In punta di penna/ LE STANZE DELL’ATTESA

.

.

Noi siamo la nostra memoria.

Con l’invecchiare si recuperano memorie antiche,

si ricordano delle cose della propria infanzia che prima non si ricordavano.”

Umberto Eco

.

.

.

.

.

.

.

Conversazione con Maria Luisa DANIELE TOFFANIN

.

 a cura di Antonella CESARI 

.

.

.

Nei mesi scorsi é uscito il nuovo libro di Maria Luisa. Partiamo dal “cuore” della stanza bassa. Da quale sorgente attinge e a quali attese richiama?

 

Il libro “LA STANZA BASSA DELL’ATTESA” è dedicato a mia madre Lia. Lei era il cuore pulsante della casa. Mi piace definirla vestale del passato, anima del presente,  tuttavia sempre protesa nell’attesa del dopo. Per lei la casa, quale spazio e luogo fisico ha avuto un’importanza fondamentale, soprattutto negli anni dell’attesa del ritorno di mio padre  Gino dai  campi di internamento militari italiani (IMI).

La casa era lo spazio dove  prendersi cura della luce viva dei legami familiari nel buio della guerra. Legami da custodire e da tramandare: aveva un cassetto segreto chiuso a chiave, dove teneva i suoi ricordi che un giorno mi svelò, quasi volendomi passare il testimone, come fa chi dà valore alle proprie radici e vuole affidarle ad altri della famiglia. 

 

Per saperne di più  LA GRANDE STORIA IN MINUTE LETTERE

.

.

.

.

La sua capacità di tessere relazioni e di creare rapporti amicali profondi  fu la sua forza,  e  risorsa vitale per tutta la nostra famiglia, soprattutto  quando mio padre Gino ritornò stremato fisicamente e psicologicamente dai campi di internamento italiani.

“Le due  stanze” e mia madre sono per me memoria e radice: via Aristide Gabelli con  la sua Stanza Alta, lì dove ho vissuto la mia infanzia, e poi  Via Ognibene della Scola, con la sua Stanza Bassa, quella dove ho vissuto  il reinserimento di mio padre nella vita familiare e civile, io ormai  adolescente. Anche la grande cucina della casa nuova aveva il suo ruolo: era  il luogo dell’incontro, dell’accoglienza, sempre  aperta a tutti, presenze del passato e dell’oggi,  in un clima di amicizia, di solidarietà.

L’amicizia, quindi,  è stata fondamentale nella vita di mia madre, come una grande fede nel rapporto umano, nei valori più elevati, patrimonio  condiviso da tutti in via Ognibene della Scola. Ed é giusto parlarne anche ora  in questo tempo di guerra, di ferocia, di individualismo acceso. 

Noi ragazzi respiravamo questa atmofera proprio da lei che  era maestra,  madre  e regista. Sapeva creare occasioni di divertimento per tutti insieme figlie, cugini, scolare, coltivando in noi  il senso  dell’arte e della bellezza. Proprio lì abbiamo imparato l’amore per il teatro.  Attraverso le nostre stesse recite fra le tende di cretonne si  viveva l’attesa che genera altra attesa, secondo la dinamica del pensiero proteso al futuro. Ricordo che le amicizie adulte erano sempre onorate, anche con piccoli doni: famose le cassette di frutta e verdura natalizie per gli amici Mengoli. Tutto costruito con attenzione, cura,  personalizzato nel modesto contesto sociale del periodo postbellico. Per questo, mia madre comprava scampoli da un magazzino definito “Dagli Americani”, per preparare lentamente il corredo per noi figlie. Sempre in quest’ ottica del risparmio, si alzava al mattino presto, per preparare il cibo per la nostra villeggiatura al mare. Era una donna con uno sguardo poliedrico: più che adattarsi al consumismo e alla modernità, mia madre ha avuto la capacità di gestirlo, plasmarlo come era utile… La stanza bassa in via Ognibene della Scola é espressione quindi di “uno stile di vita”, in cui la memoria della nostra famiglia e della storia era garante di valori umani e universali. 

.

Ed ecco che il mio ricordo va a nonna Elvira, moglie del nonno Onorevole Sebastiano Schiavon,  morta nel periodo di assenza di mio padre e di suo figlio Leone. Zia Amelia invece, sorella della nonna Elvira ed altra espressione del passato é vissuta a lungo accanto a noi. Con zia Maria Favaretti ci univa il comune rispetto della sacralità della famiglia e della  memoria: amavamo anche sostare a tavola insieme in allegria con i suoi mitici gnocchi e il suo canto friulano. Senza dimenticare Rosina Blasi, la moglie di quel sarto che ha amato profondamente Sebastiano Schiavon e che ne ha raccolto il suo ultimo respiro. 

Per saperne di più  SEBASTIANO SCHIAVON LO  STRAPAZZASIORI  

.

.

La perdita, la memoria, il ricordo per ri-animare la vita. Quando e come è nata l’dea di scrivere il libro  “La stanza bassa”? Quale il legame con la “stanza alta”?

 

L’idea di scrivere il libro l’ho sempre avuta, sollecitata ultimamente anche da mio figlio. Lette alcune pagine del mio lavoro, mi ha suggerito di continuare in questa forma di testimonianza di luoghi, di persone irripetibili in questa fase postbellica di rinascita. Elementi, secondo lui, quasi mitici da trasmettere alle nuove generazioni. Quindi, gli ho dato ascolto perché, in qualche modo, venivo a spiegare ancora a me stessa il perché del mio esserci interiore di oggi. Un ricordare il mio, quindi, non come una forma deviata, malata, nostalgica, ma una ricerca di sé per trattenere germogli di vita  da rinnovare adesso. E qui ripenso ad Umberto Eco, alle sue parole: “l’unica cosa che davvero non dobbiamo dimenticare è di ricordare di ricordare”. È stato una specie di mantra, il richiamo a scrivere su quella parte centrale della mia vita, dove molto si è compiuto. Si tratta dello spazio temporale di  otto/dieci anni, il momento più significativo prima di entrare nel modo del lavoro e degli impegni adulti come  spose e madri.  E ritornando indietro nel tempo, Padova pareva stretta ai miei genitori e agli amici patavini, che hanno sperato in una rinascita a contatto con la campagna. Io, intanto, mi ero nutrita della bellezza dell’insegnamento dell’arte, della musica, della poesia che alitava in via Gabelli. Ancora ricordo il poeta Giulio Alessi e la scrittrice Giannina Facco. Lì quindi é avvenuta la formazione al bello dal punto di vista culturale, completata con il vissuto  in via Ognibene della Scola, attraverso l’esperienza del  teatro fra le tende di cretonne  e  altre meraviglie della stanza bassa, attraverso l’intimo rapporto con la natura vissuta nella dimensione dell’amicizia, e nell’avventura del gioco e della scoperta continua, in una libertà che solo la campagna può offrire. 

.

.

Possiamo definire  la stanza alta e la stanza bassa due “luoghi dell’anima” ma anche “l’anima dei luoghi” dove la vita personale, familiare e comunitaria hanno preso dimora?

 

Li definirei soprattutto luoghi dell’anima, dove é avvenuta la mia formazione, lì si sono aperti nuovo orizzonti, dilatando il proprio mondo con uno sguardo più aperto alla conoscenza. Così si sono formati nuovi luoghi interiori, nati dal  reale, ma sconfinati. Percepita l’anima di ogni spazio, ho succhiato l’essenza della casa, della città nei suoi molteplici aspetti, mi sono nutrita della campagna e della mitica stanza bassa. Così tutto é penetrato in noi, costituendo un patrimonio personale ma anche universale di quel periodo di vita postbellico. Una vita rinata, rinnovata in un clima di solidarietà e di amicizia uniche, possiamo dire l’eccellenza di uno stile di vivere insieme, nella condivisione di ideali e valori.  Tutto questo mi é rimasto dentro per sempre, insieme allo stupore offerto dalla natura. 

E quindi particolarmente mi rallegro ora per i premi ricevuti tra il mese di settembre e ottobre di quest’anno. In particolare, “La stanza alta dell’attesa” (Valentina Editrice), primo classificato al Premio Nazionale di Poesia “Aeclanum ” XLIII Edizione. E ancora, primo premio assegnato al libro “La stanza bassa dell’attesa” (Genesi  Editrice) al Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa “Le Grazie Porto Venere La Baia Dell’Arte” XIII Edizione.  Infine il terzo premio assegnato alla poesia singola – Era il tempo  –  nell’ambito del concorso città del Giglio Firenze.

E ugualmente sono grata per le tante recensioni ricevute che riporterò alla fine di questa conversazione. 

.

.

La madre Lia Schiavon con la piccola Maria Luisa Daniele

.

.

La prosa e la poesia si alternano quasi a voler accompagnare il lettore a condividere con l’autrice “l’urgenza di parole vere”. Cosa possiamo dire a tal proposito? 

 

Sono cresciuta con persone adulte che si dedicavano alla scrittura. Ricordo in particolare Giannina Facco. Collaborava con il Messaggero di Padova che editava i suoi romanzi per ragazzi.  Ce li  regalava insieme ai suoi libri di poesia. Leggendo la sua produzione  iniziai così ad avvicinarmi alle  due forme di scrittura e continuai la mia formazione con interesse per entrambe. Significativo però fu il suggerimento di Valeria, la mia amica dai capelli rossi, che leggendo le mie poesie mi consigliava: “Ascolta, i tuoi versi sono tempo dell’anima, da condividere con gli altri. Per comprenderli meglio inserisci a pié pagina delle note esplicative, delle parti in prosa che completino, chiariscano il tuo pensiero. Così, quasi per onorare la memoria di Valeria, nel mio lavoro successivo, “Appunti di mare”, in particolare in “Traghetto a traghetto per non morire”, ho realizzato il prosimetro, in forma ancora embrionale, gradito però ai lettori. Procedendo, sempre più avvertivo che questo era il mio genere, in cui più mi identificavo. E così, con piena convinzione, con partecipazione, l’ho usato, nelle due stanze, ben commentato nella prima, dall’amico Nazario Pardini, che ancora ringrazio per la sua presenza, competente e affettuosa nella mia opera.    

.

.

L’amicizia con Andrea Zanzotto ha  certamente contribuito ad educare lo sguardo poetico dell’autrice sui temi della natura e del progresso. Quando e quali le circostanze che hanno visto “l’avanzare cannibale del progresso” intorno alla “stanza bassa” ?

 

Ho evocato nella stanza bassa anche Andrea Zanzotto per il comune amore per Pieve di Soligo, in cui ho soggiornato con le sorelle in pomeriggi di gioco con i gemelli Jone e Giuliano, nella casa dei nonni, il  dottor Gallo e la moglie, lungo il fiume, figure che nei miei ricordi, rivedo ora in salotto nel nuovo habitat campestre. Non pensavo certo allora che un giorno avrei raccontato il tutto al poeta di Pieve di Soligo e che ne sarebbe nata “un’amicizia tra noi leggera”. Con lui condividevo l’amore per la natura, la lettura dell’oltre e il rifiuto per un progresso sconsiderato, minaccia, sotto certi aspetti, di un’armoniosa crescita dei luoghi, le colline solighesi, per esempio, il mio campestre rifugio tra vigne e pannocchie. Minaccia però  della nostra stessa personalità, perfino nell’uso di un linguaggio. Effettivamente anche oggi, nel 2025, si riconosce che i media, gli stessi messaggini, così sintetici, creano una povertà lessicale, sviliscono il valore della scrittura, rendendo l’individuo più isolato, privo del contatto diretto con l’anima dell’altro. Aspetti condivisi con Andrea che ben li ha espressi nella sua conversazione con Marzio Breda   “In questo progresso scorsoio”. È stato un incontro tra anime affini. 

.

.

Il titolo del libro ci introduce al senso “dell’attesa” che,  negli ultimi tre capitoli si associa ad un lento e inesorabile “migrare”. Una bella migrazione- Migrazioni altre- Fu proprio un bel migrare: i titoli sembrano quasi voler orientare il lettore verso una postura esistenziale che è quella dell’uomo che cammina. Esiste una relazione tra “l’attesa” e “il migrare”?

 

L’attesa, in realtà, è un continuo movimento secondo la dinamica del nostro pensiero e della nostra anima, un procedere da un’attesa all’altra, perché l’attesa è una apertura ad altri orizzonti sempre nuovi. Noi, pur fermi, con un foglio di carta in mano, nelle nostre case, siamo degli eterni nomadi, sempre in cammino, in un continuo avanzare. É questa  una apertura alla vita. L’uomo in cammino è l’anima del mondo. La storia dell’uomo ci conferma questo concetto. Il libro “La stanza bassa dell’attesa” racconta di una strada, via Ognibene della Scola, che  diventa l’espressione di un vivere corale, di un procedere insieme nel periodo postbellico, proteso verso uno stile di vita che non è appiattimento, inerzia ma il consolidarsi della postura dell’uomo, che cammina sempre verso nuovi orizzonti,  animato dalla speranza e confortati dalla solidarietà. 

.

.

Nelle intenzioni dell’autrice a chi è rivolto principalmente il libro?

 

A me stessa, per ripercorrere la seconda fase della mia formazione, condivisa con altri che pure cercavano la via per inserirsi nella vita, secondo una propria dimensione che  tuttavia  non tradiva il senso della comunità, cioé una base valoriale comune.

Il libro può diventare anche una sorta di meditazione per chi vuole riconciliarsi con la vita, riscoprendone il senso oggi smarrito, e lo avvertiamo tutti, tra allucinanti episodi di ferocia delirante.

Rivivendo  le vicende  della mia famiglia, sono tornata ad attingere a sorgenti buone: mia madre e mio padre,  pur in tempi difficili, seppero trovare risorse nuove per procedere. È stata “la via della bellezza” a salvare mio padre che, traumatizzato  dall’esperienza della guerra, visse a lungo con  immagini di morte negli occhi. Per ricuperare un nuovo equilibrio iniziò a coltivare rose rosse e a collezionare stampe riproducenti sempre rose a lungo stelo, a mazzi, per rinverdire le pareti di casa. Possiamo definirla un’ autoterapia attraverso  il giardinaggio, l’arte, la cultura vissuta nella verità dell’amicizia. Ne deriva che con le passioni ci si salva interiormente.

.

.

Possiamo rivolgere anche alle giovani generazioni  “l’invito  ad entrare” nella stanza bassa dell’attesa”? Perché? Che cosa possono scoprire di importante per la loro vita?

 

Credo che la lettura del libro possa offrire alle giovani generazioni l’opportunità di avvicinarsi a storie vere, devote a  grandi ideali, per  comprendere quindi meglio l’umano, scoprire quali necessità materiali, morali e spirituali tenessero vicine le persone anche nella sofferenza e nel dolore della guerra, nella ripresa, ovvero nella rinascita nel periodo post-bellico.

Si era tutti più esperti nell’arte dell’insieme per attraversare le difficoltà, nel com-patirsi reciprocamente, supportandosi l’un l’altro, nella consapevolezza che l’uomo ha bisogno dell’insieme,  di un’altra creatura con cui condividere, credere. 

Per le giovani generazioni la lettura del libro può fare da specchio per sfuggire la malattia dell’individualismo, oggi diffusa. 

.

.

Qual è il sogno nel cassetto di Maria Luisa Daniele Toffanin?

Continuare a leggere la natura, i fatti cercando sempre la verità attraverso il linguaggio universale della scrittura, forma più autentica di comunicazione. Continuare a comunicare attraverso la poesia  e continuare a scrivere su ciò che amo e che ho molto amato: luoghi e persone in un cammino, come già detto, di speranza e di rinnovo, nutrita dalle esperienze familiari, in particolare dal colloquio con i nipoti, e dai rapporti amicali. Considerare sempre il tempo come dono reciproco, eliminando il detto comune “NON HO TEMPO”, come apertura alla sinergia che é una crescita di alberi mai visti prima. Vivendo anche di attese chè, il saper aspettare, lo confermo prima di tutti per me stessa, é un atto di fiducia nella vita e può dilatare l’attimo in un vivaio di tempo altro, quasi in un sapore di eternità.  Privilegio raro nel contesto storico attuale. 

Per saperne di più Autobiografia poetica 

.

.

.

.

Per avvalorare questa nostra intervista, riportiamo la recensione al libro “La stanza bassa dell’attesa” curata da Maria Rizzi, presidente dell’associazione culturale IPLAC (Insieme Per La Cultura). 

Per tante alte recensioni segnaliamo la pagina web dedicata sul  sito  personale di Maria Luisa Daniele Toffanin. (Vai alla pagina)

.

.

   Maria Rizzi 

28 luglio 2025

Ho ricevuto in dono l’ultimo testo, ovvero “La stanza bassa dell’attesa” dell’autrice patavina Maria Luisa Daniele Toffanin, prefato magistralmente da Gianni Giolo, e sono stata catapultata, una volta di più, nel magico mondo di questa poetessa che scrive sotto dettato degli angeli. Il testo narra il dolore del distacco, il potere della memoria e descrive il sentimento dell’attesa in ogni sua sfaccettatura. Nulla è più radicale dell’abbandono di una persona o di un luogo che amiamo, ma nulla è più tenace dei lacci invisibili che resteranno per sempre sotto le costole, all’altezza della pancia, in tutte le fibre. “Era l’estate della casa nuova /con i riti di rate semestrali / lungo il fischio della ferrovia /il fossato verde di rane/salterine tra le pannocchie d’oro / nell’odore agro-dolce delle vigne /le ultime di fragola regina della Caterina”- da “Estate di memorie”.

La migrazione, non è intesa come l’ulissismo tipico dell’essere umano, in questo viaggio Odisseo rappresenta il deuteragonista, in quanto la protagonista è Itaca, con i suoi abitanti, le sue istituzioni, la sua storia. E la nostra autrice, migrando verso la nuova residenza, mostra di trovare la sua Itaca e i nuovi riti della sua esistenza legata a madre – natura, fonte di ogni ispirazione. La nuova casa presenta un altro elemento metaforico di grande rilevanza: si trova vicino a una stazione ferroviaria. Il fischio del treno diventa una costante dell’esistenza di Marisa Toffanin, continuerà a sentirlo nella testa per il resto della vita. I viaggi in treno sono sinonimi per eccellenza di avventure romantiche, nostalgiche, ricche di speranza e, al tempo stesso, danno la certezza che nulla è definitivo, si è sempre di passaggio. Il treno non è un aereo e non è una nave: lì fuori passano le vite degli altri non solo le nuvole e le onde. “Il fischio di tutti i treni a notte passava nel vento / salutato dal mito dell’infanzia / che viaggia viaggia sognando avvenire / sorprese di mondi non noti…” – da “I luoghi della nostra avventura” L’autrice si riferisce spesso al mito, non inteso come fatto favolistico, ma come sogno pubblico. D’altronde intorno a ogni famiglia si concretizza una mitologia, che non è creazione irresponsabile della psiche, ma risponde a una necessità e adempie a una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere. Nella casa nuova di via Ognibene – e anche il nome della strada sembra un augurio -, la Nostra sperimenta il delirio di onnipotenza dell’adolescenza, la libertà, la fantasia, l’illusione di avere il mondo in pugno- Vittorino Andreoli asseriva giustamente: “L’adolescenza manca della percezione del futuro”. “Era l’estate più azzurra / e il vento caldo di cicale /estate fino a sera di cristallo / le cose sempre terse, pure a notte”- da “Quel nostro tempo immortale”. Nell’Itaca della Poetessa ‘la stanza bassa dell’attesa’ è riferita in modo struggente allo stato d’animo di attesa del Natale. La Nostra allude al sentimento mistico, che purtroppo abbiamo perso, un calendario dell’Avvento permeato di gratitudine, gioia e preghiere. “E nella stanza bassa l’attesa / per varie lune insieme, / era incantesimo all’Evento / tra pareti a stellate ali lucenti / il pavimento tutto muschio / erbato vivo dai fossati / brulichìo di fuochi pastori greggi / d’ogni lavoro umano”. – da “L’attesa del nostro natale”.

Nella stanza bassa Il presepe dei nostri tempi equivaleva a cercare Dio nell’immensamente grande e a vederlo incarnato nell’immensamente piccolo. Ed era una festa solo di fede, Gesù Bambino rinasceva nella coscienza di noi uomini ogni anno ed era annunciato al mondo nella gioia di ritrovati sentimenti comuni di fratellanza. La lunghissimo lirica di Marisa Toffanin è un vero e proprio gioiello, un omaggio alla memoria, alla famiglia, alla verticalità. Le sue, d’altronde, sono sempre opere di grandi valori, di luci forti che risarciscono del buio nel quale siamo sprofondati. Ella ricorda il chiasso gioioso che anima ‘la stanza bassa’, ‘palcoscenico di un virtuale teatro’ che ospita la famiglia, le alunne della madre, potenziali rivali nel contendersi l’affetto della donna. Si sofferma sul concetto di teatro, al quale era ed è legata, in quanto convinta che le rappresentazioni non siano solo spettacoli, ma riflessi dell’esistenza e potenti strumenti per la crescita personale e sociale. “Si chiude rossa la sera vellutata / in mille battiti mille sempre / al tuo messaggio / nell’enigma rimeditato dentro / così è se vi pare”. – da “Così è se vi pare”- Il riferimento a Pirandello non mi sembra casuale, intitola l’ennesima perla, che si infila in questa collana fatata, con la frase chiave dell’opera omonima dell’artista siciliano, che sottolinea quanto la verità non sia unica e soggettiva, ma piuttosto come ciascun individuo la percepisca e la creda.

Anche in questo testo i territori del passato svolgono un ruolo basilare, infatti Marisa Toffanin, non ritiene giusto attribuire importanza solo alla stanza bassa di via Ognibene e al suo presepe, ma anche ai presepi di via Gabelli ,a quelli della casa -sfera “in un percorso infinito, con un valore quasi profetico di eternità”. Il libro ha carattere di diario, anche perché alterna periodi di prosa lirica a splendidi versi. Si ha, a lungo, la sensazione che la nuova casa funga da isola della felicità e da garanzia di immortalità, fino a quando le pareti della bolla nella quale vive la famiglia dell’autrice si infrangono contro le tragiche verità dell’esistenza. Si varca la soglia dell’oltre, e si è costretti a conoscere la tragica dimensione del dolore tramite il lutto più grande he si posa fronteggiare: la perdita della piccola Anna Maria di soli cinque anni. “Per molte lune per sempre da allora / mutò dimensione prospettiva quell’azzurro nel quadro della vita, / in un fondale irto di dubbi / s’offuscò il nostro cielo”. – da “E’ precoce l’ora del dolore”. ‘La stanza bassa si dilata’, scrive Marisa, si verifica una distruzione della valle dell’Eden, e nella corale sofferenza sono di grande supporto gli amici di sempre e quelli acquisiti. Ovviamente la storia dura come i passi dei diavoli cambia la mitologia dell’Itaca della Nostra, visto che, per dirlo con Alda Merini: “La sofferenza è la sorpresa di non conoscerci”. Quando un amore ci lascia si apre un buco nel mondo, occorre maturare, celebrare il lutto, altrimenti il buco non si chiuderà più. La poetessa sa affrescare il mondo dei ragazzi, così incredibilmente simile al mio, quello dei parenti e quello degli amici, che lasciano il centro di Padova come hanno fatto loro, con una tale dolcezza, che il testo acquista sapore di lascito. “Non ti sento più salire le scale / poi con mia madre nella stanza dei miti /mischiare le carte di presente e passato / con qualche dado sapiente gettato al futuro” – da “ Non più”, lirica dedicata alla zia Pina, che insieme alla zia Santa, diviene parte della mitologia della famiglia in crescita. Quanto evocano Montale i versi della Nostra… Di colpo il loro eden subisce una sorta di colpo di grazia, ‘per l’avanzare cannibale della civiltà” Sembra un ossimoro definirla così, in quanto dà i brividi a chiunque ami la natura l pensiero di allevare i figli in un luogo in cui il cortile termini su una strada. Marisa, figlia dell’erba dei campi, delle stelle, dei fiori, non rinuncia alla sua casa, al vicario di Dio, si limita ad adeguarsi a una vita nuova. Una meravigliosa peculiarità della poetessa è la voglia di adattarsi alle nuove situazioni, ampliando il proprio respiro interiore, cercando di trovare il bello nei vari cambiamenti.

Le liriche della seconda parte del testo sono dedicate al figlio, ai giovani, ai quali narra il loro costante procedere nell’attesa, consapevoli che il futuro si sarebbe potuto presentare a mani vuote. L’autrice afferma che il tema dell’attesa, nella sua accezione è ‘il propulsore dell’esistenza. Il motivo fondante soprattutto in La stanza alta nella ripresa della vita stessa dopo la guerra’. L’attesa per eccellenza nella vita di Marisa e dei suoi familiari è quella del ritorno del padre dai campi di internamento militari italiani (IMI). La civiltà, intesa nell’accezione di allora, del tempo descritto da Marisa, non è paragonabile a quella attuale. La definisce ‘modesta’ nel senso dolce, positivo del termine, perché legata alla parola, dono purissimo di Dio, lontana dal potere dei social network, regno indiscusso della solitudine. Nell’Itaca di via Ognibene, con la sua mitologia collaudata, la nostra autrice esce vestita da sposa, con le attenzioni particolari del sacerdote, che l’ha seguita come catechista e giovane dedita alla parrocchia. Nell’estratto in prosa di questo magnifico diario, Marisa recita: “In dieci anni in via Ognibene si è addensata tutta la vita e non ci siamo accorti di averla vissuta”. Il concetto del tempo che scorre è strettamente legato al senso della vita. Esiste il tempo della coscienza, che prescinde dalle lancette dell’orologio, ed è quello al quale si riferisce l’artista nel suo viaggio. Un tempo di attese infinite; di amori finiti troppo presto; di giochi, miti, sogni, che rendono elastici i giorni; di dolori fermi, come acqua di lago; di gioie in fuga, come ogni forma di felicità. La chiusa dell’avventura non poteva che realizzarsi in una lirica dedicata alla “Madre – coraggio – sacrificio” e una alla loro storia, al dolce migrare di una famiglia unita.

Ho letto il testo con le lacrime agli occhi, specchiandomi in moltissime pagine, immedesimandomi nel figlio, nei nipoti, nel marito di Marisa. La mitologia della nuova famiglia ha la necessità di conoscere le origini, di divenire patria del passato. La nostra poetessa patavina possiede un dono rarissimo: aprire la porta dell’anima e divenire poesia assoluta in un angolo di universo che vive in equilibrio sulle emozioni.

Maria Rizzi

.

.