… un sacchettino verde con una bottiglietta di acqua… o era un campioncino di profumo? niente di valore… però la borsa…” Anna era rimasta senza parole. La sua borsa, quella con la sua acqua benedetta… “Hai fatto la denuncia ai carabinieri?” “No ma’… avrei perso il treno… e poi gli amici mi hanno detto che queste cose, sono all’ordine del giorno… che può anche darsi che se i ladri trovano del denaro, gettino la borsa vuota da qualche parte là attorno… i soldi non c’erano… ma io domani ci torno lo stesso e ci guardo…” “Assolutamente no! Anche se la trovassi, tu la borsa non la devi toccare… per nessun motivo al mondo… va a capire… non ti preoccupare… adesso però andiamo in caserma.”
Il carabiniere che aprì loro il cancello e le accolse all’interno, fu molto gentile. Fece intendere chiaramente che facevano bene a denunciare, anzi, la ragazza avrebbe dovuto farlo immediatamente. Disse anche che era quasi impossibile tornare in possesso della borsa. “No, non mi interessa…” affermò subito Anna… “e poi, anche se fosse, non la vorrei più, va a capire chi l’ha maneggiata… abbiamo denunciato solo per senso civico… la borsa? Pazienza… tanto più che dentro non c’era assolutamente niente che avesse un valore… i ladri saranno rimasti delusi… c’era solo un bottiglietta di acqua santa… pure stantìa… di qualche anno… chissà che non si convertano… ‘sti maledetti delinquenti…”.

Luigi Fondi, “Lucio, gatto nero nel Castello”
Di lì a pochi giorni la notizia sensazionale scoppiò come una bomba: il marito della figlia di Mariangela era stato arrestato con l’accusa di omicidio per la morte della moglie. Le due bimbe gli furono immediatamente sottratte e affidate ai nonni materni. Che era successo? I genitori della giovane donna che sembrava essersi suicidata a seguito della separazione dal marito, mai convinti delle conclusioni alle quali erano giunte le forze dell’ordine, dietro consiglio del loro avvocato e, supportati da una nota trasmissione televisiva di ricerca di persone scomparse, avevano approfondito quelle indagini che secondo loro erano state fatte in modo frettoloso ed alquanto grossolano. A questo punto il processo era stato riaperto, si era scoperchiato un vaso di Pandora ed era scoppiato il caso clamoroso del professore di chimica, ex marito della povera defunta, che, con la scusa di esperimenti scolastici, era venuto in possesso di sostanze tossiche pericolosissime che teneva ben nascoste nello spogliatoio della scuola dove insegnava e la cui presenza era stata rilevata, da un’autopsia molto più accurata eseguita da periti di parte, sul corpo della povera moglie. Come avrebbe potuto la povera donna esserne a conoscenza? Entrare nella scuola? Sottrarre le sostanze? Usarle? Semplice: il professore l’aveva “suicidata” e si era tranquillamente risposato sicuro di averla fatta franca. Dopo ulteriori, più accurate indagini sui suoi spostamenti, alla fine si scoprì che, conoscendo gli orari di uscita della sua ex moglie, dopo averla aspettata, di proposito, con nessuno seppe mai quale scusa, si erano recati, ognuno a bordo della propria vettura, sul posto dove era stata poi trovata la giovane signora morta. Era autunno e pioveva ma l’aria di scirocco era calda e lui le aveva offerto da bere una semplice, innocente, mortale… bottiglietta di acqua nella quale, con una siringa dall’ago estremamente sottile, aveva iniettato una piccolissima dose del potente veleno che l’aveva uccisa, dopo di che, prelevato il contenitore che sarebbe stato la prova del delitto, indisturbato, se ne era andato mentre la pioggia battente cancellava le sue impronte sul terreno. Nessuno l’aveva visto, nessuno avrebbe potuto accusarlo, aveva previsto minuziosamente tutto, perfino la sua attuale moglie rimase sbalordita quando gli inquirenti snocciolarono uno dietro l’altro tutti i capi di accusa, validati da fatti inoppugnabili e supportati da orari talmente precisi da formare un mosaico perfetto come il delitto commesso che però, alla fine… così perfetto non si era rivelato. L’unica cosa che gli era sfuggita o che forse aveva semplicemente sottovalutato era stato il dolore di due genitori!
Per i giudici, la figlia di Mariangela non risultò essere coinvolta. Anna era rimasta particolarmente turbata dalla notizia. Nella sua mente si affollavano dubbi su dubbi… domande senza risposte… In cuor suo, si ritrovò a ringraziare Dio ed il ladro. Non sapeva neppure lei il perché ma qualcosa le diceva che era stata fortunata ad essere stata derubata… Dapprima si sentì come se qualcuno le avesse sollevato un peso dall’anima, poi piano, piano si sentì pervasa da una leggerezza che, senza essersene resa conto, non provava da tempo. Fra sé e sé si disse: “Salva, sei salva… sei salva…”. Il periodo che seguì fu sereno,
“Mai essere troppo felici! O perlomeno, mai darlo a vedere! Di sicuro c’è una strega invidiosa e cattivissima che, appena se ne accorge, sparapiglia le cose, butta tutto all’aria e immediatamente cominciano i guai altrimenti come si spiega questa situazione?” Anna, persona molto scettica, cominciava a crederlo veramente. Di punto in bianco, la sua figlia più piccola, si era sentita male. Trasportata con urgenza in ospedale, era stata immediatamente operata. Il problema sembrava risolto quando la grande aveva avuto un incidente stradale. Grandissimo spavento, la corsa verso la città dove la ragazza viveva, con l’ansia che le impediva perfino di respirare. Tre mesi di ricovero, di cui uno in prognosi riservata e la macchina, regalo di laurea, completamente distrutta. Ad Anna non importava niente del danno economico, nonostante tutto, ringraziò Dio per come era andata. La sua ragazza poteva essere morta e si era salvata… Al lavoro aveva chiesto sei mesi di aspettativa che le erano stati concessi. Si fermò da lei finché non uscì dall’ospedale, dopo di che se la riportò a casa per la convalescenza… voleva averla vicino. Il fidanzato, che lavorava nella città, sarebbe rimasto là ad aspettarla. Nel frattempo, pur preoccupata, aveva lasciato la minore, che attraversava il periodo durante il quale i giovani si sentono autonomi e indipendenti, a casa da sola per farle vedere che si fidava di lei. “Per chi mi prendi? Posso stare benissimo qua da sola, chi mi tocca? Io mica ho paura…” Le aveva detto con aria un po’ spavalda. Tanto Anna la conosceva talmente bene da essere sicura che si sarebbe subito trasferita da sua sorella. Ne era talmente convinta che, ad insaputa della ragazza, le aveva chiesto aiuto, e lei le aveva promesso che avrebbe supervisionato tutto e l’avrebbe messa costantemente al corrente di ogni cosa. In effetti era andata a finire che, il giorno stesso, al pensiero di dover dormire da sola nell’appartamento, la coraggiosa, “quella che mica aveva paura”, si era trasferita immediatamente nella casa della zia per stare in compagnia dei cugini.
Erano tornate tutte a casa. La sera si erano ritrovate insieme nella camera di Anna nel grande letto matrimoniale. “Sì, sì mamma, ce ne andiamo…” “Ecco, ecco… solo un minutino…” alla fine si erano addormentate tutte e tre, una abbracciata all’altra.
Incontrò la figlia di Mariangela al cimitero. Non l’aveva più vista, da tanto. Si salutarono. Il micio, cresciuto, sembrava osservare entrambe con il suo sguardo enigmatico… Poi, come all’unisono, Anna e la giovane donna fecero per andarsene. La ragazza, prese per mano il bambino che la accompagnava e, dopo un invito a salire che aspettava solo di essere rifiutato, salì sulla sua macchina. Anna si accostò per un attimo al finestrino leggermente aperto. Adesso Plutone stava acciambellato sul sedile posteriore, immobile. Sembrava finto… poi, improvvisamente, rizzatosi sulla zampe, il pelo dritto e la schiena inarcata, in un ghigno malefico, le mostrò i denti mentre, emetteva uno strano miagolio minaccioso. “Scusami, volevo domandarti solo una cosa: sai a quale santuario, aveva preso l’acqua benedetta tua madre? L’altra volta non mi hai risposto…” La ragazza mise in moto e partì. Attraverso il finestrino posteriore, Anna vide solamente il luccichio ipnotico degli occhi del gatto che la fissavano mentre la vettura spariva in lontananza e lei si avviava verso casa.

Il dipinto è stato realizzato il 26 Settembre 2018. È una tecnica mista su cartone telato 50×70 cm. Fa parte di una collezione privata di Stradella (Pavia). Lo realizzai a conclusione della mostra fatta a Castello di Belgioioso … “L’ANIMA PARLANTE DELLA PIETRA”. Ritrae “Lucio”, un gatto nero adottato dai proprietari del Castello. Lucio, durante i fine settimana trascorsi con squisita ospitalità in una delle stanze del Castello, veniva a trovarmi assiduamente mostrandosi con affetto e libera indipendenza. L’ ultima notte, prima che le mie opere lasciassero le 10 grandi stanze espositive per tornare a Soriano nel Cimino … La trascorsi in compagnia di Lucio.
Fu una lunghissima notte insonne che passai “dialogando” graficamente e pittoricamente con il gatto. Realizzai 2 “tecniche miste”. Una fa parte della collezione privata del Castello … L’altra, quella che ti ho inviato è rimasta a un caro amico di Stradella (Pavia), paese famoso in tutto il mondo per la produzione delle fisarmoniche.
Lucio ormai è parte di me e dei ricordi di: “un’anima parlante, ansiosa e inquieta, della pietra”. (Luigi Fondi)
ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.
Voce narrante Giuliana Poleggi Quaranta