27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA. INVITO ALLA LETTURA

NELLE GIORNATE DELLA MEMORIA
UNA TESTIMONIANZA SUGLI IMI PER RISCATTARE
LA LORO DIMENSIONE DI UOMINI
CONTRO OGNI FORMA DI INDIFFERENZA
CONTRO OGNI FORMA DI NEGAZIONISMO
dopo la consegna delle armi
10 settembre 1943, Scalo di Orofù
Parlare del silenzio di chi è ritornato dai campi di concentramento potrebbe divenire, almeno per me che amo troppo la scrittura, un modo per inflazionare il silenzio stesso. Operazione utile se fosse una scelta calcolata di vita, un modo di comodo per rifiutare le proprie responsabilità. Ma in realtà quel silenzio rivela un male di vivere, un disagio esistenziale conseguente al vissuto tragico in quei campi e come tale merita di essere indagato in un discorso che rivaluti la sua giusta valenza. Questo è il silenzio a me noto, per la mia esperienza personale di figlia primogenita di un padre Internato Militare Italiano (IMI), e quindi da ascoltare con rispetto come voce che viene da un lontano profondo.
Il silenzio degli IMI reduci è di chi si sente in colpa di essere sopravvissuto, di chi ha pudore di quello che ha subito, di chi teme di far soffrire chi gli è vicino, di chi pensa di non essere creduto in una narrazione storica troppo tardi decifrata obiettivamente, di chi non riesce a reinserirsi nella vita civile abbandonata molto prima e diventata altra, di chi deve riconquistarsi il suo territorio affettivo.

Terranegra di Padova, Museo Nazionale dell’Internamento (dedicato a tutta la vicenda storica dell’internamento durante la seconda guerra mondiale)
I familiari avvertono la loro sofferenza e cercano di aiutarli con la vicinanza, la comprensione e il colloquio, conoscendo molto del vissuto in Grecia e in altri luoghi, poco invece di quanto accaduto nell’orrore di quei campi: le cartoline postali o le lettere ricevute, erano state sottoposte a censura. Non sapevano neppure delle diverse condizioni di vita di quei 650 mila e più: per esempio che gli ufficiali vennero più tardi costretti al lavoro, i soldati semplici invece furono da subito sfruttati in modo barbaro in luoghi invivibili a prezzo della loro stessa salute. Quindi il loro è un silenzio dai molteplici significati proprio di chi ha un peso dentro tale da non riuscire a ricreare il rapporto umano perfino nella famiglia, in cui un figlio piccolo poteva considerare come intruso e non riconoscere come padre quell’uomo che si “intrometteva” nell’habitat familiare turbandone l’equilibrio, chiedendo un affetto che invece doveva lentamente riconquistarsi. Nel mio caso magica è stata la creazione da parte di mio papà della casa delle bambole, tutta di legno e dotata di ogni comfort, di grotta e casette per il presepio e di composite scatole porta-cucito reinventate dalla sua intelligenza e dalla sua manualità, in quel periodo postbellico, anche per dimostraci di più il suo amore. Patrimonio poi delle mie sorelle e della famiglia, come il mantra del piatto da lasciare sempre pulito e del tozzo di pane da raccogliere sempre.

Quindi le condizioni esistenziali per gli IMI all’inizio erano difficili, aggravate dal fatto che non volevano parlare di questa loro inenarrabile esperienza: erano espressione di una loro dignità raccolta nel silenzio del dolore. Ecco, sì, ritornando a mio padre, ascoltavo di nascosto nei suoi incontri con gli amici reduci (Guelfi, lo zio Leone, Gruden, Paci…) le parole piene di sconforto, sentivo il loro pianto insieme per essere sopravvissuti e vivevo altre manifestazioni per me, bambina, indecifrabili quali la messa domenicale, tutti vestiti con rispetto, a Terranegra, il Tempio dell’Internato Ignoto, inquietante nome per me, per loro luogo comune del ritrovo, del ritorno, della rinascita.
Lentamente però, proprio quel senso di amicizia che li aveva tenuti uniti nel campo di concentramento, che aveva impedito loro di cadere in forme tremende di depressione, si rinsaldava ancor più con il ritorno a casa in un sentimento di complicità. Contemporaneamente nasceva anche con altre nuove conoscenze strette in via Gabelli, in via Rinaldi, o con dei parrocchiani di Santa Sofia.
L’amicizia, questa è stata la sua, la loro salvezza che ha permesso di riconquistare la propria dimensione umana. Per tale motivo, e lo ricordo bene, la mia casa era sempre piena di persone che mia mamma, con la sua sapienza infinita, riuniva proprio per ridargli quel calore affettivo, quella fiducia nella quotidiana convivenza di cui aveva bisogno ritrovando qualche sorriso in visioni liete dei cieli e del mare greco. Aleggiava allora l’immagine, in me sfumata, di donne greche magari incontrate, risorte al là di qualche amico burlone per punzecchiare mia madre che sicura andava oltre. Certo però che prevalevano i suoi silenzi assenti, le sue malinconie, le zone d’ombra e luce, il suo amore possessivo, quasi geloso della famiglia, di noi figlie, in particolare di me che ero la primogenita, compresi troppo tardi. Questa gelosia può essere spiegata da una forma di paura e d’ansia di perdere il bene ritrovato, di spezzare la sua ancora di salvezza.

Disegno tratto da Giovanni Lugaresi, Gli Imi anche nella poesia leggi tutto http://www.literary.it/dati/literary/l/lugaresi/fragmenta.html
Così il colloquio a cuore aperto, irrealizzabile allora per ignoranza dei fatti e per la sua morte anzitempo nel 1981 a 68 anni in un altro campo di internamento, è avvenuto solo grazie alla poesia: È già scoccato il tocco quando / dei padri quel segreto si disvela. / Amaro incantesimo dell’esistere. Poesia che mi permette anche di ricostruire, nella mia primissima raccolta, una mia interpretazione del suo vissuto nella casa per lui balsamo, attorniato da queste figlie bambine che crescevano fiorendogli la vita, nello sfondo del suo orto seguito con devozione, rivelando però sempre quel filo di mestizia, quella dimensione minimale data alle cose : una diversa visione dell’esistenza segnata da quel male oscuro che lo ha accompagnato fino alla morte. E proprio nel mondo della poesia incontrerò, per quei casi inaspettati, un suo compagno di prigionia, Macchini Luciano che, più giovane di lui e abile pianista, aveva vissuto quel periodo in modo meno angosciante. Vorrei che fosse qui vivo accanto a me per sentirlo parlare in diretta della generosità di mio padre che divideva i suoi pacchi con i compagni, della sua operosità e manualità nel cucire scarpe, mostrine, bottoni delle divise perché tutti loro ufficiali mantenessero quella dignità che i carcerieri cercavano in ogni modo di sbianchettare.
Ne riferirò più tardi quando dirò di altri incontri, di altre scoperte che mi apriranno gli occhi sul mondo degli IMI, sulla loro vicenda nella cifra reale, e mi offriranno l’occasione, grazie allo studio appassionato di Massimo, di testimoniare su questa trascurata e denigrata pagina di storia in “La grande storia in minute lettere” (Valentina Editrice, 2017). Ma ritorno ora alla poesia che già nella prima strofa comunica la conoscenza di fatti nuovi: la tragica fine di internati che smemorati andavano a stendere i fazzoletti sui reticolati dove li coglieva la morte assassina.

Disegno tratto da Giovanni Lugaresi, Gli Imi anche nella poesia leggi tutto http://www.literary.it/dati/literary/l/lugaresi/fragmenta.html

Appena arrivato nel campo di Beniaminovo, Daniele viene di nuovo sottoposto al rito del lavaggio, della disinfestazione dei vestiti e della perquisizione. Gli viene assegnato il numero di matricola 5437. E trova anche la forza di iniziare a scrivere [minute lettere] Infatti, tra le poche carte custodite gelosamente, a fatica sono decifrate queste poche righe scritte su un pezzo di carta rossa in matita e con caratteri molto piccoli. è l’unico suo sfogo espresso nei mesi di prigionia, quasi una confessione, dal tono molto diverso da quello usato nelle lettere alla moglie e ai familiari in quanto soggette a una ferrea censura. (tratto da La storia in minute lettere).
a mio padre Gino
Nel crepuscolo lento
mi aleggia dentro, padre,
l’inquieto del tuo spirito
per la sofferta sosta in campi
plumbei, prigioni della vita
ove crisalidi di sangue
sui reticoli del morire
erano visioni del tuo vivere.
E l’ansia sento placarsi
nell’invocata casa, balsamo
all’anima ora più chiara.
Oh giorni ai Lari devoti
nel tempio degli affetti,
sereni al diramare
d’erba del tuo prato,
senza colmare d’oro
gli otri delle ore.
Oh giorni di sorrisi tersi
per schiudersi in corolle nuove
l’infanzia nostra, rosa ormai sfiorita.
Ma nella memoria del sentire
un mesto leitmotiv di note,
suono a me allora oscuro:
era il trainare quel tuo male
antico peso, stretto sempre dentro.
È già scoccato il tocco quando
dei padri quel segreto si disvela.
Amaro incantesimo dell’esistere.
[da “Dell’azzurro ed altro”, 1998]
Oltre gli affetti ritrovati, oltre l’amicizia vera, anche l’amore per la natura è diventato per lui un dono salvifico: gli ha purificato l’anima, lo ha ricondotto in frequenti rivisitazioni ai luoghi d’origine a Villatora, proprio per quell’amore per le radici che ognuno ha in sé, rinsaldando la filiera affettiva con i genitori e tutta la famiglia di origine. Molto più tardi, a Rosapineta questa sua attenzione al Creato si manifesterà in tutta la sua valenza: nella devozione alla dicondria del prato, ai tamerici composti in siepe, alla brezza marina, al sole, al mare come elementi primi di una antica filosofia che è rimasta in me, nel ricordo dei giorni trascorsi insieme pur nel presagio della sua fine vicina, e che ora rivivo in questi versi: Ora che sento / l’umile splendore / delle note pure / su cui modulare / il canto maturo, / la mia zona segreta / da pudore dischiudo / e ghirlande intreccio / d’amore e dolore, / dono tardivo per filosofo antico. Versi che mi permettono di parlargli ancora in un colloquio che va oltre il tempo stesso, come confessione della mia comprensione tardiva del suo segreto ma anche come un ringraziamento per l’eredità in me lasciata.
a mio padre Gino
È in me cupo lamento
il tuo andare sofferto
tra respiri di vento
su tenui grappoli di tamerice.
Fiaccato ogni giorno di più
la vita cercavi
nell’oro-azzurro
di spazi solari
di scaglie marine
accesi smalti d’elementi primi.
Terra fuoco acqua aria
erano il tuo pentagramma
per musica d’anima
pastorale antica
d’accordi-costumi del vivere
in armonia soave con l’universo.
Ora che sento
l’umile splendore
delle note pure
su cui modulare
il canto maturo,
la mia zona segreta
da pudore dischiudo
e ghirlande intreccio
d’amore e dolore,
dono tardivo per filosofo antico.
[da “Dell’azzurro ed altro”, 1998]


Però nella poesia, nella forza della parola intima che si fa voce, ho recepito il modo per colmare questi suoi silenzi, lenire queste ferite anche fisiche come l’enfisema-retaggio dei campi, il modo per stemperare le incomprensioni generazionali e sciogliere i nodi di un periodo storico travagliato. E così ho potuto esaltare la vitale religione in lui e in molti altri, nei grandi ideali perseguiti, documentati nelle sue lettere, quali la fede, l’abbandono fiducioso alla provvidenza, l’amicizia già citata, ma anche il senso di appartenenza ad un insieme e l’affettuosità per quella Padova così cara al mio cuore perché … la città più vera erano le mani / la voce del padre della madre / che ci conducevano per quegli spazi / della vita come luoghi dell’anima… .
Ecco non potrei capire mio padre avulso da quella città, dalla casa di via Aristide Gabelli, dalla famiglia, da quella elegante via porticata, dall’amicizia con Orazio e Jolanda, la Giannina, dall’affetto fraterno con il cognato Leone e con tanti altri amici: nelle loro conversazioni sgranavano quel rosario di contraddizioni di un’Italia difficile da comprendere, anche ora, nella sua storia e nelle sue scelte, ricomponendole in un’accettazione anche dell’incomprensibile. Solo alla morte di mia madre, con la scoperta di quel sacro carteggio tra loro, abbiamo potuto ricostruire e capire il cammino degli IMI che hanno pagato il loro contributo, con la fedeltà al giuramento di soldati e la resistenza passiva, meglio reattiva al nazifascismo, a questa pagina di storia molto complessa. Espressione di un’Italia divisa fra chi collaborava con i tedeschi e quelli che resistevano nei campi di concentramento a pressioni psicologiche di ogni genere, magari considerati dagli altri dei traditori. E allora ovviamente la visione si dilata poi alla vicenda di tutto il Novecento che è quanto mai composita e crudele, ma questo mi sposterebbe lontano a ricercare le cause remote della difficoltà di un popolo a ritrovare la propria identità.
La comprensione del vissuto degli IMI diverrà però chiara e completa con lo studio della memorialistica, sollecitato dalla frequentazione del giornalista Giovanni Lugaresi a Terranegra che ben ha delineato questa pagina storica rivalutandola nella sua verità nelle pagine di “Per l’Italia – Associazione Nazionale Combattenti Reduci, Federazione di Padova”, nella stessa “Lampada – Bollettino del Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto di Padova”, ma soprattutto nei suoi rapporti con Giovannino Guareschi registrati in molti suoi scritti. E subito il suo nome mi smuove un caro ricordo che mi porta ad una sera in cui siamo stati da lui invitati ad accogliere quella famosa Carlotta Guareschi con cui condividere i ricordi dei nostri padri ma una nevicata copiosa ha bloccato la circolazione dei treni e ci ha impedito l’incontro. Ugualmente in questa narrazione del silenzio voglio ricordare i tanti nomi autorevoli che hanno condiviso sacrifici, momenti di cultura e di invenzioni piacevoli, di speranza nell’impegno di difendere sempre la loro dignità di uomini: Enzo Paci, Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, i patavini Giovanni Contarello, Oreste Guelfi, Vittorino Gruden, Leone Schiavon… E consolante come una preghiera, / divino nutrimento all’anima / tra voi nella camerata a sera, / la linfa-logos dei Grandi che scorre / scavata da Paci il filosofo, / captivo d’uguale destino, / voce-riaccensione di sé ed altri / in archetipi-comune appartenenza / all’umano procedere sempre / oltre il limite delle baracche / oltre lo sguardo folle del presente [tratto da “La grande attesa – Campo di Benjaminow n. 5437” in Fragmenta, 2006]. Quest’ultima strofa è un richiamo per passare il testimone a noi figli e nipoti ad impegnarci nella comprensione di questo e di ogni periodo storico oltre lo sguardo folle dell’indifferenza.
La grande storia in minute lettere. Il sottotitolo: “L’amore di una famiglia nel buio della guerra: la vicenda di Gino, Internato Militare Italiano, narrata attraverso la corrispondenza con la moglie Lia”. Un romanzo epistolare di 224 pagine, corredato da una ricchissima bibliografia critica che convalida il lavoro meticoloso di ricerca storica di Massimo Toffanin supportata da Maria Luisa Toffanin, figlia di Gino Daniele e Natalia Lia) Schiavon.
597 lettere scambiate dai due protagonisti dal 1935 al 1945; la nascita dell’amore, le nozze, la chiamata alle armi, la partenza – il 27 gennaio 1943 – di Gino per il fronte greco, dall’internamento in Polonia (poi in Germania) all’indomani dell’Armistizio al ricomporsi – infine – della famiglia al terminare del conflitto.
Attraverso le lettere è possibile identificare “un prima e un dopo”, che caratterizzò la vita e le scelte dei due protagonisti e di larga parte dei loro coetanei.
Si trattò di quel percorso di autocoscienza che dalla giovanile adesione al progetto socialnazionalista del Fascismo passa al progressivo allontanarsi dal medesimo, fino alla dissociazione e alla condanna.
Gino Daniele, poco dopo il matrimonio e la nascita della figlia Marisa (l’autrice), è costretto a intraprendere un lunghissimo e tormentato viaggio. Inizialmente sopportabile, in una Grecia risparmiata dal fuoco; molto più duro dopo l’8 settembre 1943. Con la caduta della dittatura, infatti, il decorso della guerra cambia e inizia il periodo peggiore.
Gino si rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò, malgrado le pressioni esercitate da tedeschi e repubblichini, e finisce prima nel campo di prigionia di Beniaminov, poi in quelli di Sandbostel e Wietzendorf: benché gli ufficiali siano trattati meglio, le condizioni sono comunque dure, e malgrado tutto si tenta anche di fare cultura.
Nelle missive di Lia invece si nota che chi è rimasto in città (Padova) deve difendersi da bombardamenti che in modo indiscriminato mietono centinaia di vittime innocenti.

Autori: Maria Luisa Daniele Toffanin e Massimo Toffani
Edizioni: Valentina Editrice, Padova 2018
Informazioni: Introduzione di Francesco Jori – pp. 223
ISBN: 8889709332
GIACOMO VALLOZZA… RISONANZE E FRAMMENTI DI VITA
Sì confesso che all’inizio mi sono sentito… un intruso. Mi sembrava non avessi il diritto di mettere il naso in una storia d’amore di due persone lontane da me, per collocazioni geografiche e temporali. Lentamente però la storia ha cominciato ad appassionarmi e nel momento dell’invio al fronte e soprattutto della cattura mi sono trovato totalmente coinvolto. E la storia di Gino e Lia, pura, intensa, forse d’altri tempi, mi ha conquistato e commosso. Bello e singolare ripercorrere anni di storia, la nostra storia, attraverso le lettere. Certo a volte sembrano ripetitive (immagino quanto lavoro di cernita e di taglio ci sia stato), a volte la caratterizzazione padovana sembra escludere chi non conosce i luoghi, le vie, i negozi, i caffè, ma lentamente tutto questo viene superato e inglobato dai fatti che incalzano. Vi garantisco che è un interesse che va oltre il fatto di essere figlio di internato militare e quindi essere direttamente coinvolto. Un plauso anche per l’edizione e la veste grafica. Il libro è stampato su carta preziosa e la lettura è sempre piacevole e niente affatto faticosa, sia per il corpo scelto che per il carattere. … L’ultimo ringraziamento è per voi autori, per avermi donato questa lettura e fatto partecipe della storia di un così grande amore…
FRANCO TREVISAN… RISONANZE E FRAMMENTI DI VITA
Porto dentro di me ancora il ricordo della bella serata in cui, con garbo, è stato presentato il vostro libro “La grande storia in minute lettere”. Una storia che ha “richiamato” anche la mia di figlio. Nella famiglia di mia madre, la seconda guerra mondiale ha fatto il vuoto. Letteralmente. I miei nonni materni abitavano a Santa Giustina in Colle e nel bombardamento del 26 dicembre 44, di Santo Stefano, una bomba è caduta fuori bersaglio (Ostiglia), proprio nei pressi della loro casa. Nel “campetto”, appena fuori casa, c’erano in quel momento mia nonna e 4 delle sue figlie. Centrate in pieno, mia nonna e due figlie morirono dilaniate mentre un’altra spirò a Massanzago il 1° gennaio 1945. La quarta figlia, Fernanda, gemella di Gioconda, si salvò protetta dal corpo di mia nonna ma dallo spavento vagò per il paese per due giorni e due notti. Nessuno riusciva a trovarla. Tornata a casa, non ricordava nulla. Mio nonno e altre due figlie, tra cui mia madre, Maria, si salvarono perché in casa. In un istante una famiglia “dimezzata” nel numero e dilaniata nel cuore. Per sempre. Anche per questo ero un po’ commosso nel parlare ieri sera. Lia e Gino mi hanno scritto la dolcezza, il pudore, il rispetto dei loro incontri e dei loro sentimenti; la separazione sofferta e tragica delle loro vite; la speranza, mai venuta meno, di rivedersi, di riabbracciarsi, di ritornare a vivere insieme; mi hanno scritto della guerra riscattata dalla preghiera e dal cuore, che vuole vivere comunicando emozioni mai trattenute sempre condivise sempre tanto attese. Lia e Gino sono diventati parte della mia vita perché Lia portava il cappello come lo portava mia madre e perché il 58° Reggimento fanteria di Gino, in Prato, era il Reggimento di mio padre; perché mi hanno ricordato la poesia Veglia di Ungaretti… nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore. / Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita. Di tutto questo ringrazio gli autori, Maria Luisa Daniele Toffanin e Massimo Toffanin, perché mi hanno presentato con felice prosa “La grande storia in minute lettere” di Lia e Gino. Nella convinzione, dopo avervi sentito raccontare e dopo aver riletto qualche altra pagina del vostro libro, che la “grande storia”, che rilegge se stessa, si sia sentita in soggezione davanti alla vicenda di Lia e Gino così drammatica ma vissuta così coraggiosamente e così dignitosamente e che li abbia voluti vivi proprio per tutti quelli che non sono tornati. Un abbraccio, con stima e affetto.
Oltre all’accuratezza di un lavoro di sintesi che sa vagliare e scegliere i dettagli e gli aspetti più significativi d’una vicenda umana e d’un periodo storico complesso, in questo elaborato colpisce l’evidente passione con cui l’autrice ha affrontato la materia, non limitandosi alla stesura scolastica di una ricerca, bensì manifestando un’evidente partecipazione al vissuto dei protagonisti e ai valori che la loro esistenza ed esperienza hanno incarnato e testimoniato.

RACCONTO IO. Parlerò di come vivevano le persone nella seconda guerra mondiale, a Padova, tra il 1939 e il 1945. Queste per me sono persone davvero importanti, i miei familiari: infatti racconterò proprio la storia della mia bisnonna Lia e del mio bisnonno Gino. In particolare descriverò la vita di Lia, una donna coraggiosa e affascinante, lontano dal marito, prigioniero nei campi di concentramento in Polonia. Purtroppo non ho potuto conoscere questa grande donna, perché è morta prima che io nascessi: quindi scriverò non quello che mi ha descritto lei direttamente, ma quello che c’è nelle lettere che Lia e Gino si scrivevano, ritrovate in soffitta a casa dei miei nonni. Da quando ero piccola, nonna Marisa mi ha sempre raccontato la storia di famiglia, perché definiva Lia una donna mitica, unica al mondo, nel suo modo di fare ed essere. Ai tempi della guerra, Lia viveva con la madre e la piccola figlia Marisa in una piccola via a Padova, graziosa e ricca di persone che si aiutavano nei momenti in cui una di loro si sentiva male. La giovane donna era rimasta orfana a soli 13 anni del padre, il mio trisavolo Sebastiano Schiavon, morto a 38 anni, uomo saggio, intelligente e astuto, però soprattutto un uomo politico, su cui poter contare. Così Lia, oltre a dare il suo contributo per risolvere i problemi quotidiani, doveva badare anche ai suoi tre fratelli minori. Per lei era molto difficile seguire i suoi fratelli, perché oltre ad essere maschi, erano anche più piccoli e molto più monelli! Dopo enormi sacrifici, nel 1927 è riuscita ad ottenere il diploma di maestra elementare all’Istituto Fuà-Fusinato, dove ha conosciuto Gino. La prima lettera tra i due colleghi viene scritta poco tempo dopo il loro incontro, quando Gino si rivolge a Lia dandole ancora del lei. I due giovani iniziano a frequentarsi il sabato e la domenica, quando Gino non ha impegni militari e va in bicicletta in via Aristide Gabelli 13, dove Lia abita con la madre e i fratelli. Dopo essersi conosciuti molto meglio, Gino comincia a rivolgersi a Lia dandole del tu, segno di rafforzamento del rapporto. Finalmente si fidanzano e Gino parte per un corso militare nel centro Italia, a Fano, e i due fidanzatini si vedono sempre meno, ma il rapporto non peggiora, anzi diventa più forte e unito. Tra una visita e l’altra preparano i programmi per il matrimonio e nel 1941 si sposano nella chiesa di Santa Sofia, una delle più belle di Padova.
In quel periodo, la situazione della guerra peggiora sempre di più: gli alleati si spingono fino all’Egitto, alla Somalia, alla Libia e alla Grecia. Gino torna a casa, dove passa un po’ di tempo con Lia e con i familiari. Adesso è molto difficile immaginare i sentimenti e le paure che provavano i miei bisnonni perché, se devo dirla tutta, noi siamo molto fortunati rispetto a tutte le persone che vivono nella guerra e che non hanno abbastanza cibo per nutrirsi. Gino è costretto purtroppo a ripartire e ad andare in Grecia, per un rafforzamento militare lungo le coste. Lia soffre molto la lontananza del marito, che le consiglia di stringere dei rapporti, oltre che con le persone più care, anche con le mogli di quei militari che sono in Grecia con lui. Lia, dopo la scuola, quando ha un po’ di tempo libero, va in visita dalle mogli dei tenenti che sono in Grecia, ignari di quello che sarebbe capitato loro. Va dalle mogli dei tenenti con cui Gino lega di più. Per fortuna, in questo periodo, Padova non è ancora colpita, ma gli alleati iniziano a bombardare la Sicilia e Messina è una di quelle città che furono distrutte. Lia, per paura della guerra e che i bombardamenti arrivino anche a Padova, si prepara per trasferirsi altrove: a Legnaro, come mi racconta sempre nonna Marisa, dalla sorella Maria, in campagna. La donna, avendo molto timore per quello che potrà accadere, prepara le valigie e le cose necessarie per il trasferimento. Lia, nonostante il periodo, non fa mancare proprio niente alla piccola figlia: la porta in Prato della Valle alle giostre, a vedere la banda del Santo che suona a Sant’Antonio, alle messe in chiesa e ad altre manifestazioni di quei tempi. Gino è sempre più preoccupato per la moglie e la piccola figlia, che finalmente si trasferiscono a Legnaro. I bombardamenti iniziano a colpire anche Milano, Genova, Torino, Foggia e Napoli e Lia è sempre più impaurita. La Grecia viene invasa dai tedeschi e per sua sfortuna Gino è deportato nel campo di concentramento di Beniaminov, in Polonia. Purtroppo, le lettere sono soggette alla censura, quindi i due sposi non possono descrivere i veri sentimenti che provano e neppur esprimere le loro idee. Gino soffre, ma è forte e per nulla al mondo vuole far stare male la moglie e la piccola figlia. In Italia, Padova è stata distrutta dagli inglesi che hanno lanciato delle bombe nelle zone dell’Arcella e di Santa Sofia, causando parecchi morti. Lia, più impaurita di prima, si trasferisce a Roncaglia, a Ponte San Nicolò, dove rimarrà fino alla fine della guerra nel 1945. Per fortuna con lei c’è la piccola, ma ormai cresciuta Marisa: la distrae dalle pessime condizioni in cui si trovano, dalla brutta malattia della madre e dalla lontananza del marito. Oltre all’enorme paura e al timore diffusi nell’aria, Lia accudisce la madre gravemente malata e sta attenta alla crescita della figlia e questo la rende subito una grande donna, con la “D” maiuscola. La madre di Lia viene ricoverata all’ospedale di Piove di Sacco, non a Padova, per paura dei bombardamenti, perché la grande città viene colpita ancora una volta distruggendo intere strade ed edifici. L’insegnante riprende il lavoro, ma nessuno tiene con sé Marisa, perché la madre nel frattempo è morta. Lia è una donna molto coraggiosa, va a scuola da sola in bicicletta e, quando sente il rumore provocato dal motore degli aerei, si butta nel fossato per proteggersi. Le condizioni in Italia, nel Veneto e a Padova sono tragiche. Lia, che continua ad insegnare alla scuola Belzoni, è ritornata ad abitare in centro a Padova, con la zia Amelia e la figlia Marisa. Purtroppo è costretta lo stesso a spostarsi, rispetto alle situazioni di pericolo che si possono creare, o a Roncaglia dallo zio Cesare o a Villatora dai suoceri. Finalmente, alla fine del 1945, Gino può tornare a casa con una voglia terribile di abbracciare la moglie, la figlia e tutti i familiari. Questa è una storia vera, anche se può sembrare inventata, perché ai giorni nostri è difficile pensare a tutto quello che accadeva e a quanto potessero soffrire le persone. Queste persone, dopo la guerra, per dimostrare il bene che volevano alla propria patria, fecero risorgere la città ricostruendo le zone distrutte dalle bombe, rendendole ancora più belle di prima. Gino è sopravvissuto perché voleva ritornare nella sua patria, rivedere la sua famiglia, sapendo che c’era sempre qualcuno che lo aspettava. Per tutti i familiari, Lia e Gino sono stati dei piccoli eroi che sono riusciti a restare uniti attraverso delle lettere e a non abbattersi mai per qualsiasi cosa, ma continuando a lottare per poi un giorno potersi riabbracciare dopo tanto tempo. Queste persone devono essere ammirate e non dimenticate, perché è proprio da loro che noi dovremmo prendere esempio.
Giulia Toffanin Classe I B
Istituto Comprensivo di Selvazzano II – Scuola Media “Cesarotti” di Selvazzano
Nel 2018 il romanzo La grande storia in minute lettere ha vinto tre premi letterari: Concorso Cibotto a Rovigo, Concorso Le Grazie a Porto Venere e Concorso Musco a Giardini Naxos.
Primo premio.Concorso Internazionale “Le Grazie – Porto Venere La Baia dell’Arte”
LA MOTIVAZIONE. “La grande storia in minute lettere” è un romanzo storico epistolare che ricostruisce, su base documentale, un periodo molto importante e drammatico della nostra storia, raccontato dalla voce di chi la guerra l’ha combattuta e vissuta, non solo progettata dietro le quinte al riparo dalle artiglierie, dal freddo, dalla disperazione. Un libro che ha il merito di proporre, con spirito di osservazione e minuzia di descrizione il dramma, il dolore e la sofferenza umana che i libri scolastici solitamente ignorano. Uno stralcio di vita lungo dieci anni che prende luce attraverso lo sguardo di Gino, giovane internato militare italiano, testimone e a suo modo piccolo ed esemplare protagonista di momenti drammatici del periodo prebellico e bellico della grande guerra, e della sua sposa Lia che lo accompagnerà passo passo nel suo difficile percorso grazie ad una fitta corrispondenza, unica possibilità concessa a conforto delle misere esistenze coinvolte nella guerra. La scrittura e la struttura narrativa assecondano pienamente lo spirito di quest’opera: il linguaggio delle lettere si intreccia tra speranza e disincanto, tra solitudine, tenerezza e solidarietà. Sono presenti note esplicative e immagini fotografiche che coinvolgono il lettore e rendono l’opera assolutamente realistica. Un romanzo con riferimenti storici precisi scritto perché chi legge possa conoscere, comprendere e non dimenticare. (Patrizia Fiaschi)
Per saperne di più clicca qui
Maria Luisa Daniele Toffanin si dedica alla poesia, alla critica letteraria e ad attività culturali anche nell’ambito dell’Associazione Levi-Montalcini, tra le quali il concorso “Mia euganea terra” per le scuole secondarie di primo grado. Collabora con Oltreoceano-CILM dell’Università di Udine e altre riviste. Promuove incontri culturali con il Cenacolo di poesia di Praglia “Insieme nell’umano e nel divino”. Numerosi i suoi libri, che hanno ottenuto significativi premi e consensi di critica: tra i più recenti La casa in mezzo al prato (2018) e La stanza alta dell’attesa (2019). Con Mario Richter ha curato gli atti del convegno Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto.
Da alcuni mesi collabora con la Community di GEAPOLIS offrendo il suo contributo poetico al percorso virtuale POETICA…MENTE 2022
MAGGIO 2022/ Frammenti di interiore bellezza clicca qui – GIUGNO 2022/ Sospesi fra vele e ricordi clicca qui -LUGLIO 2022 Colori e suoni a Boscoverde clicca qui – AGOSTO 2022 Sguardi poetici e umani incontri clicca qui -SETTEMBRE 2022 “l’indicibile obiettivo” clicca qui –OTTOBRE 2022 La stanza alta dell’attesa clicca qui – NOVEMBRE 2022 “PAROLE-RISORSE nuove”

Massimo Toffanin, si dedica a ricerche di storia contemporanea. Socio fondatore e presidente del Centro studi onorevole Sebastiano Schiavon, ha organizzato con il comitato scientifico vari eventi, in particolare mostre fotografiche, convegni e concerti relativi al primo Novecento. Ha curato diversi quaderni di storia e ha pubblicato saggi biografici: Sebastiano Schiavon lo strapazzasiori (2005), con Maria Luisa Daniele Toffanin I luoghi di Sebastiano (2015-2022), Come nasce un sindaco (2016), Prima guerra mondiale: Antonio Toffanin una storia minima (2017) e, con Maria Luisa Daniele Toffanin, La grande storia in minute lettere (2018), che ripercorre la vicenda umana di una famiglia negli anni del secondo conflitto mondiale. Ha curato la pubblicazione della tesi di laurea di Sebastiano Schiavon De Ciceronis epistularum sermone (2022).

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