4/Giuseppe Bellucci si racconta: in..canto e non solo

GIUSEPPE BELLUCCI SI RACCONTA… APPRENDERE DA AUTODIDATTA

Ancora una pagina va ad arricchire lo spazio APPRENDERE&RACCONTARSI dedicato al tema dell’autoformazione e dell’apprendimento nei contesti informali e non formali. Ringraziamo Giuseppe Bellucci per la disponibilità a voler condividere con gli amici della Community di Geapolis la quarta e ultima parte del suo racconto autobiografico.

La formazione giovanile (Prima parte) clicca qui 

In punta di colore- la pittura (Seconda  parte) clicca qui

“Sentendomi parlar di ottava rima…”- la poesia  (Terza parte) clicca qui

Quarta parte / IL CANTO

Trattando del canto in questa quarta  parte autobiografica, riaffiorano inevitabilmente i ricordi giovanili degli anni compresi tra il ’60 e il ’70 quando, a volte, gli ultimi canti andavano affievolendosi qua e là lungo le anguste viuzze, man mano che i componenti dell’allegra combriccola, accomiatandosi dal resto della comitiva con la “buona notte” e il “ci vediamo domani”, facevamo ritorno verso casa. Sul selciato deserto, dopo un’altra delle belle serate trascorse insieme allegramente, in compagnia di un bicchier di vino, tra un canto e l’altro e chiassose risate, non si udivano che passi frettolosi perdentisi in lontananza.

ERA UN'EPOCA IN CUI...

Nei paesi dell’entroterra come Blera, lontano dalle vie di comunicazione più importanti, tutto il mondo era ancora quello compreso entro le mura cittadine. Pochi gli automezzi privati, due sole corse giornaliere di autolinee la collegavano a Viterbo e gli abitanti vivevano del proprio: agricoltura o allevamento. Si incominciavano a intravedere è vero i benefici del boom economico ma la maggior parte della gente continuava a spendere la propria vita entro il perimetro urbano.  

Non c’erano locali di svago. Tranne la sala cinematografica, la cui presenza era un vantaggio sui paesi contermini, il tempo libero si trascorreva al bar, in passeggiate fuori porta soprattutto la domenica, o nelle cantine che abbondavano. Era un’epoca in cui cantavano un po’ tutti: pastori e contadini cantavano le ottave improvvisate o quelle di Tasso e Ariosto; canticchiavano le casalinghe mentre sfaccendavano, canticchiavano gli artigiani lavorando alacremente, cantavamo noi giovani. Non stupiva perciò percorrendo i vicoli sentire di tra gli usci socchiusi, canti  di singoli o comitive.  Pure il gruppo di amici di cui facevo parte, non era esente dal ritrovarsi qualche volta in cantina: si vagheggiava il futuro, si commentavano le prime “cotte”, poi inevitabilmente  tra un bicchiere e l’altro, si finiva per cantare. Il timbro della mia voce da baritenore, faceva sì che fossi sempre io a dare il “la”per cominciare. “Oh Dio del cielo”,” Monte Canino” “La tradotta”, “Il testamento del capitano”  “Piemontesina” erano alcune delle canzoni più vocalizzate perché si prestavano a canti di gruppo. Le domeniche pomeriggio erano dedicate al passeggio che si sviluppava in lunghe “vasche” fuori porta, in cui ragazzi e ragazze  camminavano in formazioni  separate.  Sembravamo appartenere a due mondi diversi, come se non ci fosse possibilità di argomenti condivisibili di cui parlare. Era il retaggio ereditato fin dalle elementari dove vigeva la separazione delle classi maschili e femminili. Specchio della ristrettezza mentale dell’epoca.

SERENATE & POEMI CAVALLERESCHI

Crescendo perciò non stupiva se le amicizie si sviluppavano entro questi parametri. La conquista di un cuore femminile, diversamente dall’oggi, avveniva attraverso un vero e proprio corteggiamento durante il quale, per superare anche dei pregiudizi,  si ricorreva a mille espedienti per metterci in mostra agli occhi delle ragazze.  I miei amici ed io fummo  gli ultimi, in paese, a mantenere in vita la tradizione della serenata. Chi dai 14 anni in poi non ha preso una cotta per qualche ragazzetta? E come esprimerla al meglio se le circostanze non consentivano che rari approcci ravvicinati? La serenata era un modo romantico di esprimere i propri sentimenti. 

Con una chitarra e un organetto, quando tutto era silenzio nei vicoli deserti e poco illuminati, ci si recava in due, massimo tre, a sera inoltrata, senza preavviso, sotto le finestre della ragazzetta ambita. Con voce soffice e chiara iniziavo a cantare traendo le canzoni dal ricco repertorio dell’epoca, nel quale annoveravo tra le altre: “Serenata celeste”, “Un sorriso”, “Rose rosse per te” “Canto a voce piena” “La notte”, “Chitarra vagabonda” “Tu si na cosa grande”  “Chitarra suona più piano”.  Gli occhi all’insù scrutavano ansiosi le finestre buie.  Ed  ecco, una tendina sembrava muoversi leggermente; qualcuno ascoltava.  Della finestra accanto si poteva scorgere uno spiraglio aperto con cautela. Era lei? La madre?  La sorella? Non aveva importanza,  continuavo a modulare la voce convinto che anche lei stesse ascoltando. Intanto, quasi con pudore qualche finestra del vicinato si illuminava. Qualcuno si affacciava anche.

Quando il miniconcertino terminava, ricevevamo pure applausi isolati. Il mattino dopo  avevamo dato un motivo in più per ravvivare il  chiacchiericcio del vicolo. Una volta ebbi la poca accortezza di prestare la voce  ad un amico che spasimava per una ragazza che abitava poco distante dalla mia “musa”. Andammo a farle la serenata ed io, su sua richiesta perché stonato,  mi prestai a cantare. Non lo avessi mai fatto! Poiché nel caseggiato, oggetto dell’esibizione,  abitavano tre ragazze di età giusta per me, il mattino dopo alcune madri, commentando le canzoni e non potendo attribuire con certezza a chi fossero dirette, mi attribuirono flirt ora con l’una ora con l’altra. Nel paese le voci corrono in un baleno e figurarsi cosa mi ci volle per spiegare alla mia “fidanzatina” come stavano le cose. Non  mi limitavo a cantare solo le serenate. All’occasione  cantavo anche  le ottave dei poemi cavallereschi.

MISERERE MEI

Nella processione del Venerdì Santo, a Blera, dietro la bara del Cristo morto c’è il coro degli uomini che canta il “Miserere” a tre voci: il primo solista che innalza il canto, il secondo solista che lo riprende e poi il coro completa ogni versetto. Un canto tramandato oralmente  dalla notte dei tempi. Avevo 17 anni quando iniziai a far parte di questo complesso di voci. L’anno successivo il direttore, volle che condividessi con lui il ruolo di primo solista. Due anni dopo quella parte era solo mia. La prima volta in cui dovevo cominciare da solo al cospetto della folla che si assiepava lungo il percorso della processione l’ho ancora davanti agli occhi. Alle  21 circa, l’affaccio dal portone spalancato della chiesa già gremita di suo,  mostrava la piazza sottostante ricolma di gente che, in un silenzio assoluto, assisteva allo sfilare dei figuranti. Dalla soglia, come  consuetudine intonai la prima strofa. L’approfondito allenamento aveva fatto sì che la voce rispondesse bene, il fiato anche. L’emozione che avevo paventato svanì di colpo. Mille occhi nella semioscurità li sentivo puntati su di me, ventenne, che padroneggiavo il canto disinvoltamente. L’accento era robusto mentre invocava la supplica delle strofe: “Miserere mei ….”  Fui pienamente convincente ma durò poco perché l’arruolamento nei carabinieri non consentì la reiterazione. Ciò però avvenne successivamente, negli anni di servizio a Roma. Potendo abitare a Blera, avevo ripreso la mia parte per qualche anno,  interrotta nuovamente dal trasferimento a Firenze.  Ritornò  ad essere definitiva con l’età pensionabile.

DISCIPLINA & APPARTENENZA

Durante gli anni di servizio la voglia di cantare fu parecchio condizionata, ma non del tutto. Nel periodo in cui ho comandato una compagnia di allievi carabinieri a Roma, in prossimità delle festività natalizie, organizzavo una serata di “cabaret” suscitando l’entusiasmo di quei giovani soggetti ad una vita addestrativa  che poco margine lasciava allo svago.  Trattandosi di una mia esclusiva iniziativa, non potevo informare ufficialmente i miei  superiori per avere un eventuale supporto logistico all’allestimento dello spettacolo. E allora, dove mancano i mezzi si aguzza l’ingegno.

L’area antistante gli uffici del comando era uno spazio sufficiente ad ospitare tutti i subalterni seduti. Detti perciò disposizione affinché in fondo si allestisse il palco  costituito da due porte appaiate poggiate sulle reti di due brande. Il  sipario erano costituito da due lenzuola distese su una corda tesa tra due mura contrapposte. Piante plastificate che sostavano perennemente in punti strategici  venivamo spostate per creare un po’ di coreografia.  Mixer, microfono e chitarre li procurava un collaboratore.  Et voilà, tutto era pronto per una serata all’insegna del divertimento. Nel pomeriggio l’attesa cresceva di intensità. Il gruppetto di allievi dello spettacolo dimostravano  una efficienza organizzativa non comune. 

Finite le lezioni, saltavano il pasto serale pur di provvedere  all’allestimento del palco, delle sedie, all’acquisto di bevande presso lo spaccio …. applicavano perfino  dei festoni per creare più atmosfera. Dalle 19,00 si andava avanti per circa tre ore. Se ad ogni Corso rimanevo basito dalle specificità di certi allievi come imitatori, barzellettieri, poeti, musici, dall’altra non meno stupiti erano i miei sottoposti allorché nel bel mezzo mi esibivo anch’io. Li rivedo ancora quei giovani sguardi meravigliati, increduli,  nel  vedere l’autorevole loro comandante sciogliersi in quella circostanza. Torna a Surriento, Comme facette mammeta, ‘O surdato ‘nnammurato, Scapricciatiello, Tu vuo’ fa l’americano erano alcune delle canzoni  con cui mandavo in visibilio la platea. Alcune volte anche al Circolo Ufficiali, il Comando organizzava una serata di festa per noi in occasione del Carnevale, e pure in quelle circostanze  non evitavo di esibirmi.

IL CANTO COME ESPERIENZA DEL NOI

 A Blera ho fatto parte di due corali delle quali sono stato anche presidente.

In anni più recenti ho militato nella corale parrocchiale di Vetralla e contemporaneamente ho alimentato il sodalizio canoro con l’associazione culturale OperaExtravaganza, nella stessa cittadina, fondata e diretta da due coniugi stranieri. Lei, finlandese, è soprano, motivo per il quale gli eventi sono tutti improntati all’esercizio e  diffusione dell’opera lirica. Ho fatto parte del coro in alcune opere come la Traviata, il Pipistrello, Elisir d’amore, con le quali  ci siamo esibiti nei teatri comunali di Tuscania (VT), Amelia (PG), Bevagna (PG), Bolsena (VT), e Caffeina di Viterbo. In Elisir d’amore sono stato anche voce solista nella parte del sergente Belcore. Molteplici impegni in quest’ultimo periodo purtroppo non mi hanno più consentito di continuare l’esaltante esperienza. L’impegno delle prove necessita di continuità ed io non ero più in grado di garantirla.

Fuggì quel tempo in cui ne “Il Pipistrello”,
ne “La Traviata” o l’ “Elisir d’amore”,
io mi spendea quasi un attor novello
pien d’entusiasmo e inusitato ardore.
Altri orizzonti aprirono il cancello;
l’arte della scrittura e del colore,
e se talor s’affaccia nostalgia,
guardo le foto e scrivo una poesia!!

E con questa ottava, vi invito a leggere il racconto  che riguarda l’altra mia passione: la poesia clicca qui

A conclusione dei miei brevi accenni autobiografici, ringrazio l’Associazione Culturale Geapolis per l’ospitalità che ha voluto concedermi. Non escludo che da queste brevi note possa prendere avvio una narrazione più particolareggiata. E’ una premessa o una promessa? Chissà, tempo al tempo!

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