EDGAR…il nuovo lavoro

RACCONTI IN RETE … INVITO ALLA LETTURA

EDGAR… il nuovo lavoro

scritto e tradotto in inglese da Ida RENZICCHI

 

Racconto illustrato con le opere dei Maestri  Luigi FONDI  e Riccardo SANNA  

.ReadingEDGAR…the new job”  Translated from Italian by the author  

   Audiolettura  Christian RENZICCHI (attore professionista)

 

Accompagnamento musicale all’audiolettura in lingua italiana

Cécile Chaminade: Piano Music, Vol. 2

.ReadingEDGAR…the new job”  Translated from Italian by the author  

Ogni diritto è riservato all’autore. Vietata la riproduzione ed ogni altro utilizzo, anche parziale, non autorizzati dall’autore. La pubblicazione del testo è consentita per fini educativi e culturali  non a scopo di lucro su concessione e autorizzazione dell’autrice.  Per eventuali contatti con l’autrice: idarenzicchi@katamail.com   oppure  idarenzicchi@gmail.com

ALLA SERA

“…Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme…”

Ugo Foscolo-1803

ASCOLTA il racconto su file audio o su Youtube.

Voce narrante Christian RENZICCHI 

 

 

 

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PRIMA PARTE

La porta della stanza si era aperta e un’infermiera, in divisa bianca, era entrata lasciando fuori, nel corridoio, il carrello dei farmaci. “Buongiorno Edgar. Come stiamo oggi?” Senza aspettare la sua risposta, gli aveva porto due pillole sopra un quadrato di garza e, dopo avergli versato un bicchiere di acqua, prima di uscire, aveva aspettato che l’uomo assumesse la terapia.

“Sto bene. Ringraziando Dio, io sto bene. Vorrei solamente uscire di qui… di notte non si riesce a dormire…” “Basta dirlo. Registro subito la sua richiesta e il dottore le prescriverà qualcosa che la aiuti a riposare.” La donna aveva preso una penna che teneva nel taschino del camice e aveva iniziato a scrivere qualcosa su un’agenda che stava sopra il carrello. “Guardi che io non ho bisogno di altre medicine. Dormirei benissimo se non ci fosse la televisione costantemente accesa nella stanza accanto e persone, infermieri compresi, che tutta la notte non fanno altro che chiacchierare come se stessero in piazza… Io dormirei… se ci fosse silenzio… dormirei sicuramente…” La donna era uscita senza replicare.

Ma come era capitato in quella situazione? Perché si trovava in una casa di cura?

Riccardo Sanna, Infiniti Passaggi. Olio su tela – dim. 50 x 60 – anno 2021

Tutto era cominciato quando, dopo venticinque anni in una grande azienda, aveva perso il lavoro.

La sua ditta era stata fatta a pezzi e divisa in unità minori che poi erano state singolarmente vendute a multinazionali le quali, dopo aver invaso il mercato nazionale, avevano fagocitato queste nuove piccole aziende.

A tali cessioni, con la scusa di ridimensionamenti dell’organico, erano seguiti i tagli ed i conseguenti esoneri di parte del personale.

Nelle posizioni più importanti il numero dei dipendenti era rimasto più o meno lo stesso ma c’era stato un avvicendamento ed erano state fatte nuove assunzioni, per la maggior parte persone di origine straniera e sicuramente vicino alla direzione generale.

Tali operazioni, attentamente studiate, erano state effettuate in modo chirurgico allo scopo che le rimozioni non avvenissero né tutte insieme, né tutte nello stesso reparto affinché ai lavoratori, isolati dai colleghi timorosi di perdere anch’essi il posto di lavoro, fosse limitata la possibilità di coalizzarsi e venissero così evitate manifestazioni sindacali collettive e conseguenti problemi con il governo. “Divide et impera!”

Quella che lui occupava non era una posizione di particolare rilievo ma, seguendo la strategia della nuova proprietà, pure il suo settore era stato ristrutturato e, attraverso un formale messaggio al cellulare, anche a lui era arrivata la comunicazione di licenziamento.

Ne era rimasto stordito. Fino ad allora, per Edgar, quelle erano cose che succedevano solo nei film americani dove i dipendenti, con uno scatoloncino, si recavano per l’ultima volta in quello che era stato il loro ufficio e raccoglievano le loro cose per non entrarci più.

Con una busta di plastica, di quelle che si usano per la spesa, aveva liberato il cassetto del suo posto di lavoro da un’agenda, due penne, una gomma per cancellare, un pacchetto di crackers quasi ridotti in briciole, due confezioni di fazzoletti di carta, un rotolo di carta igienica e un mozzicone di matita.

Uscendo, solo due colleghi, nella stanza, si erano alzati e lo avevano abbracciato augurandogli buona fortuna, gli altri due, assunti di recente, erano rimasti seduti ai loro posti e lo avevano a malapena salutato. Negli uffici adiacenti non era neppure entrato. Attraversando il grande salone con le scrivanie sistemate nelle varie postazioni, aveva alzato il braccio e fatto un cenno a coloro che, al suo passaggio, avevano sollevato il capo.

Non si era soffermato… sentiva che avrebbe messo a disagio i suoi ex colleghi timorosi perfino di mostrare solidarietà a lui e a chiunque altro nella sua condizione. In effetti, nessuno gli si era avvicinato. Erano tutti consapevoli che, a breve, anche a qualcun’altro sarebbe toccato lo stesso trattamento ma speravano di non essere loro i nuovi destinatari del laconico messaggio.

Arrivato nel grande piazzale antistante gli edifici dell’azienda, ficcò nel portabagagli della macchina la borsa di plastica, richiuse la vettura e tornò indietro dirigendosi verso il blocco degli uffici amministrativi.

Una segretaria, molto asetticamente, dopo avergli fatto firmare documenti e ricevute varie, gli porse una cartellina di scartoffie nella quale erano stati inseriti anche due assegni… uno relativo all’ultimo stipendio e l’altro alla liquidazione.

Anche il consegnare al lavoratore le spettanze in forma cartacea anziché fare il solito bonifico bancario sul suo conto corrente, era stata una tecnica freddamente studiata… l’ex dipendente, sicuramente dispiaciuto per il licenziamento, sarebbe stato, pur se momentaneamente, ma per loro era sufficiente che lo fosse il tempo di permanenza nell’edificio, distratto dagli importi degli assegni.

Edgar, sicuro che i conteggi di quanto dovutogli fossero corretti, non si soffermò neppure a controllare.

Nella macchina, con i due foglietti in mano, si trovò a fare il totale di quanto ricevuto. Dividendolo per il suo stipendio mensile e poi per dodici, realizzò che quei soldi sarebbero bastati più o meno due anni, salvo imprevisti. Doveva assolutamente trovare un altro lavoro… e al più presto.

Lo squillo del telefono lo distolse un attimo dai suoi pensieri. Sua moglie. “Ciao, tutto bene?” Senza neppure aspettare la risposta aveva continuato: “Ti ricordi che oggi pomeriggio sono in palestra? All’andata mi dà un passaggio la mia amica, ma tu passami a prendere quando esci dal lavoro. Poi… pure questa storia che la macchina serve solo a te… ne dovremo riparlare…”. Gli aveva dato appena il tempo di rispondere: “Si, si, mi ricordo.” che aveva riattaccato.

Lei era stanca e, mentre la riaccompagnava a casa, fecero il tragitto quasi senza aprire bocca. Dei bocconcini di pollo già preparati e riscaldati al microonde, un po’ di insalata in busta pronta da condire e una mela, fu la loro cena.

“Pensavo che, come fanno tanti tuoi colleghi, anche tu potresti prendere i mezzi pubblici per andare al lavoro e lasciarmi la macchina. Io sto qua a casa tutto il giorno che mi sbatto…”

Avrebbe voluto risponderle che tutti si sbattono… che avrebbe dovuto essere lei, senza vincoli di orario, quella che si sarebbe dovuta muovere con i mezzi, che in palestra ci sarebbe potuta arrivare benissimo con una passeggiata visto che ci andava per fare movimento… che, forse, anche lei avrebbe dovuto cercarsi un lavoro… ma rispose semplicemente: “Temo proprio che non sarà possibile. Perlomeno non per adesso… Ho bisogno della macchina… l’azienda vuole la disponibilità a spostarci da una unità all’altra…”

“E, in questo caso, non ti spetterebbe la vettura aziendale e pure il rimborso benzina?”

“Può darsi… ma non ne hanno parlato… non è un bel periodo… meglio non sollevare problemi… nessuno dei colleghi ha obiettato e pure io ho preferito stare zitto. Vediamo… Se le cose andranno meglio, in seguito potremmo comprarci una seconda macchina… magari usata…”

Perché non le aveva detto di essere stato licenziato?

La sera restò alzato fino a tardi a cercare sul computer proposte di aziende alla ricerca di un profilo come il suo. Niente. Salvò però tutte le possibili offerte di lavoro che sarebbe stato in grado di svolgere o perlomeno di imparare. La maggior parte di esse riguardava artigiani: idraulici, elettricisti, muratori, falegnami… e lui non aveva le capacità richieste.

Il giorno seguente, dopo una notte insonne, avrebbe volentieri indugiato un poco a letto, ma nonostante si fosse addormentato da appena un’oretta, si alzò di scatto allo squillo della sveglia ed uscì di casa come aveva fatto tutte le mattine, per gli ultimi venticinque anni.

Si recò presso un ufficio postale, aprì un conto a suo nome e vi depositò l’assegno della liquidazione. L’altro, quello relativo allo stipendio dell’ultimo mese, lo versò in banca, sul conto corrente intestato a lui e a sua moglie, dove fino ad allora gli erano stati accreditati tutti i pagamenti poi, deciso a non perdere tempo, iniziò a fare il giro degli uffici ai quali presentarsi per un posto.

“Cinquantatré anni? Il fatto è che la nostra azienda intende usufruire degli sgravi fiscali per le assunzioni di giovani… Mi perdoni la franchezza… Ovviamente lei è non è vecchio, anzi… Sono sicuro che troverà un lavoro adatto alle sue capacità. Buona fortuna!”

Alla fine questo divenne più o meno il ritornello delle sue giornate. Troppo vecchio!

Qualcuno, forse per non offenderlo gli aveva detto anche “troppo qualificato” per poi tornare sul “troppo vecchio” non appena si era proposto per qualsiasi altro lavoro meno specializzato. “Io sono disposto a fare di tutto… per me l’importante è lavorare…” Anche questo era diventato un ritornello, una specie di mantra che ripeteva anche a sé stesso per convincersi che, alla fine, qualcosa avrebbe trovato.

Mise il suo profilo su tutti i social networks specializzati nella ricerca di offerte di lavoro.

Trascorsi dieci giorni, niente. Un ex collega, sentito telefonicamente, gli disse che lui, a tre mesi dal licenziamento, dopo aver girato, senza risultato, le sette chiese, si era deciso a prendere la patente C e si era proposto come camionista. “…E’ stata una spesa ed un bell’impegno ma, sai che ti dico? Alla fine, comincia pure a piacermi… Hanno fatto un po’ di storie per la mia età… quarantacinque anni… essere considerato vecchio… capisci? (altroché se capiva…) Mi hanno assunto solo perché un rumeno era tornato a casa sua… Mi è dispiaciuto per mia madre… non ci è rimasta bene quando le ho detto di essere stato licenziato… e del mio nuovo lavoro…”. La conversazione con l’ex collega non lo aveva certo rasserenato.

Da qualche giorno, si era reso conto che il suo alzarsi la mattina e girovagare era diventato inutile e, a causa del costo della benzina, pure dispendioso.

Ultimamente si infilava in un piccolo bar dove, in una saletta sul retro, seduto ad un tavolino, con un cappuccino davanti, passava le giornate più a cazzeggiare al computer che a cercare veramente qualcosa che tanto non c’era, rimpiangendo amaramente di non aver frequentato una scuola professionale.

La sera rincasava con una fame lupa!

Una mattina, dopo che aveva inavvertitamente rovesciato il bicchiere di carta con un goccio di caffèlatte rimasto e dopo che la moglie del proprietario venuta a pulire, non si era fatta nessuno scrupolo di dire ad alta voce che “…certi clienti che pretendevano di passare la giornata all’interno e al caldo, con un cappuccino, era meglio perderli che acquistarli…”, decise che non ci sarebbe più tornato. A nulla erano servite le sue scuse e l’essersi immediatamente attivato per asciugare il tavolo con un tovagliolino di carta. Le poche gocce finite sul pavimento erano state chiaramente solo il pretesto che la proprietaria stava aspettando per fargli capire di non essere gradito.

Da quel giorno, arrivava con la macchina fino alla periferia e girovagava a piedi o si sedeva sulla panchina di qualche parco. Se pioveva o faceva troppo freddo, rimaneva dentro la vettura dove, nel portabagagli aveva infilato un plaid imbottito trovato nel box auto. Non voleva essere visto da qualche conoscente… non aveva ancora detto alla moglie del suo licenziamento.

Ormai conosceva tanti posti di cui, pur abitando nella città da diverso tempo, neppure sospettava l’esistenza. Strade secondarie dalla case più basse e più modeste ma anche, allontanandosi un poco, pretenziosi cancelli dietro i quali si intravedevano belle ville e giardini curati.

Fu durante uno di questi vagabondare che, un pomeriggio, sul tardi, percorrendo uno stradone non asfaltato, notò sulla sinistra un enorme fabbricato industriale dove su un gigantesco portone era affisso un cartello: “CERCASI PERSONALE”. L’entrata, a quattro ante di ferro vetrate a grossi rettangoli di colore verde scuro, piuttosto inusuale per il tipo di costruzione, era talmente ampia, sia in altezza che in larghezza che avrebbe agevolmente consentito anche il passaggio di grandi camion. Anche da lontano era possibile leggere chiaramente l’annuncio scritto a grandi caratteri, ben visibili fin dalla strada.

Scese dalla macchina e, attraversato il vasto piazzale, non recintato, ricoperto di pietrisco bianco, provò a guardare all’interno. Nessuna luce filtrava ed era tutto buio. Spinse un maniglione verticale… chiuso. Si guardò attorno… nessuno. Tornò sulla strada e, continuando a guardare indietro proseguì a camminare lentamente fino alla macchina.

Il mattino seguente scelse quella come prima meta del suo girovagare e vi si diresse subito senza indugio. Entrò con la macchina nello spiazzo antistante.

Mentre si dirigeva a piedi verso l’entrata, notò che da entrambi i lati più corti del fabbricato rettangolare, si poteva accedere comodamente al retro. La sera prima, forse per il sopraggiungere del crepuscolo, non se ne era accorto. Anche in questo caso, lo spazio era tale che qualsiasi tipo di veicolo vi avrebbe avuto comodo accesso e facilità di manovra.

Il portone, le cui parti in ferro erano verniciate di nero, era spalancato e le sue ante erano bloccate contro il muro per evitare che si richiudessero all’improvviso.

Arrivato all’entrata, si trovò davanti ad una tenda di velluto liscio, colore verde scuro, che gli fece pensare istintivamente ad un sipario teatrale.

Stava per scostare il pesante tessuto, quando da un lato uscì un signore con un grembiule di plastica di colore beige chiaro e una mascherina chirurgica sollevata sulla fronte. L’uomo, che teneva il tendaggio da una parte con le mani infilate in guanti di lattice azzurri, lo apostrofò bruscamente. “Cosa fa lei qui? A destra! Prego, si accomodi… a destra… arriviamo subito…”. Sembrava contrariato da qualcosa. Edgar dubitò che ad infastidirlo fosse stata proprio la sua stessa presenza e che probabilmente ricevessero su appuntamento… ma sull’avviso non aveva visto nessun numero telefonico …

Cercò l’apertura fra i pesanti tessuti e si trovò davanti ad una porta di noce scuro.

Pigiò un pulsante. Al breve suono di un campanello, seguì un leggero scatto e la porta si aprì su un ufficio, decisamente lussuoso, ampio e inondato di luce in cui due pareti, quelle che davano l’una sul retro e l’altra sul lato corto dell’edificio, erano completamente finestrate e rivestite da eleganti tendaggi, sottili, ma non trasparenti.

SECONDA PARTE

Luigi Fondi,  Aspettando la colomba…  Rilievo policromo realizzato con tecnica mista su legni di: castagno, marino e abete, h.120x88x6 cm. (Anno 2020)

Non aveva mai visto in vita sua un uomo bello come quello che entrò da un accesso situato in fondo alla parete sul lato corto della stanza, opposta a quella finestrata. Alto, snello, giovane, i capelli grigio chiaro e gli occhi di un azzurro intenso che raramente aveva visto prima. Durante la breve presentazione, ne comprese solamente il cognome: Ferri. Si accomodarono.

 “… E’ vero, cerchiamo del personale. Ne abbiamo urgentemente bisogno.” “Ed io cerco lavoro… posso chiederLe di cosa si tratta? Non è specificato sul cartello affisso al vostro portale d’ingresso…” “Che genere di lavoro la interessa?” “Qualsiasi cosa… Certo! Che io sia in grado di fare! Fino ad oggi ho trovato solo offerte di lavori artigianali dei quali, purtroppo, non ho nessuna qualifica né dimestichezza… Ero occupato presso una importante società di statistica… Dopo essere stata smembrata, la mia azienda…” “So tutto…” Non lo aveva neppure fatto finire. “…la sua unità è stata ridimensionata e lei è uno dei tanti licenziati… conosco questa vicenda…”.

L’uomo si alzò e Edgar fece immediatamente la stessa cosa ma il signor Ferri gli disse di rimanere comodo. Si diresse verso un mobile che si rivelò essere un frigorifero e ne tirò fuori una bottiglia, aprì l’anta a vetri oscurati, stretta, lunga e rettangolare di un armadio, prese un vassoio e due bicchieri, li riempì entrambi a metà e vuotò il suo tutto d’un fiato. “Brindiamo al suo nuovo lavoro!” “Ma… Signor Ferri, lei non mi ha chiesto niente… ed io… non so neppure di cosa si tratta…” “Non si preoccupi… per noi lei va benissimo ed io credo che anche a lei andrà bene il nostro lavoro… Alla sua salute, Edgar! A proposito, mi chiamo Lucio, credo che lei non abbia capito il mio nome quando mi sono presentato…”. Caspita! E da cosa lo aveva dedotto?

Edgar era frastornato. Era rimasto colpito dalla gentilezza del suo interlocutore e non avrebbe voluto offenderlo. Guardava il bicchiere con il liquido dorato indeciso se bere o no. Erano le nove di mattina. Prima di uscire di casa, aveva mandato giù solo un caffè amaro… e lui non beveva alcoolici. Un dito orizzontale di vino, in occasioni particolari… e solo quando non poteva evitare… “Ho capito… Non beva se non le va… non si faccia problemi. Colpa mia, dovevo chiederle…” “Mi scusi… sono pressoché astemio. Temo che se bevessi mi ubriacherei… in ogni caso, starei sicuramente malissimo…” Lucio, con un sorriso, prese il bicchiere del suo ospite e, in due sorsi, ne trangugiò il contenuto. “Io non sono astemio…” disse mentre ridendo rimetteva il bicchiere vuoto sul vassoio e si dirigeva verso la parete vetrata più lunga. “Noi siamo una importante agenzia funebre…” gli disse mentre apriva la tenda e, come su un grande schermo cinematografico, appariva, enorme, il piazzale retrostante dove una distesa di eleganti macchine scure, lucidissime, brillavano al sole… “La nostra, è una tra le più grandi imprese funebri… forse la più grande. Facciamo trasporti in tutto il mondo e siamo in grado di soddisfare qualsiasi richiesta dei committenti. Venga con me.” Lo prese per il braccio e, tenendolo saldamente, lo fece uscire dalla stanza dove si trovavano e lo accompagnò in un deposito di bare immenso, diviso in tanti corridoi formati da larghi scaffali, uno sopra l’altro, che arrivavano al soffitto.

Edgar sentì le gambe farglisi molli.

“Non si preoccupi… la sua è una reazione normale. Tutti temono la morte… ma, mi creda, non c’è nulla di più normale della morte… non pensa?” Edgar era ammutolito. Aveva bisogno di lavorare… ma quel lavoro… “Mi perdoni… Io la ringrazio… con tutto il cuore ma non me la sento… non è davvero questo il genere di lavoro a cui pensavo… farei qualsiasi cosa è vero… ma… non questo… mi perdoni…” “Ovvio che lei non ci abbia pensato… ma, adesso, ci ragioni su… non voglio metterle fretta, né condizionarla in alcun modo… abbiamo altre persone da esaminare… in ogni caso, non sottovaluti il fatto che… lei converrà con me… questa attività non conosce crisi.”

Poi, mentre Edgar, dopo aver ringraziato e salutato, stava per uscire, il signor Ferri, come se qualcosa gli fosse venuta in mente all’improvviso, gli si rivolse di nuovo: “Edgar… come lo scrittore… le piace?” Edgar lo guardò interrogativamente. “Edgar Allan Poe, lo scrittore. Il suo non è un nome tanto comune…” “Già, ma non sono stato certamente io ad impormelo. Se mi piace Poe?… Una Discesa nel Maelström… bellissimo… l’ho letto anni fa tutto d’un fiato…. ma dei suoi racconti brevi del terrore non sono mai riuscito a terminare la lettura…”

Che avrebbe detto sua moglie? Anzi, glielo avrebbe detto? Era confuso e faceva fatica a mettere insieme i pensieri. Adesso, anche se non ricordava quando aveva acconsentito, faceva parte della “Compagnia della Buona Morte”. Non ne era un dipendente. Il signor Ferri ci aveva tenuto molto a sottolinearlo… In realtà, ripensandoci, non aveva neppure capito, o forse non glielo aveva ancora detto, sotto quale profilo sarebbe stato inquadrato. “Alla fine, caro Edgar, non sono io il suo datore di lavoro…” Quello, che invece gli era chiaro, era che non avrebbe avuto orari… che non ci sarebbe stato nessun cartellino da timbrare e che avrebbe potuto essere chiamato in qualsiasi momento.

“… Te ne accennavo giorni fa… la società ha richiesto la disponibilità a spostarmi da una unità all’altra. Mi è stato proposto un nuovo contratto in base al quale, fra le altre cose, non avrò più un orario stabilito… sarò una specie di jolly… non so quale altro termine usare… che si muoverà dove e quando… secondo le esigenze dell’azienda… Te lo avevo anticipato. Ricordi? Ovviamente o accettavo… o ero fuori…”

“E lo stipendio?”

“Non mi chiedere niente. Ci sono cose che devono ancora essere definite e che devo capire bene pure io… comunque, non preoccuparti… l’importante è che io lavori… e che porti lo stipendio a casa… no?”.

La mattina seguente, non sapendo come comportarsi si recò al deposito.

Non era ancora arrivato al grande portone di ferro e vetro che un furgone proveniente dal retro lo affiancò. L’uomo accanto al posto di guida aprì il finestrino. “Ah, eccola qua. Buongiorno… Salga su…” Edgar lo guardò e prima che avesse avuto il tempo di dire qualcosa l’altro continuò: “Prenda la sua roba e andiamo.” “Buongiorno. Scusi, che roba dovrei prendere?” “Credevo le avessero già consegnato il pacco… Non vorrà usare i suoi abiti… Il resto è dentro il furgone. Vada in ufficio, si faccia consegnare la divisa e si cambi. Noi la aspettiamo fuori.”

L’uomo lo guardò poi, sceso dal furgone che l’autista aveva lasciato in moto e fatto cenno ad Edgar di seguirlo, si diresse all’entrata. Completamente vestito di bianco, avrebbe potuto essere scambiato per un infermiere. “Io intanto vado alla toilette. Lei vada in ufficio.”

La porta era socchiusa. Edgar rimase un poco stupito nel vedere il signor Ferri in piedi che sembrava quasi aspettarlo. L’uomo lo accolse con gentilezza e lo precedette nel deposito di bare, aprì quello che si rivelò essere un armadio a muro alto fino al soffitto con ante scorrevoli, prese un grosso pacco sigillato, avvolto in plastica bianca e glielo mise tra le mani. Sopra c’era scritto il suo nome e cognome. “Però che organizzazione…” si ritrovò a pensare.

Due paia di pantaloni, due casacche chiuse fino al collo, due paia di zoccoli da ospedale, due copricapo, una scatola di guanti chirurgici, una scatola di mascherine chirurgiche, un paio di occhiali da protezione, sapone, disinfettante, due asciugamani… tutto rigorosamente bianco candido. Nello stesso pacco ma in una busta separata, un abito da uomo completo blue scuro, un paio di scarpe nere, due camicie bianche e una cravatta bordeaux scuro.

Edgar uscì dalla stanza, che gli era stata indicata dal signor Ferri, vestito da capo a piedi di bianco. Avrebbe voluto salutarlo, ma la porta dell’ufficio era chiusa e non ritenne fosse il caso di disturbare.

Tornò sul piazzale e si infilò nel furgone che partì immediatamente.

Iniziò così il primo giorno di lavoro della sua nuova attività.

Una casa singola, piuttosto piccola e bassa alla periferia della città. La porta era aperta ed essi entrarono. L’uomo sulla cinquantina che era seduto in una specie di salottino li precedette in una stanza dove su un letto matrimoniale, coperta da un lenzuolo, che ne lasciava fuori solo la testa, giaceva una donna morta.

I capelli scomposti, la bocca e gli occhi spalancati… Edgar non avrebbe saputo dare un’età a quella persona devastata dalla malattia e dalla morte. Di sicuro, non era anziana.

I due colleghi gli dissero che, per il momento, lui avrebbe dovuto solo essere presente e porre la massima attenzione a tutte le operazioni, prestate da loro stessi o da chi fosse stato di turno, inerenti la cura delle persone decedute… non avrebbe dovuto fare, né toccare niente, solo osservare ed imparare e lui, per un mese, continuò ad accompagnare i colleghi nel pulmino e quindi sul luogo dove la loro presenza era richiesta.

Alla fine del servizio, rientrato al grande capannone, gli dissero che, se lo avesse voluto, avrebbe potuto lasciare lì gli indumenti da lavoro, mettere in un sacchetto con il suo nome quelli indossati e lasciarli a disposizione della lavanderia che avrebbe provveduto poi, una volta lavati e stirati, a riporli nell’armadietto assegnatogli. Certo questo avrebbe significato dover tornare ogni volta al deposito ma pensò che sarebbe stato più facile per lui sopportare tale disagio piuttosto che comunicare a sua moglie la natura del nuovo lavoro. Apprese anche che avrebbe potuto farsi la doccia prima di rientrare a casa e ne approfittò immediatamente.

Le prime sere, faceva fatica a mandare giù il cibo che sua moglie gli metteva nel piatto. Era talmente nauseato che, nonostante prima del rientro si fosse lavato accuratamente, aveva sempre la sensazione che qualcosa di impuro e di contagioso gli fosse rimasto attaccato addosso… era questa la ragione per cui, una volta rientrato a casa, la prima cosa che faceva era dirigersi subito in bagno a lavarsi e rilavarsi le mani con cura quasi maniacale.

Alle domande della moglie sul nuovo incarico, rispondeva molto evasivamente adducendo spesso la scusa della stanchezza.

Quale era la sua qualifica? E a quanto avrebbe ammontato il suo stipendio? Non era da lui… innanzitutto aver accettato tale incarico e poi… non sapere neppure quanto avrebbe percepito per quel lavoro assurdo che mai e poi mai nella vita avrebbe pensato di poter svolgere.

Alla fine del primo mese, fu chiamato in ufficio. Ancora una volta, il signor Ferri lo accolse con squisita cortesia, lo fece accomodare e, dopo avergli chiesto come si era trovato durante quel periodo, mentre aspettava la sua risposta, gli mise davanti due assegni.

“Onestamente… non è che questo mese io abbia fatto granché… a parte accompagnare i colleghi e guardare… Come mi trovo? Non lo so neppure io…” Edgar non aveva nemmeno fatto caso ai due titoli di credito in bella vista sulla scrivania. Erano due assegni, su ciascuno dei quali era scritta la stessa cifra… un importo molto superiore a quello che percepiva nella sua vecchia azienda.

“Qualcosa che non va?” “Che significa? Perché due assegni?” “Abbiamo pensato che lei voglia accreditarne uno sul conto corrente bancario in comune con sua moglie e l’altro su quello postale intestato a lei personalmente. Dal prossimo mese, se lei è d’accordo, provvederemo direttamente attraverso due distinti bonifici… così lei non avrà problemi di alcun genere. Non appena inizierà ad occuparsene, per ogni salma di cui lei si sarà preso cura, riceverà un extra bonus che ovviamente caricheremo sull’assegno da accreditare sul suo conto personale. Va bene così o c’è qualcosa che vorrebbe dire?” Non c’era niente da dire… ma non avrebbe neppure saputo cosa dire tanto era stupito… da tutto… gli importi… i due assegni… e poi… quando mai e con chi aveva parlato dei due conti? Iniziò a preoccuparsi. Forse sarebbe stato il caso di farsi vedere da un medico…

“Ora che guadagni di più, possiamo anche comprare una macchina per me.” Fu il commento di sua moglie quando la banca inviò a casa l’estratto conto. Una vettura di piccola cilindrata, usata ma in ottimo stato che alla fine fu lui ad usare perché sua moglie gli aveva detto chiaramente che lei non voleva farsi vedere per la città con un’automobile da poveraccia.

A lui serviva solo per andarci fino al capannone. La lasciava parcheggiata nel grande piazzale di ghiaia fino a quando, a bordo del furgone, ritornava a prenderla per tornarci a casa.

I suoi colleghi, perlomeno quelli che aveva frequentato fino ad allora erano persone oneste, buoni cristiani. Lo aveva colpito, fin dall’inizio, il loro rispetto per le persone decedute e dei relativi familiari in situazioni sempre dolorose, alcune volte, tragiche. Delle prime si occupavano materialmente prestando loro tutte le cure e le attenzioni al fine di renderle il più presentabili possibile nel loro ultimo giorno di permanenza sulla terra, dei secondi cercando con delicatezza e sensibilità, di lenire, per quanto nelle loro capacità, il dolore per la morte del loro congiunto… atteggiamento questo che si rivelava essere anch’esso una cura, se pur solo di natura psicologica ed erogata a persone ancora in vita.

Con il tempo, era andato abituandosi a quel lavoro.

Adesso, pur continuando a lavarsi meticolosamente, a casa riusciva a mangiare con appetito anzi, con il passare dei giorni, gli cresciuta dentro una smisurata fame di cibo e di vita. Sentiva una voglia di divertirsi e di godere che mai aveva avuto mai prima di allora.

Sua moglie, che fino ad allora lo aveva sempre rimproverato di essere un pantofolaio, era piacevolmente sorpresa da tale cambiamento e non si tirava certo indietro quando le proponeva serate fuori casa o giornate intere di vacanza che lui trascorreva sempre con il cellulare a portata di mano pronto a rispondere ad ogni chiamata. Quello che la lasciava un poco perplessa di questo nuovo incarico del marito erano le telefonate festive e notturne… mai avrebbe immaginato che un’azienda che si occupava di statistica potesse avere impegni notturni… certo che il mondo correva veloce… ma dato che erano incarichi ben pagati… e che non era lei a doversi alzare a qualsiasi ora iniziò a non fare neppure più caso alle stranezze del nuovo lavoro di Edgar.

TERZA PARTE 

Riccardo Sanna, Verso la luce. Olio su tela – dim. 60 x 80 anno 2025

Nel frattempo, lei, aveva conosciuto un altro uomo. La donna trovava difficoltà ad attribuire un’età a quello che, a volte le sembrava un ragazzo dall’aria scanzonata e innocente addirittura troppo giovane per lei ed altre un uomo maturo pieno di un fascino cupo e misterioso… altre, addirittura un anziano… in ogni caso, una persona molto sensibile, dallo sguardo penetrante, che sapeva leggere e decifrare i pensieri reconditi nel profondo della sua anima come neanche lei stessa sarebbe stata capace di fare. Egli, mostrando grande autoironia, si scherniva e rideva di cuore quando lei, ormai persa, tesseva le sue lodi. Sembrava conoscere bene le cose del mondo ed avere sempre una soluzione ad ogni problema. La donna era sicura di non averlo mai visto in città prima di allora, eppure lui sembrava sapere tutto, di tutti.

Iniziò una relazione fra loro. La cosa più strana era che quell’uomo riusciva a far apparire come se tutte le decisioni prese dalla donna venissero solo ed esclusivamente dalla volontà della stessa anche quando era stato chiaramente lui ad averne pilotato la scelta. Lei sembrava non rendersene conto e, sotto la sua protezione, si sentiva determinata e ostentava una sicurezza che non aveva mai avuto prima.

Non era amore, lei non avrebbe neppure saputo definire quel sentimento. Il fatto certo però era che non riusciva più a fare a meno di quella presenza che si palesava sempre quando suo marito era assente per lavoro. In principio non ci aveva fatto caso tanto era confusa da quella nuova conoscenza che le scombussolava anima e corpo, solo in seguito cominciò a notare la stranezza di tale situazione e a porsi qualche domanda.

Chi era quell’uomo così attraente e pieno di risorse sia economiche che intellettuali? Cosa faceva esattamente? Chi glielo aveva presentato? Come e quando lo aveva conosciuto?

Faticava a ricostruire la circostanza specifica in cui lo aveva incontrato per la prima volta e come tutta quella storia si fosse evoluta al punto che lui adesso frequentava tranquillamente la sua casa senza provare il minimo imbarazzo e senza il timore che suo marito sarebbe potuto tornare da un momento all’altro.

Una volta che lei gli aveva chiesto di cosa si occupasse, lui aveva risposto molto vagamente che era nel settore della cura della persona e da allora la donna si era autoconvinta che fosse il rappresentante di una grande azienda di prodotti cosmetici. La bella presenza era un requisito fondamentale per le aziende di quel settore e a lui quella non mancava davvero… L’uomo, che lì per lì le era apparso alquanto infastidito dalle sue domande, si era presentato, il giorno dopo, con una bellissima confezione di prodotti cosmetici e di igiene di altissimo livello, dono che lei aveva molto gradito e che le aveva fatto subito dimenticare le perplessità conseguenti allo strano atteggiamento evasivo e seccato del giorno prima.

Nel frattempo Edgar era stato assegnato ad un’altra squadra.

I nuovi colleghi non gli piacevano affatto.

A differenza dei precedenti notava in essi una volgarità e una bassezza morale che lo disgustavano… non avevano il minimo rispetto per le salme… se capitava, si appropriavano indebitamente di oggetti preziosi indossati dai defunti di cui avrebbero dovuto prendersi cura… inoltre… pur essendo retribuiti, accettavano o addirittura richiedevano denaro dai familiari dei deceduti per prestazioni già comprese tra quelle concordate dagli stessi con l’agenzia funebre… non seguivano la regolamentare procedura osservata invece rigorosamente da quelli con cui lui aveva collaborato in precedenza… avevano parole e gesti del tutto inadeguati al luogo, alla circostanza ed al servizio che avrebbero dovuto svolgere.

Da quando aveva iniziato il suo nuovo lavoro, Edgar odiava lo squillare del telefono che associava ormai alla morte di qualcuno. Solo con il tempo e con grande sforzo era arrivato a percepire la sua attività quasi una missione caritatevole… se non fosse stato per il denaro ricevuto a fine mese… d’altronde doveva pur vivere…

Adesso, dopo il cambio squadra, la sua mente aveva fatto passi indietro e la sua occupazione gli stava diventando insopportabile… anche peggio dei primi giorni quando, dopo essere stato in contatto con la morte, ne provava una tale ripugnanza da sentire il bisogno maniacale di lavarsi in continuazione. Edgar vedeva i suoi colleghi che, con indifferenza, manipolavano le salme e, nel contempo, parlavano, ridevano, facevano commenti inopportuni. Lui, che non era mai stato pio, si ritrovava, sempre più spesso, a recitare mentalmente qualche preghiera per il defunto e a chiedere perdono a Dio per quei compagni sciagurati.

Come una vera banda di malfattori, i componenti della nuova squadra, si dividevano con regolarità quanto incassato sia con il denaro extra richiesto ai parenti dei deceduti, sia dalla vendita degli oggetti preziosi che riuscivano ad infilarsi nelle tasche dopo averli sottratti ai defunti durante la vestizione degli stessi.

All’inizio, Edgar aveva cercato, con ogni scusa possibile, di defilarsi durante tali spartizioni ma gli altri non avevano gradito il suo atteggiamento e glielo avevano detto chiaro e tondo… “Tutti colpevoli… nessuno colpevole…” Chi si credeva di essere? Così, pur se disgustato, si metteva in tasca anche lui quei soldi che puzzavano di morte, materiale e morale allo stesso tempo.

La terza squadra alla quale fu assegnato si occupava delle cremazioni. Il grande forno lavorava ventiquattro ore su ventiquattro senza nessuna interruzione. La catena di montaggio di un vero e proprio girone infernale. Adesso faceva i turni… pomeriggio, mattina, notte, riposo per ricominciare daccapo.

Non aveva immaginato certo di far carriera in un’agenzia funebre, ma nemmeno di toccare il fondo di quell’attività di cui non era ancora riuscito a parlare a sua moglie.

I giorni passavano bui. Edgar, continuamente a contatto con la morte, adesso, dopo aver trascorso una fase in cui, affamato di vita, si era dedicato anima e corpo ai divertimenti, si sentiva svuotato. Si alzava, andava al lavoro, rientrava e trascorreva il resto della giornata apaticamente…

Avesse almeno potuto dormire…

Anche sua moglie era cambiata. Occupava gran parte della giornata nella cura di sé stessa. Da qualche tempo poi, aveva cominciato a truccarsi. Non che non lo avesse fatto prima, ma adesso il suo era un make-up inadatto che, anziché renderla più bella, le appesantiva i lineamenti dandole un aspetto volgare. Quando glielo aveva timidamente accennato, ella aveva prontamente ribadito che lui non capiva niente di donne e di trucco… perché lei usava prodotti di altissima qualità. Edgar, che temeva di averla involontariamente offesa, aveva rinunciato ad ogni ulteriore commento, ma non poteva fare a meno di notare le rughe messe ancora più in evidenza dallo spesso strato di fondo tinta che le penetrava nella pelle segnandole irrimediabilmente il viso.

Una mattina, convocato in ufficio, vi si era recato di buona lena nella speranza, chissà, di un qualche miglioramento.

Il signor Ferri era già là ad aspettarlo.

Dietro la grande scrivania, sopra il ripiano di una scaffalatura che, da terra arrivava al soffitto, catturò la sua attenzione una serie di cofanetti, tutti uguali, perfettamente allineati che era certo di non aver visto quando era entrato la prima volta in quella stanza.

Dinanzi a sé l’uomo bellissimo del loro primo incontro. “Le interessano i cosmetici?” Era chiaro che aveva seguito il suo sguardo. “Sono quelli che usano i tanatoprattori della nostra Compagnia… prodotti particolari, in uso esclusivo nella nostra azienda, che non si trovano in vendita. Ma… mi scusi.. si sente bene?”

No che non stava bene! La sera prima aveva mangiato pochissimo e la mattina era uscito solo con un caffè nello stomaco. Fece uno sforzo enorme per dire: “Un piccolo capogiro… mi scusi lei… Sto bene… si, si, sto bene.”

“Ho visto che osservava le confezioni di cosmetici e le chiedevo se fosse interessato… adesso molti parenti richiedono interventi conservativi e, quasi tutti, vogliono per i loro cari defunti trattamenti estetici… Si tratta di un servizio altamente specializzato. Come le avevo detto, noi rispondiamo a tutte le esigenze dei nostri clienti… Secondo me lei ne avrebbe le capacità… d’altronde, non mi sembra soddisfatto del suo attuale incarico…”.

Quando glielo aveva detto? Era andato all’appuntamento con la precisa volontà di chiedere un cambiamento ma Edgar era sicuro di non avergli ancora accennato del suo stato d’animo riguardo il lavoro. O forse gliene aveva parlato e, a causa del piccolo malessere, non lo ricordava?…

“In effetti, forse più che incarico, penso che dovrei proprio cambiare lavoro… non so davvero come sono finito… intendo dire… non riesco a capire come ho potuto accettare questa occupazione per la quale, mi creda, sento di non essere assolutamente portato. Mi perdoni, forse mi sono espresso male… Io la ringrazio… lei mi ha aiutato nel momento del bisogno, ed io le sono grato, mi creda… ma ritengo sia ora che io cerchi altrove.”

Non era possibile! No, non era possibile! Perché si ritrovava sul pulmino, con la valigetta dei cosmetici in mano? Come era successo? Era andato all’incontro perché doveva chiarire… perché voleva lasciare quel lavoro e andarsene da quel luogo… E invece…

“Lei non deve fare niente. Deve solo osservare.” A parlare era stato l’uomo che era sceso con lui. “Lo credo bene. E chi ne sarebbe capace?” “Certo. Nessuno nasce imparato.” Lo aveva stupito questa frase che aveva sentito dire qualche volta da sua madre.

Dopo un mese, di pratica sul campo, aveva iniziato quel nuovo incarico teso a rendere più gradevole agli occhi dei visitatori l’aspetto del deceduto, nel suo ultimo giorno di permanenza sulla terra… le sue abili cure ne rallentavano il naturale processo di decomposizione e il volto, sfigurato dalla morte, attraverso il suo intervento estetico, assumeva le rilassate sembianze di una persona addormentata… un compito che richiedeva procedure rigorose e tanta attenzione.

In quel periodo, il lavoro era aumentato e, la sua vita, scandita da una monotona sequenza invariata di azioni quotidiane, era diventata alquanto frenetica fra lo squillare del telefono, il recarsi al capannone, l’accorrere dove era richiesta la sua opera, tornare al fabbricato…

La conseguenza positiva era che il suo deposito postale aveva avuto un incremento notevole. Anche il conto corrente bancario, in comune con sua moglie, adesso disponeva di una bella cifra nonostante lei non facesse davvero economie… anzi… spendeva e spandeva, soprattutto per sé stessa e molto in cose superflue. Edgar, che non condivideva, aveva provato a farle qualche rimostranza, ma aveva poi finito, per amor di pace, con l’evitare qualsiasi commento sull’inutile sperpero di denaro che avveniva in casa sua e si sottraeva a tutte le discussioni che lei, al contrario, sembrava sempre pronta ad accendere.

Da qualche tempo, circondato dalla morte e in contrasto con la crescente vanità della sua compagna pressoché esclusivamente concentrata sul suo aspetto esteriore, egli sentiva un bisogno di interiorità e di raccoglimento sempre più prepotente di cui non le aveva parlato nella certezza che ella lo avrebbe sarcasticamente deriso.

Edgar aveva iniziato a rifuggire tutte le cose inutili e a frequentare una chiesa che si trovava ad appena pochi metri dalla loro casa dalla quale era divisa solo da una importante strada molto trafficata. Rientrando dal lavoro, ci passava davanti quasi tutti i giorni, ma, fino ad allora e sempre di fretta, non si era mai neppure voltato a guardarla.

QUARTA PARTE

Luigi Fondi,“ IL BACIO DELLA GRANDE RANA”, anno 1995. Materiali: Marmi Verde-Alpi, Bianco Industriale di Massa e Giallo di Siena, h. 80x80x50 cm.

Quel pomeriggio la sua attenzione era stata attratta da un giovane uomo, poco sopra la trentina, che accompagnava su per la lunga scalinata che conduceva all’ingresso del luogo santo, una signora piuttosto anziana. Edgar si era fermato sul marciapiede ad osservare quella scena che non aveva proprio niente di eccezionale. La donna, si teneva con la mano destra ad un corrimano mentre era sostenuta a sinistra da quel giovanottone che adeguava i suoi movimenti a quelli lenti di lei. Quando erano arrivati in cima, prima di entrare nel portone aperto, lei aveva fatto il gesto di prendere qualcosa dalla borsa, forse una piccola mancia, ma l’uomo l’aveva bloccata con la mano, aveva aspettato che la signora accedesse all’interno e, dopo essersi voltato, era entrato a sua volta.

Edgar, dalla strada, era sicuro che quell’uomo lo avesse guardato e gli avesse rivolto un sorriso.

Senza saperne la ragione, aveva salito a sua volta quelle scale ed era entrato in chiesa.

L’ambiente era in penombra. Aveva cercato, con gli occhi che si stavano abituando all’oscurità, la presenza di altre persone. Nessuno. Eppure i due erano entrati… Poi, inoltrandosi lungo la navata centrale, in una delle cappelle che la fiancheggiavano da entrambi i lati, aveva notato la figura rassicurante della signora davanti ad una statua della Madonna. L’anziana era seduta su un piccolo banco posto all’interno, lateralmente.

Del giovane uomo, nessuna traccia.

Si era fermato qualche minuto poi, deciso a rientrare a casa, si era diretto non all’entrata principale ma verso una porta laterale socchiusa dalla quale filtrava luce dall’esterno. Uscito, scoprì che da essa si accedeva ad un giardino che, più stretto su entrambi i lati, si allargava sul retro quasi ad abbracciare la chiesa.

Lungo tutto il perimetro, quell’oasi verde era chiusa da un’inferriata sulla quale si aprivano tre cancelli, due sui lati ed uno sul retro. La recinzione artistica, in ferro battuto egregiamente forgiato, si intravvedeva appena attraverso la fitta barriera creata dalle siepi e dalle belle piante giovani e rigogliose che nascondevano completamente la vista degli enormi palazzi circostanti. Un piccolo paradiso terrestre nel pieno centro della città in cui il rumore del traffico caotico si percepiva appena quasi fosse un ronzio di api. Il giardino si trovava in cima alla scalinata, molto più in alto rispetto alla strada e, dato che la parte inferiore dei cancelli laterali era cieca, era anche impossibile vederne l’interno.

Il giovane uomo era là. Seduto su una panchina di legno.

Sembrava lo stesse aspettando. “Buona sera!” Edgar rispose al suo saluto e al sorriso. “Bello qui. Non sembra neppure di essere nel cuore della città.” “Già, un bel posto per ristorare il corpo e l’anima… si sieda un attimo… se ha tempo…” Tempo? Stava rientrando dal lavoro… Da quando svolgeva la nuova attività e non aveva più orario, non aveva nemmeno più il pensiero di sua moglie che lo stava aspettando…. Era molto stanco, una volta a casa avrebbe mangiato un boccone e sarebbe andato a letto ma quella panchina e quel posto tranquillo lo invitavano a sostare un poco.

Quanto tempo era rimasto là? Si era fatto buio ed era solo. Forse si era addormentato…

Dove era l’uomo?

Aspettò che i suoi occhi si abituassero all’oscurità poi, accese la torcia del cellulare e, localizzato il cancello, lo aprì ed uscì dal giardino. Mentre scendeva veloce la scalinata si domandò: “Ma cosa ci siamo detti?”

Giunto al livello stradale si voltò all’insù. Il buio gli impedì di vedere ma senti il rumore metallico del cancello che veniva chiuso prima che lui avesse il tempo di accendere nuovamente la torcia del cellulare e puntarla in alto.

Doveva solo attraversare la strada ed era a casa. Non era più stanco e sentiva una pace ed una tranquillità che non provava da tanto.  Si ritrovò a pensare a quanto gli avesse giovato il poco tempo trascorso appisolato su quella panchina e che veramente, a volte, fosse salutare staccarsi da tutto e da tutti e concedersi anche solo un breve riposo.

Tornò ancora in quella chiesa ma non incontrò più quel giovane. Nessuno di coloro ai quali aveva chiesto notizie sembrava conoscerlo… nemmeno il parroco… eppure gli era parso che l’uomo avesse dimestichezza con l’ambiente… Quando accennò alla porta laterale ed al giardino, gli risposero che si sbagliava perché nella chiesa si poteva entrare e uscire solo dal portone principale e che, da molti anni, dopo alcuni furti, gli accessi ai lati che davano effettivamente sul giardino della chiesa, per ordine del Vescovo erano stati chiusi e che nessuno li aveva più aperti.

Gli dissero anche che la cura del giardino, che confinava sul retro con un antichissimo convento di clausura, era affidata esclusivamente alle monache del monastero che avevano il permesso di entrare dal cancello posteriore e che le monache, proprio per la loro condizione che le voleva fuori dalle cose del mondo, se ne prendevano cura solo all’alba. Eppure lui era sicuro di essere passato attraverso una di quelle porte di pomeriggio, di essere entrato nel giardino dove era l’uomo seduto sulla panchina, di avervi sostato e di esserne uscito da uno dei cancelli laterali.

Il parroco lo accompagnò a controllare.

Praticamente, era impossibile vedere entrambe le porte laterali e chi non ne fosse stato a conoscenza non ne avrebbe neppure sospettato l’esistenza. Esse erano effettivamente chiuse ed era palese che lo fossero da molto tempo perché sia da una parte che dall’altra erano ostruite da due solenni confessionali che, proprio perché le due uscite non venivano più usate, erano stati addossati proprio alle porte stesse coprendole completamente alla vista. Fuori dalla chiesa lo condusse anche presso il cancello dal quale diceva di essere uscito e fece notare ad Edgar che oltre al fatto che esso fosse alquanto arrugginito, zolle di terra erbose ne bloccavano l’apertura sia all’interno che all’esterno segno evidente che fosse inutilizzato da molto tempo. Lo accompagnò anche dalla parte opposta dove le condizioni erano le stesse.

Alla fine si convinse di aver sognato…

O cos’altro? Quello che gli stava succedendo ultimamente lo rendeva inquieto… a volte, gli capitava di vedere le sembianze di quel giovane in uomini o donne che, quando si avvicinava, scopriva essere completamente diversi dalla bella persona incontrata nel giardino della chiesa. Altre volte, invece, vedeva esseri orribili per poi rendersi conto che si trattava di donne o uomini di bell’aspetto, in ogni caso, di persone normali…

Tutto era iniziato una sera a casa sua. Era stato chiamato dallo squillo del telefono e, recatosi ad avvisare sua moglie, si era diretto nel bagno principale a lei riservato dove, con la porta aperta, davanti allo specchio, ella era intenta a truccarsi perché sarebbe dovuta uscire con un’amica… almeno così gli aveva detto. Non era entrato. Sulla soglia, l’aveva guardata mentre, vestita di tutto punto e con i tacchi alti, si passava il rossetto sulle labbra. Ormai era esperto di make up ed era convinto che avrebbe saputo fare meglio di lei… Avvertita la sua presenza, la donna si era appena voltata verso di lui che per poco non era svenuto alla vista di un essere orribile dalle unghie lunghe laccate di rosso e le labbra cadenti dello stesso colore. Non poteva essere sua moglie… lei era bella… nonostante si truccasse troppo e cominciassero a vedersi i primi segnali di una maturità imminente. Certe volte, quando la osservava muoversi per la casa la vedeva sì un po’ appesantita da qualche chilo di troppo e cambiata da quella che sembrava una senescenza precoce incipiente, ma non si sarebbe certo potuto dire che sua moglie, che aveva dieci anni meno di lui, fosse una donna brutta… non quell’essere repellente dalla bocca rossa….

Poi lei gli aveva risposto e tutto era tornato normale. Si era preparato un caffè per mantenersi sveglio durante la notte e si era seduto in cucina per riprendersi mentre aspettava che l’infuso fosse pronto.

Uscito dal portone di casa, gli era parso perfino di riconoscere il signor Ferri nell’uomo elegante che, appena lo aveva visto, si era fermato, come ad osservare qualcosa, davanti alla vetrinetta esterna, di quelle che si possono mettere o togliere, di una farmacia. Aveva avuto la netta impressione che l’uomo volesse evitarlo, però quando gli era giunto quasi vicino, l’individuo si era voltato e lo aveva guardato fisso negli occhi. Ma dove aveva visto la somiglianza con il signor Ferri? Doveva farsi visitare! La persona che Edgar, a rischio di sembrare maleducato, aveva osservato attentamente, non aveva, nel modo più assoluto, niente in comune con l’uomo giovane e bello che conosceva… questo, era un anziano dal viso grossolano e rugoso, vistosamente rovinato da un’acne giovanile che ne aveva devastato i lineamenti. Edgar, pensando al disagio di quella persona, avvertì una specie di rimorso per il disgusto provato nel guardarlo. Passandogli accanto, aveva notato che la vetrinetta della farmacia, verso la quale l’individuo si era in un primo tempo voltato e che già di suo non poteva essere così attraente, era addirittura vuota e spenta.

Quella sera era stato chiamato in ospedale dove, nelle ultime ore, erano avvenuti diversi decessi ed aveva impiegato tutta la notte a compiere il suo servizio.

Mosso da compassione sia per le persone defunte che per i loro congiunti, Edgar eseguiva il suo lavoro con cura meticolosa e con il massimo rispetto.

Durante quella notte trascorsa in obitorio era rimasto alquanto turbato dai discorsi di due necrofori di una squadra supplementare chiamati ad occuparsi di altre persone decedute a causa da un brutto incidente. A sentirli parlottare fra di loro, sembrava che la Compagnia, la stessa per la quale pure lui lavorava, si occupasse anche di autopsie e che, nel sotterraneo del fabbricato esistesse una sala operatoria superattrezzata con i più moderni macchinari dove, in segreto, chirurghi, eseguivano dissezioni ma anche espianti e trapianti di organi e che, dopo aver fatto far loro un corso ed un breve training interno, in quel luogo speciale, erano stati ammessi anche un paio di tanatoprattori particolarmente abili nella ricomposizione dei cadaveri. I due parlavano convinti che Edgar, che si trovava dall’altra parte della grande stanza non potesse sentirli. Entrambi oltre la sessantina, non si erano resi conto che il tono della loro voce, che essi credevano basso, era invece percepibile da una persona giovane e senza problemi di udito. Quegli uomini discutevano di alcune mansioni relative all’attività che si svolgeva sottoterra come di un avanzamento di carriera concesso a pochissime persone e parlavano con palese invidia delle cifre ragguardevoli percepite dagli addetti in servizio nel sotterraneo. Era la prima volta che Edgar ne sentiva parlare.

Poi, si ricordò del giorno in cui era entrato a chiedere informazioni sul cartello affisso per la ricerca di lavoratori e dell’uomo vestito come un chirurgo, intravisto solo un istante. Rammentò che gli era sembrato disturbato dalla sua presenza e che, senza tanti complimenti, gli aveva letteralmente ordinato di bussare alla porta di destra. Quel giorno aveva scambiato il tono brusco e perentorio dell’uomo per quello di una persona molto indaffarata ma adesso, si rendeva conto che quello era più verosimilmente l’atteggiamento di uno che voleva levarsi di torno l’intruso entrato senza preavviso… In effetti, che senso aveva un uomo vestito da chirurgo nel capannone deposito di una agenzia funebre?

Rientrato a casa, di buon’ora, aveva trovato sua moglie che dormiva profondamente. Nel timore di svegliarla entrando nella toilette in camera da letto, aveva pensato che, per una volta tanto, avrebbe potuto usare l’altro bagno, quello che lei considerava di suo dominio assoluto. Alla ricerca di un asciugamano, aveva aperto un armadio che si trovava nella stanza, sicuro di trovarlo.

Il cofanetto era sopra un ripiano, un po’ nascosto da una scatola dove, sistemate verticalmente, stavano tutta una serie di spazzole e pettini di ogni tipo. Lentamente, con le mani bagnate che gli tremavano, aveva tirato fuori, prima il contenitore delle spazzole, e poi la confezione di cosmetici.

QUINTA PARTE 

Riccardo Sanna, L’angelo della vita. Olio su tela – dim. 25 x 25 – anno 2024

Come era finita a casa sua? Da quanto tempo era lì? Dove l’aveva presa sua moglie?

Il cuore gli batteva all’impazzata. Ne era più che certo… il signor Ferri gli aveva detto che quelle confezioni non erano in vendita… Come ne era venuta in possesso sua moglie? L’aveva forse sottratta dal portabagagli della macchina di seconda mano che usava solamente lui dopo che lei si era appropriata di quella più nuova e di cilindrata maggiore? Possibile però che non ricordasse di avercela mai lasciata? Che avesse scoperto il suo lavoro? E perché non gliene aveva parlato?

Ma lui non teneva niente in macchina. Tutto ciò che serviva al suo lavoro era ordinatamente riposto nell’armadietto a sua disposizione, nel capannone… Con le mani tremanti, rimise tutto in ordine.

Si affacciò alla porta della camera.

Dovette aggrapparsi allo stipite della porta… adagiato sul suo letto c’era nuovamente l’essere mostruoso della sera prima.

Certamente aveva fatto rumore, perché si era svegliato… ma adesso era di nuovo lei a parlargli: “Ciao. Che ci fai lì sulla porta? Quando sei tornato? Stai bene? Hai una faccia…”

Una raffica di domande che non aspettavano risposta e che non la ebbero. “Scusami, devo tornare nuovamente al lavoro. Ci vediamo più tardi.”.

Come in trance aveva lasciato l’appartamento, era salito in macchina, si era diretto al capannone ed era entrato, come una furia nell’ufficio del signor Ferri.

“Buongiorno Edgar, grande nottata quella trascorsa… Ha bisogno di altro materiale?”

Il signor Ferri si era alzato dalla poltrona, si era voltato e, dalla scaffalatura alle sue spalle, aveva preso una confezione di cosmetici uguale a quella di sua moglie.

All’improvviso fu come se un velo gli si fosse squarciato davanti agli occhi… il cofanetto… il signor Ferri… sua moglie…

Adesso, la persona, che gli stava di fronte con la scatola in mano, somigliava, anzi, decisamente, era il vecchio dal viso butterato dall’acne incontrato sotto casa. Poi, mentre Edgar lo fissava sbalordito, lo vide assumere le sembianze di un mostro, un demone enorme ed orrendo, un essere che, dall’altra parte della scrivania, lo sovrastava completamente parlandogli con voce suadente e profonda e gli sorrideva mentre lo guardava dall’alto con uno sguardo maligno e terribile. Una sensazione di gelo mista a terrore lo fece rabbrividire. Senza saperne la ragione, in un gesto istintivo, Edgar si fece il segno della croce.

“Qualcosa non va?” L’essere mostruoso era scomparso ed al suo posto c’era nuovamente il signor Lucio Ferri che lo guardava dritto negli occhi ed aveva il solito sorriso accattivante. “Sembra che lei abbia visto il Diavolo… Forse quest’ultimo periodo le abbiamo dato un carico di lavoro eccessivo… Probabilmente lei ha bisogno di qualche giorno di ferie…”

Aveva preso la scatola ed era uscito come una furia con l’intenzione di correre a casa. Mentre saliva in macchina, si era girato verso il capannone… l’essere orrendo era sulla soglia del grande portone di ferro… lo fissava e rideva… Si era precipitato a mettere in moto e partire.

Il camion della nettezza urbana lo aveva visto all’ultimo minuto.

L’ambulanza, la corsa in ospedale… i medici… “Lei è stato miracolato! Uno scontro simile…”

Era vero. Doveva ringraziare Dio!

E perché allora si trovava in quella clinica?

Edgar ricordava tutto… in ospedale era arrivata sua moglie… poi, nel corridoio, aveva intravisto il signor Ferri… e aveva sentito un medico parlottare con lui fuori la porta della stanza. I due discutevano di celle frigorifere vuote, di una pressante richiesta di “pezzi di ricambio”… di uno spostamento del paziente presso la “struttura”. Edgar faticava a collegare quello che i due uomini si dicevano, riusciva però a capire che, in qualche modo, i loro discorsi lo riguardavano. Perché il medico prendeva accordi con il signor Ferri? Quale struttura? E perché se non aveva riportato danni o lesioni gravi? A quel punto aveva preso forma il sospetto che si era insinuato in Edgar la notte precedente ascoltando i due necrofori… Il sotterraneo… le autopsie… gli espianti… i trapianti… All’improvviso ricordò perfettamente di aver sentito parlare anche di stanze refrigerate dove si trovavano i corpi da cui espiantare i pezzi di ricambio… Era solo nella stanza e, percepiva una grave sensazione di pericolo. Due infermieri erano entrati con una barella. “Che volete? Dove mi portate? Aiuto! Qualcuno mi aiuti per l’amor di Dio!” “Stia tranquillo! Perché grida?” “Dove mi portate?” “Lei è troppo agitato. Si calmi!” Adesso il signor Ferri ed il medico gli stavano ai lati del letto cercando di ridurlo al silenzio… avevano entrambi sembianze mostruose. Edgar aveva continuato a gridare divincolandosi dalla stretta dei quattro. Il signor Ferri ed il medico, a voce bassissima, avevano anche iniziato a discutere animatamente fra di loro… “Il paziente doveva essere già pronto! Una iniezione di sedativo… ci voleva tanto?” Era accorso un altro dottore che somigliava in modo impressionante all’uomo nel giardino della chiesa. Era molto più giovane degli altri ma il suo tono severo e perentorio non ammetteva repliche. “Che succede?” “Il paziente deve essere sedato. Deve fare degli esami in un’altra struttura…” “Sedato? E perché? Il paziente è tranquillo… ha avuto un brutto incidente e ha solo bisogno di riposo. Non mi risulta che debba fare ulteriori esami… in quale struttura? Ci penso io. Quello che ho visto è un fatto molto grave. Lo farò presente alla Direzione.” Dopo un’accesa discussione, il signor Ferri ed il primo medico se ne erano andati furibondi seguiti dai due paramedici con la barella vuota.

Poi il nuovo arrivato si era accostato al letto di Edgar. Non aveva parlato, gli aveva solo accarezzato i capelli e lui si era sentito immediatamente al sicuro.

La diagnosi l’aveva letta lui stesso nella sua cartella clinica lasciata dall’infermiera sul tavolinetto in fondo al suo letto a disposizione dei medici in visita… DELIRIO MISTICO… ma se lui era stato ricoverato per un incidente…

La degenza che era seguita nella casa di cura era stata un sollievo…

Ora voleva uscire da lì. Stava bene. Fuori avrebbe iniziato una nuova vita… avrebbe cercato un altro lavoro ed un posto in cui vivere tranquillo… glielo aveva detto anche quel giovane medico… quello che era accorso in suo aiuto in ospedale e che somigliava come una goccia d’acqua all’uomo incontrato nel giardino della chiesa, lo stesso che, da quando stava in quella clinica, tutte le sere veniva a trovarlo nella stanza, si avvicinava al suo letto, gli prendeva la mano e lo rassicurava… il dottore buono, come lo chiamava lui, che, quando aveva chiesto informazioni, nessuno sembrava conoscere. Quello che una sera, dopo avergli anticipato che il giorno seguente lo avrebbero fatto uscire, gli aveva consegnato un biglietto da visita dicendogli di non preoccuparsi.

E infatti, era stato dimesso. Non c’era sua moglie ad aspettarlo. In realtà lui non le aveva neppure telefonato per avvertirla. A che scopo?

Edgar aveva preso un taxi e si era fatto condurre all’indirizzo sul cartoncino. Un cancello si era aperto immediatamente non appena aveva pigiato il campanello posto su una colonna laterale.

La donna che lo aveva accolto era tranquilla e confidente come se lo avesse conosciuto da tempo. Lo aveva accompagnato all’interno di una grande costruzione bianca, fino ad una camera da letto con bagno.

Era un convitto universitario gestito da religiosi. “Il dottore ci ha parlato di lei. Siamo contenti che sia qui. Vedrà… qui si troverà bene.”

“Il dottore? Finalmente qualcuno che lo conosce! Cominciavo a temere di averlo sognato…”

“Ma certo che lo conosco! Tutti lo conoscono…”

Era trascorso del tempo. Edgar aveva iniziato ad insegnare presso l’istituto scolastico dove risiedeva. Si era ritirato dall’impresa di pompe funebri e aveva denunciato alle autorità i suoi sospetti. Si era anche separato da sua moglie. Deciso a troncare tutti i legami con il passato, pur con il parere contrario del suo avvocato, le aveva concesso molto più di quanto le sarebbe spettato. A lui bastava lo stipendio che percepiva e non chiedeva niente di meglio della vita semplice che adesso conduceva. Il denaro del conto postale, l’unico su cui, non essendone a conoscenza, sua moglie non aveva messo le mani, lo aveva consegnato al dottore affinché ne avesse fatto beneficenza a chi avrebbe ritenuto opportuno oppure lo avesse utilizzato per il collegio che lo aveva accolto. Era certo che sarebbe stato speso nel migliore dei modi.

Da parte sua, aveva voltato pagina.

Adesso trascorreva giorni sereni scanditi dalle mattinate occupato in aula con gli studenti e pomeriggi ad aiutare ovunque ce ne fosse stato bisogno. Quando gli era possibile si occupava del giardino, della cucina, di piccoli lavori di muratura… attività manuali che non aveva mai fatto in vita sua e che gli davano grande soddisfazione.

Il cellulare, strumento indispensabile al suo lavoro precedente, aveva finito di tormentarlo. Aveva dato ai suoi allievi il suo numero e adesso, raramente, squillava solo quando qualche studente aveva bisogno di chiarimenti. Finalmente la notte riposava tranquillo nel suo letto. Ogni tanto gli capitava di ripensare a quel periodo della sua vita e a quanto era stato facile trovarsi all’improvviso in una situazione che mai avrebbe immaginato.

Un giorno o l’altro avrebbe anche trovato il coraggio di uscire, di affrontare nuovamente il mondo esterno senza il timore di essere sopraffatto dal male che inevitabilmente circonda ogni essere umano. Per il momento stava bene così.

Era rimasto assai sorpreso quando aveva visto che il suo avvocato lo aveva cercato. Tutto era stato definito, e da tempo.

Il legale lo aveva richiamato per sua moglie… Era stata trovata, morta, in un parco pubblico.

Da quando era stato ricoverato nella clinica, lui non l’aveva più rivista e dopo il divorzio, non ne aveva più avuto notizie…

Chi le aveva tolto la vita doveva essersi prima intrattenuto con lei perché accanto al cadavere erano stati rinvenuti fazzoletti di carta sporchi, mozziconi di sigarette ed un paio di bottiglie vuote.

Entrare nell’obitorio, gli aveva fatto uno strano effetto. Gli accertamenti del caso erano terminati e gli addetti delle pompe funebri aspettavano solo che tutti i presenti fossero usciti per intervenire sul cadavere. Edgar non conosceva nessuno di coloro che erano là, pronti a svolgere quel lavoro che anche lui aveva esercitato fino a poco tempo prima. Quando quegli uomini si erano avvicinati, aveva detto loro che sarebbe stato lui, personalmente, a prendersi cura del cadavere di sua moglie. Quelli, usciti forse a chiedere il permesso a qualcuno, erano tornati dicendogli che avevano l’autorizzazione ad acconsentire alla sua richiesta e gli avevano consegnato il necessario appoggiandolo sopra il ripiano in vetro di un carrello di metallo verniciato di bianco.

Rimasto solo con lei nella stanza, ripiegato il lenzuolo funebre che la ricopriva da testa a piedi, con gli occhi pieni di lacrime, era rimasto alcuni secondi ad osservarla. Completamente nuda si sarebbe detto che dormisse. Eppure era morta di morte violenta… un taglio profondo alla gola era stato la causa del decesso, ma tutto il suo corpo era pieno di lividi e ferite.

Indossato un camice, l’aveva lavata lentamente e con cura, poi, sotto gli occhi degli impiegati delle pompe funebri sbalorditi da tanta perizia, aveva attuato tutte le pratiche di conservazione della salma ed infine, dopo averla rivestita, aveva iniziato e portato a termine il trattamento estetico sul suo volto. Finito il lavoro si era allontanato di un passo e aveva contemplato la sua opera. Era bellissima! Forse, non era mai stata così bella! Non si poté trattenere dal piangere.

Poi, sentendo alle spalle una ventata di aria gelida che lo aveva fatto rabbrividire, si era girato verso la porta. Il signor Lucio Ferri era sulla soglia. Si erano guardati negli occhi poi l’uomo si era avvicinato e gli aveva detto: “Complimenti Edgar! Questa sua prestazione è davvero un’opera d’arte! Peccato… avevo grandi progetti per lei… perché ha rovinato tutto?…”

Lui non aveva risposto niente… era stranamente tranquillo. Presa una coroncina del rosario che teneva sempre in tasca, aveva girato le spalle a quell’individuo e l’aveva sistemata delicatamente tra le mani della donna.

Un passo all’indietro e il signor Ferri non c’era più. Al suo posto, l’uomo incontrato nella chiesa, il dottore. “Hai fatto un buon lavoro Edgar… ma ora vieni… andiamo via di qua…

Luigi Fondi, 1990) RICERCANDO LA PACE. Marmo bianco industriale di Carrara e legno di abete patinato di verde: h. 189x51x26 cm.

Reading… EDGAR…the new job”Translated from Italian by the author  

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Voce narrante Christian RENZICCHI

 

 

 

 

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